Luciano Berselli (a cura di): Nidi e scuole dell’infanzia a Parma e Bologna

| 8 Aprile 2013 | Comments (1)

 

 

 


 

Da “Inchiesta” gennaio-maezo 2013: a cura di Luciano Berselli sono pubblicati i risultati dell’inchiesta di Roberta Roberti su I nidi e scuole dell’infanzia nella provincia di Parma e quella di Anna Meoni, Roberta Picardi, Corinna Rinaldi, Katia Zanotti su I nidi e scuole dell’infanzia comunali a Bologna

 

 

Luciano Berselli: Introduzione alle due inchieste

L’affermazione di servizi educativi per la prima infanzia, asili nido e scuole, con caratteri di profondo mutamento rispetto alla situazione precedente, è uno degli aspetti significativi legati ai movimenti che si svilupparono nella società italiana, ad iniziare dalla metà degli anni ’60. All’interno di questo percorso, si realizzò un confronto ed un intreccio (da considerare nella sua dinamica concreta e a volte contraddittoria) tra le lotte delle donne per il diritto al lavoro e per il cambiamento della condizione lavorativa con nuovi indirizzi e modelli educativi, una visione nuova dei diritti dell’infanzia, il ruolo di intervento del soggetto pubblico, in particolare da parte dei Comuni.

A questi processi e a questi temi Inchiesta ha da sempre dedicato attenzione, che riprende con l’avvio di una linea di analisi sullo stato presente delle cose.

Nelle realtà territoriali dove le esperienze del passato sono state più importanti e pervasive (non soltanto l’Emilia Romagna, ma anche altre regioni e città del Nord e del Centro) da diverso tempo ci sono fenomeni di involuzione e di arretramento accompagnati da una discussione tutta incentrata sul rapporto tra pubblico e privato, sui costi dei servizi, sulle opportunità che deriverebbero dalle diverse forme di gestione. E’ una discussione che quasi mai aiuta a comprendere ciò che sta avvenendo, tanto da giustificare le conclusioni a cui perviene una recente ricerca, che fa riferimento agli ambienti della Banca d’Italia.

A fronte di un diffuso ricorso a strutture private convenzionate non appaiono chiare le motivazioni di fondo, né si riscontra evidenza di attivazione di meccanismi di concorrenza; quanto agli standard di qualità, essi sono diffusamente definiti, ma in assenza di una chiara strategia di vigilanza e di tutela della qualità effettivamente realizzata nell’erogazione del servizio, essa stessa condizione per orientare la domanda delle famiglie e rafforzare le loro possibilità di confronto e scelta”. (Francesco Zollino. “I servizi di cura per la prima infanzia”, da I servizi pubblici locali, a cura di Magda Bianco e Paolo Sestito. Il Mulino, Bologna)

Andando oltre il punto di vista che esprimo queste considerazioni, siamo interessati a ciò che resta completamente fuori da quadro attuale della discussione. C’è un grande assente, che non compare mai: il lavoro all’interno dei servizi educativi per l’infanzia, il suo esercizio, i diritti, le possibilità reali di espressione della propria soggettività.

Lavoro che nella sua grande parte è lavoro di donne, educatrici, insegnanti, ausiliarie, pedagogiste. Non si stratta soltanto del rapporto che nei decenni scorsi ha differenziato i modelli e le condizioni concrete tra la gestione dello Stato e quella realizzata in tanti Comuni nelle scuole dell’infanzia. Da tempo è avvenuta una frantumazione, che è passata per la forma cooperativa (più o meno genuina o spuria) fino a giungere al privatismo condominiale e alle società per azioni. Per favorire queste soluzioni, per accompagnare amministrazioni pubbliche orientate in questa direzione un aiuto potente è arrivato dall’uso spregiudicato di tutti gli strumenti, dall’armamentario della destrutturazione del mercato del lavoro e dalla legittimazione della precarietà. Allo stesso modo dal crescere del cosiddetto welfare aziendale che segna un ulteriore tappa di erosione di una reale capacità di contrattazione solidale.

