Remo Ceserani: Intellettuali in liquidazione. Etica e morale

| 29 Gennaio 2013 | Comments (0)

 

 

DIBATTITO SUL RUOLO INTELLETTUALI

Fra le analisi che sono state proposte della nuova collocazione e del nuovo ruolo delle élite intellettuali nella società liquida si segnalano, per la capacità interpretativa e i modi in cui viene affrontato il problema dell’impegno etico-politico, quelle ormai molto note di Zygmunt Bauman. A me pare che esse possano servire a portare qualche chiarezza anche al dibattito italiano sul postmoderno e sulle nuove tendenze a suo tempo lucidamente ricostruito da Monica Janseni e di recente analizzato da Ana Maria Binet e Martine Bovo Romœuf.ii

Scrive Bauman: I corpi solidi per i quali oggi — nell’epoca della modernità liquida — è scoccata l’ora di finire nel crogiolo ed essere liquefatti sono i legami che trasformano le scelte individuali in progetti e azioni collettive: i modelli di comunicazione e coordinamento tra politiche di vita condotte individualmente da un lato e le azioni politiche delle collettività umane dall’altro.iii

Secondo Bauman, nella nuova società liquida, parcellizzata, individualizzata, gli intellettuali, che erano stati fra i protagonisti e i propulsori della modernità (Il faut être moderne) e avevano spesso incarnato la figura dell’intellettuale organico, teorizzato da Antonio Gramsci, capace di abbandonare la sua classe di origine e mettersi al servizio della nuova classe in formazione e della costituzione di una nuova coscienza collettiva, o quella del «grande intellettuale» engagé impersonato da Jean-Paul Sartre,iv hanno cambiato radicalmente la loro funzione, da ‘legislatori’ della società ne sono divenuti semplicemente gli ‘interpreti’:

Gli intellettuali [. . .] ossia le persone impegnate professionalmente nella riflessione volta a «trovare un senso» (qualunque sia l’attuale distinzione fra «senso» e «nonsenso»), furono imprigionati nel ruolo di legislatori fin dall’inizio dell’era moderna. Quel ruolo era in perfetta sintonia con lo Zeitgeist dell’epoca. «Essere moderni» significa essere in uno stato di perpetua modernizzazione: la modernità è, per così dire, il tempo dei «nuovi inizi» e di «nuovi inizi» sempre nuovi, dello smantellamento delle vecchie strutture e della costruzione di quelle nuove dal nulla. [. . .] La società moderna aveva un’insaziabile sete di legiferare, di definire norme, di introdurre standard; di bellezza, bontà, verità, decoro, utilità e felicità. [. . .] In simili circostanze, il ruolo di «legislatori» dei ceti riflessivi era scontato. I sociologi (o piuttosto chi possedeva una mente sociologica) si sforzavano di fare i legislatori per i legislatori di mestiere: per le strutture di potere capaci di essere legislatrici e di esserlo efficacemente, ossia di garantire che le leggi, una volta imposte, venissero rispettate. Per i pensatori sociali, «società» era un’abbreviazione di «Stato nazionale», un organismo insieme culturale (nazione) e politico (Stato). Con l’aiuto di questo organismo e dei suoi poteri legislativi, la società realmente esistente poteva essere gradualmente ma risolutamente innalzata ai severi standard della «buona società»: una società giusta, la società guidata dalla ragione, l’ambiente per un’umanità sicura e felice; anzi, una società «perfetta», nel senso che non sarebbe stato possibile né necessario alcun cambiamento per migliorarla.v

Se l’analisi di Bauman è corretta, e a me sembra che lo sia, in essa si può ritrovare una delle ragioni di fondo della crisi degli intellettuali italiani. Quando non si è più legislatori e chiamati a dimostrare la propria appartenenza (confermandola con l’impegno) a una delle grandi ideologie, oppure a quel grande intellettuale che era il partito di Gramsci (e Gramsci è uno dei pensatori che più profondamente hanno influenzato Bauman), resta solo il ruolo dell’interprete, non più attivo ma solamente ricettivo, non più legislatore ma condannato al confronto e al conflitto delle interpretazioni. E a volte resta solo la possibilità del ripiegamento su se stessi, dell’autobiografia intellettuale—di solito dettata dalla musa düreriana della malinconia—come è successo anche ad alcuni dei migliori e più lucidi, come Edward Said, Terry Eagleton, Alberto Asor Rosa, Romano Luperini e altri ancora.

È necessario, per capire la posizione di Bauman rispetto alla questione degli intellettuali e della loro trasformazione da legislatori a interpreti, seguirlo mentre traccia un’importante distinzione, quella fra «etica» e «morale». Egli mutua questa distinzione dalla Filosofia del diritto di Hegel (1821), per il quale la moralità (die Moralität) era l’aspetto soggettivo della condotta umana (per esempio: l’intenzione del singolo individuo, la sua disposizione interiore), mentre l’eticità (die Sittlichkeit) era l’insieme dei valori morali effettivamente realizzati nella società e nella storia (forme dell’eticità erano, per esempio, la famiglia, la società civile, lo Stato). Il pensiero di Hegel — filtrato attraverso le riflessioni di Emmanuel Lévinasvi e anche le sue personali riflessioni sulla tragedia dell’olocausto — ha portato Bauman a pensare alla modernità, e al ruolo svolto dentro di essa dagli intellettuali legislatori, come a una forma di imposizione di regole etiche rigide sulla moralità individuale. Donde la sua personale reinterpretazione della distinzione hegeliana e anche le sue formulazioni di un giudizio tendenzialmente negativo della modernità (nonostante gli ideali e i programmi rimasti irrealizzati o incompiuti, la progettualità permanente, i generosi slanci utopici) e un giudizio tendenzialmente positivo sulle potenzialità insiste nella modernità liquida che può offrire l’occasione per ripensare la moralità, per formulare nuovi programmi per le comunità umane capaci di combinare insieme liberalismo (puntando sulla responsabilità individuale) e socialismo (puntando sulla solidarietà sociale):

Occorre accettare il fatto che le società manipolano la moralità anziché produrla. E bisogna ancorare la moralità e l’io morale a un terreno più solido e affidabile delle proteiformi e capricciose «opinioni della maggioranza» e dei loro arsenali istituzionali. [. . .] Ricordo con chiarezza la sensazione di gioia e di sollievo che provai quando lessi [in Lévinas] che l’«etica precede l’ontologia». In quell’affermazione trovai due messaggi. Primo (giacché in un mondo dotato di etica ma privo di ontologia non c’è un ‘prima’ o un ‘poi’, ma solo un ‘meglio’ o un ‘peggio’), la realtà prodotta socialmente — processata e giudicata davanti al tribunale dell’etica — deve giustificarsi anziché usurpare il diritto di decidere che cosa è o non è morale. Secondo, o le fonti della moralità possono essere reperite in una modalità dell’esistenza umana immune dai ghiribizzi degli accordi sociali, oppure sono semplicemente inesistenti. La moralità non può essere ‘fatta’ come le altre istituzioni umane. È piuttosto la materia su cui vengono incisi gli accordi umani. Per usare la terminologia aristotelica, è la loro «causa materiale». E dunque il presupposto stesso — troppo spesso dimenticato o accantonato, ma indispensabile — perché tali accordi vengano incisi. La moralità è; non può e non ha bisogno di fornire ragioni né deve provare i propri diritti. La domanda: ‘Perché dovrei essere morale?’ è la fine, non l’inizio, della moralità: una domanda tanto sospetta quanto inesistente e onnipresente in una società che tende a privare l’io morale della sua responsabilità offrendo in cambio la conformità a una regola.vii

Le riflessioni di Bauman sono forse intinte di una fiducia nella natura umana e nelle sue potenzialità che può essere accusata di rousseauvismo e non sembra positivamente confermata dal quadro sociale in cui ci troviamo a vivere in questi anni di crisi finanziarie e sociali: possiamo anche essere d’accordo con lui nel mettere su un piatto della bilancia le tante catastrofi provocate dalle forme esasperate della modernizzazione, ma ancora non riusciamo a vedere con quali conquiste l’altro piatto della bilancia potrà facilmente raggiungere un equilibrio o addirittura far pendere la bilancia con il suo peso dall’altra parte. Resta in ogni caso che le sue analisi ci aiutano molto a capire le trasformazioni storiche che sono avvenute nella vita degli intellettuali, anche italiani, e nel loro ruolo sociale. Certo la storia delle cose umane, e in particolare quella della storia degli intellettuali e della loro «mutevole immagine», se vogliamo usare l’espressione di Bauman, non è mai del tutto omogenea: le resistenze, le sopravvivenze degli antichi modelli, le forme confuse di reazione alla nuova condizione si accavallano e danno un quadro assai più mobile di quello che piacerebbe a noi storiografi del presente, desiderosi di quadri netti e conclusivi.

