Loretta Napoleoni: Critico il neoliberismo ma il modello cinese non è perfetto

| 15 Giugno 2011 | Comments (0)

 

 

 

 

 

 

 

Nel numero 169 di aprile-giugno 2010 di Inchiesta è stato analizzato Maonomics . In questa intervista Loretta Napoleoni risponde alle domande della sinologa Amina Crisma

D Il dinamismo della Cina “laboratorio del futuro”  è  incisivamente rappresentato in Maonomics, che vi contrappone la senilità dell’Occidente “incapace di uscire dal pantano del post-moderno” (p.8), e la critica della retorica occidentale svolta fin dalle prime pagine del libro è indubbiamente molto efficace: è certamente assurda la convinzione occidentale di rappresentare il migliore dei mondi possibili, e di aver vinto la guerra fredda, ecc. ecc.. E ancora, appaiono particolarmente efficaci le pagine che ci ricordano  quanto l’Occidente, in tema di diritti umani, applichi “due pesi e due misure” (pp.320 sgg.), e quanto tenda di fatto a svuotare e svilire la nozione stessa di “democrazia”.Molto convincente risulta, dunque, la critica sviluppata da Loretta Napoleoni nei confronti di questa retorica ipocrita, e nei confronti di tutte le favole che troppo spesso ci vengono raccontate, nonostante le molte e clamorose smentite degli ultimi anni, circa “le magnifiche sorti e progressive” del neoliberismo. Appare inconfutabile che l’Occidente retrocede, “perdendo per strada valori conquistati attraverso secoli di lotte sociali”. E’ in proposito una polemica sacrosanta, quella che Maonomics sviluppa. Ma alla fine nel libro non si corre il rischio di sostituire questa retorica con un’altra retorica, opposta e speculare, fondata a sua volta sullo stereotipo di una univocità cinese: la Cina rappresentata come un tutt’uno compatto, che “va avanti e migliora di giorno in giorno”?Non si rischia di accreditare un’immagine monolitica (e a sua volta ideologica) della “sinità”?

R In realtà io non ho scritto che il modello cinese è  il modello perfetto. Quello che ho cercato di spiegare è che in una economia globalizzata, in cui  tutto viene accentrato in un sistema unico, il modello cinese è strutturato meglio del nostro. Ed è un paradosso perchè la globalizzazione è un fenomeno promosso dal neoliberismo: noi, le nazioni occidentali più forti, apriamo mercati e questo sistema neoliberista si diffonderà in tutto il mondo e ci darà la possibilità di aumentare i nostri profitti  perchè noi siamo l’economia leader in questo settore. Tutto questo non è però accaduto ed è capitato esattamente il contrario: chi  ha più guadagnato dalla globalizzazione è stata soprattutto la Cina ed altre economie emergenti come il Brasile o l’India. Perchè è accaduto tutto questo? Perchè la Cina è una entità monolitica e anche se dal punto di vista economico è una nazione capitalista dal punto di vista politico continua ad essere un sistema comunista con un controllo centralizzato dell’economia che le ha permesso di sfruttare al massimo tutte le fasi del processo di globalizzazione. La mia critica è tutta rivolta al nostro sistema e l’attenzione a quanto accaduto in Cina permette di dare una risposta al perchè la globalizzazione non sia stata per noi così positiva. La conclusione è che da noi c’è stato uno scollamento tra la gestione dell’economia e quella della politica. In altri termini la nostra politica non ha saputo dirigere, non dico controllare ma dirigere, lo sviluppo dell’economia. Ad esempio la delocalizzazione di alcune produzioni dall’Occidente in Cina è stato un errore di cui oggi ci rendiamo conto. I cinesi infatti oggi producono i prodotti che prima producevamo noi in  modo più economico e  migliore. Sarebbe stato importante un governo illuminato che avesse previsto queste conseguenze negative ma questo governo non c’è stato. E’ questo che ho cercato di precisare descrivendo il modello cinese.

D Come leggere le istanze di Tian Anmen? Siamo sicuri che la posta in gioco lì vada ricondotta alla “ confusione del capitalismo con la democrazia” (p. 18)? E si può parlare di “popolazione” in Cina come soggetto collettivo indifferenziato e unanime? I “cinesi” non sono forse una pluralità di soggetti diversi, latori di spinte diverse e magari anche conflittuali?

R No, secondo me i cinesi hanno un grado di omogenità molto più elevato del nostro. Il concetto di individualismo che  stato celebrato da noi dal modello neoliberista negli ultimi venti anni, in Cina non esiste. Anzi in Cina l’individualismo è visto intellettualmente e culturalmente  in modo negativo. L’uomo solo non esiste; deve essere sempre inserito all’interno di una  collettività. E’ vero che il modello di sviluppo economico in Cina è avvenuto in modo identico a quello nostro sfruttando i mezzi di produzione, sia il lavoro che il capitale, con modalità capitaliste ma il capitalista cinese  si sente  sempre inserito in un network di uguali che lo rende più partecipe degli interessi collettivi di quanto non avvenga da noi. Per i fatti di Tian An men l’interpretazione che ho dato, e che ritengo ancora sia quella  giusta, è che  non si trattava di un processo democratico. Il concetto di democrazia in Cina è completamente diverso da quello che c’è da noi. Quello che si manifestava era un desiderio di maggiore benessere con la richiesta di una maggiore apertura economica perchè si credeva che il benessere occidentale fosse legato al processo di democratizzazione. Anche chi sosteneva una lotta democratica in realtà sosteneva una giustizia economica. C’era quindi una confusione, che esiste tuttora, tra democrazia e capitalismo che sono invece due cose completamente diverse.

