Antonella Ceccagno: La Cina,WeChat,la competizione tra sistemi e i cinesi d’Italia

| 3 Agosto 2022 | Comments (0)

(Illustrazione di Mario Improta, 2020)

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Diffondiamo da SINOSFERE del 24 luglio 2022 (www.sinosfere.com) per gentile concessione della rivista e dell’autrice.

Nelle prime fasi della pandemia, mi è capitato di leggere un articolo scritto da una dei pochi sinoitaliani che scrivono sulla stampa italiana, dove, con una qualche dose di orgoglio, si spiegava quanto fossero organizzati i cinesi in Italia nel far fronte alla pandemia. E si chiariva come questo fosse possibile grazie a un gran numero di gruppi Wechat che collegavano tra loro i cinesi in Italia e offrivano informazioni tempestive. Più o meno in contemporanea, un amico mi mandava un articolo in cinese1) che, anche questo, mostrava l’efficacia dei cinesi a Prato, Milano e altre città italiane nell’adottare le misure di prevenzione al Covid-19, chiudendosi in casa, osservando la quarantena ed essendo d’aiuto a chi si trovava in quarantena. Questo articolo metteva in rilievo il ruolo cruciale giocato dall’Ambasciata e dalle altre rappresentanze del governo cinese in Italia nel creare reti di informazione e sostegno che univano i cinesi in Italia.

È stato a partire da questi spunti, e contemporaneamente dall’evoluzione nella gestione della pandemia in Cina, che, insieme alla collega Mette Thunø, ho iniziato a riflettere sulla nuova “governance digitale” della Cina nei confronti della propria diaspora.2)

Infatti, la gestione della pandemia ha segnato un momento cruciale nella storia recente della Cina perché il Partito-stato cinese è riuscito a trasformare la severa crisi politica legata al suo approccio iniziale al virus in un’occasione storica per contenere il virus e rovesciare la propria posizione e immagine a livello globale. La gestione della pandemia ha comportato anche un rafforzamento dei legami con la diaspora cinese con modalità completamente nuove, e questo è l’aspetto su cui si è focalizzata la nostra ricerca. Volevamo esplorare i modi in cui la Cina – un potente stato diasporico – sta rimodellando il suo spazio transnazionale3) principalmente attraverso l’uso delle tecnologie digitali interattive; contemporaneamente volevamo capire se e in che modo durante la pandemia i diasporici abbiano partecipato al rimodellamento dello spazio transnazionale cinese rafforzato e oggi maggiormente controllato che in passato. Ci siamo chieste quali risorse politiche e materiali siano state mobilitate in Cina durante la pandemia in relazione ai diasporici; quali siano stati i modi di inclusione discorsiva e sociale che hanno avvicinato come mai prima il partito-stato ai suoi diasporici. E ancora, se il sostegno e la vicinanza delle istituzioni cinesi ai cinesi transnazionali abbiano favorito, grazie alle tecnologie interattive, serrate pratiche di vigilanza sociale inter-diasporica e sorveglianza da parte del partito-stato e delle sue istituzioni transnazionali.

Per farlo, abbiamo adottato una prospettiva multi-scalare che teneva in considerazione: 1. i discorsi politici cinesi a livello nazionale rivolti alla diaspora cinese; 2. la mobilitazione di istituzioni e risorse a livello locale in Cina in relazione alla diaspora; 3. l’agency dei cinesi transnazionali soprattutto attraverso la partecipazione a network digitali. Analizzando insieme queste tre scale – nazionale in Cina, locale in Cina, e transnazionale – è stato possibile evidenziare quanto i processi di coinvolgimento e monitoraggio dall’alto fossero connessi e integrati con approcci di partecipazione transnazionale dal basso.

