Francesca Frassoldati: I “villaggi nella città” di Canton

| 30 Dicembre 2009 | Comments (0)

 

 

 

 

Questo articolo di Francesca Frassoldati, professore associato alla South China University of Technology, School of Architecture, è stato pubblicato in “Inchiesta” 166, ottobre-dicembre 2009, pp. 91-96

 

Ogni mese in Cina sono migliaia gli scontri fra contadini e autorità locali, esito di requisizioni forzose dei terreni agricoli. I dati ufficiali diffusi nel giugno del 2009, data d’approvazione dell’ultima legge nazionale per la trasformazione dei terreni agricoli e la protezione della produttività, registravano 50.000 episodi fra il 2003 e il 2008. Le controversie sono in numero ancora maggiore se si presta attenzione alle cronache locali frammentarie, alle voci insistenti fra i dirigenti e i tecnici dello sviluppo territoriale nelle amministrazioni di città grandi e piccole, alle frasi di contestazione esposte negli angoli poco frequentati o ai margini delle grandi opere pubbliche. Nonostante il governo centrale punti a mantenere un’elevata produzione agricola, solo poche regioni garantiscono una redditività agricola così elevata da opporsi all’urbanizzazione. La tendenza generale è che il mercato immobiliare guida l’urbanizzazione. Espandere la città, grazie all’inurbamento di nuova popolazione e di nuove opportunità di lavoro, è un’attività conveniente per i governi locali: promuovere una rapida espansione urbana, tanto alle periferie delle grandi metropoli quanto negli agglomerati minori, infatti, aumenta la liquidità dei bilanci municipali e talvolta degli individui, in caso di corruzione. Anche i grandi progetti di rinnovo urbano, il riassetto dei centri direzionali e degli spazi commerciali muovono interessi delle amministrazioni e di gruppi privati. Crescita e trasformazioni urbane procedono così con un’elevata discrezionalità nelle requisizioni e le occasioni di dispute si moltiplicano. Soprattutto i collettivi rurali residui sulle aree di frangia delle città sono combattivi, perché ben avvisati della rivalutazione dei loro suoli, una volta entrati nel mercato immobiliare urbano. Queste aggregazioni di popolazione che vivono in nuclei edificati consolidati, all’interno delle aree in trasformazione, sono conosciute come “villaggi nella città”. Il passato di villaggi rurali sedimenta qui una memoria altrimenti estinta; gli adattamenti al presente urbano introdotti dalla popolazione attuale diventano originali azioni dal basso; l’incerta regolazione, infine, li rende scomodi per i governi locali. I villaggi nella città sono dunque un confronto obbligato fra trasformazione centralizzata da un lato e interessi consolidati dall’altro; sono, ancora, un’immersione nella distribuzione dei benefici e nella democraticità del processo di urbanizzazione, nella identità sociale urbana e in cosa significhi costruire la città.

È opportuno richiamare la sostanziale differenza fra abitanti delle aree urbane e rurali in Cina. In modo molto semplificato, la Rivoluzione aveva definito una identità (hukou) rurale per chi provvedeva direttamente al proprio sostentamento, prima tramite il lavoro nelle comuni agricole e successivamente con suoli assegnati ai nuclei familiari nei collettivi agricoli e servizi organizzati sul posto. Lo hukou urbano, limitato ai lavoratori nelle industrie e nei servizi urbani, vincolava invece al razionamento e al welfare dello Stato (lavoro, abitazione, educazione, salute). Oggi, i residenti urbani benestanti possono acquistare secondo le disponibilità beni e servizi, esclusi i suoli Statali su cui vivono; in ampia misura accettano acriticamente i progetti di trasformazione della città, appagandosi di un reale o promesso apprezzamento sul mercato degli immobili e delle attività individuali, nel quadro di benessere sostenuto dalle amministrazioni locali. Viceversa la progressiva trasformazione dello hukou rurale ha legato la popolazione rurale al luogo di nascita, in cambio di una sostanziale legittimità a far fruttare i terreni assegnati come se si trattasse di una proprietà. I collettivi rurali più intraprendenti nelle regioni in crescita hanno così scoperto il mercato immobiliare: hanno migliorato le abitazioni esistenti e introdotto appartamenti per affitti, o trasformato i campi in capannoni, fuori dai vincoli dei piani riservati ai suoli urbani di Stato. I governi locali hanno risposto con le requisizioni forzate delle proprietà collettive in nome dell’interesse dello spazio urbano normato, per uniformare i regolamenti urbanistici e introdurre diritti edificatori formali. La requisizione nega un’identità collettiva precedente e monetarizza il valore dei suoli agricoli, ma è possibile compensare un’appartenenza urbana di fatto e pari condizioni di mercato immobiliare? Se c’erano teoriche basi egualitarie nell’identità urbana e rurale, si affidano ora a questa negoziazione frammentata.

