Amina Crisma intervistata da “Il Riformista”: Confucio e la fratellanza

| 29 Settembre 2021 | Comments (0)

 

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Intervista di Giulio Laroni su “Il Riformista”

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Il 28 settembre  si festeggia l’anniversario della nascita di Confucio (551 a.C. – 479 a. C.). Nel corso di 2500 anni di storia il suo pensiero ha dato forma a molteplici interpretazioni e riformulazioni. La vulgata lo identifica spesso con una concezione del mondo reazionaria, antidialettica, fortemente gerarchizzata. Ma ad un esame più attento esso rivela un’inaspettata tensione umanistica, avversa al totalitarismo e alla reificazione. Ne parliamo con la sinologa Amina Crisma, docente di Filosofie dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna, che di Confucio è una delle più importanti e apprezzate studiose italiane.

Il pensiero confuciano, e il mondo cinese in generale, sono considerati nell’immaginario comune come l’espressione dell’alterità per antonomasia. I Suoi studi ci restituiscono tuttavia uno scenario diverso: dai gesuiti di Matteo Ricci, a Voltaire, a Brecht, il confucianesimo compie da secoli un fecondo dialogo interculturale con il pensiero occidentale.

È vero, in genere si enfatizza eccessivamente l’Alterità della Cina, come se si trattasse dell’esotica estraneità di un pianeta alieno – e paradossalmente questa percezione sembra accentuarsi, invece di ridursi, quanto più la Cina ci si avvicina in questo sistema-mondo globalizzato. Questa tendenza rientra in una più generale propensione a rappresentare le Culture come entità monolitiche e reciprocamente estranee, e non invece come costruzioni mutevoli e reciprocamente interagenti. Non si tratta di misconoscere l’indubbia originalità di quella che Jacques Gernet chiama l’intelligence de la Chine; ma va tenuta al contempo ben presente, accanto alla pluralità irriducibile, la sostanziale unità della famiglia umana: un’unità che gli stessi Dialoghi di Confucio provvedono a rammentarci: “Tutti entro i Quattro Mari sono fratelli”.

Confucio è oggi esibito come icona identitaria dagli oltre 500 Istituti che propagano ufficialmente nel mondo la lingua e la cultura cinese; e tuttavia il suo nome stesso è frutto di un incontro interculturale: è una latinizzazione operata nel XVII secolo dai gesuiti, ai quali si deve la prima mondializzazione del “confucianesimo” secondo categorie destinate a orientare in seguito non solamente la cultura europea, a partire da Voltaire, ma le stesse reinterpretazioni moderne e riformiste che ne saranno attuate in Cina.

Se tu governi – afferma Confucio nei Dialoghi – a che serve uccidere? Desidera il bene e il popolo sarà buono.” Questa visione negativa della pena di morte e della violenza è, specie nei tempi arcaici in cui viene formulata, assolutamente rivoluzionaria.

È opportuno sottolineare la radicalità di questo enunciato, in cui risuona intensamente un’istanza di mansuetudine, di rifiuto della violenza: c’è qui il sogno di un governo mite, capace di governare tramite la propria pura esemplarità, c’è l’ideale di una comunità umana che sia legata da vincoli di affettuosa sollecitudine, e non dalla costrizione e dal timore.

In questo, il magistero confuciano si distanzia nettamente dalla scuola legista (fajia) sua rivale, che è invece fautrice di un ordine fondato su una spietata disciplina; ma con essa finirà poi per venire a patti quando si tratterà di costruire concretamente le ferree istituzioni dell’impero centralizzato.  Dall’età imperiale in poi, il confucianesimo diviene campo di tensioni fra una tendenza autoritaria e l’esigenza di sottoporre la condotta del potere a vigile critica, in nome del senso dell’umanità e della giustizia (renyi). Quest’esigenza si esprime nell’esercizio della rimostranza, che è stato praticato con coraggio nel corso dei secoli da innumerevoli letterati/funzionari, e che oggi non appare per nulla inattuale. Ad esempio, mi sembra pienamente nel solco di questa tradizione squisitamente cinese, oltre che in quello delle tradizioni liberaldemocratiche occidentali, la recente protesta di studiosi di tutto il mondo in nome della libertà di ricerca contro le sanzioni irrogate dal governo della RPC nei confronti di ricercatori, istituti di ricerca e parlamentari della UE: se ne è parlato su Inchiestaonline.it.

Il concetto confuciano di “ren”, il senso di umanità, si potrebbe mettere in relazione con quello che per i cristiani è il comandamento dell’amore. Che cos’è esattamente il “ren” e che implicazioni ha per il pensiero confuciano?

Ren, il “senso dell’umanità” è “amare gli esseri umani”, un atteggiamento che tutti include, e che prescrive l’adesione alla regola aurea: “non fare agli altri ciò che non vorresti per te”. Si fonda su un profondo sentimento di solidarietà e di empatia con l’umana ecumene, e ci parla, per dirla con Simone Weil, dei nostri doveri e delle nostre responsabilità verso le creature umane. 

Quest’universalità peraltro non si definisce in rapporto a un astratto “prossimo”, ma si declina nella concretezza di ruoli specifici, familiari e sociali: riveste dunque una duplice dimensione, globale, e insieme circostanziale e determinata, e potrebbe quindi costituire un buon modello di “universale concreto” su cui riflettere nell’odierna ricerca di un consenso etico fra culture.

In Occidente siamo oggi abituati a contrapporre esteriorità e interiorità, forma e sostanza: il rito viene visto spesso come una pratica artificiosa, puramente meccanica. Allo stesso modo l’etica borghese identifica tipicamente la cortesia con la finzione e la brutalità con la sincerità. Che cosa avviene invece nel pensiero confuciano?

Il ritualismo confuciano non è estrinseco formalismo: è l’espressione coerente di ren sul piano dei comportamenti, è la piena manifestazione di un profondo sentimento di rispetto e di benevolenza per i propri simili, la cui sincerità è molto più importante “dello splendore della giada e del luccichio della seta”. Tramite i riti, le emozioni conseguono misura e armonia, si traducono in bellezza, si rendono comunicabili e condivisibili in un irrinunciabile spazio simbolico collettivo (e di quanto sia doloroso privarcene, ci hanno resi purtroppo edotti questi mesi di pandemia).

È interessante il modo in cui il confucianesimo tematizza il rapporto tra fratellanza e legge. Un giorno qualcuno disse a Confucio: “Da noi c’era uno detto Gong l’ Onesto. Suo padre aveva rubato una pecora ed egli testimoniò contro di lui”. “Da noi – gli rispose il filosofo – l’onestà è un’altra cosa.” La dimensione umanistica del confucianesimo, almeno secondo una certa linea interpretativa, è forse anche qui: la fratellanza può essere al di sopra della legge. Ciò naturalmente non nel senso di un’omertà criminale, mafiosa, ma nel senso di quella celebre scena di American Gigolò: “Perché l’hai fatto?” “Non avevo scelta. Io ti amo”.

Condivido questa riflessione, che mi sembra cogliere molto bene il senso di questo primato confuciano della filialità (e va da sé che gli esponenti della scuola legista sopra ricordata erano, ovviamente, di tutt’altro parere). Mi pare che giovi opportunamente a ricordarci che senso di umanità e senso di giustizia (renyi) non dovrebbero percorrere strade separate.

Category: Culture e Religioni, Dibattiti, Editoriali, Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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