Ci sembra allora di grande importanza una linea di riflessione che interroghi la relazione che questi processi stanno determinando tra politiche, modelli educativi, qualità dei servizi, esercizio e diritti del lavoro. E’ questo il filo della ricerca che intendiamo seguire. Iniziamo con la pubblicazione, in questo numero della rivista, di due contributi che riguardano lo stato delle cose a Parma e a Bologna.

Roberta Roberti [insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori di Parma, ha fondato nel 2011 il movimento politico Parma Bene Comune] dà conto, per la situazione di Parma, di politiche di privatizzazione dei servizi educativi per l’infanzia che configurano l’abbandono formale di un ruolo significativo del soggetto pubblico rappresentato dal Comune. Sono scelte avviate dalle precedenti amministrazioni di destra, che non sono state tuttavia modificate dopo l’avvento, nel maggio dell’anno scorso, di una Giunta guidata da un Sindaco che appartiene al Movimento 5 Stelle.

Anna Meoni [educatrice], Roberta Picardi [insegnante], Corinna Rinaldi [educatrice], Katia Zanotti [dipendente pubblica] hanno promosso insieme il coordinamento bolognese “Salviamo i nidi” e sono attive a sostegno delle scuola pubblica nel referendum consultivo promosso dal nuovo comitato articolo 31. Nell’articolo su Bologna, dove è ormai prossimo il referendum sul finanziamento comunale alle scuole private, è di particolare interesse l’analisi che documenta in modo approfondito il deperimento della qualità educativa dei servizi in rapporto agli interventi che comprimono la condizione di lavoro.

Sono in preparazione, per i prossimi numeri di Inchiesta , contributi ed interviste che provengono da pedagogisti, lavoratrici e sindacalisti, da studiosi, per indagare la realtà di altre situazioni, in Emilia e nel Nord, in un percorso di riflessione sull’esperienza storica e sul presente.

 

 

1. Roberta Roberti: Nidi e scuole dell’infanzia nella provincia di Parma

Nel fare un quadro della situazione attuale dei servizi educativi nella provincia di Parma non è possibile prescindere dal fatto che la tradizione relativa alle scuole materne è stata introdotta assai precocemente nell’agenda politica territoriale. Quando infatti, nella prima metà dell’Ottocento, erano iniziati i primi giardini d’infanzia nelle grandi aree industriali tedesche, francesi e inglesi, sulla scorta delle prime sperimentazioni cremonesi di Ferrante Aporti, anche il Ducato di Parma e Piacenza (insieme a Toscana, Lombardo-Veneto, Regno di Sardegna) coerentemente al diffondersi delle idee democratiche e liberali, decise di dotarsi di scuole materne con l’obiettivo di fornire ai bambini poveri i primissimi rudimenti del leggere e dello scrivere, dal momento che presumibilmente essi non avrebbero potuto frequentare, iniziando assai precocemente il lavoro, le scuole elementari.

Per queste ragioni, esisteva già sul nostro territorio un rudimentale sistema di scuole materne pronte a sperimentare le teorie della Agazzi e della Montessori, specie dopo l’approvazione della Legge 444/1968 con la quale veniva ufficialmente istituita la scuola materna statale.

Nella provincia di Parma, dunque, come in altre province dell’Emilia Romagna si avviarono sulla base degli Orientamenti del 1969 sperimentazioni divenute poi note a livello internazionale: parallelamente a quanto stava avvenendo nelle scuole elementari, si cominciò a praticare un diverso modello pedagogico, che partiva dalla necessità di non soverchiare le capacità del bambino, utilizzando le forme più progredite di didattica per sollecitarne lo sviluppo, rispettando i tempi di gioco e di apprendimento delle diverse fasce di età e di ciascun bambino ed utilizzando le compresenze per consentire un’attenzione particolare alla relazione tra maestre e bambini, in senso inclusivo, collegiale e cooperativo. Venne dunque gradualmente introdotta un’idea di scuola materna non più intesa come servizio assistenziale sostitutivo della cura materna e familiare e ciò condusse agli Ordinamenti del 1991, che non solo ne cambiarono la denominazione in “scuola dell’infanzia”, ma lungi dall’essere un cambiamento solamente formale significarono una precisa presa di posizione volta innanzitutto ad inserire a pieno titolo il segmento 3-6 anni nel sistema d’istruzione, il che dovrebbe tuttora far riflettere sul diritto di tutti i bambini e di tutte le bambine ad accedervi e dunque al dovere dello Stato di garantirlo.