Canton (oggi più frequentemente chiamata con il nome cinese Guangzhou) è una delle grandi città che offrono la più ampia casistica di “villaggi nella città”. È il capoluogo di una regione che dal 1978 ha sperimentato l’apertura al mercato, al commercio, alle imprese non centralizzate e alle contrattazioni urbanistiche. I collettivi rurali hanno trasformato subito parte dei suoli in impianti industriali, o hanno realizzato strutture per l’industria da subaffittare e, successivamente alla liberalizzazione dell’offerta immobiliare, hanno avviato investimenti residenziali per diverse fasce di reddito, fuori da ogni prescrizione di piano. Per un certo periodo, Canton ha sperimentato una mediazione unica nel contesto cinese, offrendo compensazioni ragionevoli per i terreni agricoli espropriati e accettando di fatto i nuclei costruiti dei collettivi rurali nello spazio fisico della metropoli, senza condividerne né regolarne le dinamiche. La città cresceva come mai prima, sia assecondando i bisogni di una popolazione maggiore e con più alte richieste di benessere abitativo, sia per i grandi progetti di costruzione di un’immagine metropolitana magniloquente. I diritti collettivi sui suoli sono diventati in molti casi il capitale condiviso di vere e proprie società di investimento immobiliare. Le aree su cui insistono i villaggi nella città, trasformati senza regole urbanistiche e con densità inimmaginabili, spesso nel cuore delle più grosse trasformazioni immobiliari odierne, sono diventate sempre più difficili da espropriare. In altri casi, invece, situazioni più periferiche preoccupano per i benefici di una collocazione metropolitana (servizi, trasporti, reti di fornitura), senza i corrispondenti oneri. Le proprietà dei collettivi rurali e gli interessi urbani sono arrivati così a scontrarsi.

Per la popolazione con hukou rurale, l’appartenenza al villaggio – inteso sia come lo spazio fisico che come rete sociale del collettivo – è l’unico sistema di sicurezza rispetto all’urbanizzazione e all’inurbamento. Gli abitanti rurali privati della possibilità di sostenersi tramite l’agricoltura, in seguito alla requisizione dei suoli produttivi, hanno nei suoli collettivi edificati la principale fonte si sostentamento all’interno del sistema urbanizzato. Per la popolazione con hukou urbano, ovvero i cittadini formali, non è facile capire le ragioni dei collettivi rurali urbanizzati, o riconoscere gli interessi diffusi sui suoli edificati: dal loro punto di vista i collettivi sono stati compensati per le requisizioni dei suoli coltivabili, hanno in seguito riedificato le abitazioni esistenti, lucrano sul subaffitto e in tutto questo sono molto diversi dall’immagine dei contadini fondatori della Patria.

I villaggi nella città non sono, dunque, un tema univoco. Sono piuttosto una discontinuità nella società inurbata che si sta consolidando in Cina, rispetto ad almeno tre temi fondamentali: la definizione di cittadinanza, le possibilità di azione collettiva dal basso, la proprietà e l’intraprendenza immobiliare privata. Spesso in questi villaggi si concentra la massima mobilità sociale, con gli originari contadini arricchitisi affittando stanze aggiuntive agli ultimi inurbati, attratti dalle possibilità di lavoro in città.

