Klaus Bush: L’euro sotto assedio

| 22 Aprile 2012 | Comments (0)

 

 


 

Klaus Bush è un economista dell’Università di Osnabruk

Avevo preparato il mio discorso sulla crisi dell’euro ma ascoltando quello che hanno detto Francesco Raparelli e Luca Casarini mi chiedo se in realtà la mia presentazione non finirebbe per essere noiosa e so che gli italiani amano le relazioni e non amano molto discutere delle relazioni dopo averle ascoltate. Ma potremmo iniziare proprio invece da un dibattito, ponendoci alcune domande insieme, entrando nel merito di alcune questioni poste nelle relazioni introduttive. Ad esempio la domanda che poneva Francesco sul perché assistiamo fondamentalmente ad un approccio nazionale rispetto alla crisi dell’euro, e non c’è una risposta di carattere transazionale, sul perché i movimenti europei sembrano essere così deboli rispetto alle politiche che invece dall’alto in Europa vengono presentate. Penso anche alla domanda che si poneva Luca Casarini, chiedendosi se non avrebbe senso a questo punto ragionare sull’uscita dall’euro o su una coalizione di paesi che chieda di uscire insieme dall’euro. Forse possiamo appunto iniziare da questo, io posso appunto raccontarvi un po’ qual è il dibattito in Germania, voi potete entrare nel merito del dibattito italiano e ne discutiamo perché appunto la mia presentazione, la mia analisi sulla crisi dell’euro sicuramente potrebbe essere di interesse, ma ho l’impressione che per il tipo di pubblico che è qui, le cose che andrei a dire non sarebbero particolarmente nuove, mentre invece avere un confronto potrebbe essere per tutti più interessante.

Qualche parola sul mio percorso accademico così potete capire anche da dove vengo. Sono stato professore di studi comunitari fino al 2010, sono andato in pensione all’età 65 anni, e ora lavoro come consulente politico della Friederich Ebert Foundation, e anche per il sindacato dei servizi tedesco che è il secondo sindacato più grande dopo Ig Metall. Il mio paper “Is the euro falling?”, L’euro sta per crollare?, verrà pubblicato in inglese tra un paio di settimane, questo è il mio ultimo lavoro quindi poi potete andare a leggere nel dettaglio qual è la mia analisi. Per quanto riguarda il sindacato dei servizi sono consulente in particolare proprio del presidente del sindacato su queste questioni. Questo lo dico per far comprendere che sono ormai parte di questo processo dal punto di vista politico e non più strettamente solo dal punto di vista accademico. Venti anni fa quando ci fu l’introduzione, la creazione della moneta unica, sono stato fortemente contrario a quell’ipotesi. La mia posizione allora era che non si potesse introdurre una moneta comune senza uno stato comune, perché questo avrebbe comportato rischi forti principalmente per l’assenza di un meccanismo di trasferimento dai paesi più ricchi ai paesi più poveri e l’assenza di una strategia comune sulla questione del debito. L’altro motivo per cui criticavo l’euro era l’ asimmetria alla base del trattato di Maastricht, che andava a introdurre una politica monetaria comune in assenza di una politica fiscale di bilancio comune. Terzo punto, credevo che questo meccanismo avrebbe portato ad un fortissimo dumping sociale e salariale in Europa, fondamentalmente perché la presenza di una moneta comune senza una unione politica e politiche comuni su altri piani avrebbe creato un meccanismo di competizione tra stati che non poteva, dal punto di vista strutturale, che portare ad un meccanismo di dumping salariale, ovvero esattamente ciò che si è poi verificato. L’ultima critica all’altro aspetto del trattato di Maastricht era il fatto che principalmente privilegiava la via del contrasto all’indebitamento attraverso l’austerità, attraverso l’idea del rigore di bilancio, piuttosto che attraverso un’idea di politiche di crescita. Dicevo allora che questo avrebbe creato dei problemi, che poi sono i problemi esplosi con la crisi dell’oggi. Quindi per tutti questi motivi io all’epoca ero fortemente contro l’introduzione dell’euro. Oggi però, ed è su questo che appunto vorrei entrare un po’ nel merito, ritengo che in una situazione in cui l’euro c’è, non è così semplice dirne “usciamone”, perché, ed entrerò nel merito di questo, andrebbe a creare molti problemi di aggiustamento per tutti i paesi. Per i paesi come la Germania si verrebbe a creare un meccanismo di rivalutazione della moneta con conseguenze sull’occupazione. Per i paesi del sud dell’Europa si verrebbe chiaramente a creare un meccanismo di altissimi tassi d’interesse di esplosione del debito pubblico, di default e quindi di crisi del sistema generale che porterebbe ad una perdita di reddito per i cittadini di questi paesi. Quindi io all’oggi penso, ed è la mia posizione attuale, che sia necessario riformare l’eurozona e non spaccarla e dividerla.

