Raimondo Bultrini: Il motore occulto delle proteste in Thailandia

| 17 Dicembre 2013 | Comments (0)

 


Diffondiamo da La Repubblica del 17 dicembre 2013 questo articolo di Raimondo Bultrini che afferma come dietro alla crisi di queste settimane a Bangkok non c’è solo una legge di amnistia e la divisione tra pro e anti Thaksin, ma un progetto per alterare le fondamenta istituzionali dello Stato.

 

Non si placano le turbolenze politiche e sociali in Thailandia. Sebbene ridotti in numero, i gruppi anti-governativi che guidano le proteste di massa nelle strade di Bangkok non sembrano desistere, mentre il loro leader Suthep Thaugsuban minaccia nuove invasioni della capitale se le richieste del suo Pdrc, o Comitato democratico del popolo per le riforme, non saranno esaudite. Intanto è stata tagliata la corrente elettrica agli uffici del primo ministro Yingluck Shinawatra, che da tempo non può comunque lavorare al suo solito posto.

Non si tratta di un fatto inedito, visto che boicottaggi analoghi e peggiori sono accaduti a molti premier di diversi schieramenti dall’inizio di quella che chiameremo l’”era Thaksin” nei primi 13 anni del XXI secolo. Ciò che cambia è la direzione della marcia impressa alla Thailandia verso la prossima svolta, nel tentativo ancora confuso di raggiungere lo stadio di paese completamente maturo per la democrazia.

Chiunque si occupi di crisi dei sistemi politici in Asia sa bene che i veri protagonisti delle svolte sono spesso celati dietro la cortina delle informazioni ufficiali, quelle che raggiungono il pubblico e gli osservatori esterni, mentre una ristretta cerchia di personalità e istituzioni influenti cerca e trova soluzioni nel gran segreto di stanze dai soffitti alti all’interno palazzi che contano.

In Thailandia – che resta di gran lunga uno dei paesi più tolleranti della regione, nonostante tutto – il motore nascosto di questa ultima rivoluzione di popolo – decisa ad abbattere il potere della famiglia Shinawatra – non viene mai menzionato. Si è creato un vuoto di potere che si sta allargando ai vertici di un assetto politico ed economico diviso grossolanamente nei due schieramenti pro-Thaksin e anti-Thaksin, guidati rispettivamente – almeno come figure visibili al volante – dall’inesperta 46enne Yingluck del Pheu Thai e dal 64enne navigato ex leader del Partito democratico Suthep.

Quest’ultimo è stato invitato sabato scorso a un incontro con il Comandante supremo delle Forze di difesa dell’esercito reale, Tanasak Patimapragorn, assieme agli altri membri del suo Pdrc, fondato da Suthep dopo le dimissioni formali dal Partito democratico, che continua però ad appoggiarlo nella speranza di trovare – grazie al seguito ottenuto nelle strade di Bangkok – uno sbocco popolare alla sua politica elitaria ed elettoralmente perdente.

All’incontro, il potente Patimapragorn, che a parole ha ribadito la neutralità dell’esercito e la necessità di risolvere l’impasse attraverso la negoziazione, aveva invitato anche altri protagonisti della scena politica ed economica del Regno, compresi rappresentanti del Fronte unito contro la dittatura, ovvero i nemici principali di Suthep e dei suoi referenti segreti, le cosiddette Camicie rosse, espressione del thaksinismo nonché difensori dell’attuale governo. Un fronte che è solo in parte compatto nel rivendicare il diritto di Thaksin di tornare in patria grazie a un condono generalizzato per tutti i corrotti.

L’amnistia finanziaria e fiscale per i reati commessi dal 2004 a oggi era infatti solo parte di un progetto più ampio del governo per ottenere la “riconciliazione” nazionale anche attraverso l’assoluzione dei responsabili della morte di 90 dimostranti nel 2010, compreso Suthep stesso, che all’epoca delle rivolte delle Camicie rosse thaksiniane era vicepremier delegato all’ordine pubblico, e del suo collega Abhisit Vejjajiva, ex primo ministro e attuale leader del Partito democratico.

