Di chi è il piede che preme sull’acceleratore?. Un Appello per Adil Belackdim

| 22 Giugno 2021 | Comments (0)

In seguito alla uccisione del sindacalista di origine marocchina Adil Belakhdim riportiamo notizie di stampa e un Appello

1. Cosa sappiamo della morte del sindacalista di SiCobas e dell’autista del camion che l’ha ucciso

Secondo i racconti dei testimoni erano le 7,25 del mattino quando il presidio dei lavoratori della logistica di SiCobas si è radunato davanti al centro della Lidl di via Guido il Grande. Tra loro c’era Belakhdim, cittadino italiano di origini marocchine e residente a Vizzolo Predabissi. Spaziano – che lavora per un’azienda che trasporta merci peruno dei tanti fornitori della Lidl – stanco di essere bloccato dai manifestanti, ha preso la corsia di entrata e ha accelerato travolgendo il sindacalista, trascinandolo poi per alcuni metri. Poi è fuggito. Quando è arrivato al casello di Novara Ovest ha chiamato il 112 e si è
costituito. È stato arrestato con le accuse di omicidio stradale,resistenza (perché non si è fermato all’alt della polizia) e omissione di soccorso. Il fermo è stato convalidato dal Gip e ora attende l’interrogatorio di garanzia nel carcere di Novara. SiCobas su Facebook ha parlato di assassinio e ha puntato il dito contro la Lidl,
che ha risposto che il mezzo era di un fornitore terzo e ha garantito «di applicare a tutti i 2.500 lavoratori delle dieci piattaforme logistiche in Italia non il contratto della logistica, ma il Ccnl della distribuzione moderna organizzata, insieme ad un ulteriore contratto integrativo.

Si chiama Alessio Spaziano, ha 25 anni ed è di Caserta l’autista del camion che ha travolto, trascinato e ucciso ieri Adil Belakhdim, sindacalista del SiCobas, durante una manifestazione dei lavoratori della logistica a Biandrate, in provincia di Novara. Ieri i carabinieri l’hanno fermato sull’autostrada e arrestato. «Non si è fermato nemmeno all’alt della polizia. Urlavamo tutti. Ha rischiato di uccidere anche altri operai. Alcuni si sono salvati per miracolo», ha detto uno dei testimoni. Le prime ricostruzioni parlavano di un investimento sulle strisce pedonali, ma i presenti hanno spiegato che il corpo di Adil è finito sulle strisce dopo essere stato trascinato per metri dal camion che l’ha ucciso. In attesa che sia fatta definitivamente luce sulle dinamiche, questa mattina alle 6 è ripreso il picchetto davanti ai cancelli. Anche Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato che la protesta andrà avanti oggi e domani.

Spaziano aveva scaricato quattro bancali di frutta e verdura ma doveva consegnarne altri prima di tornare in Campania. la Repubblica racconta oggi che, secondo la ricostruzione di Polizia e Carabinieri, ha imboccato contromano l’entrata per evitare il tappo degli altri mezzi. Si è fermato una prima volta di fronte al picchetto, ha provato a forzarlo mentre i lavoratori battevano le mani sulla carrozzeria. Poi ha ha dato gas ed ha sfondato il presidio. Chi ha potuto si è buttato di lato. Adil non ha fatto in tempo. «È un omicidio di Stato – dice al quotidiano Pape Ndiaye, supervisore SiCobas di Novara, amico di Adil – Non c’è prefettura in Piemonte e in Lombardia a cui non abbiamo bussato. La maggior parte di questi lavoratori sono stranieri, vengono ignorati. È una forma di razzismo istituzionale»

2.   DI CHI E’ IL PIEDE CHE PREME SULL’ACCELERATORE?

APPELLO IN SEGUITO ALL’UCCISIONE DI ADIL BELAKHDIM

Siamo ricercatrici e ricercatori che si considerano mobilitati dall’uccisione di Adil Belakhdim. Per quanto consapevoli che non saranno i nostri appelli a modificare le cause profonde di questa tragedia, riteniamo necessario rendere esplicito il legame che esiste – anche se spesso negato o reso invisibile – tra questa vicenda, le dinamiche che lo hanno prodotto e la vita quotidiana di tutti i cittadini. Nei mesi del lockdown anche le nostre vite sono interamente dipese dal lavoro di magazzinieri, spedizionieri e facchini che ci hanno consentito di fronteggiare l’emergenza rimanendo a casa. E’ il lavoro vivo delle donne e degli uomini impiegati nel settore della logistica ad aver infrastrutturato e consentito il trasferimento delle nostre attività quotidiane e la didattica a distanza dei nostri figli nelle abitazioni private e sulle piattaforme, sono loro ad aver rifornito i punti vendita della grande distribuzione alimentare.

Ma la “ripartenza” alla quale stiamo assistendo sembra voler ricacciare nell’invisibilità queste lavoratrici e questi lavoratori, incastrarli in un sistema di appalti e subappalti che abbassa i salari, intensifica il lavoro, frammenta le lotte. E quando le lotte comunque si danno, il tentativo è quello di sedarle ricorrendo al reclutamento di picchiatori troppo spesso lasciati agire indisturbati, ai ricatti e ora all’omicidio. Quella che in questo modo si vorrebbe ripristinare è l’invisibilità di una forza lavoro spesso migrante che viene svalutata, sfruttata e deprezzata al punto da rendere alcune vite più sacrificabili di altre.

L’accelerazione dei consumi e della circolazione delle merci, che si avvale anche della strategia di una disintermediata alleanza tra interessi dei global players (e dei loro esecutori locali) e interessi di un consumatore compulsivamente orientato al prezzo più basso e alla consegna più rapida, viene scaricata tutta sul lavoro, sulla sempre più intensa distruzione della dignità del lavoro per quanto concerne i suoi contenuti, i suoi ritmi, le sue condizioni contrattuali, i suoi diritti. La morte di una persona che cercava, insieme ad altri, di rappresentare questa contraddizione e di esigerne la ricerca di soluzioni è tragico sintomo della profondità di questa contraddizione e della posta in gioco. Fuori di ogni retorica, sono in gioco vite di persone. Rendere esplicito ed evidente tutto ciò è il primo, indispensabile passo perché se ne riconosca la responsabilità collettiva, di tutti e non solo di chi è più immediatamente coinvolto.

Come lavoratrici e lavoratori del mondo della ricerca, anch’esso naturalmente attraversato da queste contraddizioni, crediamo che sia parte del nostro mandato istituzionale alzare il velo che nasconde la violenza e l’ingiustizia della fabbrica-mondo dietro la brillantezza delle vetrine dei consumi globali e digitalizzati, rendere esplicite le relazioni che legano le nostre forme di vita con quelle di coloro che nel sottoscala della fabbrica-mondo fanno più intensamente esperienza di quella violenza e di quella ingiustizia, produrne consapevolezza nelle nuove generazioni con cui interagiamo nella nostra pratica scientifica e didattica e contribuire a creare le condizioni perché si rigeneri e si allarghi l’intelligenza della solidarietà.

Lisa Dorigatti
Assistant Professor
Department of Social and Political Science, University of Milan
Via Conservatorio 7, 20122 Milano
lisa.dorigatti@unimi.it
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E’ possibile sottoscrivere l’appello inviando una mail con il proprio nome e la propria affiliazione a ricercaperadil@gmail.com.

Category: Lavoro e Sindacato, Movimenti, Osservatorio internazionale

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