Alle bambine e ai bambini vengono dunque formalmente riconosciuti nel 1991 ”i diritti inalienabili – sanciti dalla nostra Costituzione e da dichiarazioni e convenzioni internazionali – all’educazione, al rispetto dell’identità individuale, etnica, linguistica, religiosa, sui quali si fonda la promozione di una nuova qualità della vita intesa come grande finalità educativa del tempo presente”.

In sostanza, si ritiene che la scuola dell’infanzia concorra, nell’ambito del sistema scolastico, a promuovere la formazione integrale della personalità delle bambine e dei bambini dai tre ai cinque anni nella prospettiva della formazione di soggetti liberi, responsabili ed attivamente partecipi alla vita della comunità locale, nazionale ed internazionale in applicazione dell’art. 3 della Costituzione Italiana e della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia. Essa assume e valorizza le differenze individuali e culturali dei bambini nell’ambito del progetto educativo, così da evitare ogni forma di discriminazione. Nessuna condizione individuale o familiare dei bambini, può costituire motivo di esclusione dall’iscrizione e dalla frequenza per coloro che ne fanno richiesta.

La scuola comunale dell’infanzia e’ gratuita per tutti.

La previsione costituzionale di un dovere di istituzione di scuole pubbliche aperte a tutti è posta a presidio della libertà nella scuola e del principio del pluralismo culturale, considerati dai Padri costituenti quali valori fondamentali che la scuola pubblica, a differenza della scuola privata, necessariamente deve concretizzare (cfr. Corte cost. ord. 423/2002 e sent. 220/2007).

Sappiamo oggi che il disagio e l’abbandono scolastico dipendono in buona parte proprio dalla qualità del percorso pedagogico e didattico garantito in questa fascia d’età: ciò conferisce ai nidi e alle scuole d’infanzia un ruolo che non può in alcun modo essere ridotto a quello assistenziale. Ciò deve prevedere una adeguata preparazione degli educatori e delle maestre, una attenta e collegiale progettazione dei percorsi, la predisposizione di spazi adatti alla libera espressione e alle esigenze di ogni bambino/a.

Eppure, dopo che per tanti anni si è operato al fine di valorizzare i percorsi per la prima infanzia ed il ruolo centrale dello Stato nell’istituirli e garantirli a tutti e a tutte, da oltre una decina d’anni si è manifestata un’inversione di tendenza: il settore pubblico, e nella fattispecie gli enti locali deputati a controllare e attivare nidi e scuole d’infanzia, hanno dimostrato la tendenza a delegare ai soggetti più diversi la loro gestione. La tendenza rientra senza dubbio in una volontà più generale di arretrare rispetto ai “servizi” alla persona, nel generale convincimento che il privato possa funzionare meglio del pubblico e a costi ridotti. Abbiamo assistito dunque prima di tutto alla scelta di destinare fondi pubblici alle scuole private e paritarie, specie dell’infanzia, attraverso la Legge Berlinguer; ciò aggira di fatto la Costituzione italiana, che non consentirebbe di destinare soldi pubblici alle scuole private. Su questo punto, nonostante le numerose prese di posizione contrarie da parte di comitati civici di cittadini e genitori, la sostanziale identità di vedute fra centro destra e centro sinistra ha reso il processo ineluttabile. (Al fine di contrastare il finanziamento alle scuole dell’infanzia private e paritarie a Bologna è stato recentemente promosso un referendum comunale.)

