Don Giovanni Catti parla di Danilo Dolci intervistato da Dimitris Argiropoulos

| 20 Maggio 2011 | Comments (0)

 

 


 

Riproduciamo questo articolo apparso su ” Educazione democratica”  2/2011 pp.62-67

Trovarsi e ritrovarsi in quel luogo urbano che si chiama periferia vuol dire praticare la solitudine dell’ in-contro, vuol dire cercare le parole e i tempi, le declinazioni delle possibilità, gli spazi coabitati e i domini dei poteri respirati.

Delle volte la periferia è attraversata dalle conversazioni che accompagnano le amicizie, gli affetti, i pensieri della r-esistenza. Delle volte, diventa un privilegio camminare affianco al passato evocato saggiamente nel presente, da persone che sanno attraversare le epoche, i tempi, persone ri-belli, che ascoltano i territori, i vissuti le speranze. Persone che sanno rammentare e sanno riferirsi alle cose scoprendone il senso e la prospettiva.

Ho avuto il privilegio di conversare con Giovanni Catti. Mi ha spiegato Danilo Dolci, andando a piedi in mezzo alla gente, di venerdì, verso sera, prima della Domenica delle Palme.

 

Mi racconti Danilo Dolci…

 

Faccio del mio meglio per illustrare alcuni aspetti, oserei dire della sua personalità, che mi è sembrato di cogliere prima di altri. È nato a Sesana, che è nel Carso, presso il confine… se non sbaglio oggi sarebbe Slovenia. È nato nel 1924, siamo coetanei. Di lui mi colpisce questa sua tendenza a esprimere esperienze, emozioni, sentimenti in un modo memorabile. È una specie di definizione della poesia: esprimere delle esperienze in modo memorabile. Quindi penso che meriti di essere identificato come poeta. Ricordo che lui è molto vigile al mattino, anzi alle ore prima della luce, dello spuntare del sole, per carpire delle parole disposte in un certo ordine. Quello che per sé disposte come solitamente sono disposte non si riesce a carpire, ecco. Gode a offrire un buon nutrimento. Pensando a lui come poeta e come educatore mi attengo a una definizione di educare cara ai latinisti, che dicono che c’è un’origine del verbo educare in latino che non porta tanto come si fa di solito a educere, cioè tirar fuori, ma educare nel senso di nutrire, di far crescere. Quindi educare nel senso profondo del verbo. So che lui incontrò e l’incontro fu memorabile… per lui gli incontri sono stati sempre molto importanti nella sua vita, soprattutto se l’incontrato era don Zeno…

 

di Nomadelfia?

 

Sì, il fondatore di Nomadelfia. Segue don Zeno Saltini soprattutto dopo la Liberazione. A Fossoli dove ha fatto una specie di invasione del campo non di sterminio ma quasi, diretto dalle SS in quel di Modena. E poi lo segue a Nomadelfia, nome convenzionale della città dove nomos, cioè legge, è la fraternità. Poi segue le vicende di Nomadelfia e da solo va in Sicilia, nel 1952, ancora relativamente giovane. A Trappeto, a Partinico, c’è questa sua consociazione con una del luogo… è una famiglia. E poi comincia a pubblicare, come sociologo, di una sociologia non tanto teorica ma obiettiva, insomma… di chi racconta la sua città non tanto come dovrebbe essere ma come si presenta, appunto per farla essere. Pubblica nel ’56 Inchiesta a Palermo. Penso si possa dire che ha le carte in regola come sociologo. E nel ’60 Spreco. Anche la scelta del titolo è molto indicativa di certe problematiche che lui affronta con criteri che mi dicono siano scientificamente corretti. Intraprende forme di lotta non violenta, e ormai diventa più che noto, direi famoso in Italia e fuori di Italia, per certi scioperi della fame e per certe occupazioni di terre, che lo trovano impegnato anche nella sua corporatura. Tenderà poi avanti negli anni a ingrossarsi.

