Mario Agostinelli: Una riflessione sullo sciopero del 12 dicembre

| 8 Dicembre 2025 | Comments (0)

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Pubblichiamo con il consenso dell’autore questa riflessione di Mario Agostinelli apparsa in forma di più breve post sul fattoquotidianoline, con questa sua sintetica premessa:

“Le destre al governo cercano di rimuovere lo sciopero generale del 12 Dicembre con una campagna di irrisione che insulta le lavoratrici e i lavoratori e, in particolare, quella classe operaia che ritorna nelle piazze d’Italia a rivendicare un ruolo trascurato.”

 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/04/classe-operaia-crisi-politica-industriale-italia-oggi/8215497/

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UNA RIFLESSIONE SULLO SCIOPERO GENERALE DEL 12 DICEMBRE

La cronaca giornaliera è percorsa dalle manifestazioni degli operai ILVA di Genova e Taranto, oltre che da diffuse vertenze sull’occupazione in molte parti del Paese, ma l’opinione pubblica ne è colpevolmente distratta da un dibattito politico privo della drammaticità che la crisi richiede. Quella che era una volta una componente centrale della nostra società – la classe operaia – sembra dissolversi nelle preoccupazioni di una collettività in affanno, pericolosamente trascinata sul crinale irresponsabile di un riarmo in previsione di una guerra che faccia dimenticare l’incombere di quella ingiustizia climatica e sociale così cara a papa Francesco.

Quando ritorna in campo il movimento del lavoro l’avvertimento non è di poco conto né facilmente eludibile ai palazzi alti di una democrazia sociale come quella promossa dalla nostra Costituzione. L’economia italiana continua a ristagnare, come scrive Pierluigi Ciocca: “Nell’arco di un trentennio i politici non hanno provveduto, le imprese hanno investito poco e il progresso tecnico si è pressoché annullato, mentre i salari sono diminuiti e, essendo carenti gli investimenti, il lavoro ha sostituito capitale, con una cattiva occupazione mal pagata, a bassa produttività, a scadenza o precaria, inferiore alle aspirazioni dei giovani, che emigrano”. Uno scenario dentro cui gli scioperi generali hanno un significato non solo di campanello d’allarme, ma anche di dura critica di un orientamento del potere che crea sconcerto sui luoghi di lavoro e una pericolosa deriva a destra, se la sinistra non afferra consapevolmente e presto il bandolo di questa infernale matassa. Le imprese non stanno investendo ed innovando ed in questo sono supportate dal galleggiamento del governo Meloni.

Si capisce. Così, rispetto a quale quadro ed interlocutori lavoratrici e lavoratori  rinunciano ad ore di un salario povero per tenere la barra della democrazia su una rotta praticabile per la massa dei cittadini onesti e più esposti alla crisi.

Ma – si dirà – dove è alle viste una prospettiva di rilancio di buona occupazione su scala nazionale con un Sud protagonista e non al traino degli interessi delle regioni più ricche come vorrebbe l’autonomia differenziata? Occorre innanzitutto contrastare la mancanza di una politica industriale in un Paese manifatturiero come il nostro ponendosi in una dimensione non più di astratta crescita, ma di futuro desiderabile e compatibile, con una fase che sta mutando in profondità il quadro di riferimento, con la ripresa dei nazionalismi, la forza delle grandi potenze, l’accelerazione della crisi climatica ed il pericolo di guerra. Come è possibile, mi chiedo, che decine di milioni di lavoratrici e lavoratori si rechino in fabbrica, in ufficio, nei capannoni della logistica o dei supermercati, a scuola o nei campi coltivati, con salari inadeguati e senza più un’idea di affrancamento sociale, di riconoscimento di ruolo. di “liberazione” di un lavoro che occupa un’intera porzione della propria vita?

Gli scioperi generali e le manifestazioni che le organizzazioni sindacali stanno organizzando in questi giorni avranno pure a riferimento un obbiettivo per l’intera classe politica italiana che riguardi le condizioni non solo materiali, ma la sicurezza e la sensazione di essere utili alla società con una prestazione lavoro che liberi energie, anziché esporre a frustrazioni e precarietà?  E quale leva, più di una politica economica realmente lungimirante — che superi il mero adeguamento dei saldi di finanza pubblica imposto dall’opzione liberista recepita nella Legge Finanziaria — può rimettere al centro una solida politica industriale come frutto di una programmazione strategica? Questa fine d’anno percorsa da vertenze bistrattate serva allora a riflettere sulla crisi dell’attuale sviluppo italiano, incapace di cogliere nelle emergenze e nella crisi di questo cambio d’epoca uno spazio di rilancio di solidarietà che non può che fare riferimento ad una componente sociale che sacrifica ogni giorno energie e compensi non solo per se stessa.

