Gian Paolo Rossini: Nessuna cultura manchi nel nostro cibo

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Gian Paolo Rossini
Nessuna cultura manchi nel nostro cibo
La limitazione dell’accesso al cibo utilizzata come arma a Gaza, dove è stato impedito l’intervento alle Nazioni Unite e la loro gestione della crisi, conferma l’importanza e urgenza di azioni personali e istituzionali per rendere effettivo il diritto al cibo.
Questo diritto ha molteplici dimensioni, alcune delle quali possiedono valenze sociali, valoriali e politiche. In questo breve contributo il diritto al cibo non sarà esaminato nella sua estensione e rilevanza, e l’attenzione sarà confinata ad alcune delle sue dimensioni immateriali.
Vogliamo affrontare il tema notando che il riconoscimento internazionale del diritto al cibo viene fatto risalire formalmente all’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1), in quanto parte del benessere individuale. Cosa questo comporti a diversi livelli di giurisdizione, tuttavia, continua ad avere spazi di discussione (2) per molteplici motivi, non ultimo la definizione applicabile a questo diritto. Quella proposta da Jean Ziegler nel 2001 (3) è considerata un riferimento nella sua articolazione, qualificando il diritto al cibo con una molteplicità di termini (al punto 14 del Rapporto):
“… il diritto al cibo è il diritto ad avere un accesso regolare, permanente e libero, direttamente o mediante acquisti in moneta, a cibo quantitativamente e qualitativamente adeguato e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali della popolazione alla quale il consumatore appartiene, e che assicura un’esistenza fisica e mentale, individuale e collettiva, appagante e decorosa, libera dalla paura.” (4)
Un corollario sulla sicurezza della disponibilità di cibo integra la definizione (si veda il punto 15 del Rapporto), con indicazioni che Jean Ziegler riprende dal Piano d’Azione del World Food Summit della FAO del 1996 (5). Al punto 1 il Piano stabilisce che:
“La sicurezza alimentare esiste quando tutte le persone, in ogni momento, hanno l’accesso fisico ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente, che soddisfa le loro esigenze nutrizionali e preferenze alimentari, per una vita attiva e sana.”
La sicurezza alimentare, si articola così in due dimensioni maggiori: materiale (esigenze nutrizionali) e immateriale (preferenze alimentari), confermando la sostanziale multidimensionalità del cibo, che Ziegler affronta citando parti di un altro documento delle Nazioni Unite (6). Al punto 17 del Rapporto del 2001, in particolare, viene notato che “Il diritto a un cibo adeguato non deve essere interpretato in un senso limitato e restrittivo, che lo equipara a un pacchetto minimo di calorie, proteine e altre sostanze nutritizie specifiche” (citando il punto 6 a p. 58 della voce bibliografica 6), riprendendo il riferimento alle “tradizioni culturali delle popolazioni cui appartengono i consumatori” presente nella definizione data al diritto al cibo (al punto 14 del Rapporto). Il cibo a cui ciascuno ha diritto “corrisponde a quello della propria particolare cultura” (punto 20 del Rapporto) e “L’accettabilità culturale … implica la necessità di tenere anche in considerazione … i valori … legati al cibo e alla sua consumazione…” (punto 11 a p. 59 della voce bibliografica 6).
Compare qui un riferimento al cibo “culturalmente accettabile”, che già era emerso nella Dichiarazione del Forum delle NGO, presentata al World Food Summit della FAO tenutosi a Roma nel novembre 1996 (7). Al punto 3 della Dichiarazione, nelle Proposte della Società Civile per Raggiungere la Sicurezza Alimentare, infatti, si afferma che “Una dieta diversificata, culturalmente accettabile, … deve essere assicurata a tutti”.
La multidimensionalità del cibo e del suo consumo diventa così parte dei diritti umani, assieme alle culture delle popolazioni che esprimono, ciascuna secondo le proprie visioni, scelte e preferenze nei prodotti alimentari che ottengono e nei cibi che assumono, diventando un riferimento delle loro dimensioni valoriali.
Dalla lettura dei documenti qui citati, al di là dell’articolazione dell’insieme dei punti affrontati, emerge una tensione fra le regole del commercio internazionale e le esigenze delle popolazioni per la produzione e consumo di cibo, in un quadro di diritti universali.
Questa tensione è ben presente nella Dichiarazione del Forum delle NGO (7), dove vengono ripresi contenuti del documento redatto dalla Via Campesina in occasione del World Food Summit della FAO del 1996 (8), rivendicando il diritto degli agricoltori, in particolare i piccoli agricoltori, di produrre e di aver accesso alla terra.
