Monica Frassoni: Un “piano verde” per uscire dalla crisi

| 5 Dicembre 2014 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 5 dicembre 2014 l’intervento di Monica Frassoni, presidente del Partito verde europeo a cui segue un testo del Partito Verde Europeo pubblicato nello stesso numero di www.sbilanciamoci.info

 

Possiamo considerarla una massima generale, che casca a pennello nel caso dell’“Investment Plan for Europe”, il piano d’investimenti presentato, il 26 novembre scorso a Strasburgo, dal Presidente della Commissione, Jean Claude Juncker: un documento che manca di ambizione, di mezzi appropriati e di obiettivi qualificanti.

I motivi alla base dell’iniziativa Juncker sono chiari e largamente condivisi, almeno a parole: l’economia ha bisogno urgente di una boccata di ossigeno, che significa “necessità di nuovi investimenti” e l’Europa deve fare la sua parte. Ma investire su cosa e quanto? Il livello d’investimenti pubblici diretti da parte dell’Ue è di circa 21 miliardi di euro, che dovrebbero agire come una “leva” per creare 315 miliardi di euro in totale, cioè un rapporto davvero miracoloso secondo il quale 1 euro dal fondo dovrebbe creare 15 euro di investimenti. Si tratta peraltro in gran parte fondi riallocati: solo 5 mld proverrebbero dalla BEI (la Banca Europea per gli Investimenti); i restanti 16mld di euro, invece, verrebbero sottratti o congelati dal budget Ue per fare da garanzia; non si sa ancora da quali progetti, ma è stato lo stesso Juncker a fare riferimento ai programmi Horizon 2020 e Connecting Europe Facility che potrebbero vedersi privati di almeno 8mld di euro.

Conseguenza questa inevitabile della sciagurata decisione di ridurre in modo consistente il Bilancio dell’UE nel periodo 2013/2020, che riduce all’osso, appena all’1% in relazione al PIL, l’intero bilancio UE. All’origine, è bene sottolinearlo, l’idea pare fosse di reinvestire i fondi di “emergenza” restituiti da Portogallo e Irlanda messi a disposizione nel Fondo Salva stati. Ma il veto teutonico ha bloccato sul nascere questa idea. E cosi, Juncker si è adattato, senza andare a cercare altre fonti possibili di finanziamento.

Come potrebbero essere la proposta di Tassa sulle transazioni finanziarie, oggi finita in un binario semimorto e comunque con aliquote molto deboli; o la repressione di frode ed evasione fiscale, che potrebbero portare 100 miliardi di euro in più di entrate da dirottare almeno in parte nel misero bilancio UE e da investire nell’economia reale.

Il punto più problematico è comunque il come s’intende spendere questi soldi. Nella testa di Juncker e della maggioranza degli stati membri si tratta di dare la priorità a grandi infrastrutture (tunnel, autostrade, aereoporti, treni ad alta velocità, gasdotti…): le liste che si preparano ricordano quando negli anni 90 la Commissione ricevette centinaia di progetti infrastrutturali che poi mise nel famoso piano di Reti Transeuropee, rimaste per lo più incompiute.

L’approccio del documento appena approvato dai Verdi al PE “Un piano di investimenti Verde” è radicalmente diverso; si concentra sia su come trovare i denari che su come spenderli per assicurare un massimo profitto non per chi investe, o almeno non solo, ma anche e soprattutto per gli europei e spiega che i cambiamenti climatici e la scarsità delle risorse possono diventare una grandissima opportunità per uscire dalla stagnazione nella quale ci dibattiamo.

L’accento è messo sulle riforme necessarie a garantire un clima favorevole agli investimenti e su tre priorità di spesa di livello europeo: l’uscita dalla dipendenza dai fossili, investendo in energie rinnovabili, interconnessioni, efficienza energetica, in particolare sul patrimonio abitativo.

La seconda priorità concerne le politiche locali, dalla mobilità, all’educazione, la lotta all’esclusione, la salute, l’alimentazione e agricoltura: tutti settori chiave per accompagnare il cambio di paradigma verso una società nuova.

