Salvatore Fais: I martiri della resistenza dimenticati dell’officina OGR di Bologna

| 3 aprile 2017 | Comments (0)

 

Riceviamo da Armando Sarti questa importante testimonianza di Salvatore Fais su i martiri della resistenza dimenticati dell’officina OGR di Bologna. Nella foto in alto:

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Mazzoni Remo, arrestato e fucilato dalle brigate nere il 30 settembre 1944;  Boccafogli Italo, ucciso da un tedesco mentre era al lavoro il 10 ottobre 1944; Corsi Arturo, operaio di 1° classe tappezziere, fucilato dai tedeschi l’8 ottobre 1944; Roda Sisto, operaio di 1° classe al montaggio, mori nel bombardamento del 25 settembre 1943; Girotti Ugo, operaio verniciatore deceduto il 15 luglio 1944 per causa di servizio; Parma Otello, capo tecnico piazzale, deceduto per causa di servizio il 29 gennaio 1969; Soave Italo, operaio aggiustatore, morto per infortunio sul lavoro il 6 giugno 1942.

 

 

La posa della corona d’alloro al monumento ai caduti con la sig. Lucia Boccafogli, in primo piano, alle spalle il figlio, la presidente della Assemblea Legislativa della regione Emilia-Romagna Simonetta Saliera, con la fascia tricolore il consigliere comunale di Bologna Francesco Critelli. Al centro Salvatore Fais (l’autore di queste note) e con la stola il cappellano delle FS don Vittorio Serra.

 

 

1. IL FASCISMO IN OFFICINA

L’Officina di cui parla Salvatore Fais, pensionato, fino all’agosto del 2016 operaio presso l’Officina Grandi Lavori OGR delle Ferrovie dello Stato, di via Casarini Bologna, è il luogo di lavoro che ha vissuto “Il fascismo in Officina” di cui tratta questo scritto. L’OGR di Bologna ha vissuto e vive ora una tragedia: le centinaia di morti per amianto. Almeno 250 sono i lavoratori colpiti da mesotelioma.

Questo articolo si limita a ricordare una prima tragedia: quella dei martiri -purtroppo- dimenticati. La Liberazione, il Comitato di Liberazione Nazionale CLN d’officina, fanno da cornice al testo. Nel 2014 si è tenuto (come si tiene tutti gli anni in aprile) un ricordo. Il 70° della morte per mano tedesca dell’operaio Italo Boccafogli morto il 10 ottobre 1944, con due fotografie di quel giorno.

 

Riporta Mario Bianconi nel suo libro “trentanni di officina 1958”:

    • 3. FINALMENTE LA LIBERAZIONE 21 APRILE 1945

  • Non vide mai un tale degrado nella sua vita. “Cosi tanto risentimento ed odio per le coercizioni e le prepotenze patite e sopportate, opprimente per l’operaio e dannoso per l’amministrazione ferroviaria.” Racconta sempre Bianconi: “Nel mio piccolo mondo vidi verificarsi l’inverosimile, vidi l’Ingegnere capo marciare inquadrato agli ordini di un suo manovale. Vidi un capo servizio compiacersi di fare il lacchè ( e lo ripeto: lacchè ) ad uno scritturale salito per meriti fascisti a gerarca di terzo o quarto ordine”. E vide un altissimo funzionario ferroviario di Bologna, messo improvvisamente in pensione per un involontario dispettuccio al su lodato gerarca. In quel periodo venne messo a dirigere -dall’alto- le cose ferroviarie un farmacista. Questo fatto la dice lunga su come funzionavano le cose, Bianconi vide -nel suo piccolo- peggiorato fino all’inconcepibile il disordine in quel luogo di lavoro.