C’è, infatti, una utilità dei villaggi nella città per il sistema urbano. I migranti temporanei, che non possono accedere al formale mercato immobiliare urbano, trovano nei villaggi una naturale accoglienza: lavoratori a giornata, operai, ristoratori, camerieri, tassisti, artigiani e prestatori di servizi alla metropoli ufficiale, possono vivere all’interno del tessuto commerciale della metropoli, con meno formalità e minori costi. I villaggi non sono periferici, né per localizzazione né per funzioni. Paradossalmente, gli abitanti della metropoli e dei villaggi vivono in spazi contigui e svolgono funzioni urbane complementari, ma uno hukou urbano o rurale li distingue formalmente: i diritti sono determinati in base al luogo di nascita. Una società economicamente mobile come quella cinese contemporanea, ha progressivamente istituzionalizzato forme di cittadinanza urbana limitata, secondo la capacità economica. La cittadinanza, la mobilità sociale e l’accesso ai servizi secondo la capacità di spesa degli individui sono il prezzo della trasformazione funzionale in una società urbana di mercato.

Non è quindi strano che, in uno Stato che ha la prevalente proprietà esclusiva dei suoli, un governo metropolitano stia sperimentando accomodamenti per normalizzare ogni enclave di proprietà collettiva: la cessione di ogni diritto sui suoli in cambio di nuovi appartamenti standardizzati e un più chiaro status amministrativo nei registri urbani; radicali rinnovi urbani entro i termini dei piani urbanistici, partecipazione alle reti di servizio della città e compartecipazione ai benefici successivi; rifiuto di ogni trattativa davanti alla rigidità dei collettivi. Insieme alla proprietà collettiva, gli intenti di rinnovo urbano tendono però a cancellare altre caratteristiche peculiari dei villaggi, come la densa stratificazione del tempo e gli spazi comunitari degli usi quotidiani, a misura d’uomo.

I casi specifici di queste discontinuità fisiche riconoscibili ci portano dentro la difficile coesistenza della memoria urbana e della città contemporanea. Il villaggio nella città mantiene tradizioni vissute quotidianamente; assorbito dall’urbanizzazione, può farsi storia urbana o scomparire. Shipai è un villaggio ai margini del recente polo commerciale e direzionale di Canton, su cui gravitano circa 50.000 persone, di cui poco più di 9.000 membri del collettivo originario. Su una superficie di circa un chilometro quadrato, al netto delle progressive requisizioni, si raggiungono densità inimmaginabili di affittuari, grazie alla sopraelevazione dei lotti originari e all’aggiunta di volumi in aggetto. Questa nuova tipologia edilizia è definita “condomini delle strette di mano”, perché la distanza fra le finestre ai lati opposti della strada è così ridotta che consente di darsi la mano uno con l’altro. Ci sono migranti affollati in cerca di fortuna, laboratori e negozi, mercati e ristoranti di strada, studenti dei vicini campus, tassisti e addetti dei centri commerciali, succursali dei centri commerciali stessi, profittatori e taglieggiatori, qualche ladro e stranieri curiosi di entrare in questo delirio metropolitano. Gli abitanti originari vivono prevalentemente in nuovi edifici, lontano dalle aree più dense, ma mantengono le rituali case degli antenati in buone condizioni e vi si riuniscono per le periodiche riunioni del comitato che – senza più affari agricoli da amministrare – gestisce affitti e lavori edilizi. Liede era un villaggio con ottocento anni di storia, che è venuto a trovarsi sull’asse dell’attuale centro direzionale; ora è solo un grande cantiere. Il collettivo di Liede ha negoziato il rinnovo edilizio totale con la municipalità. Nel 2008 la tradizionale barca in legno per la regata del drago, simbolo del clan familiare più antico, è stata definitivamente collocata nel nascente museo d’arte in corso di costruzione a qualche centinaio di metri di distanza. Nel 2009 la tradizione della festa del drago è stata evocata con una parata senza canali e senza barche, a beneficio dei pochi residenti originali rientrati per l’occasione e dei futuri abitanti: la tradizione è diventata spettacolo per una delle future aree residenziali più esclusive di Canton. Oltre a prezzi al metro quadro comparabili con le capitali europee, questo centro direzionale potrà vantare una storia urbana ormai immateriale, affidata a identità ricostruite, ma con un’originalità certificata nei fogli di rilievo degli edifici tradizionali presso una delle università locali. Geshan si trova nelle aree più recentemente raggiunte dal rinnovo urbano, a sud del fiume delle Perle. La densità non è così elevata e il rapporto fra abitanti originari e affittuari è di circa 1 a 2. I ristoranti di strada e il fornito mercato ortofrutticolo sono frequentati dai residenti, dagli utenti dei grandi ospedali e dei due campus universitari limitrofi; c’è una grande concentrazione di negozi di abbigliamento eccentrico, per la presenza dell’Accademia di Belle Arti, molti studenti, parrucchieri più o meno equivoci, e una gradevole passeggiata pedonale lungo il canale ombreggiata da freschi viali. L’atmosfera un po’ bohémien è guardata con sospetto dai pianificatori e i cantieri sui perimetri sono sempre più aggressivi. Nell’isola della nuova città universitaria esistevano fino al 2002 oltre una dozzina di villaggi in un contesto esclusivamente rurale; i quattro villaggi superstiti sono oggi incastonati come aree buie nel chiaro disegno geometrico dei dieci campus. Gli abitanti espropriati sono stati trasferiti in e le requisizioni non sono state pacifiche. Sotto i viadotti e nei parchi, si vedono ancora antichi edifici; altri sono stati smontati e ricollocati in un villaggio-museo, sulla stessa isola. Nel 2006, quattro anni dopo le requisizioni, si trovava ancora un insediamento nascosto di baracche e tende, dove viveva chi avevano rifiutato gli indennizzi e l’ordine di abbandonare l’isola; solo poche decine di persone ricordavano quanti avevano rinunciato alla propria identità.