Se si esamina la situazione italiana, il quadro risulta assai cupo, anche più forse che in altri paesi, come la Francia o molti dei paesi emergenti, in cui la figura dell’intellettuale engagé, spesso impegnato nel sostegno di posizioni critiche rispetto alle idee (e ai regimi) dominanti, risulta ancora presente, sia pure senza i riconoscimenti sociali (o le persecuzioni clamorose) che toccavano a personaggi come Camus, Sartre, Adorno, Solženicyn, Neruda, Gandhi.viii I tradimenti del proprio ruolo, le cortigianerie, i trasformismi sono all’ordine del giorno. La storia tormentata di coloro che hanno contribuito alla fondazione dello Stato nazionale, hanno aderito entusiasticamente o contrastato le avventure militari e coloniali, hanno contribuito attivamente all’ascensione al potere del fascismo, hanno vissuto drammaticamente le scelte della guerra civile e della Resistenza, si conclude in modo abbastanza contraddittorio e catastrofico.

Nella nostra società liquida il numero di coloro che, secondo le definizioni tradizionali, possiamo chiamare intellettuali è vistosamente cresciuto e si è anche molto differenziato al proprio interno, affiancandosi e spesso confondendosi (liquefandosi?) con la classe sociale sempre più ampia degli addetti ai servizi, fra i quali hanno un posto rilevante gli addetti ai servizi della comunicazione, dell’educazione e dell’intrattenimento. La figura del grande intellettuale (come Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Norberto Bobbio) sta scomparendo e quella del filosofo, dell’artista, dello scrittore, del regista, dello scienziato engagé (come Elio Vittorini, Francesco Rosi, Franco Basaglia, Marcello Cini, Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini e tanti altri), anche se non è del tutto scomparsa, ha perso molto del suo prestigio sociale e ha dovuto prendere atto che la cosiddetta ‘società civile’ ha ormai tolto al grande intellettuale la delega a pronunciare i J’accuse, a denunciare scandali, a fornire idee, opinioni, valori etico-politici.

Proviamo a scorrere le pagine del repertorio dei 5062 italiani notevoli, e cioè il Catalogo dei viventi, curato da Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini (Venezia, Marsilio, 2006), i quali hanno seguito come criterio di inclusione ed esclusione semplicemente la presenza o la citazione nei media (soprattutto nei talk show della televisione, si direbbe). Se si analizza l’elenco delle persone censite, ci si rende conto quale sia la borsa valori (o la popolarità) delle figure tradizionali degli intellettuali: filosofi, scienziati, storici, artisti, studiosi di letteratura e arte. Molte pagine ai calciatori, agli attori, a sarti come Dolce e Gabbana o Nicoletta Caraceni, a una camiciaia come Daniela Finollo, all’intera famiglia Berlusconi, compresa la nonna Rosa (mezza pagina), e pochissime o nessuna agli intellettuali tradizionali: ci sono per esempio il calciatore Paolo Rossi (due pagine) e l’attore Paolo Rossi (una pagina) ma non c’è il filosofo della scienza Paolo Rossi. Il giovane Lapo Elkann, grazie anche agli scandali, si merita due pagine, mentre il padre Alain Elkann, scrittore e conduttore televisivo, mezza pagina. Uno storico come Carlo Ginzburg ha 33 righe, un filosofo come Remo Bodei 20 righe, un critico come Cesare Segre 15 righe (e si tratta di intellettuali che scrivono sui giornali e spesso sono intervenuti anche su questioni etico-politiche). Un personaggio come Cesare Cases sparisce, insieme con molti storici o storici dell’arte, mentre Vittorio Sgarbi ha una pagina e mezza. Non è una visione perversa dei curatori del libro; è il ritratto preciso del posto che hanno gli intellettuali di oggi nel sistema dei media e nella memoria collettiva che essi stimolano e rappresentano.

Quali possono essere le ragioni di questo «tramonto» dell’intellettuale italiano? Sono probabilmente più d’una. Anzitutto la composizione del pubblico: questo appare sempre più ampio e indifferenziato, sempre più dominato da un’ideologia liberista e interclassista, tanto più forte e invasiva quanto più si fonda sulla proclamata fine delle ideologie. La tradizionale distinzione sociologica fra un pubblico high-brow e uno low-brow, in cui si sarebbe inserito, erodendo pian piano la consistenza e l’esistenza stessa della altre due categorie, il pubblico middle-brow, sta lentamente scomparendo. Questo ampio e indifferenziato pubblico medio appare tanto meno capace di elaborare idee, valori, standard di comportamento morale collettivo, e anche di seguire modelli di comportamento offerti da persone di prestigio intellettuale, quanto più subisce le suggestioni e le logiche operative del mercato delle mode e delle apparenze. L’intero mondo della produzione e comunicazione della cultura (l’industria culturale) è ormai governato dalle leggi del mercato, dal fenomeno delle mode, dalle forme stesse della comunicazione, una comunicazione simultanea e globale, che si manifesta con ondate di notizie che si accavallano, si concentrano per un certo periodo su un argomento (una catastrofe naturale come lo tsunami, il possibile contagio di una malattia, come la mucca pazza, o di un virus, come la SARS, un grande evento sportivo come le olimpiadi, o i mondiali di calcio, una guerra dimenticata in un angolo oscuro del mondo, come la Somalia, il Darfur, lo Sri Lanka), poi la scomparsa improvvisa di quell’argomento, sostituito di colpo da altro argomento.

Le ragioni della crisi degli intellettuali possono riguardare anche il loro modo stesso di operare. Si può pensare al troppo frequente venir meno al loro ruolo nel periodo delle dittature (il ‘tradimento’ dei chierici), alle loro vicende non sempre lineari, ai cambiamenti di casacca, ai passaggi di campo, ai pentimenti: in Italia abbiamo assistito agli sforzi di tutta una generazione per far dimenticare la compromissione con il regime fascista o i pronunciamenti antisemiti.

Molti ricordano, probabilmente, i tempi in cui in Italia l’appartenenza a un blocco ideologico e politico era un fatto quasi naturale, come una specie di marca biologica che ciascuno portava nel suo DNA per eredità familiare, appartenenza a una classe sociale, fedeltà a una precisa geografia e storia locale, per cui si era repubblicani in Romagna, democristiani nel Veneto o comunisti in gran parte della Toscana, con l’eccezione della Lucchesia, dove si era borghesi e cattolici. Molti ricordano i personaggi di Peppone e Don Camillo, inventati da un bizzarro bastian contrario emiliano, Giovannino Guareschi, monarchico, anticomunista e provocatore irrefrenabile, disposto a trascorrere alcuni anni in carcere per ragioni di principio. Siamo ormai lontanissimi dallo stereotipo di un’Italia provinciale, strapaesana, in cui lo scontro politico e l’adesione ideologica facevano ricorso a forme di propaganda molto pesanti, come nelle elezioni del 1948: da una parte le Madonne pellegrine, dall’altra i grandi manifesti contro i preti oscurantisti e i politici «forchettoni». Rispetto a quelle rigidità di schieramento ideologico la situazione attuale è di indebolimento, se non di totale evaporazione, della coscienza di classe.

