Mario Agostinelli: Carla Ravaioli se ne è andata..leggera

| 17 Gennaio 2014 | Comments (0)

 

 

Vorremo sempre bene a Carla perché ci rimane dentro. In effetti, non le volevamo solo bene: ne coglievamo in ogni istante l’apporto irripetibile per capire più in profondo come stessero le cose, senza limitarsi a dire che tutto sta cambiando solo per disancorarsi dai principi, dai valori, dalla memoria. Magari creandosi l’alibi per non stare più su una frontiera sempre meno presidiata.

La incontravo spesso venendo a Roma e ne apprezzavo la ricchezza di attenzioni anche agli aspetti umani delle relazioni. Bruna, mia moglie, sorrideva quando mi passava le sue telefonate, immancabilmente in orari che ci coglievano negli spazi sereni del ritorno a casa, quasi fosse una di famiglia che, quando viene a trovarti, metti al tavolo con quello che c’è.

Ho scritto un libro con lei sulle 35 ore e la riduzione dell’orario di lavoro in cui c’era tutta l’esplosione di gioia per la possibilità di riappropriarsi di uno spazio di vita, di ambiente restituito alla riproduzione e alla rinnovabilità, di convivialità meritata. Carla era molto bella anche dopo gli ottant’anni: il che faceva sperare a tutti gli estimatori di non invecchiare mai. Non accomodante, ma gentile, non settaria, ma rigorosa, dialogante, ma irriducibile nelle sue convinzioni. Credo sia appartenuta ad una generazione che era in grado ancora di trasmettere a quelle successive: ora se ne va, leggera, senza vivere il dramma della mia generazione che viene “rottamata” perfino dagli amici, prima che dagli avversari. Carla mi ricorda Laura Conti, seppure nella profonda diversità di esperienze, carattere, rapporti con l’eresia in politica. Laura ci è rimasta compagna di viaggio, come lo sarà indubbiamente Carla.

Ti vediamo sorridente anche in questo momento triste. Ma, come per Bruna, a cui tu eri affezionata e di cui ti addolorava la morte, “la vita non finisce mai.

 

 

 

Inchiesta la ricorda pubblicando l’ultimo suo articolo scritto per Il Manifesto il 15 ottobre 2011 in occasione di una straordinaria giornata di protesta in vari paesi e un suo breve profilo

 

1. Carla Ravaioli : Una rivoluzione senza precedenti. E’ qui la sinistra

[Il Manifesto, 15 ottobre 2011]

Quanto è acca­duto sabato scorso in novan­ta­cin­que città del mondo (a pre­scin­dere dalle vicende ita­liane, sol­tanto ita­liane, che esi­gono un discorso spe­ci­fico ad esse esclu­si­va­mente dedi­cato) parla di qual­cosa come cin­quanta e più milioni di per­sone in mar­cia con­tro il capi­ta­li­smo. A negare cla­mo­ro­sa­mente la vul­gata che con insi­stenza da tempo parla di neo­li­be­ri­smo incon­tra­stato e vin­cente, dun­que di “fine delle sini­stre”. Ciò che peral­tro in effetti risponde non solo quan­ti­ta­ti­va­mente alla debo­lezza delle sini­stre, ma alla totale man­canza di una poli­tica che possa in qual­che misura distin­guerle dalle logi­che domFi­nanti; pre­scin­dendo ovvia­mente dall’impegno soste­nuto soprat­tutto dai sin­da­cati a favore dei lavo­ra­tori, nello spe­ci­fico di situa­zioni di volta in volta in que­stione (sala­rio, orari, man­sioni, “difesa del posto di lavoro”); una lotta indub­bia­mente utile, anzi indi­spen­sa­bile, che però non rimette in alcun modo in causa l’organizzazione pro­dut­tiva nelle sue logi­che e nelle sue rica­dute, né in alcun modo garan­ti­sce un’occupazione sem­pre più a rischio.
Di fatto “ripresa”, “uscita dalla crisi”, “rilan­cio della pro­du­zione”, sono gli obiet­tivi che — non diver­sa­mente dall’intero mondo poli­tico — le sini­stre auspi­cano e per­se­guono, nel segno dell’accumulazione capi­ta­li­stica. Di recente addi­rit­tura è stato recu­pe­rato il vec­chio slo­gan “Creare posti di lavoro”: insen­sato invito alla pro­mo­zione di atti­vità desti­nate solo a occu­pare vite altri­menti rite­nute inu­tili; di fatto capo­vol­gi­mento del lavoro nella sua fun­zione di rispo­sta a biso­gni dati.