Facendo leva su questa posizione sostanzialmente bipartisan, i Comuni si sono inventati le più svariate forme e modalità per delegare la istituzione e la gestione dei “servizi educativi” a soggetti terzi, confessionali, privati o cooperativi, che in regime di sussidiarietà avrebbero dovuto supplire alla cronica carenza di posti e alle lunghissime liste d’attesa che le mutate condizioni familiari, il ruolo della donna nella società e la sua sempre maggiore presenza nel mondo del lavoro portavano a richiedere. Non è da sottovalutare per comprendere l’aumento della domanda il ruolo che sicuramente ha avuto la grande credibilità guadagnata nel frattempo dai nidi e dalle materne, specie in area emiliana. Si è presentato dunque il problema di accontentare la domanda crescente di posti ai nidi e alle scuole dell’infanzia, mentre progressivamente diminuivano i fondi stanziati dallo Stato agli enti locali, specie su capitoli di spesa quali il sociale e la scuola.

In alcune realtà il Comune finanzia in maniera diretta, stipulando una convenzione con soggetti privati (solitamente si tratta di scuole cattoliche) cui viene demandato il compito di assorbire la crescente domanda da parte dei genitori di nidi e scuole dell’infanzia. In altre situazioni sono state formalizzate Fondazioni deputate alla gestione coordinata di tutta l’offerta, pubblica (statale e comunale) e privata presente sul territorio.

In questo ambito, Parma è stata un “modello” in Italia in quanto a creatività nelle esternalizzazioni, si è distinta per aver realizzato una forma molto particolare di gestione dei “servizi educativi”, sostanzialmente basata sull’istituzione di società partecipate (49% comunale e 51% privato), che stanno gradualmente assorbendo tutte le strutture presenti nell’area del comune. Il Comune di Parma, amministrato dalle giunte Ubaldi-Vignali, ha operato dal 2006 a questa parte, col consenso generale delle forze politiche anche di opposizione, le seguenti scelte:

  1. è stata istituita tra Comune e Cooperativa Pro.ges la società partecipata ParmaInfanzia SpA e si è dunque proceduto a grandi passi verso una progressiva privatizzazione del settore educativo. E’ evidente che una società per azioni debba avere come proprio obiettivo il profitto e ciò contrasta assolutamente con quanto stabilito dalla Costituzione, ma è invece assolutamente coerente con il proposito di trasformare i diritti in servizi e i cittadini in clienti, caratteristico del sistema neoliberista. All’atto della sua costituzione questa prima società partecipata prevedeva un limite al numero delle strutture gestite; inoltre prevedeva che il coordinamento pedagogico fosse in capo dall’ente pubblico, in collaborazione con le società cooperative; in realtà, ciò che si è verificato nel tempo è stata una progressiva riduzione del ruolo dell’ente, che non controlla più né le linee di indirizzo, né la formazione del personale. Infine, il Comune non è garante dei diritti dei lavoratori delle cooperative, le cui condizioni contrattuali non solo sono precarie (utilizzo smodato di part-time di diverse tipologie, alcune volte richiesto dalle lavoratrici – vi è una divisione di genere molto marcata-, ma spesso imposto, in modo da spalmare la forza lavoro sui plessi e nelle turnazioni), ma anche nettamente peggiorative rispetto a quelle dei dipendenti pubblici (ad esempio la figura del socio lavoratore non è tutelata dall’articolo 18 essendo egli legato alla cd. Cooperativa da vincolo fiduciario e mutualistico), e ciò sia a livello salariale che di orario. Infatti il salario medio complessivo spesso è percentualmente inferiore circa del 15-20% a quello medio di un lavoratore pubblico facenti stesse mansioni e avente stessa qualifica. Considerando che le ultime funzionarie comunali provenienti dall’esperienza della sperimentazione pedagogica degli anni Settanta e Ottanta stanno avvicinandosi velocemente alla pensione, e che la loro sostituzione è assai improbabile, presto il Comune resterà totalmente sguarnito delle competenze necessarie a controllare e farsi garante della qualità dei percorsi pedagogici e didattici dei nidi e delle scuole dell’infanzia. Già ora, il Coordinamento Pedagogico delle Scuole dell’Infanzia è della partecipata e non del Comune;