Web 2.0: WeChat come tecnologia digitale interattiva

Le tecnologie digitali interattive che permettono modi di interazione sincronici hanno radicalmente cambiato le possibilità e le modalità di mobilitazione di gruppi diasporici. E la pandemia è stata l’occasione per la creazione di una miriade di nuovi legami interpersonali virtuali.

Per quanto riguarda la Cina, la piattaforma digitale interattiva (prevalentemente) social in lingua cinese WeChat è stata usata in modo intensivo durante la pandemia per rafforzare lo spazio transnazionale interattivo tra il Partito-stato cinese e la diaspora cinese. WeChat è stata arena di trasmissione e scambio di aiuti, discorsi, pratiche e forme di controllo, in un intreccio di top-down e bottom-up, aprendo così scenari prima inimmaginabili. Vale la pena ricordare che WeChat, controllata dallo stato cinese, è usata mensilmente da 1,2 miliardi di persone nel mondo, e tra queste sono incluse almeno 100 milioni di persone al di fuori dalla Cina.4)

Questo scenario inedito apre nuove prospettive su quale sia il rapporto tra tecnologia e governance della diaspora quando lo stato diasporico è una superpotenza autoritaria come la Cina.

Il discorso nazionale cinese sulla diaspora durante il Covid-19

Come è noto, nel mondo le persone di discendenza cinese hanno partecipato attivamente alla lotta contro il Covid-19 in Cina inviando donazioni in denaro o dispositivi di protezione individuale (DPI) alla città di Wuhan. WeChat è stata l’applicazione generalmente usata per il trasferimento di denaro.

Nel giro di breve, e con il diffondersi del virus, la direzione degli aiuti si è invertita: quando il virus ha raggiunto il resto del mondo, i cinesi in Italia prima, e poi quelli in molti altri paesi hanno ricevuto DPI e supporto dalla Cina. In particolare, lo stato cinese offriva sostegno alla diaspora per contrastare l’ondata di razzismo contro la Cina e le persone dai tratti asiatici che montava in molte parti del mondo, e lo faceva soprattutto approvando azioni pubbliche di aperta protesta nei paesi di residenza contro questa discriminazione. Si tratta di un comportamento sostanzialmente nuovo visto che la Cina fino ad allora tendeva a non incoraggiare esplicitamente i diasporici a difendere i propri diritti nelle società in cui vivevano.

Inoltre, mentre ostacolava il ritorno in Cina dei cinesi transnazionali per evitare un’ulteriore diffusione del virus sul proprio territorio nazionale, il partito-stato cinese elogiava i suoi cittadini all’estero e i discendenti di cinesi per la loro dedizione alla madrepatria e per l’autodisciplina nel difendersi dal virus – quell’autodisciplina che abbiamo visto tracimare negli articoli citati sopra. I diasporici venivano invitati ad apprendere come diventare un modello (mofansheng 模范生) nell’osservare le regole per contenere il Covid-19 perfino prima che queste venissero adottate nei paesi di residenza. I cinesi che vivono a Prato venivano indicati come il modello da seguire in questo senso.5)

Discorsivamente, durante la crisi del 2020, la stampa cinese ha presentato i diasporici cinesi come soggetti patriottici, potente simbolo di unità transnazionale in tempi di avversità. In un discorso pubblico il presidente Xi Jinping li elogiava come eroi nella lotta al virus al pari degli eroi che si erano distinti sul territorio cinese.6) Veniva enfatizzato lo stretto rapporto tra il Partito-stato e i diasporici, e la diaspora cinese veniva ufficialmente inclusa nella lotta collettiva cinese contro il virus. Nel contempo il partito-stato veniva narrato non solo come competente e capace di sconfiggere il virus ma anche come compassionevole e amorevole verso la propria diaspora.

È interessante notare come la capacità della Cina di essere vittoriosa (nella lotta al virus) venisse presentata come legata ai “geni culturali” (wenhua jiyin 文化基因) del popolo cinese e alla “fiducia nella cultura cinese” (wenhua zixin 文化自信).7) Questo approccio ufficiale alla diaspora è stato poi riproposto a cascata dai media cinesi in Europa diretti ai diasporici.