La terza priorità è l’investimento nell’innovazione sociale “verde”; dalla sfida digitale alla ricerca mirata a offre soluzioni sostenibili e accessibili in una società sempre più divisa e ineguale. Nessuna di queste proposte è irrealista o utopica. Quello che da qui a giugno sarà necessario fare, anche attraverso il monitoraggio dei progetti presentati a livello nazionale e un duro lavoro legislativo sulla definizione dei criteri di attribuzione, è fare in modo che le proposte del Piano Verde possano trovare uno spazio di discussione e di reale applicazione. E’ una delle sfide dei prossimi mesi.

 

 

THE GREENS  (EUROPEAN FREE ALLIANCE): Meno disuguali in un clima migliore

(www.sbilanciamoci.info del 5 dicembre 2014)

 

Euro manovre/750 miliardi per avviare una transizione economica verde. Tutte le proposte per rendere l’Europa più sostenibile

Questo piano di investimenti Verde è volto ad affrontare in tempi brevi il deficit cronico di investimenti pubblici e privati che caratterizza ormai l’Europa (in tempi brevi perché la finestra di opportunità per farlo è già stretta) e contrastare le tendenze deflazionistiche sempre più frequenti negli Stati membri.

È questa, infatti, la prima condizione necessaria per mobilitare le capacità economiche dell’Ue e per ridistribuirle verso un modello economico capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo: la lotta contro il cambiamento climatico e il degrado ambientale globale, così come la lotta contro la povertà e le disuguaglianze all’interno e all’esterno dell’Ue.

Il Piano Verde per gli Investimenti prevede, innanzitutto, una serie di azioni rapide da mettere in atto entro i prossimi tre anni. Le risorse necessarie per evitare che il nostro pianeta oltrepassi la soglia critica di 2 gradi di surriscaldamento, richiedono un minimo di 750 mld di euro di investimenti pubblici e privati. Ci vuole quindi un pacchetto di 750 mld di euro per gli anni 2015-2017, 1/3 del totale proveniente dal settore pubblico e 2/3 da quello privato, di denaro “fresco”, vale a dire fondi nuovi e non riallocati.

Come mobilitare nuovi fondi? Il piano si basa su due meccanismi che non prevedono l’aumento della pressione fiscale sulle famiglie, né di deficit e debito pubblico, vale a dire: l’attivazione di imposte differenziate (tecnica nota come ” frontloading “) e l’istituzione di un fondo di risparmio per l’energia. Il piano può, quindi, essere attuato nel rispetto degli impegni di bilancio assunti dagli Stati membri.

Per uno sviluppo sostenibile, però, non bastano tanti soldi, ma servono investimenti di qualità e orientati verso settori che sono coerenti con l’obiettivo di battere i cambiamenti climatici e uscire dalla crisi. Da tempo si continua ad investire male, come accade nel settore delle infrastrutture di trasporto, dove l’uso incauto di fondi pubblici per progetti non sostenibili a livello ambientale e sociale (ad esempio il progetto Stuttgart21, la Lione-Torino o gli aeroporti regionali) ha portato per decenni ad allocare le risorse in modo inefficiente. Non possiamo più ripetere questi errori.

Inoltre, una parte significativa delle risorse previste dal piano saranno erogate per i servizi di interesse generale, ad esempio nel settore dell’energia, dei trasporti o dell’acqua, in gran parte controllati dalle autorità pubbliche e, quindi, soggetti alla responsabilità democratica.

Le nostra priorità sono la creazione di un’Unione per l’Energia Verde (basata su efficienza energetica ed energie rinnovabili), le politiche di prossimità, dalla mobilità alla salute, l’innovazione sociale ed ecologica.

Per quanto riguarda il futuro del Piano di Investimenti, post 2018, la seconda parte del piano prevede fondi aggiuntivi derivanti dalla riprogrammazione e dalle riforme del quadro finanziario pluriennale (MFF) durante la revisione post-elettorale che avrà luogo nel 2016, dalla la verifica dei risultati dei Fondi Europei e di Investimento (ESIF) del 2019, come così come, a partire dal 2020, dalle nuove opportunità di finanziamento nell’ambito del nuovo quadro finanziario pluriennale 2020+. Questi momenti serviranno come trampolino di lancio per continuare sul tracciato già creato dal piano.

 

 

Category: Ambiente, Economia, Osservatorio Europa

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