  2. tuttavia, visto che l’esperimento era ben riuscito e che il numero di strutture da esternalizzare poteva ancora aumentare in modo significativo, da un paio d’anni a questa prima società per azioni se ne è aggiunta una seconda, ParmaZerosei, caratterizzata dalla stessa partnership della precedente, vale a dire una joint venture fra il Comune e la cooperativa Pro.ges, divenuta nel frattempo una multiutility da oltre 3000 dipendenti che gestisce, anche attraverso la consorziata Gesin, i più svariati servizi, dagli anziani alle pulizie, dal verde ai trasporti, dai bambini all’edilizia, fino ad essere recentemente entrata anche nel campo dell’informazione. L’operazione “ParmaZerosei” danneggia i servizi educativi comunali e presenta aspetti preoccupanti: con essa, il Comune ha affidato per oltre 30 anni ad un soggetto privato la gestione di sei Strutture Operative (tra asili, scuole d’infanzia e spazi bambino) esistenti in tre sedi, più tre nuove strutture operative previste dopo la costruzione di una nuova sede a Corcagnano. Il comune riscuoterà le rette e verserà al gestore un corrispettivo, attualmente in bianco, per ogni bambino. Nel corso di una trasmissione televisiva l’allora Assessore Bernini presentò una stima del “risparmio” che questa gestione avrebbe portato rispetto all’attuale gestione diretta in termini di “costo-bambino”. Dal momento che tutte le altre voci di spesa, almeno si spera, non possono essere compresse, il “costo” ridotto è evidentemente quello del lavoro. Il Comune non ha strumenti per ottenere che il privato si adegui agli attuali standard raggiunti dal servizio pubblico in materia di reclutamento del personale, formazione in servizio, orario di lavoro, compresenza nelle sezioni (salvo limiti di legge), inquadramento contrattuale del personale.

  3. Le Scuole comunali dell’infanzia a Parma attualmente sono 21, di cui: 13 a gestione diretta, 6 gestite da Parmainfanzia e 3 da ParmaZerosei; sono composte da un minimo di 2 sezioni fino ad un massimo di 8 sezioni. Ad ogni sezione sono assegnate due insegnanti più un eventuale insegnante di supporto alla sezione nel caso di inserimento di bambini portatori di handicap. Le sezioni sono eterogenee, con bambini e bambine di 3,4,5 anni.

Quando entrano interessi privati nel campo dei servizi pubblici che servono alla comunità, che rispondono a bisogni e diritti delle persone, il risultato è contraddittorio, perchè questi non sono “quasi-mercati” (come dice l’arretrato e ideologico Libro Verde del Comune): sono beni comuni. Il 12 giugno 2011 la maggioranza netta dei cittadini italiani ha detto chiaramente come la pensa su questo argomento ed ha abrogato la normativa (articolo 23-bis del d.l. n. 112/2008) che disciplinava la gestione dei servizi pubblici “a rilevanza economica” e su cui si fondava anche questa operazione. Infine, la situazione in cui si trova il Comune di Parma proprio a causa delle società partecipate e della grave crisi economica dovuta anche al debito delle casse comunali sconsiglia più che mai di continuare sul percorso istituendo nuove società partecipate. Se esiste un problema serio nel “riportarle sotto controllo”, non è il caso di trarne le logiche conseguenze e non perseverare? Alla luce delle nuove vicende, con che spirito possiamo fidarci del controllo che il Comune effettuerà sulla nuova società partecipata a maggioranza privata? Purtroppo non possiamo al momento affermare che con la nuova amministrazione comunale 5 stelle siano state date quantomeno indicazioni di una volontà di invertire la tendenza: è di poco tempo fa la notizia che il Comune ha deliberato di cedere a ParmaZerosei un terreno pubblico per costruirvi un nuovo asilo a Corcagnano, che seguirà logiche private di gestione. Questa operazione conferma le scelte in politica educativa effettuate dalla precedente amministrazione, che ha dovuto affrontare anche una lunga vertenza in seguito al ricorso al Tar avviato dal Coordinamento genitori delle 3 strutture per l’infanzia cedute due anni fa alla nuova partecipata, ove si denunciava non solo la negazione della continuità didattica, con un generale rimescolamento del personale, in parte licenziato, in parte assegnato ad altre strutture, ma una assoluta mancanza di informazione nei riguardi delle famiglie a poche settimane dall’avvio del nuovo anno, senza alcuna garanzia sulla qualità dei percorsi pedagogici e didattici.