    Questi nuovi controllori delle attività ferroviarie, tenevano di fatto in soggezione, dal più basso al più alto tutti i capi amministrativi e tecnici, i quali si guardavano bene dal lamentarsi per non incorrere in guai peggiori. L’officina, racconta sempre Bianconi, fu tramutata in un ignominioso, odioso covo di spie e leccapiedi, da far dare di stomaco ad una struzzo, i voltagabbana paludavano come i funghi. Aumentò all’inverosimile il numero di lavoratori disposti a far di tutto pur di non versare una goccia di sudore lavorando. “ Gli indaffarati a far niente si trovavano nel loro paradiso terreste”, Il distintivo del fascio mise al coperto, in officina, individui che quanto a malefatte ne avevano più del diavolo. Mentre i vari piccoli duce, che si contesero con atti obbrobriosi i posti di comando, in quel piccolo feudo di intrighi e di soprusi in cui fu trasformata l’officina, trovarono giustificazione a risentimenti e vendette personali con il benestare dell’apparato fascista di officina, mai Bianconi avrebbe creduto potesse accadere fra colleghi di lavoro. Cominciarono a parlare con sospetto, facendo attenzione a ogni singola parola, la paura di una denuncia che poteva colpire chiunque non era più da escludere. Erano frequenti i raduni nel piazzale ad ascoltare un gerarca venuto da fuori, con le maniche della camicia nere rimboccate, il cipiglio alla “ duce” il gesticolare sprezzante, sempre accompagnati da una squadra di manganellatori con facce da duri e il pugnale alla cintura. Dall’alto della portineria ci additava, col suo dire insultante e minaccioso, che tanta alterigia da parte di giovinastri, che forse non avevano mai lavorato. “Dovevamo sopportare noi galantuomini. Tanti di noi con i capelli grigi, con famiglie a carico, curvati dalle fatiche e dagli stenti in una vita di lavoro. Tutta questa malvagità nessun motivo o ragione potrà mai giustificare.”

    Le risultatanze di questo stato di cose non poterono essere che quelle che furono: odio odio e ancora odio, l’odio e la paura, la paura senza tregua, individuale e collettiva furono gli elementi che dominarono il triste ambiente di lavoro, queste condizione depauperarono il lavoro portando la qualità del lavoro a Bologna: da prima officina d’Italia a divenirne l’ultima, la più scadente. In ogni reparto a comandare era un privilegiato per meriti fascisti. Tutto era sotto controllo fascista. Questi sono i ricordi di Mario Bianconi (che proprio comunista non era) del fascismo in officina.Sono partito da questi ricordi per fare comprendere meglio il clima in officina di quei tenpi”-in questo scenario da bolgia dantesca fascista avvenne il martirio per la libertà di Mazzoni Remo, di Corsi Arturo e di Boccafogli Italo.


    La cattiveria della guerra si esacerbò dopo 8 settembre del 43. I nazisti presenti massicciamente in Italia, vennero potentemente rinforzati da nuove truppe affluite dal Brennero dopo la caduta del regime fascista. I tedeschi non accettarono la destituzione di Mussolini. I tedeschi avendo mal digerito il cambio politico deciso dal Re, con l’Armistizio con gli alleati; rancorosi per il tradimento del servile alleato, assieme a tutti quei fascisti, impressero alla persecuzione carattere di vero sterminio iniziando da subito. Dal mese di novembre 1943 le persecuzione e gli arresti degli ebrei Italiani e quelli stranieri, per intenderci “ tutti quelli ebrei “ liberi internati di guerra “ formula assimilabile al domicilio coatto che impediva loro di muoversi, di lavorare, di studiare: erano sorvegliati speciali o fuggiaschi dalla Polonia e dai paesi più a rischio, convinti di trovare un ponte per andare in America o in posti più sicuri. Incontrarono una cattiveria e una crudeltà inaudite. In questo contesto anche in officina si respirava ansia e paura, i giovani che hanno potuto erano fuggiti sui monti, qualcuno di loro si unì alla lotta partigiana.

    In officina erano rimasti i lavoratori convinti che con il governo Badoglio, si sarebbe presto arrivati alla fine dell’oppressione nazifascista. Solo alcuni, quelli che mal tolleravano in OGR il clima di oppressione , cominciarono a dare segni di insofferenza. Bisognava stare attenti: l’officina era sotto il pieno controllo del regime “ la ferrovia era un gioiello dello stato e come tale era disciplinato da procedure di tipo militare”. Tra i colleghi di lavoro, c’erano chi controllava per i fascisti. in tutto il Paese i nazifascisti intensificarono le rappresaglie e le deportazioni.

    Ed è in questo clima, che sono avvenuto le rappresaglie in officina.

    Il primo lavoratore OGR, preso con la forza ed arrestato dalle squadracce fasciste a fine estate del 44 è l’operaio Remo Mazzoni, prima catturato, poi fucilato dalle brigate nere il 30 settembre del 44. Immagino i giorni a seguire dentro l’officina: tutti conoscevano i fatti, si conoscevano da una vita, erano affranti stanchi e arrabbiati, nessuno commentava l’accaduto. Tutti evitavano i capannelli per paura di essere spiati, l’aria era tesissima, il silenzio era un antidoto, al rischio certo di fare la fine di Remo. Il clima era quello della resa dei conti, tra i neri collaboratori e quelli che volevano la libertà e la pace.