Insomma, il discorso ufficiale cinese sui diasporici durante il primo anno di pandemia ha rafforzato un concetto di cinesità extra-territoriale teso ad attrarre ulteriormente i diasporici nell’orbita del partito-stato sulla base di un’identità cinese distintiva ed essenzializzata. In un contesto di etno-nazionalismo accentuato, la narrazione della Cina come campione mondiale nella lotta contro il Covid-19 e modello per il resto del mondo veniva trasmessa alla diaspora cinese affinché la facesse propria e la propagasse.

Mobilitazione a livello locale: Zhejiang e Fujian

 Il discorso sulla Cina come madrepatria premurosa e compassionevole verso la propria diaspora è stato messo in pratica attraverso la tempestiva mobilitazione del Dipartimento del lavoro del fronte unito (DLFU) in particolare in Zhejiang e Fujian, le aree di partenza di gran parte dei migranti cinesi dagli anni 1980 del secolo scorso. Un’imponente infrastruttura di governance transnazionale veniva dunque attivata contando su ingenti risorse materiali e sull’enorme capacità di mobilitazione resa possibile dalla nuova e articolata struttura digitale potenziata.

In marzo 2020, dal Zhejiang, le prime tonnellate di DPI venivano spedite in dono alle associazioni cinesi in Italia e alle istituzioni mediche italiane; una settimana più tardi il primo gruppo di medici cinesi, seguito poi da altri, arrivava in Italia per offrire assistenza medica agli ospedali italiani e ai residenti cinesi. Contemporaneamente, veniva attivata una piattaforma di consultazione medica insieme a 700 gruppi WeChat che offrivano assistenza a distanza 24 ore su 24 agli emigrati del Zhejiang.8) Anche dal Fujian venivano mandati in Italia team di medici e venivano create 205 hotlines per fornire supporto alla lotta al virus, e 26 gruppi WeChat che offrivano consultazioni con medici specializzati sia in medicina occidentale che occidentale.9)

L’impegno concreto, immediato e serrato per raggiungere i diasporici, soprattutto attraverso l’uso di WeChat e la mobilitazione di associazioni, networks, e individui all’estero per offrire protezione dal virus mette in evidenza l’enorme capacità della burocrazia cinese di organizzare ed espandere il proprio spazio transnazionale.

L’esplosione di gruppi Wechat in Italia

Per capire il modo in cui i cinesi transnazionali hanno risposto alla ridefinizione e al rafforzamento dello spazio diasporico cinese durante la pandemia, tra giugno 2020 e febbraio 2021 abbiamo incontrato, di persona o online, persone cinesi e sinodiscendenti che vivono in Italia. Alcuni tra gli intervistati ricoprivano una posizione in qualche modo pubblica, e questo li metteva in contatto con un gran numero di altri diasporici. Questo ha permesso loro di offrire un quadro articolato delle pratiche e delle narrazioni condivise. Inoltre, per tutto il 2020 abbiamo osservato come la questione Cina/pandemia/cinesi d’Italia veniva discussa sui media italiani e su quelli rivolti ai cinesi in Italia.

L’Italia era un buon punto di osservazione sui comportamenti dei diasporici non solo perché è il paese in Europa con il più alto numero di cinesi residenti, ma anche per la particolare posizione del governo italiano che per tutto il 2020 è stato particolarmente in sintonia con Beijing (vedi sotto), diversamente dagli altri grandi paesi europei – Francia, Germania, Regno Unito – che sono stati apertamente critici verso la Cina e la sua gestione della pandemia.