Siamo lontani dalla situazione in cui fiorivano figure di intellettuali rigorosamente impegnati a combattere il fascismo, come Salvemini, Borgese, Toscanini, Rosselli, Pintor, ma tutto sommato anche figure, molto più numerose, che hanno accettato i compromessi e hanno compiuto il lungo viaggio attraverso il fascismo, tra cedimento vergognoso e doloroso ravvedimento, seguito in alcuni casi da riscatto più che dignitoso (penso a Norberto Bobbio). Molti, caduto il fascismo, sono divenuti quasi subito militanti del Partito comunista, salvo poi rifiutare il modello sovietico dopo la crisi ungherese e allontanarsi dal Partito — anche se alcuni non hanno abbandonato le posizioni ideali della militanza progressita (qui penso a Italo Calvino, ad Antonio Giolitti, a parecchi altri).ix

A questo tipo di figure, tutto sommato coerenti, si contrappone quella contraria, e archetipica, dell’intellettuale voltagabbana, del politico o giornalista opportunista, pronta a mettere la sua penna al servizio del padrone del momento. Ha un posto privilegiato e simbolico, in questo quadro Curzio Malaparte, celebre (e buon) scrittore, con il suo lungo e tortuoso percorso ideologico tra fascismo, antifascismo, anarchismo e camaleontismo, che ebbe termine sul letto di morte, con un prete su un fianco e sull’altro il leader comunista Togliatti. Certo, frammezzo a tante trasformazioni, a quei veri e propri tsunami che hanno colpito il panorama culturale italiano, si possono ancora trovare figure di intellettuali integri e coerenti, fedeli alle proprio posizioni ideologiche. Si possono ricordare in proposito, personaggi di grande caratura politica come Pietro Ingrao o Rossana Rossana, giornalisti come Giorgio Bocca o Eugenio Scalfari, intellettuali come Sebastiano Timpanaro, Luciano Canfora, Remo Bodei, Carlo Ginzburg, Roberto Esposito e parecchi altri. Ne ricordo, per il carattere esemplare del loro percorso intellettuale, almeno due, entrambi studiosi della letteratura: Edoardo Sanguineti e Romano Luperini. Del primo mi pare davvero notevole, quasi eccezionale, il percorso perfettamente coerente. Formatosi a Torino, alla scuola del cattolico Giovanni Getto, Sanguineti ha mostrato subito la sua indipendenza intellettuale, il suo gusto per lo sperimentalismo delle avanguardie letterarie, ma anche la sua adesione a ideali di integrità morale e a un marxismo abbastanza ortodosso, che lo ha portato a militare nel PCI, a rappresentarlo alla Camera dei Deputati, ma anche ad allontanarsi dal Partito quando questo gli è parso troppo disposto ai compromessi ideologici e politici. Negli ultimi anni, con ostinazione e pazienza, ha continuato a mantenere le sue posizioni di principio e a criticare la politica italiana delle sinistre. In un breve scritto autobiografico egli ripercorre la sua storia personale, dalla formazione borghese al periodo in cui ha provato attrazione per le idee di Nietzsche, Kierkegaard, Schopenhauer e Heidegger, alla finale e permanente adesione al «materialismo storico». In quello scritto egli rivendica la sua coerenza: «qual è il tuo difetto maggiore?», gli è stato chiesto, e lui: «l’ostinazione», e «qual è la tua migliore virtù?» gli è stato poi chiesto, e lui: «l’ostinazione»); poi ha indefessamente dichiarato:

Quando mi domandano: ‘Che cosa pensi di fare come intellettuale? Che cosa pensi, in ogni caso, che debbano fare gli intellettuali?’, la mia risposta è: quello che hanno fatto sempre, se hanno svolto il loro ruolo. E cioè di collaborare a diffondere o consolidare, per quel tanto e pochissimo di cui sono capaci, la coscienza di classe.x

Quanto a Romano Luperini, si tratta di un altro studioso della letteratura (autore di importanti monografie su Verga, Montale e altri scrittori del Novecento, ma anche di fortunati manuali scolastici), che ha addirittura condotto, negli anni caldi del 67-70, un’attività politica in prima persona, come ispiratore della rivista pisana «Nuovo Impegno» (passata improvvisamente dai temi letterari a quelli politici),xi e come leader di uno dei groppuscoli allora fioriti nel panorama politico italiano (posso darne testimonianza diretta). Della coerenza sostanziale delle posizioni teoriche di Luperini (che pure hanno conosciuto revisioni e allargamenti di prospettive) fanno fede i molti suoi scritti di critica delle ideologie e dei metodi di studio della letteratura e in particolare i molti da lui dedicati proprio alla questione degli intellettuali, dai primi articoli su «Nuovo impegno» fino al discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione solenne dell’anno accademico dell’Università di Siena nel 2007, in cui Luperini ha rivendicato con forza il suo ruolo di intellettuale nell’attuale momento di crisi di valori e il suo impegno nella società e nelle istituzioni educative.

Si tratta naturalmente, nel caso di quelle che ho menzionato, di figure minoritarie, che restano marginali nella situazione generale italiana e che spesso sono meglio conosciute all’estero che in patria, secondo l’antica massima nemo propheta in patria).xii Purtroppo il panorama generale è popolato da figure ben diverse, che seguono le mode, le chimere del successo, impulsi spudoratamente narcisitici, le più velleitarie aspirazioni a incidere sul reale. Mi è capitato, per descrivere questo panorama, di usare la metafora (suggerita da Guy Debordxiii [1969]) del parco dei divertimenti:

In questi ultimi tempi sembra di avvertire, in tante carriere intellettuali, qualcosa di più sgradevole e inquietante: uno scivolamento postmoderno e irresponsabile da una posizione all’altra senza un vero radicamento in nessuna, una tendenza disinvolta e volubile a salire sul primo ottovolante o sul primo toboga o autoscontro che capita, girando sulle piste e scontrandosi con gli altri per il puro gusto del rumore che si fa o dell’ebbrezza che si prova, sapendo che di danni veri se ne fanno ben pochi.xiv

Per spiegare la situazione attuale degli intellettuali italiani si può anche pensare alla litigiosità interna della categoria: esemplare la reazione, fatta di invidia e rabbia malcelata, con cui molti hanno accolto l’assegnazione del premio Nobel a Dario Fo, bollato come giullare, scrittore non originale, politicamente estremista, e così via. Una reazione analoga la si è avuta davanti al successo enorme, mondiale, di Umberto Eco narratore. Neppure a Italo Calvino sono state risparmiate le reazioni critiche e le polemiche non prive di pregiudizio e di qualche livore.xv

Il compianto Edmondo Berselli, in un libro al fulmicotone e di impianto decisamente satirico, che tuttavia, attraverso la satira impertinente rivela non poche verità, ha così ritrascritto, prendendola a prestito da Alberto Arbasino, la tripartizione sociologica degli intellettuali italiani in tre categorie, «venerati maestri», «belle promesse» e «i soliti stronzi» (una tripartizione che corrisponde, con qualche approssimazione, a quella sociologica del pubblico). Egli ha spiegato la logica che presiede a tale classificanzione con questo meccanismo: «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di ‘bella promessa’ a quella del ‘solito stronzo’. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di ‘venerato maestro’».xvi Anche lui, d’altra parte, ha dovuto constatare che la tripartizione tende ormai, nella situazione odierna, a sciogliersi in una nuova entità uniforme e indifferenziata:

In altri momenti ci si sarebbe divertiti a identificare questo e quello, costui e colui, in base alla categoria di appartenenza o almeno di riferimento. Adesso invece esiste un solo generone, un correntone, una specie di ceto medio dello stronzismo, una ‘bolla’ sociale di stronzi come direbbe Giuseppe De Rita. Non si fa in tempo a pubblicare un libro, a girare un filmetto promettente, a fare un programma televisivo decente, a scrivere e a cantare una canzonetta fortunata, che si viene cooptati nel clan. [. . .] La teoria di Arbasino in fondo è rassicurante, democratica, popolare. Non c’è più lo stress di sapere se siete in questa categoria o nell’altra, se gli altri vi vedono come promessa o come stronzo. Dal momento che siamo tutti sullo stesso piano, la scena è domestica, l’interno è famigliare, si avverte il tepore della comunità. Siamo fra di noi. Nella stessa tiepida cacca (pp. 73–74).

Non credo che questo effetto di omogeneizzazione moralmente melmosa sia dovuta soltanto alla televisione e ai suoi programmi trash, all’effetto perverso dei reality show così amaramente e acutamente rappresentati da Walter Siti nel suo romanzo: Troppi paradisi.xvii Almeno per quel che riguarda gli intellettuali e il loro impegno etico-politico. Certo una figura come quella di Vittorio Sgarbi, solo un uso spregiudicato e ormai imitatissimo della televisione poteva produrla, dandogli una capacità di penetrazione sociale, uno spazio politico e un’opportunità per compiere gesti clamorosi alla d’Annunzio (il volo sulla tenda di Gheddafi, rievocativo del volo su Vienna) e una tribuna per pronunciare giudizi estetici (e tirar pugni, e dire stronzate!) che nessun intellettuale di tipo tradizionale e cartaceo può più sognarsi di avere: egli sembra incarnare la tradizione italiana del cortigiano e dell’avventuriero, un secondo Cagliostro o un secondo Casanova. E però a me pare che per spiegare il cambiamento non basti la televisione e che sia troppo facile prendersela con il nuovo mezzo (come hanno fatto al loro tempo con spirito apocalittico il sociologo americano Neil Postman, oppure con spirito caustico il politologo italiano Giovanni Sartori, il quale, peraltro, quando va in televisione, non diversamente da quando scrive i suoi editoriali sul Corriere della sera, è efficacissimo).xviii Ci sono ragioni più profonde.