    I giorni a seguire, chi sa quale fu il torto fatto dall’operaio di prima classe matricola 275618, il tappezziere Arturo Corsi, nato a Casacalenda il 2 giugno del 1897 con i suoi 47 anni appena compiuti, per essere preso e fucilato appena 9 giorni dopo la fucilazione di Remo. Prima Remo poi Arturo. Sicuramente tutti avrebbero voluto scappare lontano da quella officina e in tanti lo fecero, ma non il giovane trentenne Italo Boccafogli. Italo proprio non poteva scappare aveva famiglia. La piccola Anna Maria aveva appena 6 anni. Abitavano di fronte all’officina. Dalla finestra di casa la moglie, la sua Armida, riusciva ad intravederlo nel suo posto di lavoro. A mezzodì gli allungava il pasto caldo. Quella mattina il sole era già alto, erano le 10 passate del 10 di ottobre, Italo era li al suo solito posto che lavorava, di fronte la casa sua la sua famiglia. Nulla lasciava presagire l peggio, quando un raffica di colpi di arma da fuoco ruppe l’aria, i suoni e un sibilo che tutti ormai conoscevano, Italo fu colpito in pieno “ non era possibile sbagliarlo”. Poi la versione ufficiale dei fatti, si dice che un Tedesco ubriaco ha sparato. Erano le dieci e trenta di mattina, “cosa vuol dire un tedesco ubriaco”, tutto lascia intendere altro. Non convince la versione ufficiale. Troppi 3 operai morti nel giro di un mese, a pochi mesi dal quel 21 aprile 1945 che vide la Liberazione della città di Bologna, per credere ad un ubriaco tedesco. Tutto era sotto controllo in officina. I capi comandavano: il lavoro, i lavoratori e le versioni ufficiali di fatti criminosi interni allo stabilimento.

    Dai documenti risulta fu voluta una pacificazione dopo la liberazione ma negando giustizia a Italo Remo e Arturo, qualcuno all’interno li ha consegnati ai loro carnefici.

    Dopo il 21 di aprile 1945 il Comitato di Liberazione d’Officina tenne “lontano dall’impianto quegli agenti che si sapeva sarebbero stati indesiderati, a parere del comitato. Non per malanimo e spirito di ritorsione, ma per evitare incontri che avrebbero dato luogo a scene incresciose. In quel tempo, tra i licenziati ci furono Maniezzo Dino,Vignoli Enzo, Tosi Azzo, Grazia Norris, Monti Aldo.

    Penso sia dovuto il ricordo nostro, il riconoscimento per questi lavoratori licenziati, come ai caduti per la libertà. Come lavoratore iscritto all’Anpi auspico si possa costituire oggi una “commissioni di inchiesta” affinché si arrivi alla restituzione morale della dignità sottratta a questi lavoratori.

     

     

     

    Relazione del Comitato di Liberazione Nazionale delle Officine del materiale mobile delle Ferrovie dello Stato; letta nella adunanza d’officina il giorno 29 ottobre 1945

     

    Maestranze tutte d’officina.