L’elemento più significativo che è emerso è stato un proliferare di gruppi WeChat. Attraverso i cosiddetti “gruppi di leadership per l’emergenza contagio” (yiqing yingji lingdao xiaozu 疫情应急领导小组), informazioni e raccomandazioni ufficiali, contatti per ricevere/distribuire gratuitamente DPI e narrazioni sull’evolvere della pandemia e sul ruolo della Cina nella lotta alla pandemia circolavano rapide.10) Un nostro intervistato ha spiegato che i DPI e i kit di medicinali venivano distribuiti secondo un preciso ordine di precedenza basato sulle reali necessità delle diverse aree italiane.

L’ambasciata e i consolati hanno mobilitato le associazioni cinesi invitandole a pattugliare le aree urbane dove ci sono importanti insediamenti cinesi e WeChat si è rivelato strumento cruciale e efficace per il coordinamento di queste attività. Ad esempio, WeChat è stato usato per gestire il problematico ritorno di circa 600 operai, che avevano trascorso in Cina la Festa di primavera, e una volta arrivati a Prato non potevano tornare a vivere insieme ad altri lavoratori. Per loro andavano organizzati luoghi di quarantena separati, e i gruppi WeChat creati ad hoc hanno garantito che tutto funzionasse.11) Lo stesso è successo a Roma e in altre città dove le associazioni cinesi e anche singoli imprenditori venivano mobilitati per mettere a disposizione hotel e case dove alloggiare le persone in quarantena.

L’attenzione delle associazioni cinesi e di gruppi di volontari nel far rispettare le regole di prevenzione al Covid-19, usando gruppi WeChat come forma organizzativa, in alcuni casi finiva per diventare una vera e propria forma di vigilantismo, come nel caso raccontatoci da un’intervistata: il presidente di un’associazione cinese nella città in cui vive cercava di controllare ogni minimo spostamento dei cinesi residenti nell’area “di pertinenza” della sua associazione, sollecitando apertamente il sostegno degli stessi cinesi residenti nell’area nell’opera di vigilanza in modi che sconfinavano nella violazione della privacy. Casi come questo fanno riflettere su come durante il periodo pandemico siano emerse forme inedite di controllo diasporico.12)

Per i cittadini cinesi che lavoravano per le istituzioni italiane o cinesi in Italia e per gli studenti sponsorizzati dal governo cinese era obbligatorio far parte di uno specifico gruppo WeChat istituzionale, che non veniva scelto individualmente ma veniva indicato dall’alto, come ci ha raccontato un’intervistata:

“Quelli che lavorano negli Istituti Confucio hanno il loro gruppo WeChat. Visto che il Confucio è la mia istituzione di riferimento in Italia, ho iniziato anch’io a partecipare al loro gruppo ma mi hanno detto che dovevo uscirne e stare nel mio gruppo WeChat dello Hanban, oltre a partecipare al gruppo WeChat della mia università in Cina.”

Nelle aree dove i cinesi erano meno numerosi e mancavano le associazioni cinesi o queste non erano particolarmente attive, cittadini cinesi o sinodiscendenti venivano invitati a creare appositi gruppi WeChat. Ad esempio, nell’aprile 2020 un giovane avvocato, che chiameremo Marco, è stato invitato da un consolato cinese ad attivare un gruppo WeChat in cui è stata inclusa la quasi totalità delle famiglie cinesi in una regione italiana per la distribuzione di DPI.

Non tutti i gruppi WeChat sono stati istituiti ex novo, ma spesso gruppi esistenti entravano a far parte del network. A Roma, ad esempio, sono stati mobilitati perfino i gruppi WeChat dei supermercati cinesi che, insieme alle offerte speciali, diffondevano prescrizioni, informazioni, DPI e narrazioni ufficiali cinesi sulla pandemia:

“Buona parte delle informazioni e DPI dall’ambasciata sono stati diffusi attraverso i supermercati [cinesi]… che portavano direttamente a casa dei clienti le mascherine fornite dall’ambasciata … ben presto l’ambasciata si è resa conto che i supermercati erano meglio delle associazioni [per la distribuzione di DPI].”