Se si confronta la situazione italiana con quella francese, per esempio, si può notare che in Francia una classe intellettuale resiste, bene o male, e che essa ha ancora un suo posto nella società e che conduce, a volte partendo da posizioni conservatrici, un dialogo con le istituzioni politiche della nazione. In altri contesti culturali l’impegno intellettuale, sul piano politico e morale, resiste con forza: si pensi al ruolo avuto da Edward Said nel pur liquidissimo panorama intellettuale americano;xix e si pensi, soprattutto, a molti intellettuali che operano nei paesi ex-coloniali, in Egitto, in Turchia, in Cina, in India, in Sudamerica. In Italia, purtroppo, si è in una condizione di disaggregazione e fluidificazione della classe intellettuale molto vasta ed estesa, sia nella destra che nella sinistra.

In questo contesto, è opportuno rilevare due nuovi fenomeni, tipici della nuova situazione in cui viviamo. Il primo è il ruolo della televisione nella formazione di un tipo di intellettuale che coltiva la sua immagine utilizzando forme semplificate del discorso, frasi e slogan a effetto, violenti scontri verbali pieni di insulti: una pura rappresentazione scenica del loro ruolo, senza mai esporre tranquillamente e sinceramente le loro idee. Personaggi divenuti molto popolari grazie alle esibizioni televisive dettano quindi legge: essi corrono da un talk-show all’altro, diventano loro stessi conduttori di talk-show, invadono gli spazi del mercato culturale, producono instant-books o libri che durano una sola stagione. Uno dei personaggi più noti, e che deve molto alla televisione, accanto a Sgarbi e altri personaggi simili, è Giuliano Ferrara, un piccolo Machiavelli divenuto consigliere del principe, un trasformista la cui storia, fondata sul ruolo tipicamente italiano della famiglia, non è priva d’interesse. Cresciuto in una famiglia dalle nobili tradizioni liberali e comuniste (il padre, Maurizio Ferrara, fu senatore del PCI e direttore dell’«Unità»; la madre, Marcella de Francesco, fu partigiana «gappista» e per lungo tempo segretaria particolare di Palmiro Togliatti), Giuliano fu all’inizio iscritto al PCI e segretario della sezione del partito a Torino; è quindi passato al Partito socialista e infine si è aggregato alla destra italiana, giungendo a rivelare di essere stato in passato informatore della CIA e a dimostrare delle simpatie per il movimento cattolico conservatore e antimodernista dei «teocon».

Fra i giornalisti il fenomeno del trasformismo è molto esteso e i modi spesso volgari con cui i nuovi giornalisti operano rendono, per contrasto, degna e dolorosa a lunga e tormentata evoluzione di figure del passato come quelle di Giovanni Ansaldo o Indro Montanelli. Si pensi alla storia di Oriana Fallaci, cronista coraggiosa di grandi movimenti popolari al tempo del Vietnam e di altri avvenimenti drammatici, approdata alla fine su posizioni apertamente reazionarie e razziste. Oppure alla storia di Tiziana Maiolo, inizialmente giornalista del «Manifesto», poi militante con toni violentemente polemici dei partiti e movimenti più disparate (socialisti, berlusconiani, il partito di Gianfranco Fini), impegnata alla fine a difendere l’autore di manifesti vergognosi in cui si accusavano i magistrati di Milano di essere gli eredi delle Brigate rosse. E poi Giampaolo Pansa, giornalista dalla penna tagliente, che ha collaborato con i grandi quotidiani e settimanali liberali, democratici e di sinistra, come «La Stampa», «Repubblica», «Il Riformista», «L’Espresso». Dopo aver condotto una serie di inchieste best-seller sui massacri perpetrati da frange irresponsabili di partigiani durante la guerra civile, Pansa è approdato, dimostrando un istinto velenoso insospettabile, a giornali scandalistici di estrema destra come «Libero». E si pensi ancora alla storia di Paolo Guzzanti (anch’essa una storia di famiglia, poiché i suoi figli sono i famosi comici e polemisti di sinistra Sabina e Corrado). Penna vivace e polemica, Guzzanti ha collaborato all’«Avanti!», a «Repubblica» e alla «Stampa». È poi entrato in politica nel partito di Berlusconi; eletto al Parlamento, in quanto giornalista ha scritto e scrive ancor oggi negli organi di stampa della famiglia Berlusconi, «Il Giornale» e «Panorama». A un certo punto ha preso posizione contro il sistema di governo di Berlusconi, coniando il neologismo ingiuroso di «mignottocrazia», per poi tornare a sostenere il governo di Berlusconi negli ultimi mesi della sua sopravvivenza, a entrare nel gruppo dei «Responsabili» di Scilipoti e a dichiararsi un «liberale independente».

L’altro nuovo fenomeno è la comparsa degli spin-doctors, cioé degli organizzatori di campagne elettorali che, importando il modello americano, si sforzano di orientare e manipolare, con l’aiuto degli strumenti della pubblicità e della ricerca di mercato, quello che Jürgen Habermas considera l’elemento fondativo della modernità illuministica: l’opinione pubblica. Da questo punto di vista, il personaggio di Claudio Velardi è esemplare. Napoletano, neofascista in gioventù e divenuto comunista nel corso di una notte, come ha raccontato lui stesso in un’intervista autobiografica («Mi diedi malato per una settimana. Tornai convertito al comunismo»xx), Velardi è stato un dirigente di primo piano del Partito comunista, poi PDS, occupando importanti cariche locali e nazionali. Quando Massimo D’Alema è divenuto presidente del consiglio dei ministri, Velardi è stato uno dei suoi consiglieri più ascoltati e ha cercato di introdurre uno spirito imprenditoriale nel paese (come fece più tardi, con alterne fortune, Silvio Berlusconi). Caduto il governo D’Alema, Velardi ha abbandonato la politica, dedicandosi a una serie di imprese editoriali, giornalistiche, cinematografiche e pubblicitarie. Ha fondato «Reti, società di lobbying e public affairs» e «Running: prima società italiana di New Politics, dedita al marketing politico e alla formazione nel campo politico e istituzionale». È con questa società che ha organizzato la campagna vincente per l’elezione della candidata di destra a presidente della regione Lazio Renata Polverini e che ha messo a disposizione, questa volta senza successo, i suoi costosi servizi al candidato di destra al Comune di Napoli Gianni Lettieri.

Ma per studiare un po’ più a fondo la fenomenologia del trasformismo, non sempre dettata da semplice opportunismo e a volte ispirata da sinceri travagli interiori, è forse opportuno che ci concentriamo su un personaggio significativo della storia intellettuale italiana e sulle sue vicissitudini. Si tratta di un caso che ha certamente caratteristiche e motivazioni molto personali, ma può essere rappresentativo di altre storie di intellettuali delle ultime generazioni.

Il caso è quello di Renzo Foa, morto prematuramente nel 2009. Egli era figlio di Vittorio Foa e Elisa Giua (ecco di nuovo il ruolo protagonistico delle famiglie italiane, in questo caso una famiglia ebrea di Torino). Il padre fu un personaggio prestigioso del sindacalismo e della sinistra politica italiana la più radicale: dapprima socialista, passato poi al PSIUP, al gruppo del «Manifesto» e al PDUP, infine senatore indipendente nel gruppo del PCI (poi PDS e PD). La madre Elisa Giua fu strettamente legata al movimento sessantottesco di Lotta continua. Una delle sue sorelle, la storica Anna Foa, ha avuto delle simpatie trotskiste ma ora scrive, con atteggiamento molto indipendente, sui giornali cattolici. Nei primi anni dell’attività giornalistica e politica, Renzo, distinguendosi dal resto della famiglia, si allineò, in modo quasi fideistico, al PCI: iscritto quattordicenne all’organizzazione giovanile (FGCI) entrò poi nel partito e vi rimase fino al 1994. Nominato direttore dell’«Unità» nel 1990, come successore di Massimo D’Alema, diresse il giornale ufficiale del partito fino al 1992, distinguendosi per le scelte giornalistiche spesso libere e indipendenti. Dopo parecchi anni di lavoro, anche come inviato in paesi lontani, ha cominciato a cambiare orientamento politico e culturale, si è dichiarato liberale ed è divenuto sostenitore, a partire dal 2000, del programma politico di Silvio Berlusconi. In numerosi articoli scritti in quegli anni e nei libri usciti prima e dopo la morte, alcuni costituiti da un dialogo serrato con il padrexxi si possono trovare le testimonianze e le giustificazioni, sincere e dolorose, del suo percorso, che è stato analogo, sotto molti punti di vista, con quello di un altro intellettuale e giornalista, Ferdinando Adornato (anche lui passato dalla militanza nella gioventù comunista al sostegno iniziale del partito Forza Italia di Berlusconi). I due hanno lavorato insieme alla rivista, poi divenuta giornale quotidiano «Liberal» (di cui sono stati entrambi direttori: prima Foa e poi, dopo la sua morte, Adornato). Dopo qualche anno, entrambi hanno manifestato una forte delusione per le riforme liberali promesse e mai realizzate da Berlusconi e si sono allontanati da Forza Italia (nel frattempo divenuta PDL). Adornato, proseguendo il cammino di Foa, ha abbandonato il partito di destra e si è allineato, anche nel Parlamento, con i centristi di Casini.