D Perché descrivere la Cina come un Paese “isolazionista e poco curioso”, “disinteressato al mondo”? (pp. 72-73). E’ forse poco interessante per capire la Cina d’oggi leggerne la grande e densa storia interculturale (penso, ad es., ai dieci secoli di assorbimento del buddismo, così profondamente riplasmato e riconfigurato attraverso tale vicenda rispetto alle sue origini indiane )?Insomma, la dimensione della storia con la sua articolazione concreta, con le sue differenze (ad es. cosmopolitismo dei Tang/ isolazionismo Ming…) è del tutto superflua per interpretare la Cina del presente, e del futuro?

R La Cina originariamente si chiamava il Regno di Mezzo. I cinesi si  sentivano e si sentono al centro del mondo dove però il mondo è  rappresentato dalla Cina nel suo complesso. I cinesi hanno perciò un tipo di curiosità intellettuale completamente diverso dalla nostra perchè hanno una formazione filosofica e intellettuale completamente diversa dalla nostra. La Cina è infatti un paese enorme, un continente. E’ un paese che ha una cultura  di cinquemila anni che ha resistito dal punto di vista culturale ai cambiamenti della storia e ha mantenuto la sua identità. I cinesi non sono curiosi del resto del mondo e non hanno il desiderio di colonizzare il resto del mondo. Quello che interessa ai cinesi è la protezione della Cina. Sono molto nazionalisti e patriottici ma in un senso positivo in quanto pronti a difesa della nazione. Mentre da noi parlare di nazionalismo spesso indica atteggiamenti e comportamenti negativi da colonizzatori; essere nazionalisti per i cinesi significa soprattutto essere pronti a  proteggere la propria nazione.  In questo senso ho parlato della Cina come paese isolazionista e poco curioso sul resto del mondo.

D Sul confucianesimo: certo Yu Dan è un interessantissimo fenomeno mediatico, ma ricondurre alla sua lettura gli insegnamenti di Confucio non è forse eccessivamente riduttivo (p. 155)? Il successo di teleprediche e telepredicatori rassicuranti non è forse un fenomeno globale più che una peculiare specificità cinese? Non sarebbe più interessante, invece che prendere senz’altro per buono (con tutto il suo implicito conformismo) il mito identitario della “sinità confuciana” (che Lionel Jensen, ad esempio, in un suo provocatorio saggio dichiara senza mezzi termini “un’invenzione  dei gesuiti”), cercare di coglierne le intime tensioni e le contraddizioni? Non sarebbe, ad esempio, interessante cercare di scandagliare gli elementi di conflitto intrinseci alla tradizione confuciana (penso alla polarità di “obbedienza” e “rimostranza”, con tutte il suo potenziale di implicazioni significative, non solo per il passato, ma per il presente e il futuro, come ha fra l’altro suggerito in alcune sue belle pagine Amartya Sen)? In fin dei conti, quando si parla di “identità millenaria” non è forse in gioco il progetto di una “comunità immaginata” con accentuate caratteristiche di “nazionalismo culturale” ?

R Io credo  che, per  per capire perchè i  cinesi facciano riferimento a Confucio, il concetto  da tener presente è quello di gerarchia. E ancora una volta ci troviamo di fronte al nostro diverso modo di intendere l’individualismo. Noi non riusciamo a vedere la gerarchia senza provare del fastidio perchè siamo individualisti  e vediamo la gerarchia in  contrasto con il concetto di democrazia.  In Cina invece l’accettazione della gerarchia non è basata sulla contrapposizione con la democrazia. Anche perchè in  Cina il concetto di gererachia, in Confucio, è sempre stato collegato a quello di meritocrazia. In Cina il figlio del contadino poteva diventare mandarino se superava gli esami. C’è quindi sempre stata in Cina una mobilità verticale meritocratica per cui la classe al vertice non è mai stata una struttura immobile come l’aristocrazia in Occidente ma una struttura mobile, interclassista.