Negli anni ’80 lo incontro a Barbiana, nel Mugello, e assieme con me fa memoria di don Lorenzo Milani. Ci troviamo insieme, lo incontro quando dopo il finir della notte che lui ha trascorso componendo poemi, poi si riprende, ecco e conversiamo penso si possa dire fraternamente, amichevolmente. Poi ci saluteremo e lo risaluterò a Bologna, quando diventerà dottore honoris causa in Scienze della formazione. Questo dico per notare che nel suo atteggiamento c’è qualche cosa che paradossalmente è vorrei dire austroungarico, cioè molto compassato. So che quando usciva dall’aula grande dell’Alma Mater Studiorum, cioè l’Università di Bologna ci abbracciammo e lui si scusò dicendo che l’avevano praticamente spinto ad accettare. Sapevo, non avevo bisogno di conferma, che non era un atteggiamento così convenzionale. Aveva preso la cosa sul serio, come il conferimento di una responsabilità, non solo di un impegno, ecco…

 

.e poi?

 

Più volte mi sono chiesto se il mio fratello e amico fosse religioso, e questo implica la famosa questione oggi non ben risolta di che cosa voglia dire religione. Secondo me Danilo pensa a quella definizione che è popolare, era quella di mio padre: «non c’è più religione», che si dice non tanto quando si vede una chiesa vuota la domenica, ma quando non c’è più il collante, cioè qualche cosa che ci fa popolo. Èstato notato che nella Bibbia Israele, anche quando lotta con Dio, addirittura litiga con Dio, parla al plurale. È difficile che sia il singolo che si lamenta, sono insieme a lamentarsi con Dio, a litigare con Dio. E così lui sente la religione come un collante che abbia funzionato nella consapevolezza che questo sentimento, senso religioso, sta soffrendo un mutamento che va alle ragioni della sua esistenza. E senz’altro lui desidera una religione che si integra sia in una dimensione verticale verso un altissimo, onnipotente buon Signore, lo diciamo in un modo gradito a Francesco d’Assisi, ma anche in dimensione orizzontale e viceversa, insomma… quindi non c’è una scelta per Dio o per Cristo, ma per un Dio che conduce al Cristo e per un Cristo che conduce a Dio. Mi sembra animata, questa religiosità, da un ascolto silente. Ecco questa sua preferenza per quelle ore mattutine che gli consentono di rifornirsi, diciamo, di energia spirituale profeticamente accentuata. Questo senso profetico secondo me lui lo eredita da don Zeno Saltini, cioè persone che si sono adoperate come si suol dire sul campo, dal punto di vista educativo, dal punto di vista politico. Però sempre come per un incarico, come per una responsabilità di un annuncio. Profetico non nel senso che pretende di predire il futuro, chiaramente, ma nel senso appunto di consapevolezza di una chiamata a questo impegno. Quindi un silente ascolto profeticamente accentuato.

 

ma io, nella mia indescrivibile ignoranza, ti chiederei un’immagine inedita di Danilo Dolci educatore. Che cosa ti evoca la sua educazione?

 

C‘è un tratto che me lo fa rassomigliare molto a don Lorenzo Milani. E cioè che sia don Milani sia lui imitano Socrate…

 

la maieutica

 

Sì, ma se si trattasse dei miei atteggiamenti, di uno che è abituato a certi giochi drammatici e quindi a fare l’imitazione di Socrate, con tutto il rispetto… ecco, io lo faccio con un intento di sorriso, mentre uno come Danilo lo fa sul serio. Con questa insistenza nel trarre dal chiosco spirituale la verità, una verità che è lì e occorre favorirne la fuoriuscita, ecco… quindi non si tratta di un a priori, di una posizione filosofica, di una posizione metafisica, che lui sappia in un modo arcano che lì c’è qualche cosa, ma lo intuisce e quindi si tratta di favorire questa estrazione. E penso soprattutto a quelle esperienze forse più sofferte di lui, quando va in Sicilia a Trappeto, a Partinico e quando ci vuole pazienza per mettere un soggetto nelle migliori condizioni per esprimersi. E allora, ecco, questo è un tratto caratteristico suo, di una fiducia anche in una tecnica maieutica sofferta. E poi mi sembra di notare questo presagio di uno scontro con la società… non penso che lui abbia sofferto per non avere chiesto il favore… ma può darsi che un poco più di gradevolezza avrebbe potuto aiutare a sostenere certe posizioni. È un’esperienza che io conosco molto da vicino. Anche perché a volte, lo dico in un modo un po’ romantico, pensi di avere di fronte un amico e invece hai un avversario, ma altre volte pensi di avere un avversario e invece non ti eri accorto che era un amico.

 

e una sua immagine inedita da poeta?

