Maurizio Matteuzzi: Dell’autonomia della ricerca, dei magistrati, e di altre amenità

| 6 Febbraio 2015 | Comments (0)

 

 

 

Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. Poi una abbondante letteratura su altri supposti poteri, non completamente infondata, ma non tale da sconvolgere il canone. Non v’è una analoga spinta spinta verso un “potere accademico”. Anzi, a dire il vero, l’endiadi esiste, ma con tutt’altro significato. Tale potere non è essoterico, svolto verso l’esterno e riferito all’universo mondo, ma è fatto interno, ha senso e si esercita entro l’accademia stessa, attraverso le baronie, la cui influenza tuttavia, se vuole uscire dalle mura della immaginaria cittadella della cultura, e non di rado ne ha la forza, lo può fare solo al patto della mediazione: attraverso, e con il placet, dei poteri ufficiali. L’amico parlamentare, che poi magari è anche, guardacaso professore, o almeno lo era, può fare da cinghia di trasmissione; ma l’esercizio del potere, al di là della sua archeologia, è tutto suo.

E’ giusto così? Forse. Certo, è giusto così sotto l’accezione comune di “potere accademico”, di camarille interne, faide e concorsi. Ma, ecco, noi vorremmo proporre una accezione più ampia, e di questa vorremmo parlare. Noi vorremmo fare assurgere l’endiadi a un livello più complesso, più astratto ma senza dubbio più nobile: al livello della egemonia culturale, brutalmente, a sinonimo del potere culturale. E questo potere è in un certo senso originario, fondativo. Se non è codificato ne L’esprit des lois, è forse in quanto ancestrale, in quanto già fissato da Bacone: sapere è potere. Qui non si tratta più di formalizzazione delle istituzioni, ma di ordine fondativo del sociale stesso. Cercheremo di spiegarci con una analogia. Nella celebre gerarchia delle scienze di Comte e di tutto il positivismo, dal semplice al complesso, e dal generale al particolare, si hanno astronomia, fisica, chimica, biologia e sociologia. Come si vede, manca la matematica. Ma possibile? Eppure Kant aveva detto che in una disciplina c’è tanto di scienza quanto c’è di matematica… La scelta di Comte è tutt’altro che escludente: egli considera la matematica la struttura genetica della scienza stessa, il suo supporto e il suo metodo: essa è pervasiva di ogni sapere, lo regola e lo nobilita.

Allora torniamo a noi: non c’è un potere della cultura; ma quali altri poteri, tra quelli ufficiali e codificati, potrebbero essere dignitosamente praticati senza “cultura”, senza il sapere? Non sarà dunque come per la matematica rispetto alla scienza, che ci troviamo di fronte ad una scaturigine originaria e imprescindibile, senza la cui luce anche tutto il resto si svilisce, si svuota, si priva del suo carattere di indipendenza dagli altri in quanto vacuità, o arbitrio, o, peggio, casualità ingovernata e irrazionale, se non, caso tutt’altro che infrequente, esplicita incoerenza? Qui non può non tornare alla mente il caso eclatante di una legge che, nella forma approvata dal Senato, era esplicitamente contraddittoria, fino ad abrogare un articolo di un’altra legge, e, nello stesso corpus, modificarlo? Facciamo riferimento alla 240/10, per chi se ne sia dimenticato, mentre l’altra legge era la Moratti.  Un po’ di buon senso: come si può legiferare senza sapere, come si può dare esecuzione, che epoineia ci può essere senza cultura?

Dai massimi sistemi al concreto, agli attori effettivi di queste macroidealità. Vi è una carsica, sotterranea, non si sa quanto voluta liaison tra magistrati e docenti universitari. Nel secolo scorso si sono avuti equiparazioni e scollamenti. In tempi più remoti, quando gli accademici erano pochissimi, il parallelismo, se non vera e propria assimilazione, è stato a più riprese sancito anche esplicitamente, e altre volte smentito. Il governo Prodi, quando decise di tagliare gli scatti di carriera, non esitò a considerare paritetiche e degne dello stesso trattamento le due categorie, con uguali tagli percentuali, dimentico (?) del fatto che si assimilavano due categorie l’una delle quali godeva di un trattamento economico più che doppio dell’altra. Chiaro esempio di arithmetikè dykaiosyne, là dove dare uguale a tutti è la peggiore ingiustizia, alla faccia del dare a ognuno il suo.

