Alberto Cini: Respirazione e antropologia culturale
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Respirazione e antropologia culturale
Un atto fisiologico come il respiro può essere “validato” simbolicamente e divenire così un “tratto culturale” da analizzare?
Premessa
Cinquant’anni fa cominciai a praticare Yoga, allora nulla o pochissimo era scientifico di ciò che facevo. Oggi molti aspetti meccanici, funzionali e benefici salutistici annessi a questa pratica tradizionale antica si sono rivelati esatti, dimostrati dai nuovi strumenti tecnologici di ricerca per la fisiologia umana.
In ambito psicosociale si utilizza il termine “validazione” per caratterizzare un’emozione, un comportamento, ma anche il valore di un individuo o di una teoria, come “autentica” o degna di essere presa in considerazione. La validazione è a mio avviso ciò che in termini lacaniani si riferisce al “grande altro”, sia questo grande altro “Dio e la fede”, sia la tradizione famigliare, sia il Partito, sia la Scienza, la religione, il denaro ecc ecc. Cioè il punto di riferimento personale che lo rende valido, ciò che può rendere degno di essere considerato, presente al mondo, quindi “valido” e che con tale “validità” può dare senso e direzione alla vita.
Il sistema di “validazione” scientifico di queste pratiche olistiche, diffuse dal globalismo culturale, è andato di pari passo anche con gli aspetti di mercato e di economia, dando luogo ad una evoluzione di ciò che già il filosofo Julius Evola chiamava “mode culturali”.
A proposito dei riferimenti ai ricercatori e intellettuali illustri, ho sempre amato negli anni di studio pedagogico l’indirizzo socio antropologico. Le mie prime letture che hanno lasciato il segno erano legate a Ibn Battuta (1304-1368), viaggiatore che con i suoi diari, oggi “reportage”, ci invita a conoscere le culture attraverso l’esperienza diretta e la descrizione dettagliata, promuovendo un approccio interculturale. Poi Evola, citato sopra, che propone una visione più spirituale e simbolica, incentrata sui valori eterni e sulla tradizione, spesso criticata per la sua natura più filosofica e meno empirica, ed infine Ernesto De Martino, che contribuisce con un approccio antropologico rigoroso, puntando a comprendere le culture dal loro interno, con attenzione alle pratiche sociali e religiose quotidiane.
Successivamente altri ricercatori hanno proseguito studi significativi, ma l’importanza degli studi antropologici era il confronto con la metodologia d’indagine, dove inizialmente si “interpretava” la cultura altra attraverso la propria (etnocentrica); successivamente gli strumenti di analisi culturale, si sono utilizzati invece per capire la “propria” cultura. Dove i processi identificatori e l’immersione nella propria realtà culturale rendevano più complesso individuare la strutturazione, quindi la capacità di autoanalisi culturale, e anche come il ricercatore veniva trasformato al contatto diretto con l’altra cultura, differente dalla propria di origine.
Questi ricercatori si trovavano ad avere rapporti tematici di tratti culturali che erano in qualche modo trasversali, ma più facilmente analizzabili, come la cultura del cibo, i legami di parentela, l’uso dello scambio di beni, ecc ecc. Più complesso e affascinante divenne invece il rapporto su quelle tematiche non legate alla biologia, come appunto la spiritualità, la magia, i culti esoterici, analizzati prima in popoli lontani ma successivamente anche nei propri nuclei sociali di appartenenza.
Analizzare le caratteristiche del “magico” per un ricercatore proveniente da cultura “scientista”, chiamiamola anche “positivismo storico”, non era cosa facile, senza incappare nelle contraddizioni di giudizio che le dicotomie percepite come opposti tendono a stimolare. Pensiamo al rapporto tra scienza e fede religiosa, materialismo e spiritualità, teoria e prassi, etnocentrismo ed eterocentrismo culturale, ecc ecc.
In questo ambito di costanti dualismi, la nuova ricerca neuroscientifica, al di là della suo valore oggettivo di ricerca, viene a prendere “antropologicamente”, appunto, il significato in parte di “unificatrice” della frattura dei modelli dualistici dell’interpretazione culturale e quindi agisce direttamente sull’identità delle persone che vivono quella cultura. Nel modello sociale odierno si parla di coabitazione di più culture differenti, o meglio originariamente diverse.