Il documento della Via Campesina si apre con l’affermazione “… la sicurezza alimentare non può essere raggiunta senza tener in piena considerazione coloro che producono il cibo” e si sviluppa attorno alla presentazione della sovranità alimentare. Questa è definita nel documento come “il diritto di ogni nazione di mantenere e sviluppare la propria capacità di produrre il cibo per lei fondamentale, rispettando la diversità culturale e produttiva”, ed è considerata una “precondizione a un genuina sicurezza alimentare” (8).
Emerge, così, un quadro in cui sicurezza alimentare e sovranità alimentare non sono sinonimi, ma concetti distinguibili, potendo essere complementari, e vanno a delineare una sorta di bipolarità all’interno del tema del diritto al cibo (9).
L’estensione e complessità dell’argomento, così come le distinzioni fra sicurezza alimentare e sovranità alimentare, non verranno affrontate qui, dove, invece, l’attenzione rimane sul concetto di cibo culturalmente accettabile, ovvero appropriato, per sondare il senso dell’espressione.
Quanto fin qui considerato segnala come la dimensione culturale del cibo possa essere semplicemente espressione di preferenze individuali, in particolare nelle valutazioni dei documenti istituzionali citati (FAO e Nazioni Unite), mentre i valori e il rispetto della loro diversità nelle comunità degli agricoltori sono la radice di accettabilità/appropriatezza culturale del cibo da loro stessi prodotto, come emerge nei documenti delle NGO, quali la Via Campesina e, successivamente, nella Dichiarazione di Nyélèni (10).
Va tuttavia notato come in svariati casi l’espressione “cibo culturalmente accettabile” sia impiegata senza alcun inquadramento dei termini, come se il loro senso non richiedesse alcuna specifica. Una ricerca terminologica nel portale FAO, per sondare i contenuti dell’espressione, ha dato questo risultato (11):
“[Un cibo] bilanciato sicuro, nutriente, vario e culturalmente accettabile va inteso come quello che corrisponde a richieste e preferenze individuali e collettive di chi lo consuma, in linea con la legislazione nazionale e internazionale, ove applicabile.”
Da questa definizione, piuttosto generica, emerge come domanda e preferenze dei consumatori determinino l’accettabilità culturale di un cibo, senza alcun apparente rilievo delle dimensioni valoriali che le sostengono e/o le loro possibili differenze. Un approfondimento dell’allocuzione, esaminando le fonti citate nella descrizione del termine FAO (11), non ha aggiunto ulteriori argomentazioni, in quanto costituite da documenti in cui questa non è qualificata, ovvero vengono riproposti i contenuti della definizione qui riportata.
Tale quadro è problematico, in quanto qualsiasi tema abbia un rilievo culturale è sensibile, proprio perché ha a che fare con storia, sistemi valoriali, identità di gruppi, oltre che con le loro condizioni concrete di vita quotidiana. Il semplice uso degli aggettivi accettabile/appropriato implica l’esistenza di assetti inaccettabili/inappropriati, che in un contesto culturale possono riflettersi in scenari di discriminazione, con un’operazione che va motivata, qualificata, quantomeno affrontata in termini espliciti.
Questa criticità è stata notata, con il riconoscimento che “… ricercatori, decisori politici e professionisti dovrebbero essere espliciti riguardo il loro impegno in una particolare visione di appropriatezza culturale [del cibo]” (12).
Il senso dell’espressione “cibo culturalmente accettabile/appropriato” è stato da questi Autori analizzato in riferimento alla trasformazione del sistema cibo in una prospettiva di consumo sostenibile e, pur essendo questo tema distinto da quello affrontato qui, i dati e le elaborazioni proposte, per la loro articolazione e impianto, sono comunque di particolare utilità per l’esame dei termini. Vediamone alcune.
Una ricerca nella letteratura scientifica internazionale ha fornito i materiali in base ai quali House et al. individuano sei temi culturali a cui ricondurre il senso dei termini, considerando “accettabile” e “appropriato” come attributi intercambiabili (12).
Tre di questi temi sono riconducibili alle abitudini alimentari di specifici gruppi di persone, e il cibo culturalmente appropriato è così inquadrabile con quello che incontra le preferenze alimentari del gruppo (Tema 1), ovvero altro sostituto di ciò che abitualmente viene mangiato (Tema 2), o ancora, il cibo consumato è comunque accettabile per il gruppo, pur non essendo sostituto d’altro (Tema 3). Complessivamente, nei primi tre temi indicati in House et al. l’appropriatezza culturale del cibo è riferita a cosa si mangia (12).