D “Per salvare la nostra democrazia dobbiamo guardare a Oriente, a chi ancora sta lottando per conquistarla, e non a chi a casa nostra l’ha ridotta a mero strumento di potere personale” (p.322): il discorso sulla Cina, si ribadisce nella conclusione di Maonomics, è funzionale alla critica alla nostra democrazia, sempre più monca e zoppa e svuotata di sostanza. Non so, e sarei davvero curiosa di sapere, se nel formularla Loretta Napoleoni avesse in mente quelle stimolanti osservazioni sulle potenzialità democratiche del Paese di Mezzo di John Dewey durante il suo celebre viaggio in Cina all’inizio degli anni Venti (e che oggi sono fra l’altro riproposte all’attenzione da coloro che nutrono la convinzione che si possa in futuro realizzare, all’insegna del pragmatismo confuciano e deweyano, una nuova intesa fra USA e Cina, tagliando fuori la vecchia, decrepita Europa). Ma d’altro canto, altre e diverse immagini si sono associate alla Cina come prefigurazione del mondo futuro: penso al “totalitarismo di un mondo uniforme, che pulsa tutto allo stesso ritmo” di cui parlava Etienne Balasz nella “Burocrazia celeste”, oppure all’”incubo confuciano”, “l’incubo degli ultimi uomini” di cui parlava Max Weber (l’incubo di un mondo divenuto “gabbia d’acciaio”, e totalmente risolto nell’accettazione supina dell’esistente). Sono queste immagini del tutto prive di fondamento?

R Non vedo assolutamente una possibile alleanza tra Stati Uniti e Cina contro l’Europa. E’ molto più probabile, al contrario, che ci siano delle tensioni continue tra Stati Uniti e Cina mentre l’Europa può giocare una sua carta nei confronti della Cina come sta facendo ad esempio il premier anglosassone David Cameron che attualmente sta definendo rapporti diplomatici e commerciali con la Cina. Questa allenza delle nazioni europee con la Cina è essenziale per la nostra sopravvivenza perchè l’Europa è destinata a una decadenza economica massiccia. Non mi sembra però, questa è la mia opinione, che l’Europa stia veramente sfruttando questa possibilità di allearsi con la Cina. Cameron è il primo a muoversi in questa direzione.

D Come valuta tutta la vicenda che ha visto lo scontro tra Google e la Cina? La diffusione di siti occidentali in Cina può avere una qualche inflenza sul sistema politico e sociale cinese?

R Tutta questa vicenda è servita soprattutto a Google per farsi propaganda e alla fine Google è rimasto in Cina e il governo cinese  gli ha rinnovato la licenza. E stata tutta una montatura e la vicenda è nata dal fatto che Google non è riuscita a conquistare la fetta di mercato che sperava. In Cina il motore di ricerca cinese Baidu è infatti molto più popolare anche per la sua maggiore padronanza della lingua cinese mentre Google ha avuto dei problemi perchè è basato fondamentalmente sulla lingua inglese.  E’ facile prevedere che la Cina sarà presto  una delle nazioni leader in tutte le nuove tecnologie. Sta già diventando una nazione  leader nell’area  delle energie rinnovabili e penso che nel lungo periodo si affermerà anche nell’area delle tecnologie informatiche. Il nuovo Google non nascerà in Europa o negli Stati Uniti ma in Cina.

D Xi Jinping, recentemente designato come successore di Hu Jintau alla presidenza della Cina a partire dal 2012, potrebbe mutare lo scenario politico cinese ?

R Un nuovo leader  potrebbe cambiare qualche cosa nella politica cinese perchè quando fu eletto Hu Jintao ci fu un ritorno alla politica di protezione dei lavoratori e quindi quella che può essere definita una sterzata a sinistra nella politica cinese. Bisogna vedere come si comporterà il nuovo leader e non è facile fare previsioni perchè questi leader si presentano abbastanza enigmatici. Fino ad oggi però tutti i leader che si sono avvicendati hanno presentato soprattutto caratteristiche di pragmaticità ed è probabile che anche il nuovo leader abbia queste stesse caratteristiche.

D L’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo è stata molto criticata dal governo cinese. Come valuta la possibilità che da parte del governo cinese ci sia una apertura alla dissidenza politica interna?

R Per quanto riguardo l’apertura democratica in  Cina io non credo che avverrà  nel breve periodo anche perchè la Cina non sembra essere  interessata a questo. La voce di questo premio Nobel è in realtà una voce molto occidentale. Sono battaglie portate avanti da individui eccezionali che richiedono però, per essere ascoltate,  una formazione culturale e intellettuale troppo occidentale. Il cinese medio non è interessato a queste battaglie e non sa nemmeno chi sia questo premio Nobel. Bisogna fare attenzione. Noi vediamo il mondo come un riflesso di noi stessi. Ma non è così. Il mondo è infinitamente più complesso.  La Cina non si aspettava la decisione di dare un Nobel per la pace a un cinese dissidente e  ha vissuto questa designazione come un affronto  reagiendo come avrebbero reagito gli americani a una situazione analoga. La Cina non vuole  che dall’esterno ci sia qualcuno che la condizioni.

D Ci sono state reazioni in Cina al suo libro?

R Il mio libro sta per essere tradotto in cinese ed è stato acquistato da una importante casa editrice. Il titolo Maonomics è stato cambiato  con il titolo che era stato scelto all’inizio: Ha vinto Marx. Per capire come sarà valutato il libro bisognerà attendere la sua uscita in lingua cinese.

Amina Crisma è docente di Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Bologna e di Sinologia al Master di Studi Interculturali dell’Università di Padova. Questa intervista è stata pubblicata in Inchiesta 170, 2010

Category: Economia, Osservatorio Cina

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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