    Nel gennaio di quest’anno 1945, un nostro compagno, Ferri Giordano, ebbe un primo abboccamento con alcuni componenti di uno dei gruppi di propaganda clandestina contro la dominazione Tedesca, scopo di quell’incontro, scegliere fra la massa delle maestranze d’officina alcuni uomini coraggiosi e d’onore che avessero accettato l’incarico di studiare i bisogni immediati nei riguardi d’officina e di maestranze e gettare le basi di quello che avrebbe dovuto essere il comitato di liberazione nazionale di tale impianto. Incontro pericoloso e incarico delicato perché potevasi incorrere in pene gravissime e perché si trattava di addossare, a chi le avesse accettate , responsabilità pesantissime, perché fuori legge; ma che il Ferri assolse nel modo migliore rivolgendosi ai compagni nostri Lo Santi Raffaele, Frasari Luigi, Rossini Renato e Drusiani Giulio, i quali, con piena consapevolezza del pericolo cui andavano incontro, accettarono il grave incarico. A questi uomini, che per primi si esposero alle possibili terribili rappresaglie per il bene dei loro compagni, solo fidando della bontà della causa e della buona sorte, vada la riconoscenza di tutti noi che crediamo nella santità degli ideali. Accordatisi sommariamente questi nostri compagni, ebbero la prima riunione segreta la sera del 12 febbraio nella casa di persona fidata, a quella ne seguirono altre in modo che, praticamente, essi stessi , quei nostri compagni, costituirono il CLN della nostra officina. Siccome però il lavoro da svolgere si presentò subito vastissimo e complicato essi pensarono di chiedere l’aiuto di altri compagni nostri. Essi furono Dessasoni Luigi, impiegato, Bianconi Mario, Operaio Gardini Gualtiero, tecnico competente delle cose d’officina; Barbieri Ing. Umberto il quale pur appartenente alla classe dirigente per essersi sin dal principio mostrato un ottimo amico degli operai completava quell’insieme di affiatamento e di unanimità di intenti fra le diverse Categorie e di gradi indispensabili alla realizzazione del nuovo ordine da instaurarsi dopo tanta sciagura ed oppressione. Questi ultimi compagni nostri, però non fecero parte del CLN nel periodo clandestino, mentre gli altri -prima citat-i lo furono. Si riunirono in adunanze che andarono facendosi sempre più frequenti e nelle quali approntarono per sommi capi quello che sarebbe stato il lavoro da affidare alle squadre di operai per lo sgombero delle macerie d’officina, alle squadre di recupero materiale trafugati o messi al sicuro, agli approntamenti provvisori, di tutti quei lavori impellenti, improrogabili per la rimessa in efficienza parziale dell’officina. Lavoro che fu svolto fra difficoltà e trepidazione facilmente intuibili, ma con ferma fede e costanza, di modo che alla data sospirata della liberazione 21 aprile questi nostri compagni poterono costituirsi ufficialmente e palesemente in C.N.L. d’officina, insieme agli altri che abbiamo nominato, tranne Bianconi ancora sfollato, che si insedierà al posto assegnatoli al suo rientro in servizio nel maggio successivo.

    Primo compito del comitato fu quello di tenere lontani dall’impianto quegli agenti che si sapeva sarebbero stati indesiderati e questo non per malanimo e spirito di ritorsione, ma per evitare incontri che avrebbero dato luogo a scene incresciose e riunite in squadre i primi volenterosi assegnandoli ai lavori più urgenti. Ma cui le attività si presentarono irte di ostacoli, che sarebbero rimasti insormontabili se non avessero concorso lo spirito di abnegazione generosa degli operai. Non c’era un badile non un piccone, non una carriola qualunque: tutto era stato trafugato e l’officina era un groviglio spaventoso di ferri contorti e di pietrami ammonticchiati. Furono i primi operai accorsi senza distinzione che portarono un attrezzo qualsiasi per rimuovere e dare un po’ di ordine a quel caos inverosimile, in una gara di volontà e spirito di sacrificio. Tutti, senza lamentele o indugio, si adattarono al lavoro, animati da un desiderio solo: riattivare l’impianto ad ogni costo; e se oggi si può vedere quel che si e fatto. Nessuno può avere un’idea di quello che esso significhi, tra una montagna di macerie, da dove l’Officina rinacque Gli operai lavorarono davvero con le unghie. Tra i compiti da assolvere al più presto: la riorganizzazione sindacale. Dopo un periodo di più di vent’anni durante il quale la questione sindacale fu ridotta ad una parvenza di organismo. Per quanto mastodontica, la riorganizzazione si dimostrava quanto mai delicata e difficile. Bisognava rifare da capo questo organismo, che deve conoscere i bisogni dei lavoratori tutti e tutelarli; occorreva avere nel nostro ambiente l’uomo meritevole che avrebbe, non solo saputo adempiere il difficile incarico, ma ancora raccogliere attorno alla propria persona la fiducia delle maestranze tutte. E la scelta. per unanimità di consensi, cade su chi doveva cadere; sul compagno Lo Santi Raffaele.