Le tecniche di respirazione e di modulazione vocale, ad esempio, possono dare molti benefici sulla salute e trasformazioni positive dell’apparato neuronale. L’esperienza stessa può avere una ricaduta sulla fisiologia, sugli aspetti psicologici, su sensazioni percettive di sé e del mondo in anche in termini di trascendenza. Ad esempio, la ricerca scientifica in fisiologia ha verificato che recitare l’Ave Maria in latino abbassa notevolmente la pressione del sangue, mentre se detta in italiano la lascia invariata, sia su gruppi campioni (per autodefinizione e abitudini di vita) di “credenti” che di “non credenti”. Quindi, paradossalmente potremmo trovare a recitare tutte le sere sia un devoto mariano, quanto un materialista ateo con la pressione alta.
A mio avviso, le correnti religiose e filosofiche orientali hanno trovato spazio in aree della popolazione che non si identificavano con la religiosità di stato ma che ugualmente sentivano l’esigenza di un contatto col sacro, anche per l’aspetto che queste filosofie e approcci spirituali propongono, cioè un approccio olistico alla persona. Però nella dimensione “olistica” appunto, perché tale, ci si può ritagliare la fetta che interessa maggiormente, cioè quella spirituale, ma anche salutistica, rituale, psicologica, e addirittura estetistica. Attualmente ci sono molte pratiche ed esercizi yoga antiaging, trattamenti ayurvedici solo per le rughe del viso. D’altronde si sa che lo “stress” non giova alla bellezza, e oggi lo “stress business” è molto attivo.
Non sembra comunque preoccupare le industrie farmaceutiche questa possibilità delle pratiche olistiche di avere una migliore salute. Il farmaco è sempre molto attraente e spesso la chimica è utile, utile ma non sano il suo abuso.
Categorie culturali di spazi del Sé (intimo-privato-pubblico)
Nella mia formazione ed esperienza di Psicodramma Psicoanalitico ho imparato a leggere sempre la sfera dei comportamenti sociali nelle tre dimensioni chiave, cioè la sfera dell’INTIMO ( area dedicata solo a se stessi, credenze, pensieri, visioni, che vivono solo nella propria area personale), la sfera del PRIVATO (area legata a relazioni sicure, famigliari, amici stretti, compagni e compagne con le quali si possono condividere aspetti specifici), ed infine la sfera del PUBBLICO (area del sociale dove la propria identità è visibile a tutti). Ovviamente queste aree non sempre hanno aree di confine fortemente definite, e spesso la stessa sfera è costituita da sottoinsiemi gruppali compositi. Questo comporta un’analisi storica socio-antropologica delle caratteristiche che definiscono la nostra cultura in termini di necessaria frammentazione delle rappresentazioni: ad esempio la Mindfulness di Kabat Zinn.
Zinn nota l’utilità di alcune pratiche di autoconsapevolezza evolutiva millenarie, utilizzabili anche da persone in stato di criticità esistenziale o psicologica.
Per poterle però introdurre progettualmente nel sistema sanitario da lui frequentato, simile al nostro attuale, dovette tradurre queste pratiche in un “protocollo” specifico al vaglio di una commissione medica, ecc. praticamente una burocratizzazione della pratica “coscienziale”.
La sua bravura è appunto stata quella di riuscire a tradurre queste pratiche evolutive antiche in un linguaggio e in una struttura contemporanea, diffondibile in una cultura differente, soprattutto medica, senza che se ne perdesse l’efficacia e l’utilità. Ora però questa struttura, appoggiata sui contenuti profondi delle pratiche antiche, è diventata inevitabilmente metodo, oggetto, brand, prodotto. Sappiamo, anche in questo caso, quanto il processo di “validazione” nella nostra cultura tardo- capitalistica passi dall’identificazione significativa di una “competenza”, accettata e richiesta solo se ridefinita e confezionata in un “prodotto” di mercato, quella che si definisce appunto “Imprenditoria delle competenze”, ciò che assilla tanti liberi professionisti su facebook per potersi mostrare, conquistare visibilità.
A questo punto della mia digressione, trovo realistico ancora l’approccio di McLuhan, che sostiene: ”Affermando che il medium è il messaggio, piuttosto che il contenuto, io non voglio affermare che il contenuto non giochi nessun ruolo, ma piuttosto che il suo ruolo è di natura subordinata”. Ciò vale non solo per i mass media comunicativi, ma anche per le tradizioni antiche che vengono comunque riprodotte per un’assimilazione contemporanea, e quindi trasformate nel contenuto, in forma significativa e spesso deviante, dal loro stesso contenitore (ad esempio Yoga Acrobatico acroyoga, yoga con i cani, lo yoga competitivo per intercettare finanziamenti C.O.N.I. ecc ecc).