Ritengo quindi che dobbiamo operare un cambiamento di paradigma per quanto riguarda l’euro, che passa per quattro/cinque punti fondamentali. Il primo è quello di pensare ad una iniziativa europea per la crescita, quindi un New Deal per l’Europa, con il cambiamento delle politiche economiche in particolare della Germania, in quanto paese che gode di un surplus in generale, di un surplus delle partite correnti e del bilancio corrente. Il secondo punto, per quanto riguarda il sud dell’Europa, l’abbandono della logica del dogma dell’austerità. Il terzo punto, un meccanismo europeo per il finanziamento di debito pubblico e quindi di eurobonds e quindi quello che in qualche maniera definisco l’unione dei trasferimenti, sarebbe a dire l’idea che tutti i paesi europei debbano condividere la responsabilità del debito pubblico degli altri paesi. Tutto questo dovrebbe essere accompagnato da politiche europee coordinate per quanto riguarda le politiche salariali, sociali e di tassazione. Infine l’altro aspetto del cambiamento del paradigma di attività politica fondamentale, è quello di andare verso un governo comune dell’economia in Europa che non sia più nella forma non democratica intergovernativa che hanno introdotto Sarkozy e Merkel, ma un meccanismo di governo eletto e controllato dal parlamento europeo che abbia il mandato di governare l’economia. Tutto questo accompagnato da una nuova regolamentazione dei mercati finanziari. Questi sono i punti di quel cambiamento di paradigma che io ritengo sia fondamentale per sviluppare un nuovo approccio che dia stabilità alla zona euro. Il problema politico ovviamente è che da questo punto di vista non c’è allo stato attuale in Europa una maggioranza che possa in alcun modo operare questo tipo di cambiamento di paradigma. È possibile che con l’elezione di Hollande in Francia si vada ad ottenere qualche piccolo miglioramento del fiscal compact quanto meno per quello che riguarda il fatto di introdurre un approccio più improntato sulla crescita. In Germania è possibile che in due o tre anni a livello di governo federale ci sia un cambiamento di segno politico, ma detto questo, bisogna dire, devo ammettere, che dal punto di vista politico mi sembra che ci sia una situazione estremamente difficile al momento perché non si vedono attori in grado di operare questo cambiamento di paradigma. Se andiamo a guardare lo stesso movimento sindacale europeo e i movimenti d’ispirazione socialdemocratica in Europa al momento ci sono delle grosse discussioni, la questione continua ad essere, in relazione a tutto questo, profondamente controversa e non sembra emergere in maniera chiara una forte visione sulla necessità di operare un passaggio di prospettiva di questa natura.

Viene avanzata da diverse parti l’ipotesi della creazione di due eurozone. Credo che non sia una soluzione, credo che ci sarebbero ugualmente grandi problemi di aggiustamento all’interno di queste grandi zone e tutti quei problemi che citavo prima in ogni caso avrebbero bisogno di una soluzione. All’interno delle due zone comunque ci sarebbe bisogno di pensare dal punto vista di uno stato comune, di comuni politiche di welfare, di coordinamento salariale e via discorrendo. Tutte queste problematiche politiche rimarrebbero ugualmente, tenendo presente la natura dei problemi di aggiustamento che tutto questo andrebbe a comportare continuo a pensare che sia migliore l’ipotesi di pensare di riformare l’euro secondo i cinque punti che ho illustrato prima. Per quanto riguarda la questione politica e la situazione politica credo che l’unica speranza sia un cambiamento politico in Francia, l’arrivo di un governo socialista, e un cambiamento politico in Germania con un governo rosso-verde. Credo che tutto questo comporterebbe delle nuove e grandi opportunità per l’Europa, che è l’unica speranza al momento. Credo che tutto questo si andrebbe anche a riflettere sui movimenti sindacali europei, nel senso che nel momento in cui si dovesse dar corso a politiche di crescita, ad un governo economico dell’Europa che sia reale e così via, tutto questo cambierebbe nei fatti anche la situazione per quanto riguarda anche i movimenti sindacali in Europa. L’altra cosa è che io sono anche convinto che ci sia bisogno di fortissimi conflitti sociali nel sud d’Europa, in particolare in Grecia, in Spagna e in Italia per fare pressioni e costringere Francia e Germania a seguire questo tipo di strada.

 

 

Category: Osservatorio Europa

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