Carlo Formenti: Renzi e il Capitalismo 2.0 visto da Don Tapscott

| 28 Ottobre 2014 | Comments (0)

 

 

DIBATTITO SULLA STORIA DEI RAPPORTI TRA CAPITALE E LAVORO. Diffondiamo da blog micro-mega del 28 ottobre 2014


Il capitalismo? Finito, almeno nella forma che aveva assunto nell’era industriale. A emettere la sentenza non è un neo marxista radicale che, con la crisi, vede finalmente approssimarsi il “crollo” dell’odiato nemico, né un economista che annuncia l’irreversibile transizione dall’era del capitale industriale a quella del capitale finanziario. L’autore del vaticinio, pubblicizzato da un articolo dell’Huffington Post  è Don Tapscott, noto tecnoentusiasta e apologeta della rivoluzione digitale, nonché coinventore di concetti come intelligenza collettiva, innovazione collaborativa, crowd sourcing (la potenza produttiva delle folle interconnesse via internet), ecc.

Di questo signore, come di altri profeti del paradiso digitale a venire, mi sono occupato in un libro di tre anni fa (“Felici e sfruttati”, Egea Editore) nel quale dimostravo come dietro le loro tesi sulla “socializzazione” di massa di produzione e consumo, si nasconda la realtà di un capitalismo di nuovo tipo, fondato sullo sfruttamento del lavoro gratuito di milioni di prosumer; e come la rapida crescita del settore in cui questa nuova forma di sfruttamento è più radicata (cioè la cosiddetta economia digitale), sia uno dei più potenti propulsori della finanziarizzazione dell’economia, dell’economia del debito, dell’aumento della disuguaglianza e del super sfruttamento della forza lavoro.

Ora Tapscott torna alla carica affermando che, se il termine non fosse stato “bruciato” dal marxismo, la parola socialismo sarebbe la sola adatta a descrivere il Capitalismo 2.0 che sta crescendo sotto i nostri occhi. Citando le preoccupazioni crescenti per i devastanti effetti economici, politici e sociali per la crescita della disuguaglianza espresse da economisti come Piketty, dalla nuova presidentessa della Federal Reserve americana, nonché da molti capitalisti “illuminati” e da testate al di sopra di ogni sospetto come l’Economist e il Financial Time, Tapscott sostiene che causa di tutto ciò sono i “vecchi” capitalisti che si ostinano a condurre i loro affari inseguendo i profitti immediati e ignorando i vantaggi che un’economia più “verde”, immateriale e “social” potrebbe arrecare al mondo intero e a loro stessi.

Non si tratta – Dio non voglia! – di ripudiare il mercato, la proprietà privata o di abbandonare il “sano” principio di uno Stato sempre più “minimo” e lontano dal perseguire velleitari progetti “dirigisti”. Basterebbe semplicemente assecondare l’onda spontanea dell’innovazione che monta irreversibile dalle nuove generazioni impegnate a cambiare il mondo attraverso social networking, social business, social government, social entertainment e “social tutto”.

Smontare queste tesi è fin troppo facile (l’ho già fatto in varie occasioni). Qui mi limito a osservare quale splendida accoglienza avrebbe ricevuto Dan Tapscott se avesse partecipato a quell’orgia di peana all’innovazione che si è alzata nei giorni scorsi alla Leopolda. Da quando è andato in pellegrinaggio a Silicon Valley, Matteo Renzi non ha smesso un solo minuto di celebrare le magnifiche sorti e progressive che attenderebbero un’Italia finalmente capace di incamminarsi a sua volta sulla strada della rivoluzione digitale.

I giovani che ha chiamato a raccolta con lo slogan “qui ci sono le persone che creano lavoro”, e che ha illuso sulla possibilità di costruire dal basso un’economia sociale e cooperativa in cui diventerebbero tutti “imprenditori di se stessi”, vengono così mobilitati contro la resistenza dei “nostalgici” che ostacolano l’innovazione; con la differenza che il bersaglio indicato da Renzi – che rivela così il suo cuore di destra – non sono i vecchi capitalisti bensì i vecchi operai, i milioni di persone che mentre lui raccoglieva gli applausi del ceto medio emergente alla Leopolda, marciavano a Roma contro precarietà, flessibilità, salari da fame, disoccupazione, sotto occupazione. Manifestavano perché sanno che l’innovazione renziana, esattamente come quella celebrata da Tapscott, peggiorerà ulteriormente le loro condizioni, senza regalare il roseo futuro che viene promesso alle giovani generazioni.

 

Category: Dibattiti, Economia

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About Carlo Formenti: Carlo Formenti, Nato a Zurigo nel 1947. Laureato in Scienze Politiche a Padova, di formazione marxista, negli anni 1970 milita nel Gruppo Gramsci, nato dalla disgregazione del Pcd'I. Dal 1970 al 1974 lavora come operatore sindacale della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici come responsabile provinciale per gli impiegati e i tecnici. Dopo lo scioglimento del Gruppo Gramsci, partecipa alla fase iniziale dell’esperienza dell’Autonomia Operaia ma nella seconda metà degli anni settanta se ne allontana progressivamente. Dal 1980 al 1989 è caporedattore del mensile culturale Alfabeta. Lavora poi nella redazione culturale de L'Europeo, e in quella del Corriere della Sera. Nel 1980 pubblica per Feltrinelli La fine del valore d'uso, dedicato alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro indotte dalle tecnologie. Nel 1991 pubblica Piccole apocalissi (Raffaello Cortina Editore). Con il volume Incantati dalla Rete (Raffaello Cortina Editore, 2000), inizia a sistematizzare la sua analisi sulle dinamiche di rete. Nel saggio successivo Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy (Einaudi, 2002) affronta la new economy, la libertà della rete e i rapporti col capitalismo. A chiudere la trilogia sulle mutazioni economiche e antropologiche portate dalla diffusione di Internet (iniziata con Incantati dalla rete e proseguita con Mercanti di Futuro), scrive Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina Editore, 2008). Con il libro Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (Egea, 2011) affronta il tema del lavoro cognitivo e del suo sfruttamento. La seconda parte del libro termina con un'analisi post-marxista sul tema del plusvalore nella società digitale[5][6]. Nel 2002 è professore a contratto di Teoria e tecnica dei nuovi media presso il l’Università di Lecce. Dal 2006 è ricercatore e professore aggregato presso la stessa facoltà[7

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