    La riorganizzazione sindacale richiedeva, quale provvedimento immediato, la nomina della commissione di fabbrica, alla quale si procedette per votazione e della quale risultarono i nomi che avevano raccolto i maggiori suffragi; che costituiti ufficialmente, nominarono i capi gruppo dei diversi reparti. La riorganizzazione sindacale è oggi un fatto compiuto e il compagno Lo Santi può finalmente essere soddisfatto del risultato del suo delicato lavoro. Un’altra questione importante e spinosa quella dell’orario di lavoro; incominciato con le sei ore, ma che non poteva protrarsi per le reiterate richieste del comando alleato, il quale indicava le otto ore normali. Era però possibile applicare la regola normale allo stato delle cose di officina, dove tutto era crollato e non rimaneva a posto un attrezzo, ne in efficienza una macchina, era possibile l’orario delle otto ore senza avere modo di offrire una refezione qualsiasi alle maestranze? Un orario che avrebbe significato la necessità, di un intervallo durante il quale le maestranze avrebbero dovuto sobbarcarsi il disagio di correre ognuno dove meno peggio avrebbe potuto, e trovato lo stipendio grave di cose e di energie aumentando così, lo squilibrio economico familiare? In altri termini era possibile l’orario delle otto ore senza il refettorio? E fu su questa istituzione importantissima per noi che il comitato d’officina puntò per ottenere la concessione dell’orario delle sei ore, fino a quando il refettorio non fosse stato in grado di offrire alle maestranze una sia pur modesta refezione. Il signor Capo Compartimento, al quale il comitato si rivolse direttamente, si è mostrato incline ad agevolare e a riconoscere i bisogni nostri, accolse in pieno le ragioni espresse e fu possibile il mantenimento dell’orario di lavoro di sei ore fino al 1° ottobre. Però l’impegno era assoluto: bisognava mettere in efficienza il refettorio, è i lavori di ripristino, specialmente quello della cucina, rappresentava difficoltà non facilmente sormontabili. L’incarico di appianarle fu assunto dal compagno Frascari Luigi, il quale si impegnò con tenacia ed assiduità, coadiuvato efficacemente da una squadra di aggiustatori, che si adoperò nel miglior modo a riordinare i servizi di cucina, e di muratori per i lavori di riparazione e adattamento, mentre sotto la guida solerte e intelligente del capo tecnico Fini Alfredo, una squadra di falegnami approntava il mobilio e i tavoli per la mensa. Avvicinandoci al compimento dei lavori il comitato propose a noi, per votazione, la formazione del consiglio per la gestione del refettorio nei nomi dei compagni che parvero idonei all’incarico.

    Con l’inaugurazione del refettorio si imponeva l’orario delle otto ore e le condizioni dell’officina non erano e non sono ancora tali da consentire tale orario spezzato. Al di la di un minimo di interruzione per diverse ragioni, fra le quali: la necessità di lasciar maggior tempo per usufruire della luce del giorno agli addetti agli impianti elettrici quando essi dovevano lavorare senza corrente e l’impossibilità di lavorare profusamente senza luce mentre si avviciniamo alla stagione invernale; tenuto conto di tali ragioni a difficoltà il comitato propose ed ottenne, anche per l’appoggio validissimo del nostro capo officina ing. Umberto Barbieri, dal sig. Capo Compartimento l’orario complessivo di otto ore col beneficio di mezz’ora di pausa di intervallo per la refezione. E veniamo ad una questione più spinosa: quella dell’epurazione, in tale questione il comitato d’officina dichiara di non aver inteso sin dal primo momento di ergersi né in veste di accusatore, né in quella di giudice, ma semplicemente di rendersi interprete del pensiero delle maestranze in base a denunce scritte e firmate, vagliando e distinguendo, quando gli è stato possibile quei casi nei quali traspariva un risentimento personale a carico di questo o di quell’altro, uniformandosi alle disposizioni pervenutagli dal Comitato di Liberazione Nazionale Compartimentale, al quale aspettano le decisioni la dove esse cadono nell’orbita della sua giurisdizione ed accettando in pieno ( il comitato d’officina) la responsabilità del proprio operato, basato su questo principio. In questo suo compito grave, dal quale però può dipendere la sorte di molti o di pochi, il comitato d’officina ha proceduto e procede con la sua vigilata cautela, sottoponendo caso per caso alla coscienza di ognuno dei suoi componenti. Ed è per queste ragioni e seguendo questo principio che furono rimessi in servizio taluni agenti accusati a voce, ma per il quali un accusato dalla voce pubblica e venuto discolpato per iscritto dai suoi stessi accusatori.