Gli aspetti antropologici di conoscenza e di pratiche spirituali e salutistiche si diramano in queste tre sfere di appartenenza che ho sopra citato (intimo-privato-pubblico). Come è accaduto a famosi antropologi, i quali potevano avere, nelle loro ricerche, un rapporto con fenomeni percettivi della realtà, però tenendosi per sé le loro convinzioni esperienziali personali (sfera intima), successivamente provare in spazi privati l’efficacia di tecniche yoga o sostanze psichedeliche, fare tutto ciò con alcuni conoscenti, compagni di ricerca (sfera privata), poi scrivere un articolo o un libro sulla storia di queste sostanze e di pratiche esoteriche in ambito accademico (sfera pubblica). Convinzioni personali, condivisioni private e immagine pubblica differivano. Queste tre aree dovevano essere socialmente, come prassi, separate tra loro, per la loro “validazione” personale e sociale; solo il corpo e la mente della persona coinvolta era ciò che riuniva le tre realtà. Il sistema di “validazione” della sfera dell’Intimità non era quella del Privato, quella del Privato non era trasportabile nella sfera Pubblica.
Qui nasce il punto cruciale dell’antropologia culturale delle pratiche evolutive, o spirituali, o magiche, o esoteriche e via dicendo. La nostra cultura occidentale, pur navigando abitualmente in culti religiosi, in modelli metafisici di visione della realtà personale, necessita di rivestirsi di “scienza” non come strumento di visione e analisi dei fenomeni, ma come strumento di “validazione” culturale soprattutto nella sfera pubblica sociale.
Questo lo spiega molto bene Thomas Kuhn con un libro del 1962, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, dove viene esposta la sua concezione del pensiero scientifico come prodotto storico, che evolve nel tempo, in modo discontinuo: più volte, nel corso della storia, idee scientifiche date per assodate vengono bruscamente messe in crisi all’affermarsi di nuove e diverse concettualizzazioni, che modificano radicalmente il sistema di interpretazioni ritenuto efficace e valido fino a quel momento. Un po’ quello che sta accadendo attualmente con gli studi della funzione della neuroplasticità attraverso la neuroimaging e gli sviluppi delle applicazioni delle teorie quantistiche.
Vidi, divertendomi molto, una conferenza di giovani biologi e medici ricercatori che affermavano l’importanza dell’intestino sulle funzioni cerebrali. In quel frangente “datati” relatori docenti di medicina con indignazione borbottavano: “se avessi saputo che si giungeva ad una cosa simile, avrei fatto un altro studio!”. Insomma, declamare la quasi superiorità del “volgare” intestino sul “nobile” cervello era per loro intollerabile. Questa è la differenza tra “Scienza” e “Scientismo”.
Come, allora, in ambito accademico, quindi pubblico, ha potuto l’antropologia gestire la ricerca di quei fenomeni che si mostravano estremamente metafisici? Lo fece legittimando il fenomeno con un sistema di oggettivazione in sé stesso, chiamandolo “Tratto culturale”.
In antropologia culturale, il concetto di “tratto culturale” si riferisce a un elemento o aspetto specifico della cultura di una società, come un comportamento, una credenza, una pratica o un simbolo, che viene trasmesso spesso di generazione in generazione. I tratti culturali contribuiscono a definire l’identità di un gruppo e possono essere condivisi da più membri della comunità, rappresentando caratteristiche distintive che favoriscono l’affermazione della coesione sociale e della continuità culturale, ed anche un sapere, una conoscenza. Essi possono variare in complessità e diffusione, e sono spesso oggetto di studio per comprendere le dinamiche di cambiamento e di conservazione all’interno delle culture umane.
In altre parole, se guardo un rito di possessione e di trance, come fa Rouget in “Musica e trance”, nei fenomeni di possessione non mi chiedo la verità sul fenomeno, ma osservo l’aspetto di struttura e funzione della dinamica rispetto alla musica; cosa produca tutto ciò è insondabile o dipendente da interpretazioni parziali di altri modelli e culture: quella religiosa leggerà la possessione in un modo, quella psicoanalitica in un altro, quella politica e quella sociale vedrà altre funzioni ancora e così via.
Ora, dopo questo lungo prologo esplicativo, ci chiediamo:
Può la respirazione essere validata antropologicamente da atto fisiologico a tratto culturale, dal quale simbolismi e modelli (sia concettuali e sia esperienziali) possano dare informazioni sapienziali (antiche e moderne), sulla nostra esistenza?