L’origine di tutto ciò risale d’altronde a fatti lon­tani, da potersi sostan­zial­mente situare nel tren­ten­nio della grande ripresa post­bel­lica, quando l’organizzazione pro­dut­tiva che andava via via impo­nendo al mondo i modi e le logi­che dell’ accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica, e model­lan­dolo di con­se­guenza, per più versi però parve ogget­ti­va­mente miglio­rare le con­di­zioni delle classi lavo­ra­trici; e fu allora che le sini­stre (pur senza mai negare quell’anticapitalismo nel cui nome erano nate) in qual­che misura anda­rono rimo­del­lando le pro­prie poli­ti­che, pun­tando (sovente d’altronde con apprez­za­bili risul­tati) sulle riforme piut­to­sto che sulla “rivo­lu­zione”. La quale da allora, spe­cie dopo la fine dell’Urss, di fatto venne “messa in sonno”.

Ma il “pec­cato” più grave delle sini­stre è l’aver di fatto “rega­lato” il pro­gresso scien­ti­fico e tec­no­lo­gico al capi­ta­li­smo. Di fronte alla più grande rivo­lu­zione com­piuta dal pen­siero umano, che avrebbe potuto con­sen­tire quella “libe­ra­zione del lavoro e dal lavoro” auspi­cata da tutti i grandi uto­pi­sti, com­preso Marx, le sini­stre non hanno saputo che difen­dersi dal rischio della disoc­cu­pa­zione tec­no­lo­gica, d’altronde con risul­tati non pro­prio entu­sia­smanti. Di fatto ope­rando secondo la forma dell’ accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica, accet­tan­done logica e con­se­guenze, e solo di volta in volta, nello spe­ci­fico delle sin­gole situa­zioni, com­bat­tendo spesso valo­ro­sa­mente in difesa dei lavoratori.

Oggi, “ripresa”, “rilan­cio”, “cre­scita”, pro­prio come nei palazzi del potere, sono le parole d’ordine delle sini­stre. Incu­ranti (o così par­rebbe) della qua­lità del mondo che a que­sto modo si tro­vano a soste­nere: un mondo in cui l’1% della popo­la­zione detiene il 50% della ric­chezza, 1/6 dell’umanità è sot­toa­li­men­tato men­tre in com­plesso si distrugge circa il 40% del cibo pro­dotto, un diri­gente d’azienda gua­da­gna fino a 640 volte il sala­rio di un ope­raio, la pro­du­zione di armi rap­pre­senta il 3,7% del Pil (cifra uffi­ciale secondo gli esperti assai infe­riore alla verità).

Un mondo che con­ti­nua a con­si­de­rare la crisi eco­lo­gica pla­ne­ta­ria come una sorta di varia­bile mar­gi­nale, cui dedi­care momenti di escla­ma­tiva atten­zione quando si veri­fi­cano le cata­strofi più gravi, la grande indu­stria (petro­li­fera, nucleare, che altro) viene pesan­te­mente col­pita, i muta­menti cli­ma­tici distrug­gono rac­colti agri­coli di intere sta­gioni, ecc. Senza mai pre­stare ade­guata atten­zione alle voci della comu­nità scien­ti­fica mon­diale. La quale parla di sem­pre più pros­sima e forse irre­cu­pe­ra­bile rot­tura di equi­li­bri mil­le­nari, e con­ti­nua a ricor­dare i “limiti” del pia­neta Terra: che è “una quan­tità” data, non dila­ta­bile a richie­sta, e per­tanto inca­pace sia di ali­men­tare una pro­du­zione in con­ti­nua cre­scita, sia di neu­tra­liz­zare i rifiuti, liquidi solidi gas­sosi, che ne deri­vano, e squi­li­brano l’ecosistema. Men­tre imper­ter­rito risuona il richiamo alla “cre­scita”, invo­cata come una sorta di dovere sociale, cui le sini­stre si associano.

Ma dove sono le sini­stre? Que­sta è l’obiezione di regola sol­le­vata appena si accenna a posi­zioni e ini­zia­tive che, nella situa­zione data, alla sini­stra appunto par­reb­bero appar­te­nere. E tut­ta­via, i milioni di gio­vani e meno gio­vani che sabato scorso hanno mani­fe­stato in nove­cen­to­cin­quanta città del mondo, che altro sono se non sini­stre? E i popoli della “pri­ma­vera afri­cana”? E i tan­tis­simi che si bat­tono per la pace, per i “beni comuni”, con­tro il nucleare, con­tro opere monu­men­tali quanto inu­tili, che insomma, nei modi più diversi e per i più diversi obiet­tivi imme­diati, met­tono in discus­sione le regole por­tanti del capi­tale? E le donne che, anch’esse, in folle sem­pre più vistose, mani­fe­stano il loro “sen­tire altro” dalla vul­gata del sistema impe­rante, e che per­fino nei paesi di più dura miso­gi­nia sem­pre più di fre­quente tra­sgre­di­scono la regola che le offende?