Fattore non secondario, dello stesso pacchetto di leggi governative bloccate dal Senato e dai moti di piazza cominciati a novembre faceva parte anche una norma per la riforma del sistema di nomina dei senatori, attualmente eletti solo per metà dei seggi e per l’altra metà appuntati da una “Commissione selettiva” della Camera alta sulla base delle indicazioni dell’esercito e dell’èlite thailandese. Secondo il governo di Yingluck, era invece giunto il tempo di eleggere tutti i senatori a suffragio universale. La motivazione era quella di voler togliere ogni sacca di privilegio dagli organi legislativi, ben sapendo che dalle urne sarebbe emerso un Senato politicamente simile alla Camera bassa, dove il suo Pheu Thai detiene la maggioranza.

Il suffragio universale per entrambe le Camere è un’aspirazione legittima per ogni democrazia piena, ma non per la Thailandia dove, in questi giorni, sta emergendo chiaramente la resistenza degli uomini più influenti ai vertici della società all’idea di lasciare il paese privo di regole di controllo dall’alto. Non che si tratti di un timore della sola èlite: molti thai nutrono oggi la stessa diffidenza verso l’inarrestabile ascesa degli Shinawatra, “in grado, se lasciati liberi” – come ci hanno detto in molti durante le interviste dietro le barricate anti-governative – “di prendere possesso di tutti i gangli del potere economico e sociale”. Ciò che ci viene solo bisbigliato è che la ricca famiglia d’origine cinese cela in realtà un ambizioso obiettivo: governare la transizione verso l’èra non certo lontana e delicata del post- Bhumibol Adulyadej, il riverito sovrano che ha appena compiuto 86 anni.

Già quando era libero e potente alla guida del Regno, Thaksin aveva tentato di creare per sé uno spazio da presidente in aperta competizione con il prestigio del vecchio monarca, sempre più fragile e, in apparenza, ritiratosi dalla vita pubblica. Se dovesse tornare oggi – ne sono certi i rivoltosi di Bangkok – Thaksin potrebbe essere in grado di controllare anche la corte reale tramite la figura del principe della Corona Vajiralongkorn, unanimemente considerato vicino all’ex premier esule per vari motivi che ognuno è libero solo di immaginare, viste le rigide regole e sentenze penali previste dal codice per la lesa maestà.

Quello che tutti possono dire pubblicamente dalle piazze, dagli schermi e dai messaggi sui network sociali delle rivolte di Bangkok, è che il tentativo dei Thaksin è da tempo quello di emarginare influenti figure imprenditoriali e accademiche storicamente legate allo stesso re o a singoli consiglieri dell’attuale corte. L’èlite – gli Ammat, come li definiscono le camicie rosse che a loro volta si considerano phrai, gente del popolo – determina il corso della vita nazionale dagli albori della monarchia costituzionale, implementata in 60 anni di regno dall’attuale riverito monarca.

Molti sanno che questa èlite era più preoccupata della legge per l’elezione a suffragio universale dell’intero Senato che non delle norme di amnistia. Infatti, senza un Senato bloccato con la quota per gli Ammat, il voto per l’amnistia o qualunque altro provvedimento contestato sarebbe già passato com’era successo alla Camera bassa, dominata dagli oltre 260 deputati “populisti” del Pheu Thai party thaksiniano, contro i 150 democratici.

L’invito per Suthep del comandante delle Forze armate reali è una sorta di trampolino di lancio istituzionale del suo progetto di riforma per “ripulire” la Thailandia dalle influenze thaksiniane, davanti a un’audience di “agenzie statali, accademici e persone interessate”, ovvero membri della stessa èlite di cui è parte anche il generale Tanasak. Non ci saranno infatti elezioni – ha detto Suthep – finché non sarà completata “la riforma del sistema di garanzie per il benessere del popolo thai”. Va da sé, senza nessun membro della famiglia Shinawatra al comando.

Il “Consiglio del popolo” e il “Governo del popolo” che ha proposto questa transizione, per quanto opinabili dal punto di vista formale e sostanziale nell’ambito di una democrazia compiuta, sembrano destinati a salvare proprio le fondamenta di uno Stato a gestione paternalista che pone al suo vertice la figura del re come unico ed effettivo super partes. Non a caso, sono stati prontamente bollati come incostituzionali dalla premier Yingluck, che ha già sciolto il parlamento e controproposto un proprio governo d’emergenza in attesa delle elezioni fissate per il prossimo 2 febbraio. Eppure, tali organismi appositamente creati e proposti da Suthep per toglierle ogni leva di comando e impedirle di guidare un governo di transizione senza passare per le elezioni (previste entro i due mesi dallo scioglimento delle Camere) non sono il frutto della mèra immaginazione di Suthep.