A valutare complessivamente questa vicenda, appare chiaro che si tratta in sostanza di un passo ulteriore sulla strada della privatizzazione dei servizi educativi, visto che le esternalizzazioni vengono superate dall’affidamento in gestione diretta del privato, che si attesta monopolista sul mercato, approfittando di una carenza strutturale e di bilancio del pubblico.

Esiste certamente un nesso tra queste scelte ed un’idea dei percorsi educativi, specie nella prima infanzia, assai distorta e riduttiva. I nidi e le scuole dell’infanzia sono visti come servizi totalmente o quantomeno prevalentemente assistenziali, a fronte di un momento di crisi generale che vede accrescere il bisogno delle madri lavoratrici di poter affidare i propri figli durante l’orario lavorativo e dunque disposte ad accettare una pericolosa dequalificazione dell’impianto educativo. Gli orari di lavoro hanno subito una incredibile flessibilità negli ultimi dieci anni e l’urgenza di non perdere il posto di lavoro ha reso preponderante la richiesta di assistenza a quella di percorsi pedagogici e didattici di qualità, attenti e rigorosi. Dunque sono parse accettabili le soluzioni più perverse dal punto di vista pedagogico e sociale, come i nidi aziendali o le tagesmutter.

In tutto ciò è evidente una grave lesione dei diritti dei bambini ad avere non solo un’assistenza, ma un’esperienza educativa e di crescita personale e sociale significativa e costruttiva, accompagnata da persone qualificate e coordinate secondo un preciso progetto pedagogico e didattico. Ma, si sa, i bambini non votano e dunque meglio demagogicamente accontentare i genitori, senza far loro sapere che lo Stato ha cessato di farsi garante dei diritti costituzionali dei loro figli.

Del resto, le esternalizzazioni del settore educativo per la prima infanzia non sono semplicemente finalizzate al risparmio: sono funzionali ad un preciso modello socioeconomico, che prevede la cristallizzazione delle differenze sociali secondo un processo ad imbuto che consentirà a sempre meno persone di poter accedere ai “servizi” migliori. Ma allora ci saremo probabilmente dimenticati che un tempo quei servizi erano nostri diritti e che non abbiamo saputo difenderli a sufficienza.

 

 

2. Anna Meoni, Roberta Picardi, Corinna Rinaldi, Katia Zanotti: Nidi e scuole dell’infanzia comunali a Bologna

A Bologna i nidi e le scuole dell’infanzia comunali sono nati negli anni Settanta, grazie alle lotte e alla determinazione delle donne, che pretendevano luoghi di cura e strutture adeguate a cui affidare i/le propri/e figli/e, per poter entrare nel mondo del lavoro, senza per questo dover rinunciare alla maternità. E creando al contempo nuove opportunità di occupazione per le donne.