Certo, non può stu­pire che le sini­stre orga­niz­zate — quel poco che ne rimane — fug­gano di fronte a una “rivo­lu­zione” come que­sta, che per qua­lità e quan­tità non ha pre­ce­denti. E d’altronde, è pen­sa­bile che la situa­zione possa pro­trarsi così, inde­fi­ni­ta­mente? Dopo­tutto teste pen­santi, con­vinte della insop­por­ta­bi­lità sociale, cul­tu­rale e fisica, della situa­zione attuale, a sini­stra non man­cano. E non man­cano intel­li­genze capaci di una let­tura ade­guata della “glo­ba­liz­za­zione”: un pro­cesso mon­diale ormai inte­ra­mente com­piuto nella sua dimen­sione economico-finanziaria (ivi incluse deva­stanti con­se­guenze eco­lo­gi­che); sem­pre più lar­ga­mente impo­stosi dal punto di vista cul­tu­rale (con la pub­bli­cità a gio­care in ciò un ruolo deci­sivo quanto stra­vol­gente); ma di fatto tut­tora ine­si­stente sul piano poli­tico (essendo la poli­tica di fatto iden­ti­fi­cata con l’economia, e da essa sostituita).

Teste non solo pen­santi, ma volon­te­rose di “pen­sare con­tro”, e di avven­tu­rarsi sui rischiosi sen­tieri di una rivo­lu­zione che non ha pre­ce­denti né modelli… io sono certa che non man­chino. Forse si tratta solo di cominciare…

 

 

2. Carla Ravaioli: un breve profilo

Carla Ravaioli è nata a Rimini nel 1923 . Si è laureata a Bologna in Lettre con una tesi in Storia dell’arte su Guido Cagnacci discussa con Roberto Longhi. Dal 1954 al 1970 ha vissuto a Milano, si è poi trasferita a Roma.

La condizione della donna è il problema di cui maggiormente si è occupata nei primi decenni della sua attività. Come giornalista, ha lavorato per “Il Giorno”, “L’Europeo”, “Il Messaggero”, “La Repubblica”, “Il Manifesto” e Rai-tv.

Come saggista ha pubblicato: La donna contro se stessa (1969, 2^ edizione 1977), Maschio per obbligo (1973, 2^ edizione 1979), La questione femminile – Intervista col PCI (1976, tradotto in tedesco e in greco), e ha collaborato a diverse riviste quali “Tempi moderni”, “1a critica sociologica”, “Quaderni piacentini”, “Rinascita”, “Critica marxista”.

In seguito, pur sempre mantenendo presente e centrale il problema – donna, ha allargato la sua riflessione all’intero modello socioeconomico oggi attivo nel mondo, soprattutto in rapporto alle questioni ambientali. Su questi temi ha pubblicato: Il quanto e il quale – La cultura del mutamento (1982), Tempo da vendere, tempo da usare (1986 2^ edizione 1988, 3^ edizione 1994, tradotto in tedesco), Il pianeta degli economisti – Ovvero 1’economia contro il pianeta (1992, tradotto in inglese), La crescita fredda (1995), Le 35 ore, Dialogo con Mario Agostinelli (1998), Processo alla crescita, Dialogo con Bruno Trentin (2000), Un mondo diverso è necessario (2002).

Su queste tematiche ha scritto per “Il Manifesto”, “Liberazione”, “Critica Marxista”, “Carta”, “Rocca”, “Aprile”, “Decrescita”, ecc. e ha svolto seminari e corsi a contratto nelle università di Sassari, Cosenza, Ancona, Roma 3, Cassino.

NeIl’VIII legislatura è stata membro del Senato per la Sinistra Indipendente. Benché tuttora non iscritta ad alcun partito, è impegnata in diverse attività politiche, in particolare riguardanti la condizione femminile (è parte di “Controparola”, attivo gruppo femminista composto di note scrittrici e giornaliste), l’ambiente e il rapporto economia – ambiente, in collaborazione con “Ars” (Associazione per il Rinnovamento della Sinistra), con “Rosso -Verde” e con “SE” (Sinistra Europea)

E’ stata trovata morta giovedì mattina 16 gennaio 2014 nella sua abitazione di Via del Seminario nel centro di Roma. La giornalista e scrittrice aveva da poco compiuto 91 anni, viveva da sola, e non si esclude l’ipotesi di suicidio

 

Category: Donne, lavoro, femminismi

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About Mario Agostinelli: Mario Agostinelli (1945) ha lavorato come ricercatore chimico-fisico per l’ENEA presso il CCR di Ispra. Dal 1995 al 2002 è stato Segretario generale della Cgil Lombardia e nel 2004 ha dato vita al movimento Unaltralombardia, con l’obiettivo prioritario di rinnovare dal basso le forme della rappresentanza. Ha ricoperto un incarico istituzionale come Consigliere regionale in Lombardia, eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, e nel 2009 ha aderito a Sinistra Ecologia Libertà. Sul piano internazionale si è contraddistinto per un intenso impegno nel Forum Mondiale delle Alternative e nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.

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