Ma questo sia detto en passant, è un accidente storico, piccolo neo entro un panorama ben più fosco, talmente fosco che i nei non si distinguono nel buio circostante.

Che la 240/10 fosse un obbrobio, anche per la sua dubbia costituzionalità, l’avevano detto e scritto in molti (de quorum nos); ma, al di là di questo aspetto, vi erano e vi sono motivi ontologicamente ancor più profondi, motivi di razionalità. Un dettato iperdeterminista nella prima parte. E talmente sottodeterminato nella seconda che era assai facile prevedere quanto dei processi discriminanti sarebbe passato dal mondo accademico ai TAR, e alla sfera giudiziaria in genere.

Ora, anche negli esiti, siamo nelle mani dei “giudici”; è questa l’autonomia sancita dalla costituzione?

E, tanto per uscire dal coro trionfalistico imperante per l’elezione di Matterella a capo dello Stato, varrà la pena di ricordare che egli è uno dei firmatari di un pronunciamento che sancisce di fatto i privilegi dei magistrati come intoccabili (vedi la sentenza in www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2013&numero=310),

ogni taglio essendo per essi, ma per essi solo, anticostituzionale. Per chi volesse approfondire vedi in www.inchiestaon.line i due testi di Maurizio Matteuzzi (21 dicembre 2013 e  23 dicembre 2013)

Chiudiamo con una citazione da quest’ultimo:

“E allora, signori della Consulta, svilire la categoria degli insegnanti, demotivarli al punto da mettere in stallo la spinta propulsiva dell’insegnamento, considerarli “non specifici”, in quanto specifici a pieno titolo siete soltanto voi, non sarà un negare un diritto alla Patria stessa? Justum est suum cuique tribuere, dicevano i giureconsulti dei nostri antenati latini. Non vi sorge il dubbio di avere tolto, non tanto a noi, che apparteniamo al transeunte e non all’eterno, come dice il filosofo, ma alla Patria stessa un suo inalienabile diritto?”.

Che questo tarlo accompagni per sempre gli intellettualmente onesti

 

 

Category: Scuola e Università

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About Maurizio Matteuzzi: Maurizio Matteuzzi (1947) insegna Filosofia del linguaggio (Teoria e sistemi dell'Intelligenza Artificiale) e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Studioso poliedrico, ha rivolto la propria attenzione alla corrente logicista rappresentata da Leibniz e dagli esponenti della tradizione leibniziana, maturando un profondo interesse per gli autori della scuola di logica polacca (in particolare Lukasiewicz, Lesniewski e Tarski). Lo studio delle categorie semantiche e delle grammatiche categoriali rappresenta uno dei temi centrali della sua attività di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: L'occhio della mosca e il ponte di Brooklyn – Quali regole per gli oggetti del second'ordine? (in «La regola linguistica», Palermo, 2000), Why Artificial Intelligence is not a science (in Stefano Franchi and Güven Güzeldere, eds., Mechanical Bodies, Computational Minds. Artificial Intelligence from Automata to Cyborgs, M.I.T. Press, 2005). Ha svolto il ruolo di coordinatore di numerosi programmi di ricerca di importanza nazionale con le Università di Pisa, Salerno e Palermo. Fra il 1983 e il 1985 ha collaborato con la IBM e, a partire dal 1997, ha diretto diversi progetti di ricerca per conto della società FST (Fabbrica Servizi Telematici, un polo di ricerca avanzata controllato da BNL e Gruppo Moratti) riguardo alle tecniche di sicurezza in informatica, alla firma digitale e alla tecniche di crittografia. È tra i promotori del gruppo «Docenti Preoccupati» e della raccolta firme per abrogare la riforma Gelmini.

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