Oltre alla partecipazione attiva di donne-madri-lavoratrici, la stessa Amministrazione Comunale si prodigava affinché si costruisse un’identità di questi servizi. Era la ormai lontana “Bologna del fare”. Una grande spinta politico-culturale nei confronti dell’infanzia ha permesso di pensare alla formazione di personale professionale e ha consentito di porre la centralità educativa di questi servizi puntando in alto, trasformando questi servizi da assistenziali in educativi. Tutto ciò attraverso un processo culturale che vedeva coinvolti molti soggetti, compreso il mondo universitario legato all’educazione. Il rapporto tra la ricerca e i servizi educativi e la ricaduta positiva di tale intreccio era fortemente percepibile. Lavorare nei processi educativi impone, infatti, la necessità di inventare, trovare risposte e soluzioni, istantanee ed a lungo termine, che possono e devono essere orientate dalla ricerca e a loro volta la alimentano; per esempio, per rispondere alle tante domande poste dall’entrata nei servizi dei bambini con bisogni speciali, sono stati realizzati progetti e studi dei quali possiamo ancora oggi avvalerci. In particolare, negli anni Ottanta l’arrivo dei “Pedagogisti” (figure professionali specializzate) portò ulteriore entusiasmo all’interno dei nidi: il sentirsi supportati, coadiuvati nei progetti, ha permesso di ragionare insieme sugli spazi che accogliessero le varie esigenze dei/delle bambini/e ( angoli morbidi, spazi lettura, gioco simbolico, spazi motori, atelier, l’inserimento a pieno titolo di bambini con bisogni speciali ed educatrici di supporto a questi.

I Pedagogisti insieme al personale educatore, in un clima di scambio e condivisione, supportavano e promuovevano l’attuazione di progetti educativi. L’Amministrazione comunale – pur nelle differenze dei vari assessori che si sono succeduti al governo della città – condivideva il progetto educativo dell’asilo nido e delle scuole dell’infanzia comunali ed ha sempre garantito questi servizi anche in termini economici, considerandoli una PRIORITA’. Nonostante i costi, i nidi e le scuole dell’infanzia comunali sono stati supportati dall’amministrazione, non solo per garantire alla cittadinanza una rete di servizi che aiutasse a far crescere i bimbi e le bimbe, in luoghi sereni costruiti e pensati a loro misura, ma anche in virtù di una logica politica che pensa alle bambine e ai bambini come risorsa futura e proprio per questo investe su di loro.

Come è noto, questo investimento di risorse ed energie ha dato i suoi frutti, rendendo i servizi educativi 0-6 anni il fiore all’occhiello del comune di Bologna ed un modello positivo, ammirato ed imitato in tutto il mondo. Pur stando così le cose è stata intrapresa, ormai da tempo, una inversione di tendenza, caratterizzata da un arretramento del ruolo del pubblico e da un pesante disinvestimento, non solo economico, ma anche politico e culturale. Ancor prima dell’inizio della crisi economica, sono stati prospettati – in un primo momento nei nidi e poi nelle scuole dell’infanzia comunali – tagli e modifiche del modello educativo ed organizzativo che, spacciati come forme di razionalizzazione volte a soddisfare una domanda crescente, in realtà hanno avviato un processo di graduale distruzione di un patrimonio costruito in 40 anni. La crisi ha offerto una giustificazione per l’accelerazione e l’attuazione di questa tendenza, che ha radici più profonde, di tipo culturale: in particolare, determinante è stata, anche in questo settore, la diffusione della parola d’ordine della “sussidiarietà” tra pubblico e privato, che è gradualmente degradata in un arretramento del pubblico jn ragione, si dice, dei costi insostenibili. A questa logica sono riconducibili le scelte dell’amministrazione, a partire dai primi anni Novanta – quando sono iniziate le prime forme di finanziamento alle scuole dell’infanzia private, divenute poi sempre più cospicue – sino alla recente chiusura di alcune strutture pubbliche (alcuni sono stati chiusi e altri affidati in ristrutturazione al projet financial) e sino ai processi di esternalizzazione che sono tuttora in atto e da definire. Nei nidi pubblici e nelle scuole dell’infanzia comunali si sono poi verificate, parallelamente, diverse incursioni da parte degli amministratori, attraverso RIORGANIZZAZIONI e presunti “EFFICIENTAMENTI” (cosa significa?), che hanno dato il via ad un processo di cambiamento finalizzato esclusivamente al risparmio, senza considerare il fatto che garantire qualità ai nostri piccolissimi e alle loro famiglie significa offrire ricchezza. Soprattutto, è forte l’impressione che il nuovo “modello organizzativo” non sia il frutto di un progetto lungimirante, ma piuttosto di un continuo navigare a vista per fronteggiare l’emergenza economica.