    Dal che risulta giustificato e logico se il comitato non accetta e non può accettare nessuna responsabilità. E diciamo provvedimenti draconiani quando chi li pretende, poi non accetta nessuna responsabilità E diciamo del lavoro di recupero. Il quale lavoro di recupero rappresentava difficoltà evidentissima e non poteva essere assunta, che da uomini decisi e costanti nei propositi , si trattava di affrontare deliberatamente e senza reticenze i sospettati di essere detentori di materiale ferroviario, perciò a procedere senza tentennamenti a perquisizioni domiciliari anche azzardate, come voi sapete il compito fu assunto e brillantemente assolto dai compagni Ferri Giordano e Drusiani Giulio, coadiuvati efficientemente dalle squadre di operai addetti alla bisogna che accettarono di formarle quanto all’entità del valore materiale recuperato in se consistente, ma ancora molto di più perché con esso sono stati possibili lavori che diversamente avrebbero dovuto essere rimandati ancora per molto tempo. Ma fra i lavori d’officina ve n’era uno di capitale importanza: l’acquisto di macchine utensili senza le quali ogni lavoro diventava praticamente impossibile. E cui il comitato, che ha la fortuna di contare fra i suoi componenti l’ing. Umberto Barbieri, demandò a lui l’incarico, affidandosi alla sua capacità ed al suo interessamento, possiamo tutti affermare con la più viva soddisfazione che l’attesa è stata non solo raggiunta, ma superata. coadiuvata con grande interessamento dal suo collega Luigi Biavati, egli ha ottenuto per il consenso del capo compartimento ing. Gilardi , e per i mezzi messigli a disposizione dal presidente della incetta di acquisti, l’ing. Girasoli, quando era oggi desiderabile in fatto di macchinari e utensili, si che quando l’officina sarà sufficientemente assestata non saranno certamente le macchine che difetteranno . Il comitato anche, a nome Vostro esprime ai nostri due ingegneri la più viva gratitudine perché la questione delle macchine è stata felicemente risolta. Un fatto che merita di essere segnalato, per il quale il comitato d’officina intervenne in tempo, e quello riguardante la trasformazione della nostra segheria in auto rimessa, per conto di altri impianti; la realizzazione della quale avrebbe compromesso irrimediabilmente l’efficienza libera e totale della nostra officina. Difatti è chiaro che se il fabbricato della segheria fosse stato adibito ad altra cosa l’officina sarebbe rimasta priva “sinedie”di uno dei suoi organi più importanti, non solo; ma ancora più libera, perchè l’entrata e uscita di automezzi avrebbe compromesso e intralciato fermando, il nostro lavoro. Il comitato, comprese la gravità del fatto, intervenne prospettando il danno che ne sarebbe derivato e si oppose in nome delle maestranze. Ma il pericolo, se fu scongiurato in un primo momento , riapparve più grave di li a poco. Infatti dopo qualche giorno si iniziarono i lavori per una strada dentro i recinto che avrebbe servito gli automezzi, non più per essere ricoverati nel locale della segheria, ma, nientemeno che nel fabbricato grande delle elettrottici, il guaio era maggiore. L’unico grande locale coperto nel quale e possibile lavorare al riparo veniva tolto, così, altre squadre che vi lavoravano.

    Il comitato protestò nuovamente; ma stavolta si trovò di fronte all’opposizione decisa dell’accaparratore, il quale, visto di non poter chiudere per la porta entrava da una finestra molto, molto più grande della porta. Il comitato, per il tramite della dirigenza d’officina e dell’ufficio amministrativo fece spingere la protesta in nome delle maestranze a Firenze e Roma; ma i lavori proseguivano, sconvolgendo gli impianti nostri; a un certo momento, in contrario al comitato intervenne decisamente protestando l’atteggiamento risoluto che avrebbero assunto le maestranze qualora si fosse perseguito in un progetto che in definitiva comprometteva gravemente l’opera di ricostruzione dell’officina, fu provocare un sopralluogo, alla fine del quale venivano riconosciute le ragioni addotte dal comitato di officina e il disegno di impiantare qui una autorimessa per conto di altri servizi è stato abbandonato e -speriamo definitivamente- perché le maestranze tutta (e intendiamo significare capi e dipendenti) sono animate dal propositi di vedere l’officina ritornare a lavorare al completo e in piena libertà.

    Al principiò della ripresa del lavoro vi sono stati poi degli allontanamenti, delle esclusioni; si sono anche verificati casi di insubordinazione, scusati, del resto, dell’anomala situazione esasperante dettata dagli avvenimenti, saranno anche assegnati anche provvedimenti meritevoli di condotta; saranno prorogati anche i licenziamenti che non sempre riguardano (invitiamo anche, commissione interna, consiglio di refettorio, capi tecnici, impiegati e operai ) quelli che accettano un incarico che fosse loro dato con la buona volontà di eseguirlo, la critica, che c’è, e deve esserci, si terrà conto delle difficoltà di ambiente e di mezzi messi a disposizione di coloro che hanno fatto, dovrà riconoscere che non tutto fu fatto invano, ne sempre a rovescio. Che se poi si vorrà dire che” si poteva fare queste, e queste altre, e queste altre ancora” il comitato e i suoi collaboratori sono pronti a riconoscere il torto la dove sia dimostrato, ma ad avvertire anche “ il comitato e i suoi collaboratori sono pronti a riconoscere il loro torto la dove si sia dimostrato, ma ad avvertire anche che “ del senno del poi sono piene le fosse” attraverso diversi giornali si va stampando e ristampando che i CLN, non rappresentano niente perché si sono eletti. Noi rispondiamo, si , i comitati si sono auto eletti, ma chiediamo però a chi stampa tutto questo, che cosa facevano questi quando i comitati si auto eleggevano. I comitati già erano in atto prima del 21 di aprile; ma a quel tempo molti di coloro che sanno sfoderare tanta eloquenza e sapienza oggi, a quel tempo, ripetiamo, non avevano una parola da dire. Il comitato d’officina ha agito come ha potuto e secondo coscienza e, conseguentemente, accetta davanti a voi la responsabilità del proprio operato. Nei riguardi della ricostruzione qualcuno potrà lamentare che i lavori di copertura vanno a rilento; ma dobbiamo persuadere tutti che la difficoltà in proposito sono molte e certune insormontabili.