Negli altri tre temi, l’appropriatezza culturale del cibo incorpora anche dimensioni immateriali e/o simboliche del mangiare. L’allineamento dell’alimentazione del gruppo con la propria cultura è il Tema 4 in House et al., dove si riconosce il rilievo sociale che questa possiede in riferimento a sei diverse dimensioni: preferenze, identità, tradizione, norme, conoscenza, etica. La prima dimensione non va confusa con la sua connotazione nel tema 1, in quanto le preferenze nel tema 4 rimandano al rilievo dato individualmente ad abitudini alimentari esistenti nel luogo da cui si proviene, volendo mantenerle altrove. In questo caso, la difficoltà di accesso a cibi cui si è abituati, e che si desidera consumare, porta alla questione del consumo di cibo che può essere percepito da chi lo consuma come culturalmente inappropriato, una condizione che richiede negoziazioni. Il riferimento ai migranti in Paesi diversi dal proprio è qui esplicito.
L’elemento identitario associato a questo impianto di “culturalmente accettabile“ è esplicito nella seconda dimensione del tema 4, in quanto capacità individuale di articolarlo nella scelta del cibo a cui si ha accesso. L’allineamento con la propria cultura/identità viene poi sondato nelle altre dimensioni del tema, quali le tradizioni e norme del gruppo di cui si è parte, le conoscenze nutrizionali, sanitarie o ambientali che si possiedono e informano le proprie scelte alimentari, nonché i riferimenti etici della comunità cui si appartiene, incluse le prescrizioni religiose (12).
Il tema 4 segnala così come l’appropriatezza culturale del cibo in House et al. non sia soltanto riferita a ciò che si mangia, ma anche a come si mangia. Difatti, il contesto del mangiare, in termini di struttura dei pasti e sequenza dei piatti che li compongono (Tema 5), così come di pratiche che precedono il consumo del cibo nella sua acquisizione e preparazione (Tema 6), ne fanno parte.
La classificazione dei temi a cui ricondurre le dimensioni che qualificano il cibo culturalmente appropriato proposta in House et al., proprio per i suoi contenuti, va oltre la prospettiva di transizione del sistema verso la sostenibilità, cui è dedicata quella elaborazione, costituendo un riferimento solido per qualificare il senso di altre scelte politiche e sociali che toccano aspetti culturali del cibo. Infatti, proprio la necessità di riferimenti induce la proposta di una definizione (12, p. 875-876):
“L’appropriatezza culturale è la qualifica di uno specifico cibo, in quanto adatto al consumo, in modi caratteristici, in un contesto determinato. Costituisce un fenomeno relazionale, che si manifesta con l’interazione fra disposizioni fuse materialmente e culturalmente in chi mangia e il contesto socio-materiale del consumo del proprio cibo (inclusi i riferimenti socialmente condivisi del comportamento normale o consono, degli alimenti disponibili, e di altri attori sociali)”.
Questa definizione sottolinea la base relazionale del fenomeno, come interazione fra disposizione culturale identitaria di chi consuma un cibo e contesto socioculturale in cui questo avviene. Cosa sia un cibo culturalmente appropriato è così quello che individui, come singoli o come gruppo, intendono consumare perché in armonia con le proprie preferenze e modi di vedere. In questo processo le dimensioni immateriali identitarie, incluse tradizioni, norme, conoscenze, religione e altri possibili riferimenti del soggetto/i, diventano qualificanti e date, in termini temporali e spaziali, pur potendo venire dagli stessi modificate per libera scelta.
In società multiculturali vi è da attendersi situazioni in cui un cibo è culturalmente appropriato per alcuni ma non per altri, e l’ammissibilità, o meno, della negoziazione ne rimarca la rilevanza.
In tali condizioni, il culturalmente accettabile può essere interpretato in modi inclusivi o esclusivi. Nel primo caso, le molteplici opzioni trovano cittadinanza e accoglienza nelle diverse comunità civili, nella loro dimensione interculturale. Nel secondo caso, si proietta l’accettabilità culturale in quadri comunque distintivi, ed emergono possibili scenari di discriminazione, o addirittura di suprematismo, creando barriere fra gruppi e comunità.
In qualsiasi contesto sociale, tanto più in un quadro globale multiculturale, il diritto al cibo (3) dovrebbe comprendere il riconoscimento esplicito dell’esistenza di molteplici forme di “cibo culturalmente appropriato”, unitamente a quello dell’inalienabilità dello spazio di libera scelta che individui/gruppi hanno in questo ambito.