Senza appoggi potenti e un gruppo forte di riferimento, il leader delle proteste sarebbe infatti già in carcere con l’accusa di insurrezione, come è riportato sui due mandati di arresto spiccati nei suoi confronti e sinora mai eseguiti nonostante tutti sappiano dove trovarlo. Non è infatti soltanto il timore di una rivolta popolare a frenare la polizia, ma la consapevolezza che dietro all’idea di un “Consiglio del popolo” ci siano in realtà i fedelissimi del re, elementi fondamentali del motore che tiene in corsa la Thailandia da quando è diventata una delle tigri economiche dell’Asia. Una corsa che continua con misterioso vigore nonostante le ricorrenti crisi politiche, altrimenti capaci di inceppare e far retrocedere ogni altro paese privo della devozione dimostrata verso la figura reale, virtualmente semi-divina.

L’impossibilità per Thaksin di acquisire lo stesso prestigio finché il sovrano è in vita rappresenta la sua massima debolezza e di riflesso il tallone d’Achille del governo di sua sorella. Per questo le regole per la transizione di cui ha parlato Suthep vanno prese estremamente sul serio in quanto nuovo (il 19°) colpo di Stato de facto, tentato stavolta sotto la formula del “sia fatta la volontà popolare”.

Il nocciolo della riforma parte dal presupposto che questa fase di emergenza surriscaldata dalla rabbia popolare per l’amnistia generalizzata verso i corrotti rappresenta un motivo valido per invocare l’articolo 7 della Costituzione e nominare un esecutivo straordinario designato dal re. Se nessuno si illude che possa risolvere il problema più vasto della  governabilità in un sistema ibrido monarchia-repubblica, lo schema di transizione presentato da Suthep può essere considerato se non altro un indicatore significativo di ciò che potrebbero riservarci le prossime ore. Non si può che andare avanti a tentoni quando un fenomeno ancorché “spontaneo” e di massa è nei fatti controllato dietro le quinte.

Che i poteri occulti agiscano direttamente per conto del re, o – vista la sua malattia – per conto dei suoi consiglieri più vicini, il risultato non cambia: Suthep rappresenta l’uomo pubblico della crociata in nome della tradizione della dinastia regnante 
Chakri, interessata – come si insegna in ogni scuola – solamente al bene del popolo, a prescindere dall’esito delle elezioni formali. Il postulato della riforma dunque è che Yingluck Shinawatra si faccia da parte e subito dopo la più alta carica del Senato nominerà formalmente un nuovo primo ministro indicato dal re. Poi il neo-premier firmerà un decreto reale di scioglimento del Senato e di istituzione del Consiglio del popolo privo di membri di partiti politici, con 400 “saggi” dei quali 300 in rappresentanza delle varie professioni e 100 selezionati da “rispettati cittadini anziani” e accademici.  Quando il Consiglio avrà completato il suo ruolo – ovvero creare sbarramenti normativi e istituzionali all’avvento di altre dinastie (come gli Shinawatra), comunque alternative a quella reale – i suoi membri non potranno rivestire incarichi politici per 5 anni.

Che sia questa la garanzia della sua imparzialità nessuno può dirlo. D’altra parte è difficile intravedere una soluzione migliore alla crisi provocata dal muro contro muro delle settimane scorse. L’ipotesi che il governo di Yingluck possa continuare il suo lavoro – sebbene solo come “facente funzione” – potrebbe essere realistica se la polizia avesse la forza per una difesa anche armata dei suoi uffici, magari con il contributo dell’ala più radicale delle camicie rosse. Ma tutti i protagonisti di questa sfida conoscono i rischi di una degenerazione verso la guerra civile, compreso l’ex premier esule, che tenta di mantenere in vita l’esecutivo di sua sorella e salvaguardare i suoi interessi dalla sua villa degli Emirati Arabi.