    Chi ha seguito i lavori e sa rendersi conto di che cosa essi rappresentavano in fatto di difficoltà deve convenire che è stato fatto molto e di questo va dato atto all’ing. Belletti e ai suoi assistenti, geometra Cottoni e Gardini del servizio lavori, i quali nulla hanno trascurato di quanto era ed è nelle possibilità. E lo stesso dicasi del lavoro in genere, perché per tutte le attività, dalla più alla meno importante, incombono le difficoltà normalissime di questo tempo grave. Sabato scorso abbiamo assistito a quelle che oggi costituisce un avvenimento per l’officina: è stata messa a braccia il carrello trasbordatore: quando si pensi alle condizioni in cui ci trovavamo il 21 aprile e con quali mezzi e con quali materiali è stato rimesso in efficienza; quanti si consideri che la ditta che lo costruì si sarebbe preso un tempo di tre anni per riattivarlo, dobbiamo riconoscere che lo sforzo compiuto dai tecnici ed operai tutti che vi hanno lavorato attorno merita una considerazione particolare e va segnalato ad esempio di buona volontà e intelligenza. Possiamo dire con soddisfazione: questa è la prima vittoria, che ne attende con fiducia altre, quanto prima: la rimessa in efficienza del forno grande dei fucinatori e del primo tornio a ruote. Da quando abbiamo avuto il piacere di esporre in questa sommaria relazione appare chiaro che l’officina, lentamente, ma inesorabilmente si avvia a riprendere il suo funzionamento normale. Con viva soddisfazione nostra, è stato francamente riconosciuto dalla commissione Alleata qui in visita sabato scorso. Dopo aver visitato diversi reparti, per la cucina e il refettorio dove tutto e in ordine e pulito, il Colonnello capo della commissione, esprimeva al nostro capo compartimento ing. Gilardi il proprio compiacimento per aver trovato che “qui ci sono uomini che vogliono veramente essere tali”, siamo contenti di sentirle dire queste cose da uno straniero; significherà che non tutti gli Italiani sono degli svogliati o peggio ancora. Però sia lecito osservare che se gli stranieri che oggi sono in Italia non trovano un popolo Italiano nell’ordine dei loro costumi e però anche vero che sul popolo Italiano pesano secoli di selvaggio, depredazione straniera e di miseria come nessun altro popolo civile; che il lavoratore Italiano, pur nei suoi difetti e manchevolezze, ha lasciato tutto il mondo e specialmente in America le impronte indelebili della sua intelligenza e del suo lavoro.