La dimensione culturale costituisce così la cornice del cibo, di ogni cibo, come diritto universale, in termini inclusivi. In tale prospettiva, la tutela del diritto al cibo potrebbe comprendere non soltanto la protezione del dritto di ogni individuo/gruppo di nutrirsi secondo i propri riferimenti, ma anche includere quello di ciascuno a conoscere e avere accesso a cibi di diversa origine e storia, non abituali, o anche nuovi.
Si tratterebbe di uno dei tanti casi in cui si rispetta ciò che è altro, semplicemente per il suo valore intrinseco.
Riconoscere il diritto al cibo anche in termini di appropriatezza culturale non rende questo diritto effettivo nelle sue molteplici dimensioni, e si pone il problema di come realizzarlo, come farlo rispettare, come sanzionare la sua violazione.
L’implementazione del diritto al cibo e l’individuazione di strumenti per la sanzione delle sue violazioni saranno presumibilmente sviluppate a diversi livelli giurisdizionali, per tutelare in modi efficaci il diritto individuale e collettivo al consumo del proprio cibo anche in armonia con i relativi riferimenti immateriali.
Certo, la riflessione sull’appropriatezza culturale del cibo qui affrontata ha elementi paradossali, in una fase storica in cui si sviluppa un quadro di progressiva carestia a Gaza (13), come conseguenza delle scelte dell’attuale governo israeliano. Questo dramma mostra che il semplice “… accesso fisico … a cibo sufficiente, sicuro e nutriente” può essere negato a una popolazione con azioni deliberate, e possano mancare sia la gestione dell’emergenza, sia interventi sanzionatori.
In queste condizioni, l’imperativo di realizzazione del diritto al cibo è sempre più forte e urgente, superando gli scenari esistenti, in cui la responsabilità e la vergogna diventano collettive.
Ringraziamenti – Ringrazio Gianluca Grimalda e Maurizio Franzini per le osservazioni critiche fatte a una prima stesura di questo scritto.
Voci bibliografiche
- UN; Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948; https://www.un.org/en/about-us/universal-declaration-of-human-rights (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- Galbusera M; Cibo, diritti fondamentali e identità nazionale: verso un nuovo valore costituzionale?, in Sociologia del Diritto, 51: 145-162, 2024.
- Ziegler J.; The right to food; UN, 2001; E/CN.4/2001/53; https://docs.un.org/fr/E/CN.4/2001/53 (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- Il testo nel documento è il seguente: “… the right to food is the right to have regular, permanent and free access, either directly or by means of financial purchases, to quantitatively and qualitatively adequate and sufficient food corresponding to the cultural traditions of the people to which the consumer belongs, and which ensures a physical and mental, individual and collective, fulfilling and dignified life free of fear.”. La traduzione qui proposta, come quelle di altri testi che seguiranno, è dell’autore di questo articolo.
- FAO; World Food Summit Plan of Action; 1996; https://www.fao.org/4/w3613e/w3613e00.htm (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- UN; Compilation of general comments and general recommendations adopted by human rights treaty bodies; HRI/GEN/1/Rev.4; 2000, https://docs.un.org/en/HRI/GEN/1/Rev.4 (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- FAO; Report of the World Food Summit; Annex III, Statement by the NGO Forum to the World Food Summit; 1996; https://www.fao.org/4/w3548e/w3548e00.htm (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- Via Campesina; The right to produce and access to land, 1996; https://viacampesina.org/en/wp-content/uploads/sites/2/2021/11/1996-Rom-en.pdf (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- Burdock R & Ampt P.; Food sovereignty: The case and the space for community led agricultural autonomy within the global strategic framework for food security and nutrition, in Agr. Sci., 9, 2017, doi:10.5539/jas.v9n5p1.
- Declaration of Nyéléni, 2007; https://nyeleni.org/IMG/pdf/DeclNyeleni-en.pdf (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- FAO terminology Portal; Culturally acceptable food; https://www.fao.org/faoterm/viewentry/en/?entryId=178898 (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
- House J., Brons a., Wertheim-Heck S., van der Horst H.; What is culturally appropriate food consumption? A systematic literature review exploring six conceptual themes and their implications for sustainable food system transformation, in Human Values, 41: 863-882, 2024.
- https://www.un.org/en/window-prevent-famine-spreading-gaza-%E2%80%98closing-fast%E2%80%99-un-warns (ultimo accesso il 20 settembre 2025).
Category: Ambiente