 Insomma, nel 2020, supporto materiale e psicologico, informazioni e discorsi sono stati trasmessi tra i diasporici tempestivamente e continuativamente dalle istituzioni cinesi in Cina e in Italia, e tra i diasporici stessi, spesso a cascata in modo che gli stessi link e le stesse informazioni fossero presenti in diversi gruppi WeChat e il messaggio potesse essere diffuso in maniera capillare anche tra quelli che non potevano essere raggiunti direttamente.

 Processi di sintonizzazione con lo spazio transnazionale cinese

Questo processo di mobilitazione non è stato un movimento semplicemente dall’alto verso il basso ma in qualche modo circolare: se il Partito-stato cinese si è mostrato compassionevole e inclusivo verso i cinesi transnazionali, a loro volta un gran numero di diasporici si è attivamente sintonizzato e ha accettato e riproposto – in parte o in toto – le linee guida, le pratiche e i discorsi cinesi, diventando quindi parte attiva nella ridefinizione dello spazio transnazionale cinese.

Il caso più eclatante di interazione tra strategie dall’alto e agency dal basso è quello del giovane avvocato citato sopra. Fin dagli inizi della pandemia, Marco aveva attivato in maniera indipendente una serie di gruppi WeChat, ognuno con circa 400 partecipanti. È stata forse la sua capacità di mobilitazione di diasporici che ha indotto poi il consolato ad affidargli il compito delicato di rappresentare le istituzioni cinesi nella distribuzione di informazioni e DPI in una regione italiana. Questo è avvenuto nonostante all’epoca Marco non fosse legato ad alcuna associazione ufficiale cinese; al contrario, durante l’intervista ha raccontato di aver avuto una serie di piccoli scontri, diretti e indiretti, con qualche associazione cinese.

Questo caso, dunque, evidenzia in maniera chiara come le istituzioni cinesi sul territorio italiano abbiano dato prova di grande pragmatismo e flessibilità nell’individuare e incanalare le energie individuali di un outsider con buone capacità organizzative all’interno della vasta macchina organizzativa e del ciclopico obiettivo di raggiungere la grande maggioranza dei diasporici, e nel chiedergli di assumersi responsabilità simili a quelle delle tradizionali associazioni ufficiali cinesi. In parallelo, l’agency di Marco è stata evidente: nella lunga intervista con lui, è emersa chiaramente la sua volontà di sintonizzarsi con la macchina statale cinese apportandovi la sua energia e il suo impegno. Inoltre, per portare a termine il suo compito al meglio, Marco ha raccolto i dati personali di tutte le famiglie che ricevevano DPI e li ha trasmessi al consolato, partecipando così attivamente al monitoraggio generalizzato.

In generale, secondo i nostri intervistati, molti diasporici cinesi durante la pandemia erano allineati al discorso ufficiale cinese e riproponevano slogan diventati virali su internet in Cina. Ad esempio, molti riproponevano la presa in giro dei paesi occidentali che di fronte alla pandemia non sapevano nemmeno “copiare i compiti” (chao zuoye 抄作业) dalla Cina, aderendo così alla narrazione della Cina come avanguardia e modello.

Altri, identificandosi pienamente con il discorso cinese, riproponevano l’immagine della Cina compassionevole verso i diasporici e i paesi suoi alleati. Ad esempio, discutendo dei respiratori che l’Italia aveva comperato dalla Cina (in un primo tempo narrati in Italia in maniera ambigua, tanto da sembrare donati dalla Cina), un intervistato ci teneva a ribadire che all’Italia la Cina forniva i ventilatori a condizioni particolarmente vantaggiose:

“Certo i respiratori sono stati comperati [e non donati] ma a prezzi calmierati. Ho controllato su internet … Il governo cinese ha stilato una lista delle ditte certificate che potevano vendere all’estero. Dovevano venderli a prezzo bloccato, e dovevano garantire la qualità o il governo cinese ci avrebbe rimesso la faccia. E noi non vogliamo certo rischiare di perdere la faccia.”

