Amina Crisma: Un libro di Saverio Caruso sul ricordo

| 2 Luglio 2013 | Comments (0)

 

 

 

Il libro di Saverio Caruso (Frammenti dell’inconsapevole sorriso. Sul ricordo, Marcus, Napoli 2013) costruisce intorno al tema del ricordo una trama ampia, un tessuto di rinvii, echi, riprese, motivi che vengono incessantemente modulati e rimodulati, e che si dipanano a partire da una rete fitta di richiami a letture quanto mai varie e diverse: da Baudelaire a Simone Weil, da Auden a Novalis, da Senghor a Blok…. Si ha qui un contrappunto continuo fra la voce dell’autore e queste altre voci, provenienti da una molteplicità di testi che formano l’oggetto di un’intensa frequentazione. Tutto il libro è costruito su questo fraseggio, su questa continua interazione, che configura una sorta di partitura musicale. Questa modalità di scrittura me ne ricorda delle altre analoghe, che appartengono a spazi e tempi molto diversi fra loro.

Fra gli esempi recenti, mi viene in mente, prima di ogni altro, Incipit, Cinquant’anni cinquanta libri di un grande amico e maestro da poco scomparso, PierCesare Bori, in cui si compendiano i suoi rapporti con le opere “che ci hanno aiutato a esprimere quel che avevamo dentro, che ci hanno fatto crescere e che in un certo senso crescono con noi” (Marietti, Genova-Milano 2005, p.9). Questa modalità di composizione in cui non c’è un io monologante, ma c’è un ininterrotto dialogo attraverso lo spazio e il tempo, e si configura lo spazio della scrittura come ambito di una continua conversazione, mi porta alla mente anche esempi antichi. La letteratura filosofica della Cina antica, che si strutturava sovente come commentario, prediligeva in particolare questa modalità – per così dire dialogica – fondata su un’incessante interazione con le fonti: penso, ad esempio, al grande commentatore del Laozi vissuto nel III secolo d.C., il geniale e originalissimo Wang Bi (226-249), esponente di spicco della cosiddetta “Scuola del Mistero” (xuanxue). Ma sono specialmente gli autori confuciani, fin dagli esordi della loro tradizione, a ricorrere con particolare intensità a questa peculiare maniera di riflessione e di espressione. E dunque la speciale modalità di scrittura adottata da Saverio Caruso, in questo suo essere eminentemente e intensamente relazionale mi appare, per dir così, confuciana: ossia diversa e distante dalle modalità incentrate sul monologo di un soggetto irrelato.

Questa ininterrotta conversazione, che evoca e include una molteplicità di voci, suscita a sua volta continue catene di associazioni, come una sorta di fuoco d’artificio inesauribile, a partire dal bellissimo titolo che a me sembra taoista, per motivi che poi dirò, e che riprende, come si spiega nelle prime pagine, Turgenev sulla memorabilità della vita umana che appare in un lembo di cielo:

voi guardate, e quell’azzurro limpido e profondo richiama sulle vostre labbra un sorriso inconsapevole quanto quell’azzurro stesso, quanto le nuvole del cielo” (p. 9).

Ecco, questo azzurro di cui parla Turgenev mi evoca un termine cinese che si trova nell’incipit del Laozi, il grande classico già sopra evocato: xuan, che designa l’azzurro profondo del cielo in cui lo sguardo si perde, la sua serenità; e analoga serenità è quella dello sguardo che vi si sprofonda, e se ne lascia catturare. Al contempo, esso evoca il mistero insondabile del Grande Tutto: un mistero che non è ombra cupa, ma smagliante splendore.

Insomma, fin dal titolo e dalle prime righe il libro di Saverio mette in moto in ogni lettore assonanze ed echi senza fine; come da un sasso gettato in acqua si irradiano cerchi molteplici, così questa lettura è come se producesse infinite irradiazioni. E così ci si ricorda non solo del profondo azzurro del Laozi, ma del “blauen Mond September” evocato da Bertolt Brecht (“Ricordo di Marie A”): le nuvole dell’azzurro mese di settembre, ricordo evanescente dell’incontro lontano con una ragazza che “chissà ora quanti figli avrà”. E così si potrebbe via via continuare, di suggestione in suggestione, di eco in eco, in una catena associativa senza interruzione.

Ma ancora, il libro di Saverio, a partire dai “frammenti” evocati dal suo titolo, ci rammenta che la totalità abita ciò che è infinitamente piccolo, che la memoria nel suo flusso infinito è innescata da elementi minuscoli. L’assoluto e l’eterno abitano dentro l’infinitamente piccolo e la sua fragilità inerme: questo ci dice la sua dedica a una bambina morta in un lager, e questo elemento a sua volta innesca un’altra catena di associazioni. Ripenso al Mémorial des Martyrs de la Déportation a Parigi, dove c’è un pezzettino di vetro per ciascuna delle 200.000 vittime che vi sono rievocate, visitato per la prima volta vent’anni fa con la guida di un’amica di recente scomparsa, Janine Cahen (suo cugino non aveva fatto ritorno da Auschwitz, e lei era stata tra i bambini messi in salvo dalla Croce Rossa in Svizzera); ma ripenso anche ai mucchi di sassolini bianchi, a cui ogni viandante contribuisce, in omaggio agli dei e agli spiriti dei passi, che ho visto sulle montagne tibetane nei primi anni Novanta.

Insomma, le pagine di Saverio hanno una straordinaria capacità di spalancare all’infinito il libro della memoria che è dentro ciascun lettore. Penso comunque che un buon modo per tentare di condensarne il motivo centrale sia quello di far ricorso alle parole pregnanti di Giacomo Leopardi nello Zibaldone:

Il ricordo del passato è doloroso quando è considerato come passato, finito, che non è e non sarà più” (4282).

Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre. Tutto ciò che è finito al tempo stesso eccita un sentimento piacevole, e piacevole nel medesimo dolore, e ciò a causa dell’infinità dell’idea che si contiene in queste parole, finito, ultimo ecc.” (2242-43).

Al cuore di questo libro dedicato al ricordare, mi sembra, c’è proprio questa interazione paradossale di felicità/dolore, finito/infinito; paradosso che sta al cuore della nostra condizione umana. E’ l’interazione di tempo/eternità, trascorrere/persistere; ed è anche l’interazione del passato e del futuro. Vorrei soffermarmi un momento proprio su questa relazione passato/futuro per sottolineare la complessità di questo legame, che il libro di Saverio mostra con grande intensità: si tratta di un rapporto che non è costituito di un mero ripresentare, ma di un incessante rielaborare; che è insieme fatto di un tenere e di un buttare, di un avvicinare e di un allontanare. Si tratta, insomma, di un rapporto fra la presenza e l’assenza: il ricordare ha a che fare con quello spazio simbolico in cui si rifanno presenti gli assenti: è uno spazio rituale, liturgico – come già notava un grande pensatore cinese del III secolo a.C. che descrivendo la qualità peculiare dei riti funebri osservava: “si tratta l’assente come se fosse presente” (Xunzi, Trattato sui riti). Come Saverio ci mostra, il ricordare è pietas, legame solidale fra le generazioni, e insieme è attesa e annuncio, promessa messianica la cui percezione accomuna, mi sembra, in una singolare affinità, Walter Benjamin e i testi confuciani della Cina classica. La memoria, in definitiva, è memoria di una speranza; il passato, come amava dire Paul Ricoeur, ci consegna promesse inadempiute. C’è un nesso inscindibile fra memoria e utopia; e così, se il santo raggiunge le origini, come asseriva Emil Cioran, questo movimento incessantemente ci ripresenta un mondo possibile di redenzione; in tal modo la memoria è rinascita, e quotidiana possibilità di redenzione (p. 25-26).

Portiamo le origini con noi mentre camminiamo”, ci rammenta Saverio evocando Raimon Panikkar (p.23): “il nostro pellegrinaggio cosmico è colmo di inizi”. Il ricordare ha a che fare dunque con questa dialettica che incessantemente coniuga e lega ritorno e inizio. Insomma, se la libertà è saper inventare un nuovo inizio, come diceva Hannah Arendt, questo saper ricominciare non può fare a meno di un ritorno alle origini: “il movimento del Tao è il ritorno”, asseriva il Laozi. E per mostrare questo coincidere di ritorno e di inizio, che ha un ruolo così cruciale nel libro di Saverio, e insieme per rendere omaggio agli orizzonti transculturali da esso costantemente evocati, mi sembra si possa ricorrere a una bella pagina di un grande maestro contemporaneo di interculturalità, François Cheng. Nato nel Sichuan nel ’29 ed emigrato in Francia da oltre sessant’anni, poeta e saggista, romanziere e calligrafo di raffinata sensibilità, innamorato del Rinascimento italiano come del simbolismo francese, Cheng è incessantemente dedito a far conoscere al pubblico occidentale le grandi tradizioni d’arte e di pensiero cinesi. A mio avviso, questa sua pagina rivela una profonda affinità con la visione del mondo e con l’intima religio sottese al libro di Saverio, e ben si presta, mi sembra, ad illustrarne la convinzione fondamentale, ossia che “la memoria sia annullamento della fatalità, fondamento della leggerezza nella vita” (p. 24).

E’ tratta dal romanzo autobiografico Le dit de Tianyi (Paris 1998, tr. it. Le parole di Tianyi, Garzanti, Milano 2000, pp.131-132). Il protagonista, che ha conosciuto l’amarezza, il disagio, lo spaesamento dell’esilio, trova un suo nuovo appaesamento risalendo il corso della Loira, così come da bambino in Cina aveva risalito il corso dello Yangzi accanto al padre; e ritrovando l’esile filo d’acqua della sorgente del grande fiume, ritrova il proprio posto nel mondo e il senso del proprio cammino, che è stato faticoso e doloroso, ma del quale egli ora sa che “nulla andrà perduto”. E’ un “ritrovare la via” in cui sembra suggestivamente fondersi il richiamo a Dante e il ricongiungersi al Dao (il “ritrovare la fonte invisibile da cui ogni essere è nato”) di cui parla il Laozi.

Dal punto in cui eravamo, continuammo la risalita della Loira verso le sorgenti (…). L’esule che contemplava quel vasto paesaggio non era forse il bambino d’Asia che un giorno, accanto al padre, aveva contemplato il fiume Yangzi ed era poi risalito verso altre fonti? Qui, come una volta, faceva la stessa scoperta: alla sua origine, il fiume così lungo e vasto è solo un rigagnolo d’acqua sepolto da una fitta cortina d’erba.

Bevendo quell’acqua limpida sgorgata da una roccia, che consentiva al viandante di dissetarsi, mi sentivo il cuore gonfio di riconoscenza per questa terra. (…..)

Leggendo Rimbaud, mi ricorderò del pensiero che mi aveva attraversato la mente nelle valli del Sichuan: se l’uomo è un animale assetato, la natura, dispensatrice d’acqua, ha di che appagare il suo desiderio.(…) Insomma, l’uomo ha sete perché esiste l’acqua (…) e se desidera l’infinito, è perché l’infinito è lì (…) contenuto in anticipo nel desiderio.

 

 

Category: Libri e librerie

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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