È dunque difficile parlare unitariamente dei villaggi nella città; ognuno ha una storia precedente, clan secolari o tradizioni miste. E diversa è la trasformazione: la localizzazione e la volontà del governo municipale di indirizzare lo sviluppo urbano determinano come la memoria urbana potrà esistere. Accanto ad ogni villaggio si sviluppano grattacieli, strade ampie e rettilinee, edifici multipiano e guardiole di accesso. Non si capisce se i villaggi nella città sono solo una residua fase di transizione, prima della definitiva sostituzione con la città pianificata per compartimenti rigidi. La commistione fra attività e persone diverse, proprio delle comunità urbane tradizionali, contrasta con la Canton cresciuta negli ultimi 15 anni. Oggi i villaggi sono uno choc per gli abitanti urbani a causa del sovraffollamento, dei materiali caotici, dell’inadeguato accesso alle reti fognarie, dell’incerta proprietà rispetto alla città “normale” e dell’intensivo sfruttamento dei suoli. A differenza degli slum di altri paesi emergenti, i villaggi cantonesi hanno un ordine codificato che segue regole di familiarità, parentela, appropriazione e cura dei suoli e degli spazi comuni in cui il gruppo familiare allargato si riconosce come struttura collettiva. La collocazione degli edifici rilevanti, delle strade, degli specchi d’acqua, non è casuale. I collettivi rurali hanno aggiornato aspettative, mezzi e abitudini, mantenendo fra gli individui un legame con il passato molto personale e domestico. Le case degli antenati, i luoghi in cui i clan familiari ricordano e riconoscono i fondatori del loro lignaggio, continuano a costituire la memoria e l’identità stessa del villaggio. Zhucun, nella periferia orientale di Guangzhou, era un villaggio compatto e denso, a lungo analizzato dall’università che si occupa di architettura tradizionale. È ancora un villaggio compatto e omogeneo nelle mappe, che ha mantenuto il ritmo delle case tradizionali, il passo delle porte di ingresso, gli specchi d’acqua su cui si affacciano le principali case degli antenati secondo i principi del feng shui. Ora però non c’è edificio residenziale che non sia stato trasformato in multipiano, con attività commerciali o artigianali al piano terreno e vani in aggetto ai piani superiori. Mantenuta la morfologia dell’impianto urbano, le tipologie edilizie sono del tutto nuove e dominate dai colori rosa, celeste e verde dei rivestimenti ceramici: il villaggio si è arricchito promuovendo alcune industrie; le famiglie allargate hanno riedificato e arricchito le pertinenze con nuovi vani da affittare agli immigrati addetti nelle fabbriche locali. Le famiglie arricchite accudiscono e rinnovano continuamente le case degli antenati. Sono comparsi colori e smalti sgargianti, perché anche gli antenati partecipino della nuova visibilità, rinnovando una continua fruizione popolare, invece di fare invecchiare un luogo con la patina del tempo apprezzata dalla tutela filologica.