Tra i diasporici, lo sforzo delle istituzioni cinesi veniva percepito come positivo. Un’intervistata ha raccontato che la sua università in Cina aveva specificamente creato un gruppo WeChat per monitorare il piccolo numero di professori che in quel periodo insegnavano all’estero e attraverso quel gruppo, la sua temperatura veniva monitorata due volte al giorno, ogni giorno. Sebbene l’intervistata percepisse come invasivo il controllo della temperatura, non percepiva il gruppo WeChat come una forma di controllo. Al contrario, era attenta a comparare i vantaggi competitivi offerti dalla partecipazione a un gruppo WeChat piuttosto che a un altro in termini di informazioni e aiuto pratico. Per lei come per molti altri i densi networks di coordinamento e monitoraggio realizzati attraverso i gruppi WeChat, per quanto diretti dall’alto e in alcuni casi imposti, non erano forme di controllo ma modi tangibili di accudimento e protezione da parte della madrepatria.

È stato esattamente perché il Partito-stato cinese e i suoi rappresentanti in Italia hanno saputo raggiungere i diasporici unendo pratiche di accudimento e protezione da una parte e discorsi essenzializzanti sulla cinesità dall’altra che molti cinesi in Italia si sono facilmente sintonizzati con le pratiche e il discorso della Cina. La Cina – ricca di una lunga tradizione di sostegno e monitoraggio delle sue comunità diasporiche – è cioè riuscita a estendere in modo massiccio la sua occupazione di uno spazio cinese transnazionale interattivo e a questo molti diasporici hanno risposto positivamente percependo questa governance transnazionale in termini di attenzione amorevole e di community building.

La competizione tra sistemi

 In contemporanea, dalle interviste è emerso un forte orgoglio nei confronti della Cina, un orgoglio che si nutriva della contingenza pandemica per estendersi all’ammirazione per la Cina come superpotenza in fieri. A sua volta questo alimentava l’apprezzamento per il sistema politico cinese.

Anticipando in qualche modo un dibattito che ora si sta imponendo sempre più, alcuni tra i nostri intervistati già nel 2020 offrivano una lettura della realtà globale basata sulla competizione tra sistemi politici ed esprimendo aperto apprezzamento per il sistema politico-sociale autoritario cinese, considerato superiore in maniera evidente al sistema politico-sociale democratico.

Alcuni sembravano echeggiare il discorso ufficiale cinese che, quando Wuhan stava uscendo dall’isolamento pandemico, narrava il sistema politico cinese come “quello più promettente, efficace, vitale, affidabile e capace al mondo”.13) Ad esempio, nell’intervista, un negoziante di Prato comparava i modesti vantaggi del sistema democratico dove vengono garantite le libertà individuali con i vantaggi di gran lunga superiori del sistema autoritario cinese dove viene garantita la sicurezza urbana. Una maggior sicurezza per le strade, spiegava, valeva bene una limitazione nelle libertà individuali. Benché questo ragionamento dica molto sul fatto che a Prato i cinesi sono spesso vittima di furti e aggressioni per strada senza essere protetti dalle istituzioni,14) è chiara la spiccata preferenza per il sistema politico sociale cinese. Sulla stessa linea d’onda un intervistato di Roma poneva una domanda retorica: “Cos’è la privacy se manca la sicurezza pubblica?”.

Un altro intervistato proponeva il modello cinese come parte di un più ampio modello asiatico che dovrebbe essere emulato anche in occidente:

RISPOSTA: Una nazione è come una grande azienda, come una multinazionale. Quando l’azienda deve affrontare una crisi crea un consiglio straordinario che ha potere su tutto. Quando la difficoltà è maggiore serve unità ma questa unità in Italia non c’è stata. Troppa libertà in Italia …

DOMANDA: È il modello cinese?