In alcune interviste,xxii Foa ha dichiarato che la sua storia intellettuale si è sviluppata in un dialogo continuo con il padre il quale, pur non avendo mai consentito con il giudizio benevolo del figlio verso Berlusconi, gli avrebbe dichiarato apertamente che comprendeva i suoi tormenti e che almeno in parte li condivideva. Si stenta ad accettare l’idea che la conversione di Renzo — che l’ha spinto anche ad avvicinarsi alla Chiesa — abbia potuto ricevere l’approvazione del padre o quella dei molti amici e colleghi che, al momento doloroso della morte, si sono mostrati tutti concordi nell’esaltare le sue grandi doti intellettuali, la sua indipendenza di giudizio, i suoi sinceri tormenti interiori. Le scene finali e i commenti postumi assai interessati di alcuni rappresentanti della Chiesaxxiii hanno rischiato di far cadere sullo sventurato Renzo Foa (ebreo laicizzato, laico cristianizzato) l’ombra delle scene tipiche delle dispute medievali già riservate, a suo tempo, a Curzio Malaparte.

Vorrei infine, per dare un’idea della mutevolezza e molteplicità di destini degli intellettuali italiani nell’epoca liquida, soffermarmi, disegnando una specie di campionatura, sui profili di alcuni intellettuali di spicco: tutte figure che sono note anche all’estero, in alcuni casi anche più all’estero che da noi, e che sono molto presenti nei media sia pure in modi diversi, non tutti ovviamente registrati nel Catalogo di Dell’Arti e Parrini.

Si prenda Umberto Eco, il professore, romanziere, semiologo, intellettuale italiano noto in tutto il mondo. Nato ad Alessandria nel 1932, Eco ha una grande dimestichezza con i media: ha lavorato alla RAI negli anni pionieristici della televisione, ha lavorato a lungo nella casa editrice Bompiani, ha scritto e scrive sui giornali. Sta molto attento a non comparire troppo spesso in televisione, ma non trascura le occasioni in cui può discutere, per esempio con Fabio Fazio, il suo ultimo libro. Non ha mai fatto attività politica diretta, fregiandosi soprattutto del titolo di ‘professore’, ma un’attività indiretta l’ha svolta spesso, sia come consulente di ministri (della sinistra) sia, in anni recenti, come esponente del movimento della società civile «Libertà e Giustizia». Difficile attribuirgli il ruolo di ‘legislatore’, essendo anzi, con la sua stessa attività di teorico e saggista, per definizione un ‘interprete’:xxiv un interprete di tutto, dai testi complicati di Gérard de Nerval ai romanzi di Carolina Invernizio, ai fumetti, alle mille cose curiose della quotidianità. Quando il momento è grave e lo richiede, egli può anche comparire sulla prima pagina di Repubblica e sottoporre a perizia semiologica le lettere di Moro, o chiedere l’impegno dei cittadini per proteggere uno scrittore perseguitato dalla camorra, o richiamare Silvio Berlusconi a un minimo di onestà intellettuale. E però, lui che ha proposto a suo tempo un’altra fortunata formula per definire e dividere in categorie gli intellettuali italiani, distinguendo quelli ‘apocalittici’ da quelli ‘integrati’,xxv non si lascia lui stesso facilmente classificare dentro una delle due categorie. Si può dire che Eco è un intellettuale tradizionale, interprete di una severa tradizionale culturale (cattolica nei primissimi anni, quando partecipava ai campi-scuola dell’Azione cattolica insieme con Gianni Vattimo e Toni Negri, coerentemente laica per il resto della sua attività)? Sì, volendo si può dirlo, e portare a riprova alcuni saggi contenuti in Dalla periferia dell’impero o in Sette anni di desiderio o anche il libro programmaticamente intitolato Cinque scritti morali.xxvi Ma si può anche sostenere che il suo moralismo ha la leggerezza delle massime di La Rochefoucault e si compiace di piccole osservazioni a margine, di riflessioni di costume, di analisi di quelli che Barthes avrebbe chiamato i miti del nostro tempo: così nel Diario minimoxxvii e nelle «Bustine di Minerva», la rubrica che scrive regolarmente per l’Espresso. Gli piace giocare con le parole, e scherzare e fare scherzi, ma ha anche una sua vena malinconica, e parla spesso della morte. Si offre come intellettuale ‘legislatore’ al suo immenso pubblico internazionale (quello delle lezioni universitarie, delle tante conferenze, dei solenni discorsi pronunciati in occasione delle 32 lauree honoris causa ricevute)? Direi di no. Eco conosce ormai benissimo i meccanismi del mercato culturale. Ha fatto parte dell’avanguardia, ha fatto il teorico della semiotica e poi dell’ermeneutica, ha studiato l’estetica di San Tommaso e l’opera di Joyce, conosce a fondo la cultura del Medioevo e quella moderna, ha fatto qualche volta l’intellettuale impegnato, ora fa soprattutto l’osservatore e l’interprete.

Oppure si prenda Claudio Magris (quasi una pagina nel Catalogo), forse la figura di scrittore, saggista, moralista che più si mantiene aderente alla severa tradizione del grande intellettuale novecentesco. Magris, triestino, sessantottenne, è anzitutto di professione germanista, inventore, si potrebbe dire, della letteratura asburgica come letteratura con una propria identità diversa da quella di altre tradizioni germaniche. È uno scrittore che ama il grande stile ma anche l’understatement e che si è conquistato un largo pubblico internazionale, molti premi in paesi come la Germania, l’Austria o la Spagna, molte lauree honoris causa, una cattedra al Collège de France, una candidatura varie volte sussurrata al premio Nobel. A procurargli tanta fama sono stati due libri di viaggio, memoria, storia e geografia culturale come Danubio (1986) e Microcosmi (1997), diversi romanzi e un’amplissima produzione saggistica (tutta, si dice, scritta, su un tavolino di un caffè di Trieste). Ha avuto anche un’esperienza politica, come senatore della sinistra dal 1994 al 1996, esperienza troncata ufficialmente perché voleva stare accanto alla moglie molto malata ma forse anche perché non si sentì molto a suo agio nei panni del politico (lo si descrisse mentre «stava lassù negli spalti del Senato come in castigo»). Il tradizionale ruolo dell’intellettuale, a metà strada fra il ‘legislatore’ e l’‘interprete’, Claudio Magris lo svolge da anni in una assidua produzione saggistica, con editoriali molto ammirati per la loro saggezza sul Corriere della sera, con saggi e articoli che poi raccoglie in volume, con interventi che toccano da vicino i temi più caldi dell’attualità sociale e culturale (la globalizzazione, l’incontro/scontro tra le civiltà, la laicità, la guerra, la sperimentazione scientifica, ecc.) e anche i temi che riguardano la figura stessa dell’intellettuale, come rivelano i titoli di due sue raccolte saggistiche: Utopia e disincanto. Storie, speranze, illusione del moderno, 1999 e La storia non è finita. Etica, politica, laicità, 2006.xxviii