Testimoni hanno parlato di informali e lunghissime riunioni tra lui e i suoi collaboratori al Café Fauchon di Dubai e perfino ai confini del Regno, nella Cambogia del suo amico Hun Sen, dove si dice abbia libero e segreto accesso. Neanche la forza della sua politica populista e dei rapporti con il candidato al trono della Thailandia vanno però sottovalutati, considerando che grazie a schemi di aiuti ai villaggi, di prestiti facili, di assistenza sanitaria semigratuita e di riso a prezzo garantito per i contadini, Thaksin e la sua famiglia si sono già garantiti 3 rielezioni e un vasto consenso specialmente nel nord-nord est. Ma, sull’altro fronte, non si può dubitare della forza del “motore” nascosto della politica nazionale, considerando che tutti i colpi di Stato thailandesi si sono conclusi con un’investitura reale dei nuovi capi militari o premier civili, dopo periodi più o meno lunghi di dittatura o “amministrazione controllata”.

La speranza di tutti è che possa esserci un nuovo compromesso per evitare lo scontro frontale con la minoritaria ma crescente ala anti-realista della società. Una fazione troppo debole per lanciare, attraverso la sola polizia a lei fedele, una sfida che vedrebbe schierarsi contro e compatto il potere più granitico che c’è in Thailandia dopo quello reale: l’esercito.

In attesa di sviluppi, ci si domanda quanto abbia influito il fatto che il capo dei rivoltosi Suthep sia figlio di maggiorenti del Sud e membro a pieno titolo della categoria degli Ammat. Uno dei manifestanti di Bangkok, sintetizzando l’opinione di molti altri preoccupati come lui dello “strapotere di un clan familiare”, ci disse che il movimento anti-Thaksin e anti-corrotti aveva bisogno di un leader, anche se solo tatticamente, e Suthep è un politico di mestiere da più di 30 anni. Tutti sono consapevoli che nel suo passato, a parte l’accusa di aver ordinato il fuoco contro i dimostranti nel 2010, ci sono speculazioni sulle terre per favorire i maggiorenti della sua circoscrizione elettorale di Surat Thani e denunce di interesse privato in atti d’ufficio per concessioni governative ricevute in quanto deputato.

Per ora resta il timore che qualunque soluzione temporanea lascerà irrisolto il problema della governabilità in un sistema a democrazia limitata come quello thai. Una volta scelto un leader, difficilmente il paese si è dimostrato in grado di liberarsene con le armi della politica o della dialettica, affidando piuttosto il proprio destino a norme dittatoriali, al carisma quasi “mistico” di un sovrano o al populismo di ricchi tycoon.


 

 

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Category: Movimenti, Osservatorio internazionale

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About Raimondo Bultrini: Raimondo Bultrini, giornalista de La Repubblica, ha lavorato all’«Unità» e a «Paese Sera», occupandosi di temi politici, giornalismo investigativo e di denuncia sociale. Successivamente il suo interesse si è spostato alle filosofie orientali, alle politiche asiatiche e al buddhismo, diventando direttore delle riviste «Oriente» e «Merigar Letter». Dopo un anno trascorso in Cina e in Tibet seguendo il professore e maestro Choegyal Namkhai Norbu, ha scritto il libro In Tibet. Ha prodotto documentari per Samarcanda, Mixer, Format e La7 tra i quali La caduta del Muro di Pechino. Dal 2000 è collaboratore dal Sud-est asiatico del gruppo editoriale la Repubblica /L’espresso e ha pubblicato oltre 500 articoli sull’Asia, seguendo gli eventi più importanti per «la Repubblica», «L’espresso», «il Venerdì», «Limes» e «D donna». Dopo l’11 Settembre 2001 è stato inviato in Pakistan e Afghanistan. Nel 2002 ha diretto il film documentario Madre Teresa, una santa indiana. Fra le sue più importanti interviste, ci sono quelle effettuate nei numerosi incontri con il Dalai lama. Vive in Thailandia. Ha pubblicato: I prefetti e la zarina (1995); Il demone e il Dalai Lama: Tra Tibet e Cina. Mistica di un triplice omicidio (Baldini e Castoldi, 2008); Il diario di un viaggio in Tibet con Chögyal Namkhai Norbu (Edizioni Shang-shung)

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