Sicuramente sì! ”Il respiro” può essere considerato un tratto culturale significativo da analizzare e ricercare in antropologia. In molte culture, il modo in cui le persone percepiscono, praticano e simbolizzano il respiro può riflettere aspetti fondamentali della loro visione del mondo, delle credenze religiose, delle pratiche spirituali e delle tradizioni di salute.
Ad esempio, in alcune culture il respiro è visto come un collegamento tra il corpo e lo spirito, oppure come un elemento centrale nelle pratiche di meditazione, preghiera o cura. Analizzare come diverse società interpretano e utilizzano il respiro può offrire insight sulla loro cosmologia, sul rapporto con l’ambiente e sulla concezione di vita e morte.
Inoltre, il respiro può essere associato a pratiche rituali, tecniche di rilassamento, metodi terapeutici o aspetti artistici che sono profondamente radicati nella cultura di un gruppo. Ricercare queste pratiche permette di comprendere meglio le modalità con cui le comunità vivono e trasmettono i loro valori, credenze e identità.
Le situazioni ambientali degli insediamenti dei vari popoli nel mondo dà luogo ad un cambiamento della fisiologia della respirazione, rimanendo inalterata la sua funzione di mantenere in vita la persona; vediamo, per esempio, come le popolazioni a grandi altezze, o quelle pescatrici che necessitano di lunghe apnee, abbiano una struttura fisiologica differente tra loro, della quale gli studi antropologici denotano rappresentazioni culturali.
“Il respiro” può essere un potente simbolo e un elemento pratico da esplorare nell’ambito dell’antropologia culturale, contribuendo alla comprensione delle dinamiche culturali e sociali di diverse popolazioni.
Purtroppo ci sono aspetti di criticità della contaminazione culturale:
Il concetto di globalismo culturale si riferisce all’influenza crescente di pratiche, valori e tendenze culturali provenienti da diverse parti del mondo, che possono portare a una standardizzazione o omogeneizzazione delle culture locali. Questa dinamica può contribuire alla perdita di identità specifica di singoli popoli, poiché le caratteristiche culturali uniche vengono sostituite o indebolite dall’adozione di mode e pratiche globali.
In questo contesto, si può osservare come alcune tecniche di respirazione, originarie di culture specifiche come quelle orientali (ad esempio il “pranayama” in India o il “qi gong” in Cina), vengano ora adottate e adattate in un contesto globale. Spesso queste pratiche vengono strumentalizzate, cioè semplificate o commercializzate al di fuori del loro contesto culturale originale, talvolta perdendo il loro significato profondo e il legame con la tradizione culturale di provenienza.
Le mode culturali, quindi, possono contribuire sia alla diffusione di tecniche di respirazione benefiche sia alla loro distorsione come semplici trend, senza rispetto per il patrimonio culturale da cui originano. Ciò può portare a una perdita di autenticità e di riconoscimento della specificità culturale associata a queste pratiche, favorendo una omogeneizzazione delle esperienze e delle identità culturali a livello globale.
In sintesi, il fenomeno del globalismo culturale può rappresentare una sfida per la tutela delle identità culturali, in particolare quando le tecniche di respirazione, ricche di significato e di storia, vengono adottate superficialmente o sfruttate commercialmente, contribuendo alla perdita di una parte importante delle specificità culturali dei popoli di origine.
Quindi è bene che si possa implementare la nascita di “Osservatòri” delle culture e delle pratiche originali per salvaguardarne la maggior autenticità possibile e definire le linee di demarcazione funzionale degli adattamenti contemporanei.
Queste mie osservazioni paradossalmente non sono pensieri solo attuali; in alcune testi antichi buddisti sono presenti testimonianze di alcuni Insegnanti, i quali annunciano ai discepoli la loro rinascita dopo trecento anni, poiché già preoccupati del fatto che gli insegnamenti diffusi in quel specifico momento, nel tempo futuro sarebbero già stati completamente travisati.
Per Concludere, offro un elenco dei vari modelli culturali nei quali l’atto respiratorio può essere ricercato come tratto culturale:
Lo yoga, originario dell’India, come il Lu Jong tibetano: considerano la respirazione (pranayama) come uno dei pilastri fondamentali per il controllo del corpo e della mente. La pratica del pranayama mira a controllare e canalizzare l’energia vitale attraverso tecniche di respirazione consapevole.
Cultura cinese (Taoismo e Medicina Tradizionale Cinese): La respirazione è centrale nelle pratiche taoiste e nella medicina tradizionale cinese. La respirazione consapevole e il qi gong sono strumenti per bilanciare il qi (energia vitale) e mantenere la salute e l’equilibrio energetico.