RISPOSTA: È il modello aziendale, e quindi un modello che va usato quando si è di fronte alla crisi. Non è un modello cinese, è un modello asiatico. … Taiwan ha fatto meglio della Cina ma in ogni caso il governo cinese ha attuato il modello aziendale in modo eccellente, il miglior modo possibile. Hai familiarità con il concetto di guiju (规矩)?15) Sta tra legge e moralità, lo trovi sia in Cina che in Giappone. È un modello dell’Asia orientale, lo trovi anche in Corea del Sud … Il sistema aziendale di governo e l’ottica della popolazione devono procedere di pari passo come se fossero l’hardware e il software che per funzionare devono essere insieme.

Il “modello asiatico” qui discusso ripropone il discorso cinese che celebra l’eccellenza di Cina, Giappone e Corea del Sud (ma non Taiwan, chiaramente) nella lotta al Covid-19  e da questo inferisce “l’unicità e relativa superiorità della cultura, i valori, lo spirito collettivo, il modello sociale di governance dell’Asia orientale”;16) a sua volta questo discorso è in risonanza sia con il più ampio dibattito sulla superiorità del sistema socio-politico cinese, che con le affermazioni essenzializzanti sull’unicità dei “geni culturali” cinesi discussa sopra.

Dunque, il discorso etno-nazionalista cinese, rafforzato durante la pandemia, sembra aver fatto presa tra i diasporici in Italia, anche se uno studio su più larga scala potrebbe dirci di più sulle diversità interne legate al percorso diasporico, all’età e al livello culturale.

Certamente, alcuni individui e associazioni si sono distinti per un approccio diverso rispetto al discorso ufficiale cinese. Ad esempio, l’associazione Wuxu ha raccolto fondi che intendeva donare all’Ospedale di Wuhan e lo ha fatto cercando di evitare i canali ufficiali, preferendo gruppi di volontari locali, e, soprattutto, chiarendo che i fondi sarebbero stati donati all’ospedale del dottor Li Wenliang – l’oftalmologo che per primo aveva allertato le istituzioni cinesi sulle infezioni da Covid-19 e che era stato accusato di allarmismo –, distanziandosi così dalla gestione ufficiale cinese della crisi. Quando non è stato possibile far arrivare i soldi in Cina, Wuxu ha donato quei fondi a ospedali italiani nelle aree più colpite dalla pandemia. In Italia esistono inoltre gruppi di discussione frequentati da sinoitaliani e studiosi di Cina dove le questioni trattate qui vengono affrontate in maniera articolata e critica.

 Narrazioni cinese e italiana

Gli studiosi che hanno discusso il primo anno di pandemia in Italia hanno giustamente messo in evidenza il razzismo nei confronti di chi ha tratti asiatici.17) Quello che manca, in relazione ai cinesi d’Italia, è una riflessione sul fatto che per tutto il 2020 l’Italia è stata esplicitamente alleata della Cina, al punto che nel suo discorso d’insediamento agli inizi del 2021, per il nuovo premier Mario Draghi diventava d’obbligo ribadire la collocazione inequivocabilmente atlantista dell’Italia.18)

L’alleanza con la Cina si è tradotta in Italia in un sostanziale allineamento e in una riproposizione spesso pedissequa del discorso cinese che narrava la Cina come compassionevole verso i suoi alleati e come modello da seguire.