    Maestranze tutte d’officina: dirigenti, capi tecnici, impiegati,manovali, compagni tutti; il Comitato di Liberazione Nazionale, presentando a voi questa sua relazione ha la soddisfazione di dire che dal 21 di aprile ad oggi qualche cosa fu fatta. Ha la soddisfazione ancora di riscontrare che lo spirito di disciplina, elemento indispensabile alla ricostruzione, instaurandosi gradatamente su ogni branca di attività dell’impianto e sulla massa, se qualche elemento, per esuberanza giovanile e per carattere, ha dato motivo a richiami sul principio, ora quegli elementi dimostrano di intendere loro posizione di responsabilità e di questo, il comitato li ringrazia perché risparmia ad essi di intervenire inesorabilmente. Era invalsa in certuni l’abitudine di avere spesso, troppo spesso, bisogno di un permesso fuori orario e il compagno nostro, Rossigni Renato, era costretto a convalidare con la sua firma quello che molte volte, altro non era che un pretesto per uscire per fatti loro. Anche da questo lato le cose vanno migliorando ed è buon segno.Perchè è necessario rientrare al più presto nell’ordine normale delle cose “ anche se permarrà per altro tempo ancora” purtroppo il tempo. Il contrario per tutto il resto, ognuno di noi deve richiedere a se stesso il buon esempio senza aspettarlo da altri . Aspettarlo dagli altri significa voler scusare indebitamente se stessi. Ma se a qualcuno proprio occorre un modello per uniformarsi questo lo si può trovare in molti di coloro che con lui qui lavorano. Il comitato dal suo posto di osservazione è persuaso di vedere l’andamento dell’officina con sufficiente senso di obbiettività. Costituito di elementi delle diverse correnti politiche, si è imposto come primo e basilare dovere l’imparzialità delle sue decisioni. Mancando sino a giorni fa di rappresentanti del F.D.G. e dell’ A.N.P.I., questi due enti sono oggi rappresentati nel suo nome rispettivamente nei compagni Rubino Saverio e Curti Luciano, essendone usciti i compagni Ferri Giordano e Brusiani Giulio Ancora si è imposto, il comitato, di non decidere di questioni cosi importanti se non attraverso responso liberamente espresso dalla massa. Si è riservato e si riserva di decidere di propria iniziativa di quelle cose la cui decisione toccano la sfera personale dell’individuo privatamente, senza accoglierla in assemblea. Con questo il comitato crede di non offendere nessun principio ne di persona, ne di collettività. Perché è chiaro che se per ogni cosa, il comitato viene a trovarsi nella proibizione di decidere e messo nella condizione di declinare in proposito ogni responsabilità Dopo sei mesi di insediamento esso vi ha dato conto in questa relazione del lavoro compiuto. Giudicandolo imparzialmente e serenamente come esso ritiene di avere operato. Sia improntata questa adunanza a spirito fattivo e costruttivo, auspicio ben augurante per il molto lavoro da fare.

     

    IL COMITATO DÌ LIBERAZIONE NAZIONALE DELL’OFFICINA

    Bologna, li ottobre 1945

    N.B. la relazione messa in votazione fu approvata all’unanimità

     

    LAVORATORI LICENZIATI PER RAPPRESAGLIA POLITICO/SINDACALE NELL’ANNO 1945:

    Maniezzo Dino, Vignoli Enzo, Tosi Azzo, Grazia Norris, Monti Aldo

    ma questo è un altro capitolo, che dovrà essere studiato in futuro.

 

Category: Guardare indietro per guardare avanti

About Armando Sarti: Sarti, classe 1947, nasce nella bassa bolognese, a San Pietro in Casale, padre ferroviere, madre casalinga. Frequenta la prima elementare nella scuola di Gavaseto, frazione a circa un chilometro e mezzo da Cenacchio, località in cui abita con i genitori ed i nonni paterni. Il 4 ottobre, il giorno di San Petronio del 1954, la famiglia si trasferisce a Bologna, alla Bolognina, dove fatica enormemente a entrare nella nuova realtà cittadina. Dopo 8 mesi di solitudine si trasferisce in una nuova vicina casa, dove nello “stradello” di via Raimondi si trova i primi amici. Fra essi due saranno medici, uno perito industriale e Alfredo Cazzola. Alfredino: il più fortunato del gruppo, che sarà presidente della Virtus basket e del Bologna calcio. Armando dopo un primo diploma di qualifica dell'Istituto professionale di Stato Aristotele Fioravanti, consegue a 28 anni il diploma serale di perito elettrotecnico presso l'Istituto Aldini Valeriani di Bologna. Nel 1969 sposa Milena e nasce Carla, con questa formazione familiare -fortunatamente- non ha mai smesso di essere felice. Il primo giorno di lavoro presso l'azienda bolognese del gas e acqua deve chiedere un permesso, per recarsi alla maternità del S. Orsola a vedere la moglie e la bimba. Nel 1989 è presente alla “svolta della Bolognina”. Quando arriva cede il suo posto e fa sedere Achille Occhetto, che annuncia la fine del Partito Comunista. Nel 1996 è nel Movimento per l'Ulivo di Romano Prodi, dove conosce figure importanti per la politica italiana. Nel 2000 partecipa al percorso che porta all'erezione del cippo a Primo Zecchi, vittima della “Uno bianca”, nel 2003 partecipa al percorso che porta al monumento in via Lenin a Bologna, alle 24 vittime uccise in città, in Emilia-Romagna e Marche dai fratelli Savi e dai loro complici. Si interessa dal 2003 di Caserme Rosse “Il lager di Bologna”, che è diventato, con lo stesso titolo di un suo piccolo testo storico, un film dei documentaristi bolognesi Danilo Caracciolo e Roberto Montanari.

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.