Oppure si prenda il filosofo e uomo politico Marcello Pera (mezza pagina nel Catalogo). Lucchese, sessantatreenne, Pera è filosofo e storico della scienza che, con sorpresa generale, è salito a uno scranno molto alto, molto lontano da quello dove si era seduto Magris, quello di presidente del Senato al tempo del governo Berlusconi e ha costruito in breve tempo l’immagine di sé come grande intellettuale conservatore, difensore della tradizione, esponente italiano dei teocon, laico ma frequentemente impegnato in un dialogo amichevole con il papa teologo Ratzinger.xxix Ha fondato un movimento culturale ultraconservatore che si chiama Magna Carta, e si pone a difesa delle radici della nostra civiltà cristiana ed europea, minacciata dall’Islam. Sembrerebbe la figura tipica, sia pur un po’irrigidita nei tratti alla de Maistre, dell’intellettuale ‘legislatore’. Tuttavia, se si prova a seguirne la carriera e a cercare di disegnarne un profilo, come ha fatto un giovane ricercatore Michele De Lucia [2005] e come mi è capitato di fare in un breve articolo per Belfagor [2006],xxx sotto la maschera dell’intellettuale impegnato nelle battaglie per la civiltà e nelle Magnae Cartae compare, purtroppo, un’altra maschera di intellettuale italiano: il cortigiano cinquecentesco mosso dall’ambizione, il simulatore onesto dell’età barocca, il trasformista moderno disposto a tutte le avventure. Ci sono, nella vicenda e nelle posizioni ideologiche di Marcello Pera, contraddizioni che sembrano irriducibili e che si possono spiegare solo con gli strumenti della psicologia: studioso che è passato dalla logica di Popper all’ermeneutica di Rorty, autore di un importante studio sulla controversia Galvani-Volta che è stato pubblicato anche in inglese dalla Princeton University Press, Pera ha cercato in tutti i modi di entrare nel mondo giornalistico e politico, schierandosi prima con i socialisti di Craxi, poi con i radicali di Pannella, poi con Forza Italia di Berlusconi, montando polemiche violentissime di volta in volta anticlericali o a sostegno della tradizione cattolica, a difesa dei procuratori e giudici di Mani Pulite o a denuncia delle loro malefatte. Dietro di sé, ora che ha perduto la carica di presidente del Senato, Pera ha lasciato qualche piccolo scandalo, una tenace inimicizia nei suoi colleghi professori universitari, una serie di ambizioni troncate.

Le ultime uscite pubbliche di Pera colpiscono per la rinuncia a qualsiasi forma di pensiero critico e per l’adesione ormai completamente ideologica, quasi fideistica, a posizione di un estremismo intellettuale impressionante. Ne do solo qualche esempio: nella lezione inaugurale della scuola estiva promossa dalla Fondazione Magna Charta nel 2006, Pera mescolando concetti là dove il suo maestro Popper avrebbe preteso distinzioni, ha definito il suo programma filosofico-politico «conservatorismo liberale» e cioè: «attenzione e difesa della nostra tradizione europea e occidentale, che è il riferimento da mantenere (da ciò il conservatorismo); e custodia della nostra autonomia individuale, che è la condizione su cui dobbiamo sempre vigilare (da ciò il nostro liberalismo)»;xxxi [Pera 2007]; in un discorso tenuto allo Hudson Institute di Washington nel gennaio 2011, egli, rinunciando a uno dei metodi più consolidati della tradizione intellettuale europea, e polemizzando con Habermas e altri eredi dell’illuminismo, ha dichiarato che i problemi dell’Europa sono una conseguenza della rivoluzione francese e della crescente secolarizzazione, e ponendosi in polemica anche con papa Woytila, ha preso le distanze da ogni ipotesi di dialogo interreligioso, in particolare fra Cristianesimo e Islam: «Che cosa è il dialogo? È una disputa fra persone con concezioni diverse. Quando avviene il dialogo e si ricorre a esso? Quando i dispuntanti non sono sicuri delle loro concezioni e sono disposti a cercarne una nuovo e pronti ad ammettere che la loro concezione originaria può essere corretta, rivista, o addirittura respinta. […] Se questo è il dialogo, allora le concezioni religiose non possono essere oggetto di dialogo, perché chi è credente non può correggere quello in cui crede. Le sue concezioni sono vere per fede. Come conseguenza, nessun dialogo interreligioso, in senso tecnico, è possibile»;xxxii in un intervento pubblico in Roma il 14 marzo 2004 a commento del libro di papa Ratzinger Gesú di Nazaret, Pera, rinunciando alla sua formazione critica, ha dichiarato apertamente la sua «diffidenza» e il suo «scetticismo» verso la esegesi storica: «credo che la vera questione che abbiamo di fronte oggi non sia quella della storia, bensí quella che ho appena ricordato, e cioè: a che serve Gesù? Per i credenti, la risposta è: serve per la nostra salvezza. Per gli altri credo che la risposta sia: serve per la nostra libertà» [Pera 2011].xxxiii Ambizione politica e risentimento psicologico hanno ormai portato Pera alla rinuncia definitiva a ogni responsabilità morale rispetto alla propria professione di intellettuale, impegnato in una ricerca delle verità che non si riducano a un’unica Verità.xxxiv

Oppure si prenda il raffinato scrittore Antonio Tabucchi (quasi una pagina nel Catalogo, piena di critiche velenose). Pisano, nato nel 1944 e dolorosamente mancato a Lisbona nel 2012, Tabucchi è stato professore di letteratura portoghese a Genova e Siena, scopritore di Pessoa in Italia, scrittore di racconti e romanzi tradotti in tutto il mondo. Molto amato in Francia, in Spagna e in Portogallo (ma anche in America e nel lontano Giappone), è stato anche lui coperto di premi e di onori, anche lui a lungo possibile candidato al Nobel. Noto per l’opera narrativa spesso definita ‘postmoderna?’ (per le strutture complesse e labirintiche, per le frequenti allusioni a film, quadri, poesie e romanzi della modernità), Tabucchi è stato anche, al tempo stesso, un intellettuale arrabbiato e fortemente polemico. I suoi scritti saggistici e pamphlettistici, in cui attaccava spesso i protagonisti del mondo politico, da Giuliano Ferrara a Silvio Berlusconi e persino il presidente Ciampi, sono stati più facilmente pubblicati su prestigiosi giornali stranieri, come «Le Monde» e «El país», che non in Italia, dove ha trovato ospitalità saltuariamente sull’«Unità» e il «Manifesto». Tipici i pezzi raccolti ne L’oca al passo.xxxv Non so se si possa considerarlo un intellettuale ‘legislatore’— se era tale, aveva un’udienza, almeno in Italia, abbastanza ridotta, molto più ridotta di quella che ama i suoi libri di narrativa. Certamente era un intellettuale con la frusta e la lingua tagliente (sulla scia dei tanti intellettuali eretici e corsari della tradizione italiana), che combatteva battaglie per i diritti umani, per le minoranze perseguitate (gli zingari), per la giustizia sociale. C’è chi ha visto una spaccatura tra un primo Tabucchi autore di raffinati racconti letterari e un secondo che ha riscoperto il vecchio ruolo dell’intellettuale impegnato. In realtà, nella sua vita e quindi, con mediazioni, anche nell’opera, a volte in modo diretto a volte in modo mascherato, c’è un filo continuo, che parte dalle esperienze giovanili nel paese di Vecchiano, con radicamento popolare, anarchico e antifascista, passa attraverso gli ultimi anni delle dittature di Franco e Salazar, passa attraverso la rivolta di Budapest e quella di Praga, arriva ai regimi di destra in America e in Italia, esprime tutto il suo sdegno per la totale caduta dei valori etici nel mondo globalizzato.

Ci si può domandare: ma è davvero giustificata l’arrabbiatura di Tabucchi (un’arrabbiatura che lui stesso paragonava con quella di pochi altri giornalisti e scrittori, come Bocca, Maltese e Travaglio, che pure hanno scelto un tipo di intervento pubblico sempre più decisamente battagliero e sdegnato, col risultato di essere accolti, nel resto della corporazione, con silenzi imbarazzati e sguardi di compatimento). Va anche tenuto presente che Tabucchi spesso scriveva rivolgendosi ai lettori dei grandi giornali europei: credo che questo ne spiegasse abbastanza bene il tono.xxxvi

La scrittura polemica di Tabucchi trova una spiegazione in quella particolare posizione in cui si è trovato, dell’intellettuale italiano che spiega il suo paese agli stranieri e si sente invaso da un sentimento che è impastato di orgoglio e di vergogna. A un certo punto Tabucchi, che come narratore amava le trame complesse, le situazioni ambigue, le allusioni, gli enigmi, ha preso, in più occasioni, le difese della letteratura e del linguaggio letterario, intesi questa volta come strumenti fondamentali di analisi della realtà e di scavo del «profondo delle cose». Ha parlato della grande tradizione comica e burlesca (la più adatta a cogliere i personaggi che ci circondano). Ha allineato i nomi di alcuni grandi scrittori del canone espressionista italiano, da Dante a Gadda, da Belli a Porta. Il suo stile tuttavia non era tendenzialmente comico ed espressionistico, era semmai corrosivo e satirico, come in Machiavelli e Swift, ironico e quasi lunatico come in Pirandello e Nanni Moretti, tendenzialmente eretico, come in Camus e Pasolini.