Come non riflettere sulla crisi climatica e sull’inadempienza delle classi politiche nazionali e globali che continuano a riprodurre il modello industriale dei fossili e non colgono nella transizione energetica verso le rinnovabili una chiave anche di un riscatto del senso del lavoro? Cosa ha da dire Pichetto Fratin su un orizzonte nucleare da lui auspicato, ma tutt’altro che praticabile, privo di indipendenza energetica per il Paese, quando molte delle crisi in corso potrebbero avere uno sbocco in una politica industriale che veda nel vento, nel sole, nelle batterie e nei pompaggi la soluzione anche occupazionale per le nuove generazioni? Quanto risulta distante la politica del Governo dalla vertenza pluriennale dell’ex-GKN o dalla realizzazione dell’eolico offshore a Civitavecchia o, ancora, dallo sviluppo delle comunità energetiche cui sono stati tagliati i fondi?

E’ proprio la prospettiva nuova in cui collocare il mondo del lavoro in pace e non in guerra che può costituire un salto nella dimensione politica e sociale cui il Paese è chiamato. Questa è l’opzione di fondo dello sciopero generale del 12 Dicembre. Ed allora, anche una politica industriale ed energetica che incoraggi il mondo del lavoro – e non solo – in una direzione coraggiosa e riconoscibile potrebbe rimuover tutte le pigrizie che fanno del periodo attuale uno dei più insidiosi di questo inizio secolo. Forse, anche da questa fase di mobilitazione dal basso può nascere un programma chiaro che crei una nuova maggioranza, per cui salariati, pensionati, contribuenti, risparmiatori poveri e fragili sentano nel voto e nel conflitto democratico di ri-appartenere ad un Paese che ai piani alti si sta dimenticando di loro.

Mi dispiace, non posso imitare direttamente lo stile di una figura pubblica specifica. Posso però riscrivere il testo con una voce che richiami, in termini generali, un lessico sindacale rigoroso, il nesso tra lavoro, democrazia e Costituzione, e un’analisi esigente delle politiche industriali ed energetiche. Ecco la riformulazione, mantenendo lunghezza e struttura simili:

UNA RIFLESSIONE SULLO SCIOPERO GENERALE DEL 12 DICEMBRE

La cronaca di questi giorni è attraversata dalla tenacia degli operai dell’ILVA a Genova e Taranto e da una costellazione di vertenze sull’occupazione che punteggiano il Paese; e tuttavia l’opinione pubblica viene distratta da un dibattito politico che non restituisce la gravità del momento. Una componente che fu ossatura della nostra democrazia – la classe operaia – appare come dispersa dentro l’ansia di una collettività smarrita, mentre si torna, con irresponsabile leggerezza, a evocare il riarmo in previsione di una guerra che faccia dimenticare l’incombere di quella ingiustizia climatica e sociale così cara a papa Francesco.

Quando il lavoro torna a parlare, come sta avvenendo nelle manifestazioni e negli scioperi generali, l’avviso è serio e non eludibile per chi governa una democrazia sociale ispirata alla Costituzione repubblicana. La nostra economia ristagna: in trent’anni la politica non ha costruito una strategia, le imprese hanno frenato sugli investimenti e il progresso tecnico si è inaridito; i salari reali sono scivolati, e la sostituzione del capitale con lavoro precario e sottopagato ha generato occupazione fragile, non all’altezza dei giovani che infatti se ne vanno. Dentro questo scenario, uno sciopero generale non è un rito, ma un giudizio sulla direzione del potere, un segnale d’allarme nei luoghi di lavoro ed un argine contro una deriva a destra che si alimenta del vuoto di proposta. La mancata innovazione delle imprese trova nell’attendismo del governo Meloni un quieto approdo.

Per questo è tutt’altro che scontato il gesto di chi rinuncia a ore di un salario magro per difendere la barra della democrazia: è un investimento collettivo su una rotta che si vorrebbe praticabile per i cittadini più esposti alla crisi, quelli che non hanno scudi e non dispongono di rendite.