Il villaggio porta allora dentro la città forme, spazi e relazioni sconosciuti alla metropoli: i percorsi lungo i canali sono fatti per essere camminati e non per le pubblicità immobiliari; gli spazi aperti davanti alle case degli antenati, fanno ritrovare il tempo delle ricorrenze o delle partite quotidiane a dama e mahjong. Il villaggio porta una relazione diretta con la memoria, con il tacito controllo comunitario degli spazi; rinnovando le case degli antenati e reinventando le forme e i dettagli tradizionali tenta risposte tangibili alla domanda “chi siamo diventati?”. I villaggi, per l’area in rapido sviluppo del Delta delle Perle, sono ammortizzatori sociali informali per regolare l’inurbamento nelle fasi di maggiore espansione economica, con rischi limitati e senza interventi dello Stato. Hanno accolto, offrendo stanze e appartamenti con pochi controlli formali, chi diversamente avrebbe alimentato slum precari o avrebbe richiesto programmi di edilizia pubblica. Alcuni dei villaggi nella città sono ripopolati da compatti gruppi regionali; anche una grande comunità africana che lavora nelle micro-commercio internazionale si è mescolata con chi cerca solo soggiorni a breve termine. Come in ogni concentrazione umana accidentale, certo i villaggi nella città ospitano sia chi ambisce alla città di diritto, sia chi profitta delle zone indefinite o illegali. Il resto della metropoli non è altrettanto aperto.

Le mescolanze impreviste di esperienze diverse, compreso il rischio, sono elementi della democrazia urbana e della cittadinanza. Sono elementi che la sociologia urbana rimpiange nelle espansioni urbane omogenee e monotone, in cui gli spazi comuni sono tanto più grandi quanto maggiore è l’insediamento pianificato, preferendo la possibilità di controllo esterno da parte di polizie pubbliche e private alla percezione di uno spazio urbano confortevole. Tanto le municipalità che i cittadini del nuovo benessere sentono questi spazi come più sicuri, perché confermano la raggiunta capacità economica con l’omogeneità e una forte segregazione sociale. La civiltà che si specchia in questi disegni è un’idea mercificata di abitare e di città, che sostituisce l’immaginario pubblicitario alla comunità. Nel contesto cinese non è difficile capire che le municipalità vogliano un rinnovo dei villaggi nella città che riduca l’apertura e sostituisca una relazione sociale di appartenenza alla comunità con il controllo poliziesco di una nicchia omogenea e circoscritta, senza un proprio tessuto sociale urbano. L’incoerenza, non solo cinese, è allora che tutta la popolazione “urbana” si dirige alla ricerca di aree con un’omogenea capacità di spesa, esclusive e senza possibili conflitti: questi obiettivi collettivi, che rispecchiano l’idea di città commerciale e moderna diffusa nella classe media così come nelle scuole di architettura e pianificazione, individuano oggi con molta fatica delle forze di aggregazione urbana nelle città che crescono.

Il limite di contatto fra la metropoli e ciò che rimane del tessuto urbanizzato dei villaggi nella città è forse l’ultimo incontro forzato fra ordini diversi di aggregazione; sarà il campo d’azione per chi disegnerà la Cina urbana di domani e governerà i conflitti di identità fra nuovi progetti e memorie costruite. Ora, in tempi di crescita rallentata, molti migranti espulsi da fabbriche e cantieri edilizi rientrano nei luoghi di origine, aggiungendo un altro capitolo alla flessibile mobilità lavorativa senza costi per lo Stato. Molti pianificatori pensano che non serva una onerosa risposta municipale alla trasformazione dei villaggi e alla disoccupazione urbana dei migranti che non trovano ora occupazione, avendo la città evitato di rispondere in modo regolato a queste forme di inurbamento. Probabilmente per i villaggi nella città questa è un momento cruciale: sapranno trasformarsi per esistere ancora all’interno della città, trovando altre domande inespresse da soddisfare?