Si prenda, infine, quello che è diventato un vero e proprio ‘caso’, nel mondo culturale e politico italiano: quello di Roberto Saviano. Trentatreenne, figlio di un medico napoletano e di una madre ebrea proveniente dalla Liguria, Saviano è cresciuto fra Napoli e Caserta e si è laureato in filosofia a Napoli, allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo. Nel 2002 ha iniziato la carriera giornalistica, scrivendo pezzi spesso di denuncia coraggiosa dell’economia in nero della camorra per quotidiani come il «Manifesto» o mensili come «Diario». Il successo mondiale del romanzo Gomorra (2006), appartenente al genere della docu-fiction, ha trasformato di colpo Saviano in personaggio giornalistico e televisivo di grandissimo rilievo. Vive sotto strettissima-scorta, dopo le minacce, anche plateali, ricevute dalla camorra, scrive su «Repubblica» e «L’Espresso» (dove ha sostituito come editorialista, suscitando qualche mugugno, Giorgio Bocca, proprio nella stessa sua pagina e con lo stesso titolo della rubrica: «L’antitaliano»). I suoi articoli sono ripresi nei maggiori giornali di tutto il mondo. In televisione è comparso in un programma che ha avuto grande successo, anche se, e forse proprio perché, violava le regole ferree delle comparse televisive, con discorsi lunghi, pausati, meditabondi, stile Celentano.

Le obiezioni che sono state mosse a Gomorraxxxvii riguardano il rapporto con la realtà, l’impianto narrativo, lo stile, il genere di scrittura e i suoi modelli. È stata criticata la prepotente presenza dell’io narrante e testimone, che anziché dare la parola ai personaggi, impone il suo punto di vista e di giudizio, pronunciando monologhi di tipo pedagocico (Pellini). È stato messa in rilievo la non infrequente manipolazione della realtà, per suscitare l’empatia del lettore, talvolta con un «patetismo d’accatto» (C. Bertoni). L’analisi dello stile ha rivelato una forte abbondanza di metafore e immagini barocche, il ricorso «a un vocabolario gastroenterico» (Dal Lago) e la presenza di effetti derivati dal romanzo d’appendice, dal gusto melodrammatico, dalle scene forti di origine cinematografica.

Non sembra sia il caso di attribuire a Saviano delle forti ambizioni letterarie, e tantomeno caricarlo della resposabilità di offrire un nuovo modello di letteratura realistica a una generazione di scrittori disorientati e traviati dai modelli del postmodernismo. I paragoni con Sciascia o Pasolini sono fuori luogo (anche se un richiamo diretto a Pasolini non manchi in Saviano, addirittura con una visita simbolica in Gomorra alla tomba di Pier Paolo a Casarsa – e in ogni caso il modello di intellettuale rappresentato da Pasolini ha avuto non pochi limiti e comunque non sembra praticabile nella nuova condizione). Va invece ricordato che il libro, così come tutti gli interventi precedenti e successivi di Saviano, oltre a essere testimonianza di un forte coraggio civile, ha avuto il merito di richiamare l’attenzione di un pubblico vasto e internazionale sulle contraddizioni profonde di una regione italiana ricca di bellezze naturali, tradizioni storiche e potenzialità umane, ma deturpata e immiserita da strutture economiche e sociali di tipo camorristico e istituzioni politiche corrotte. Una delle tesi fondamentali e importanti del libro, come hanno fatto notare in molti, è che il sistema economico, apparentemente arcaico, della camorra ha molto in comune con il trionfo (foriero come sappiamo anche di catastrofi) dell’ideologia e della pratica liberistica e senza regole che domina i mercati, i commerci e la finanza del mondo globalizzato.

Ma allora, che tipo di intellettuale è Saviano? Non è e non può essere un Pasolini e un Tabucchi, perché, come scrive seccamente Pellini, è un «intellettuale importante, quand’anche scrittore modesto, in un’epoca in cui il capitale simbolico della parola specificamente letteraria è eroso all’osso»xxxviii (aggiungerei: particolarmente in Italia). Dice ancora Pellini, inserendo Saviano nella sua classificazione: «Saviano aspira a farsi voce edificante di una ritrovata unità morale della Nazione: in questo, è più vicino al modello del poeta-profeta romantico che a quello dell’intellettuale moderno». Questo è il ruolo che si è scelto, ma è anche, come ha fatto notare Siti, un ruolo condizionato dalla situazione della modernità liquida (o postmoderna), in cui «la libertà e l’irrilevanza sono fin troppo strettamente imparentate tra di loro» [2010, p. XXX].xxxix

Come si può vedere, basta mettere in fila cinque figure di intellettuali italiani del momento, per avere un quadro estremamente variegato. Tutti e cinque, a me pare, sia pure in modi diversi, dimostrano quanto sia cambiata la posizione dell’intellettuale nell’Italia di oggi. Pur nella loro diversità, essi confermano la sostanziale esattezza dell’analisi generale di Bauman. Resta vero che quell’analisi, per essere applicata a un paese pieno di contraddizioni come l’Italia (slanci verso il futuro, chiusura nel passato, pesanti sopravvivenze di antichi costumi, ecc.) deve essere resa parecchio fluida, quasi liquida.

 

i M. Jansen, Il dibattito sul postmoderno in Italia. In bilico tra dialettica e ambiguità, Firenze, Cesati, 2002.

ii A. M. Binet XXXX

iii Z. Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. XI.

iv Pierluigi Pellini, in un saggio chiaro e illuminante (Lo scrittore come intellettuale. Dall’’affaire’ Dreyfus all’’affaire’ Saviano: modelli e stereotipi, in «Allegoria», XXIII, 63, 135-163), in cui mette a confronto le figure di Zola e di Saviano, distingue cinque diverse tipologie di intellettuali nel corso della storia moderna: il philosophe illuminista (Voltaire), il poeta-profeta romantico (Hugo), l’intellettuale nell’epoca della divisione del lavoro e dell’autonomia del campo letterario (Zola), l’intellettuale legislatore, impegnato e militante nel campo politico (teorizzato da Gramsci), l’intellettuale-interprete della modernità liquida (teorizzato da Bauman).

v K. Tester, Società, etica, politica. Conversazioni con Zygmunt Bauman, Milano, Cortina, 2002, pp. 77-78.

vi In particolare: E. Lévinas Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Milano, Jaca Book, 1995 (origin.1974) e Etica e infinito. Il volto dell’altro come alterità etica e traccia dell’infinito, Roma, Città nuova, 1984.

vii Tester cit., p. 57.

viii In un convegno della primavera 2006 all’Università di Londra, intitolato Postmodern impegno e organizzato da Pierpaolo Antonello, Margherita Ganeri e Florian Mussgnug (Oxford, Peter Lang, 2009), si è discusso con passione (senza peraltro poter trarne conclusioni certe) la situazione degli intellettuali italiani e le forme possibili del loro impegno nella nuova situazione postmoderna.

ixSulla storia particolare degli intellettuali italiani e sui loro vizi e virtù restano fondamentali le riflessioni di Giulio Bollati: L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Torino, Einaudi, 2006 (nuova ediz. con un’introduzione di D. Bidussa, 2011).

x E. Sanguineti, Come si diventa materialisti storici?, in Cultura e realtà, a cura di E. Risso, Milano, Feltrinelli, 2010, 17-33.

xi Vedi il saggio di Giuseppe Corlito proprio su «Nuovo impegno» e la questione degli intellettuali, in Per Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palermo, Palumbo, 2010, pp. 51-70. Nella Festschrift per i settant’anni di Luperini, che accoglie il saggio di Corlito, ci sono altre testimonianze sull’impegno critico, ideologico, politico e pedagogico di Luperini. La parola «impegno» collega, come un filo rosso, il titolo della rivista degli anni Sessanta e il tema principale dei saggi recenti di Luperini sul ruolo degli intellettuali: dal nuovo impegno alla chiamata a un impegno rinnovato: Il dialogo e il conflitto, Roma-Bari, Laterza, 1999; Tradimento dei chierici e lavoratori della conoscenza, in «Italian culture», 2006-07, 24-25, pp. 169-183; La condizione intellettuale – Funzione e ruolo dei mediatori del sapere, in «Unisinforma – Lettera d’informazione dell’Università degli studi di Siena», 2007, XV, 7, 10 novembre, pp. 23-27; Otto tesi sulla condizione attuale degli intellettuali, in «Allegoria», 2011, XXIII, 64, pp. 9-14.