 

… quando con …si può dire della sua famiglia acquisita, con un suo figlioletto era in automobile e allora il figlioletto gli chiese di potere assaporare direttamente il profumo dei fiori. Siamo in Sicilia, lui è uno che viene dal nord, quindi forse non si è ancora perfettamente abituato all’esplosione dei profumi siciliani, ecco… quello che per noi può sembrare una pausa poetica, per uno è il nutrimento quotidiano, insomma… quindi la poesia come quotidiano. Del resto penso che molto sia stato acquisito nelle motivazioni per la laurea honoris causa a Bologna. Non so come sia stato l’iter però… sì… poteva essere un personaggio non del tutto comodo da candidare e quindi ci sarà voluta una raccomandazione ma nel senso pulito e alto del termine.

 

esisterebbe anche una sua immagine inedita come poeta-educatore?

 

Mah… ecco, penso che la sua stessa corporatura, ma gli sarebbe stato molto difficile vivisezionare poesia, educazione, era lui che prorompeva, e quindi il momento poetico è momento educativo e il momento educativo è momento poetico. A rischio di sentirsi dire: «questa non è poesia ma è didattica», oppure: «questa non è più didattica ma è poesia». E quindi forse qui c’è qualcosa di idealistico, cioè di un ritorno ad una unità. È la famosa cantilena che dice che la filosofia si pone come pedagogia e la pedagogia come didattica, ma poi la didattica si risolve in pedagogia e la pedagogia in filosofia.

 

Dolci come politico ha avuto un po’ di fortuna?

 

Da un certo punto di vista vorrei dire che ha avuto la fortuna/sfortuna che si è cercato…non poteva rimanere deluso se non vedeva molti che accondiscendevano alle sue proposte, perché faceva il possibile per – come si dice in linguaggio corrente – dare fastidio. E d’altra parte bisognava evitare Scilla ed evitare Cariddi, evitare il rischio di adagiarsi in alcuni consensi popolari o il rischio di porsi come rivoluzionario. Nella situazione delle famose grosse ideologie del ’900. E secondo me, anche nella mia memoria, nel ricordo di lui, i ricordi più importanti per me sono proprio quelli in cui lui si è accorto che le ideologie non erano da temere perché si stavano dissolvendo come nebbia al sole. Perché in partenza proponendo dei progetti che risolvevano tutti i problemi si dimenticavano del problema della malattia del dolore. Che questa mancanza spaventosa… che però non spaventava più, quando un artista…. e ce n’era qualcuno… si preoccupava di chi soffre, del turbamento mentale, per esempio, di questo che non si materializza … dice «dove hai male?», ma non hai male da nessuna parte, non hai la febbre, non hai male alla testa però devi andare a scuola, ecco… Poi occorre, se mai è necessario precisare, che è stata una conoscenza varia, prima piuttosto a distanza e dopo personalmente, soprattutto a Barbiana

 

eravate comunque amici.

 

Penso di sì, anche se non era un’amicizia facile. Io ormai avanzavo negli anni, quindi non è che fossimo destinati ad un primo incontro particolarmente espansivo, ecco… ma per me fu molto importante conoscerlo nel quotidiano perché eravamo sistemati in modo molto primordiale. E io salutai con un aspetto anche di positività il fatto che lui partisse perché così io andavo a riposare grazie alla governante della scuola di Barbiana, l’indimenticabile reggitrice di quel luogo, nel giaciglio di Lorenzo Milani, prima occupato da Danilo…

 

e poi da Catti. Bellissimo, grazie.

 

 

Category: Culture e Religioni

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About Dimitris Argiropoulos: Dimitris Argiropoulos è docente di Pedagogia all’Università di Bologna, città dove vive e lavora a partire dagli anni ’80. Educatore, si occupa di pedagogia della marginalità e delle emergenze e di pedagogia speciale. È particolarmente interessato ai contesti della marginalità estrema relativamente alle migrazioni, alla profuganza e alle minoranze etniche. Ha condotto ricerche riguardanti le condizioni di vita e la riduzione della partecipazione e delle attività dei rom in situazione residenziali di campi “nomadi” e ha indagato il rapporto tra immigrazione e disabilità. Attivista e membro della Fondazione Romanì, ne coordina il Comitato Scientifico, ed è coinvolto in attività di cooperazione educativa internazionale. Si occupa di schiavizzazione e traffico di esseri umani e si interessa della formazione degli Educatori di Strada.

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