Qualche risposta è nei diversi modi in cui i villaggi nella città di Canton sono vissuti, in questa fase di transizione sociale e urbana. Persone che vivono fuori della loro terra originaria e tradizionale; abitanti originari che emigrano; abitanti originari spaesati nel ritrovare il luogo e se stessi in un contesto diverso, a volte rientrandovi solo in occasioni speciali, per brevi periodi di comparazione con quanto sono diventati nel frattempo; utenti esterni ed estranei che ne adottano gli spazi. A cercare le strade dei villaggi nella città erano prima i migranti che vi ritrovavano una dimensione comunitaria e informale. Ora una élite avveduta ed educata, che si interroga su dove siano le radici, cerca i villaggi più riconoscibili per trovare le tradizioni, le immagini dell’infanzia e della speranza da introdurre ai bambini cresciuti in un quotidiano fatto di marchi globali e centri commerciali.

Il nome stesso di “villaggio” riconosce una autenticità, forzata a nuovi contesti; il villaggio è negli stessi spazi, ma trasformato per sempre dall’interno e in rapporto con l’esterno. I villaggi nella città, sempre più compatti e costretti entro i limiti fissati dalla città in espansione, non hanno possibilità di ritorno all’originale, ma possono ancora trasformarsi elasticamente, con la capacità propria dei luoghi in cui la memoria si è stratificata. Xiaozhou è uno di questi luoghi: sconosciuto parco agricolo nella parte meridionale di Canton fino a qualche anno fa, con molti rancori per essere stato congelato nelle attività rurali senza poter profittare appieno dell’urbanizzazione, ora è ripopolato di piccole gallerie d’arte e sale da tè che hanno riaperto edifici abbandonati. È un ambiente amato per fotografi in cerca di angoli tradizionali e un’attrazione durante le ricorrenze festive che gli abitanti rimasti continuano a rinnovare. Un marketing efficace e il passaparola hanno trovato questo mercato di nicchia. I tempi diversi hanno consentito il riconoscimento del valore culturale di Xiaozhou. Il rinnovo autosostenuto nella tradizione ininterrotta ha così risposto efficacemente alla città contemporanea ufficiale, cresciuta per idee di sviluppo immobiliare, grandi visioni di governo metropolitano ed in manifesta discontinuità con il passato recente.

Sino a quando esisteranno i villaggi nella città, Canton potrà vantare alcuni luoghi urbani in cui gli usi tradizionali non sono mai diventatati del tutto storia. Le poche brevi interruzioni nei codici dei villaggi sono state le ricadute locali della Storia più drammatica, come durante la Rivoluzione culturale. Ci sono stati conflitti fra individui o gruppi familiari, sparizione di alcune antiche famiglie legate a quelle terre, progressivi aggiustamenti negli equilibri locali fino all’emergere di ruoli nuovi nella nascente burocrazia e nella struttura di partito. Gli ultimi sessanta anni nei villaggi citati in precedenza – Shipai, Geshan e Xiaozhou – hanno visto la coesistenza di strutture politiche diverse, senza una totale compenetrazione o cancellazione reciproca.

I villaggi nella città, con tutte le contraddizioni dell’essere non pianificati attori della scena urbana, non sono musei. Anche i collettivi rurali dentro la città difendono un’identità sociale e una visibilità sulla base dell’abitare e della localizzazione. Per quanto potranno sopravvivere al mercato, richiameranno una responsabilità anche simbolica della città rispetto alla tensione per la mobilità sociale e la capacità di accoglienza immateriale e anche fisica. Gli spazi dei villaggi sono infine i laboratori in cui anche la conservazione e il restauro degli edifici e dei tessuti urbani storici potranno avere significati diversi dalla ricostruzione a fini turistici. Forse non sarà una rivoluzione, ma una prova di limitata autodeterminazione per la memoria della nuova popolazione urbana.

 

Riferimenti bibliografici

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C. Ding, Y. Song (2005) (a cura), Emerging Land and Housing Markets in China, Lincoln Institute of Land Policy.

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F. Wu – A.G.O. Yeh (2006), Urban Development in Post-Reform China. State, Market, Space; Routledge.

 

 


Category: Osservatorio Cina

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