xii Vedi M. Pasquinelli, Mappe italiane. L’ascesa in cattedra di un pensiero critico, in «Il manifesto», 13 aprile 2011.

xiii G. Debord, La società dello spettacolo, Roma, Stampa alternativa, 1977.

xiv R. Ceserani, Tempora mutantur, in «Belfagor», LXI (marzo 2006), p. 218.

xv Carla Benedetti, per criticare Calvino, gli ha artificiosamente contrapposto Pier Paolo Pasolini (Pasolini contro Calvino : per una letteratura impura, Torino, Bollati Boringhieri, 1999). Contro le lodatissime Lezioni americane si è provocatoriamente scagliato il giovane critico d’assalto Claudio Giunta: Le ‘Lezioni americane’ 25 anni dopo: una pietra sopra?, in «Belfgor», LXV, 6, novembre 2010, pp. 649-666.

xvi E. Berselli, Venerati maestri. Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia, Milano, Mondadori.2006, p. 55. Berselli aggiungeva, con una certa malizia, che il caso di Arbasino era eccezionale, essendo egli passato, con un fenomeno di sublimazione, dallo stato solido direttamente allo stato gassoso, da giovane promessa a venerato maestro, costringendosi a «prolungare a dismisura la condizione di bella promessa, facendo il giovane per una lunghissima eternità» (p. 75). Guido Vitiello ha commentato: «L’intuizione è preziosa, e per questo occorrerebbe farla uscire dalla fase prescientifica, condurla dal mondo del pressappoco all’universo della precisione: dall’alchimia trarre una chimica, o meglio una fisica dei passaggi di stato – solido, liquido, gassoso. Come si diventa soliti stronzi (SS), da belle promesse (BP) che si era?» (G. Vitiello, Il metodo Rep. per fare di una bella promessa un venerato maestro, in «Il Foglio», 30 luglio 2011).

xvii W. Siti, Troppi paradisi. Torino, Einaudi, 2006.

xviii N. Postman, La resa della cultura alla tecnologia, Torino, Boringhieri, 1993; Divertirsi da morire. Discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Milano, Longanesi, 1985; G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero. Roma-Bari, Laterza, 1997.

xix Gli interventi di Said sulla questione degli intellettuali (The World, the Text, and the Critic, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1983; Dire la verità. Intellettuali e potere, Milano, Feltrinelli, 1995; Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2000; Nel segno dell’esilio: riflessioni, letture e altri saggi, Milano, Feltrinelli, 2008; Umanesimo e critica democratica, Milano, Il Saggiatore, 2007) meriterebbero una trattazione approfondita, soprattutto se si tien conto dell’influsso da lui svolto nel dibattito italiano. Su Said, difensore strenuo della causa palestinese, protagonista di controversie molto accese negli Stati Uniti, oggetto di attacchi spesso velenosi, si possono vedere i numerosi scritti a lui dedicati: in particolare Müge Gürsoy Sökmen – B. Ertür (a cura di), Waiting for the Barbarians: A Tribute to Edward W. Said, London, Verso, 2008; H. A. Veeser, A critical memoir, Edward Said: the charisma of criticism, New York, Routledge, 2010; A. Iskander – H. Rustom (a cura di), Edward Said: A Legacy of Emancipation and Representations, Berkeley, University of California Press, 2010.

xx B. Romano, intervista a Claudio Velardi, in «Libero», 8 febbraio 2009.

xxi R. Foa, Il decennio sprecato, ma è davvero impossibile cambiare l’Italia?, Roma, Liberal, 2005; In cattiva compagnia: viaggio tra i ribelli al conformismo, Roma, Liberal, 2007; Ho visto morire il comunismo, a cura di L. Scaraffia, Venezia, Marsilio, 2010; R. e V. Foa, 1995 Del disordine e della liberta: padre e figlio tra incertezze e speranze, Roma, Donzelli, 1995; Noi europei: [un dialogo tra padre e figlio], prefaz. di F. Adornato, Roma, Liberal, 2008.

xxii Per esempio: Intervista, in «Sette», 10 luglio 2002; La conversione di Renzo Foa, in «La stampa», 5 dicembre, 2008

xxiii Si veda il commento anonimo di un sito cattolico: L’ex comunista Renzo Foa e la sua conversione, in «Anti Uaar – Le ragioni della fede, l’illusione dell’ateismo», http://antiuaar.wordpress.com, 9 giugno 2010.

xxiv Per esempio: U. Eco, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani, 1979 e 1990 I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1990.

xxv U. Eco, Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teoria della cultura di massa, Milano, Bompiani, 1964.

xxvi U. Eco, Dalla periferia dell’impero, Milano, Bompiani, 1983 o in Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, o anche il libro programmaticamente intitolato Cinque scritti morali, Milano, Bompiani, 1997.

xxvii U. Eco, Diario minimo, Milano, Bompiani, 1963.

xxviii C. Magris, Dietro le parole, Milano, Garzanti, 1978; Itaca e oltre, Milano, Garzanti, 1982; 1999 Utopia e disincanto. Storie, speranze, illusioni del moderno, Milano, Garzanti, 1999; La storia non è finita. Etica, politica, laicità, Milano, Garzanti, 2006; Livelli di guardia. Note civili (2006-2011), Milano, Garzanti, 2012.

xxix M. Pera- J. Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam, Milano, Mondadori, 2005; M. Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani: il liberalismo, l’Europa, l’etica, con una lettera di Benedetto XVI, Milano, Mondadori, 2008.

xxx M. De Lucia, Siamo alla frutta. Ritratto di Marcello Pera, Milano, Kaos,2005, R. Ceserani, Tempora mutantur, in «Belfagor», LXI (marzo 2006, pp. 217–24.

xxxi M. Pera, A proposito di… un partito antilaicista, 2007, «http://www.marcellopera.it/pdf.php?cnt=1231».

xxxii M. Pera, How Necessary Is Christianity to European Identity?, Hudson Institute, 2011, streaming live.

xxxiii M. Pera, Il senatore Pera presenta a Roma “Gesù di Nazareth” di Benedetto XVI, 2011, «http://www.occidens.it/italiano/aree_tematiche/religione/articolo_35»

xxxiv Sui problemi filosofici posti dal rapporto fra Pera e il relativismo, v. F. Coniglione, Il sorriso di Crizia. Il relativismo elitario di Marcello Pera, in La filosofia generosa. Studi in onore di Anna Escher di Stefano, a cura di F. Coniglione e R. Longo, Acireale-Roma, Bonanno, 2006, pp. 183-201.

xxxv A. Tabucchi, L’oca al passo, Notizie dal buio che stiamo attraversando Milano, Feltrinelli, 2006.

xxxvi Mi è capitato più volte di domandarmi: ma come, questi nostri compatrioti che viaggiano tanto, che non perdono occasione per fare una vacanzina qua e una là, non hanno avuto modo di avvertire quanto sia caduta in basso, in questi ultimi anni, la reputazione del nostro paese all’estero? È vero che tutti svolazzano qua e là fra città europee d’arte, musei americani e spiagge tropicali, e quasi nessuno conosce davvero le lingue straniere. Così come è vero che i nostri giornali hanno seguito quasi esclusivamente i servizi sul «Financial Times» e l’«Economist» e gli attacchi portati da quei giornali inglesi, «quei bizzarri di inglesi», contro Berlusconi, e non hanno riferito quasi nulla delle analisi incisive sull’Italia e la sua classe dirigente (e non solo su Berlusconi) comparse su «Le Monde», la «Süddeutsche», la «FAZ», la «Zeit»,il «New Yorker», la «New York Review of Books», i giornali scandinavi, ecc. ecc.

xxxvii È interessante che gran parte delle critiche siano venute da posizione di sinistra. Ha cominciato il sociologo genovese Alessandro Dal Lago con una vera e propria requistoria [2010]. Poi sono intervenuti, fra i molti altri, Giglioli 2006, 2009 e 2011, Pascale 2007, Benedetti-Petroni-Policastro-Tricomi 2008, Donnarumma 2008, C. Bertoni 2009, Siti 2010, Mazzarella 2011, Cortellessa 2011c, Pellini 2011.

xxxviii Pellini, Lo scrittore come intellettuale, cit., p. 161.

 

 

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