Cultura giapponese (Zen e altre pratiche spirituali): Nelle pratiche Zen e nelle arti marziali come il kendo o il aikido, la respirazione corretta è fondamentale per la concentrazione e per l’efficacia dei movimenti.
Cultura occidentale (Psicologia, meditazione e benessere): Negli ultimi decenni, la consapevolezza della respirazione è diventata centrale in molte tecniche di meditazione, mindfulness e terapie di rilassamento. La respirazione diaframmatica e altre tecniche sono usate per ridurre lo stress e migliorare il benessere.
Cultura dei nativi americani: Le pratiche spirituali dei nativi americani spesso includono rituali di respirazione e di connessione con la natura come parte della loro spiritualità.
Cultura araba e Sufismo: Nel sufismo, una disciplina spirituale dell’Islam, la respirazione è considerata un elemento fondamentale per il raggiungimento dell’illuminazione e della vicinanza a Dio. Tecniche di respirazione contemplativa, come il “nafas” (respiro), vengono praticate per calmare la mente, purificare il cuore e facilitare stati di meditazione profonda. La respirazione consapevole è vista come un mezzo per connettersi con il divino e vivere in armonia con l’universo.
Cultura africana: In molte culture africane, la respirazione ha un ruolo centrale nelle pratiche spirituali, nelle cerimonie e nelle tradizioni di guarigione. Ad esempio, le pratiche di respiro vengono utilizzate nei rituali di trance, nelle danze sacre e nelle meditazioni per entrare in contatto con gli spiriti, gli antenati o per ottenere guarigione. La respirazione consapevole è considerata un modo per canalizzare energia, mantenere l’equilibrio spirituale e rafforzare il legame tra il corpo e lo spirito.
Soprattutto è opportuno rivalutare quelle conoscenze “sapienziali” delle antiche culture come possibili aspetti di anticipazione di un sapere che, anche se sfugge il modello scientifico, è un work in progress e si nutre di idee, congetture, teorie, prove, e a volte non è sufficiente. Come è accaduto per la ricerca sull’agopuntura dove i canali energetici si mostravano inadatti alla prova oggettiva, poiché volutamente posizionati in modo errato, cambiavano percorso per adattarsi all’errore, ma non in tutti i casi, almeno non con tutti gli operatori. Quanto la connessione tra Operatore e cliente incide nella tecnica di cura? Sappiamo appunto che la respirazione come strumento può essere un grande connettore tra i sistemi del corpo e anche tra le persone.
In ambito educativo e pedagogico spesso ci si trova di fronte all’altro, educando, allievo, collega, in un rapporto di relazione e in un atteggiamento in cui, come sosteneva Andrea Canevaro, l’importante era il saper “covare il caos”, cioè stare in empatia con ciò che non comprendi totalmente, sentirlo e viverlo senza bisogno di etichettare, giudicare, catalogare, diagnosticare. Il non porre immediatamente barriere (spesso difensive) porta ad una fusione non concettuale, alla quale non siamo abituati e che spesso temiamo. Fusione che poi manifesterà i suoi frutti di crescita personale e gruppale in modo naturale.
Parafrasando Socrate il “sapere di non sapere” è uno stato e un luogo del Sé, ma non è uno stato o un luogo da ridurre o da temere. Imparare a vivere l’incertezza in modo positivo, forse questo avvicina alla trascendenza. Mia opinione è che questo atteggiamento può essere utile anche nella ricerca umanistica delle varie metodologie evolutive delle culture antiche.
Auspico, tempo permettendo, di dedicarmi più approfonditamente ad una ricerca comparata di come l’atto respiratorio si innesta trasversalmente nelle culture antiche, e del suo ruolo nella contemporaneità. L’analisi comparata di un tratto culturale, come il respiro, che viaggia nel tempo e nello spazio terrestre attraverso i popoli, spesso permette a chi ricerca una conoscenza più essenziale, poiché ritrova, possiamo dire filosoficamente, “l’uguale in tutte le cose”.
Vi lascio con queste righe di Carlo Rovelli:
«Ci sono differenze fra ciò che si trova sulla Terra e ciò che si trova nel cielo, fra i sassi e gli esseri viventi, fra umani e animali, fra materia e pensieri, fra uomini e donne. Ma sono distinzioni dai contorni sfumati, riducibili a varianti delle stesse famiglie di processi. Nessun indizio serio suggerisce che tutti questi processi non ammettano anche una descrizione semplicemente fisica. Vi è ampia evidenza per l’eguaglianza di tutte le cose» ( Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose – Lezioni americane, p. 134, Adelphi 2025 ).
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