L’immagine che meglio rispecchia l’idea della Cina compassionevole è la vignetta che ha girato il mondo – ma è rimasta sostanzialmente ignorata in Italia – che rappresenta un’Italia (femmina) caduta a terra a cui una Cina (maschia, imperiale) offre la mano per aiutarla a rialzarsi, mentre l’UE, raffigurata come la morte con tanto di falce, resta impassibile, a braccia conserte. Sembrerebbe una vignetta cinese; invece, è “made in Italy”.19)

Inoltre, mentre non c’è stato grande interesse nel sottolineare gli aiuti che l’Italia ha dato a Wuhan all’inizio dell’epidemia, gli aiuti cinesi all’Italia sono stati strombazzati. Nei programmi tv e radio italiani, gli aiuti dalla Cina hanno avuto una visibilità sette volte maggiore di quelli da USA e Russia.20)

Ma la narrazione centrale nel 2020 è stata quella sulla Cina come modello da seguire (discussa anche da Stafutti su questa rivista):21) un esempio eclatante, tra tanti, è quello de Il Sole 24 ore, dove, con l’arrivo di DPI e respiratori (acquistati) dalla Cina, si dichiarava che “la Cina ci trasferisce il suo know how” e che l’Italia sta “studiando il modello cinese” nella lotta alla pandemia.22)

Pochi mesi più tardi, i cinesi di Prato, che – come accennato sopra – erano stati presentati dalle istituzioni cinesi come modello da emulare, venivano pubblicamente apprezzati come il modello da seguire anche nelle dichiarazioni del sindaco di Prato. Se da una parte, l’osservanza stretta di pratiche di contenimento del virus era sicuramente encomiabile, dall’altra la situazione era in un certo senso paradossale: i cinesi che con la loro presenza di lunga durata hanno contribuito a fare dell’Italia l’Italia hanno continuato a essere considerati per decenni “cinesi in Italia” cioè semplici ospiti; sono invece, e paradossalmente, stati considerati “cinesi d’Italia” quando la pandemia è diventata occasione per rafforzare l’etno-nazionalismo cinese.23)

Dunque, i diasporici cinesi d’Italia, a differenza di quelli negli altri grandi paesi europei, non si sono dovuti confrontare con narrazioni contrastanti tra il paese in cui vivono e la Cina: infatti, nell’anno cruciale della pandemia, il paese in cui vivevano e il paese di origine offrivano entrambi narrazioni che esaltavano il ruolo della Cina come modello per il mondo.  Per un certo numero di loro, quindi, accettare e riproporre la narrazione cinese tout court è stato facile. Un esempio illuminante è quello dell’imprenditore cinese di Prato che dopo la fine del lockdown in Italia nel giugno 2020 dichiarava a un giornale che l’Italia sbagliava a riaprire in quel momento e avrebbe invece dovuto riaprire solo ad agosto 2020. Questa dichiarazione ricalcava quella di un’equipe di studiosi cinesi i quali affermavano che l’Italia avrebbe dovuto riaprire solo ad agosto 2020.24)

Per molti, inclusi quelli meno disponibili a riproporre il discorso nazionalistico cinese, è stato quindi inevitabile considerare la Cina come il punto di riferimento nella pandemia, perché, come ben sintetizzava un intervistato non certo appiattito sulla narrazione cinese, la Cina era ormai diventata “l’oracolo che predice il futuro”, e perché una contro-narrazione italiana è stata semplicemente assente.

Ceccagno, La Cina, WeChat, la competizione PDF

Immagine: illustrazione di Mario Improta (2020)

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Category: Migrazioni, Osservatorio Cina

About Antonella Ceccagno: Antonella Ceccagno insegna China in Africa e Asian im/mobilities all’Università di Bologna. Si occupa da decenni di migrazioni e di gruppi diasporici cinesi, con un focus in particolare sulle tematiche del lavoro, sulle interazioni con la Cina, e, piu’ recentemente, sul controllo diasporico digitale. È autrice del libro City Making and Global Labor Regimes. Chinese Immigrants and Italy’s Fast Fashion Industry (Palgrave-Macmillan, 2017). È tra le/i fondatrici/fondatori del neonato Naoblog, un blog dove si ragiona “su temi che chiamano in causa i contesti culturali italiano, cinese e diasporico senza censura né autocensura”. https://naoblogger.wixsite.com/naoblog

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