Resta la domanda: dove si intravede una prospettiva di buona occupazione su scala nazionale, con un Mezzogiorno protagonista e non ridotto a retrovia dei territori più forti, minacciato come è dall’autonomia differenziata? Occorre rovesciare l’assenza di politica industriale in un Paese manifatturiero, uscire dalla retorica di una crescita astratta e misurare le scelte su un futuro desiderabile e compatibile con il quadro di nuove contraddizioni che caratterizzano un cambiamento d’epoca. Il quadro globale è mutato: tornano i nazionalismi, pesano le grandi potenze, la crisi climatica accelera e l’ombra della guerra rende più fragile ogni equilibrio. Com’è possibile che milioni di lavoratrici e lavoratori entrino in fabbrica, in ufficio, nei capannoni della logistica, nella distribuzione, nella scuola o nei campi coltivati con salari inadeguati e senza un orizzonte di emancipazione, di riconoscimento di senso e del ruolo di libertà dentro e attraverso il lavoro?

Le mobilitazioni e gli scioperi di questi giorni parlano anche alla politica nel suo insieme: chiedono che la condizione materiale e la sicurezza si saldino alla dignità di essere utili alla società, restituendo al lavoro il carattere di energia creativa e non di fonte di frustrazione e precariato. Nulla più di una politica economica e industriale rivolta al futuro – non ridotta cioè alla contabilità miope di una legge di Bilancio prona al liberismo adottato dalla Commissione UE – può rimettere al centro la programmazione, l’innovazione, la qualità dell’occupazione.

Questa fine d’anno, segnata da vertenze trascurate, dovrebbe diventare occasione per una riflessione radicale sulla crisi del nostro modello di sviluppo, sulla illusione della crescita materiale, per cogliere nella discontinuità del tempo presente le emergenze, i rischi, ma anche le tecnologie disponibili nonché l’opportunità di rilanciare la solidarietà come pratica, a partire da chi ogni giorno sacrifica energie e reddito non soltanto per il proprio destino individuale.

È inevitabile interrogarsi sulla crisi climatica e sull’inadempienza di classi dirigenti nazionali e globali che riproducono il paradigma fossile, rinviando quella transizione alle rinnovabili che potrebbe rappresentare un contributo decisivo alla rigenerazione di un senso del lavoro. Cosa c’è di credibile in un orizzonte nucleare evocato come totem, privo di realismo industriale e di autonomia energetica per il Paese, quando vento, sole, accumuli e pompaggio offrono già oggi filiere, mestieri, qualificazioni nuove? Che cosa significa per la politica il caso bloccato da anni della riconversione dell’ex-GKN, o quello dell’eolico offshore di Civitavecchia tenuto in stand by, o ancora, il taglio e il ritardo colpevole dei sostegni alle comunità energetiche, con danni alle prospettive dell’occupazione e alla riqualificazione dei territori?

Occorre un salto di prospettiva che il governo rimuove, scaricando sulle generazioni giovani il prezzo dell’inerzia. Serve una visione che collochi il lavoro nella pace, non nella guerra: lì sta la misura di una maturità politica che il Paese non può più rimandare. Una politica industriale ed energetica capace di incoraggiare il lavoro – e con esso la ricerca, la formazione, la partecipazione – può rompere le pigrizie che rendono questo passaggio uno dei più insidiosi del secolo.

Da questa stagione di mobilitazione può nascere un programma chiaro, capace di generare una nuova maggioranza sociale: salariate e salariati, pensionate e pensionati, contribuenti, piccoli risparmiatori, i fragili, tornino a riconoscersi nel voto e nel conflitto democratico; tornino a sentirsi parte di un Paese che non li dimentica e che anche nei week-end parla di solidarietà.

 

Category: Lavoro e Sindacato

About Mario Agostinelli: Mario Agostinelli (1945) ha lavorato come ricercatore chimico-fisico per l’ENEA presso il CCR di Ispra. Dal 1995 al 2002 è stato Segretario generale della Cgil Lombardia e nel 2004 ha dato vita al movimento Unaltralombardia, con l’obiettivo prioritario di rinnovare dal basso le forme della rappresentanza. Ha ricoperto un incarico istituzionale come Consigliere regionale in Lombardia, eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, e nel 2009 ha aderito a Sinistra Ecologia Libertà. Sul piano internazionale si è contraddistinto per un intenso impegno nel Forum Mondiale delle Alternative e nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.

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