Mario Agostinelli: Il governo Meloni e il ritorno di gas e carbone

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Pubblichiamo con il consenso dell’autore questo articolo di Mario Agostinelli (apparso oggi sul fattoqutidiano al link seguente https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/09/transizione-energetica-arretramento-governo-meloni-fossili-notizie/8247904/ )
preceduto da questa sua premessa:
“Ad inizio anno il Governo si presenta con un ritorno al metano e al petrolio e una avversione ostinata verso le rinnovabili. I consigli di Trump a Meloni incassano una risposta che sa di svolta improvvida nei confronti dell’emergenza climatica. Purtroppo non c’è risposta decisa della politica e dell’opinione pubblica a questa torsione ormai evidente contro una sensibilità ecologica sottovalutata in un clima di guerra. Non a caso progetti come quello del’eolico offshore a Civitavecchia vengono tenuti in standby, mentre la centrale a carbone viene protratta in vita fino al 2038.”
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IL GOVERNO MELONI E IL RITORNO DI GAS E CARBONE
Della fase attuale ricorderemo non solo le intemerate di Trump, ma anche la linea di galleggiamento con cui il governo Meloni sta affrontando le emergenze in corso con arretramenti e rimandi che costeranno cari a questa e alle prossime generazioni. Qui voglio prendere in considerazione il profondo arretramento in corso sui temi della transizione energetica, che avviene in una specie di zona franca a cui l’opinione pubblica presta scarsa attenzione.
Proprio a cavallo del cambio d’anno, mentre gli Stati Uniti provano a prendere possesso delle riserve di gas e petrolio del mondo, il ministro Pichetto Fratin sul Messaggero del 5 Gennaio (v. https://www.ilmessaggero.it/politica/venezuela_ruolo_italia_pichetto_fratin_cosa_ha_detto_ultime_notizie-9278909.html ) avanza la richiesta di fare dell’Italia l’hub europeo del metano, mentre propone il mantenimento in riserva attiva delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi. Un autentico “bengala nella notte” non avvistato nemmeno dal Campo Largo, così attento alle esternazioni da equilibrista della Meloni. Nelle dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente c’è il compimento di un cambio di passo già annunciato a Bruxelles nelle pressioni per una regressione dell’ex Green Deal Ue e inverato nella posizione contro l’abbandono dei fossili esplicitata dalla delegazione italiana alla Cop 30 di Belem.
Pichetto, dopo aver accennato impavido all’impresa di Trump a Caracas (“I giacimenti del Venezuela sono stimati in 300 miliardi di barili, un quantitativo che può rappresentare per l’Italia mille anni di sopravvivenza”…con un aumento di temperatura del globo non certo da sopravvivenza…), dice che «l’1talia può spingere sulla sua produzione nazionale di gas e petrolio per aiutare ancora le imprese”, e fare da ricettore privilegiato del GNL americano, ma lo deve fare in una dimensione e in un “asse in Europa, in particolare con la Germania di Merz”. Una strategia di lungo periodo, quindi, che rende ragione di come l’opzione per il “nucleare sostenibile”, così sbandierata nella seconda metà del 2025, in realtà nasconda un’avversione alle rinnovabili come sostitutive dei fossili: una fonte, quest’ultima, a cui si affida ancor oggi ampia sicurezza in spregio al cambiamento climatico e alla salute della popolazione, ipotizzando perfino nuovi rigassificatori lungo le nostre coste.
E qui prende corpo “l’opportunità di mantenere ferme in sicurezza le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, per prevenire emergenze energetiche future, dato che siamo dipendenti dall’estero per 1’85% della nostra energia”. E’ come se si volesse far pagare ancora alle popolazioni ed ai lavoratori di due aree vulnerate per decenni il loro ardire per avere individuato soluzioni non più fossili alla sorte cui erano destinate da un modello che oggi è necessario superare. A questo proposito, è importante la coraggiosa presa di pozione dei segretari del PD delle due città, interpreti anche della società civile locale (v. https://www.civonline.it/politica/pd-di-brindisi-e-civitavecchia-il-governo-sceglie-di-non-scegliere-tbu2aka0 ), che critica duramente il governo per l’incertezza sul futuro del carbone, accusandolo di abbandonare i territori che hanno già subito sacrifici ambientali e chiedendo un piano di riconversione serio e concreto dopo lo stop ai progetti di reindustrializzazione sulle vaste aree delle centrali. Progetti nati dal basso e che assicurerebbero occupazione e risanamento ambientale come richiesto anche dal sindacato e dalle istituzioni locali.
In un articolo in risposta alle posizioni del Ministro del 5 Gennaio è intervenuto un docente dell’Università dell’Insubria (v. https://altreconomia.it/author/gianluca-ruggieri/ ) che ha puntualmente confutato la svolta – perché di questo si tratta anche rispetto alle posizioni ufficiali spesso coperte da ipocrisia – del responsabile del Governo che ha in effetti esposto una “piattaforma” di rilancio in tempi lunghi del fossile a partire dal Centro e Sud della penisola, già così disallinearti rispetto allo sviluppo che occorrerebbe riconsiderare.
Quando si afferma che “siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”, – e lo dice un responsabile del governo che dovrebbe avere il massimo di rigore nell’informazione – va ribadito che in realtà il dato è sceso nell’ultimo anno al 72% grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Fonti rinnovabili che andrebbero incentivate anche con un piano industriale nazionale a partire dal rafforzamento di impianti come Vestas a Taranto per l’eolico o 3Sun a Catania per il solare. E, infine, se volessimo diventare, in onore di Trump, la piattaforma di ricezione del gas da distribuire ai Paesi nostri vicini, dovremmo ricordare che tra il 2021 e il 2023 i consumi di gas in Europa sono scesi di quasi il 20% e sono ormai arrivati ai livelli del 1995-1996. Le prospettive future sono ovviamente da verificare, ma secondo Ember (v. https://ember-energy.org/latest-updates/eu-gas-demand-set-to-drop-7-by-2030-making-new-gas-investments-risky/ ) in base ai piani nazionali i consumi dovrebbe diminuire del 7% entro il 2030 mentre secondo l’Institute for energy economics & financial analysis potrebbe crollare addirittura del 25%. A chi dovremmo poi venderlo tutto questo gas? E chi pagherebbe per infrastrutture obsolete come i rigassificatori e le condotte?
Sarebbe bene che un movimento solido tornasse ad occuparsi delle politiche energetiche ed industriali e che la politica ne facesse un centro di attenzione anche per toglierci dalle secche attuali e salpare verso un altro mondo possibile e necessario.
Category: Ambiente