Risulta nel contempo del tutto smarrita quella sinergia tra università e servizi educativi per l’infanzia che aveva caratterizzato la stagione degli anni Settanta e anche il decennio successivo: la situazione presente è contraddistinta piuttosto da un completo scollamento tra le due realtà e i pedagogisti svolgono spesso il ruolo di cinghia di trasmissione delle decisioni dell’amministrazione, offrendo inverosimili giustificazioni pedagogiche a scelte che in realtà rispondono esclusivamente a una logica economica, come per esempio l’eliminazione della figura di riferimento o l’aumento del rapporto numerico, spacciate come strumenti per favorire l’autonomia del bambino, sic!.

E’ possibile registrare, con amarezza, una sostanziale continuità – in questa tendenza al disinvestimento sui servizi educativi per l’infanzia – nelle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni. Il picco verso il basso si è raggiunto senza dubbio durante il periodo del commissariamento, che ha scelto di risolvere il problema di bilancio dovuto alle mancate entrate statali, tagliando proprio quei servizi che qualificano il lavoro di cura ed al tempo stesso consentono alle donne di conciliare maternità, tempo di vita e lavoro, (quindi i nidi, le scuole del’infanzia e non solo). Occorre però ricordare che i primi passi nella stessa direzione erano già stati mossi dalla giunta Cofferati, con il passaggio dalla sostituzione nominale delle educatrici alla sostituzione a rapporto, che ha ottenuto risultati esigui dal punto di vista del risparmio economico, ma ha iniziato a minare la possibilità di portare avanti una programmazione didattica continuativa. La razionalizzazione che il commissario Cancellieri ha imposto a tempi forzati e in modo unilaterale – senza rispettare le modalità di partecipazione previste dal regolamento comunale e senza alcun coinvolgimento reale delle parti sociali – è avvenuta nel silenzio assordante dei politici che si apprestavano a governare la città. Non a caso, l’attuale giunta ha deciso di perseguire gli stessi obiettivi della Commissaria – e cioè una razionalizzazione ispirata dalla logica del risparmio – confermando e portando a compimento la riorganizzazione di nidi e scuole dell’infanzia avviata dalla Cancellieri.

L’unico atto di discontinuità è stata la riapertura di due nidi per i quali la Commissaria aveva previsto il passaggio al projet financial. Ma si è trattato di una scelta quasi obbligata, presa a ridosso di una campagna elettorale durante la quale, sotto la pressione delle mobilitazioni dei genitori e delle/dei lavoratrici/lavoratori dei servizi, il sindaco era stato spinto a pronunciarsi per una salvaguardia delle strutture pubbliche esistenti. Che tale scelta riflettesse solo l’esigenza momentanea di acquisire consensi – e non l’orientamento di fondo dell’amministrazione – è emerso in modo chiaro sia dall’incertezza in cui tuttora si trovano le strutture di cui la Cancellieri aveva previsto la chiusura o il passaggio ai privati, sia dal rinnovo della convenzione che attribuisce cospicui finanziamenti alle scuole dell’infanzia private, concepite ormai come uno strumento indispensabile per far fronte alla domanda crescente: senza tener conto del fatto che la maggior parte dei genitori optano per il pubblico – i cui superiori standards di qualità sono unanimemente riconosciuti – per cui il disinvestimento nel pubblico a favore del privato produce effetti disastrosi, come è emerso in modo chiaro a settembre di quest’anno quando piu’ di 300 bambine e bambini , sono rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia. Un dato che si commenta da solo. Non a caso a Bologna nei primi giorni di dicembre sono state  depositate  le firme necessarie, piu’ di 12.000, raccolte nei banchetti  nei mesi scorsi dai referendari del Nuovo Comitato Art. 33, per indire il referendum consultivo contro il finanziamento pubblico alle scuole dell’infanzia private paritarie. Lo scopo dell’iniziativa è quello di chiamare i cittadini e le cittadine a pronunciarsi direttamente così da orientare, con tutta l’autorevolezza e la forza che scaturisce dall’esercizio di una pratica democratica e partecipativa, il governo della città su un tema  che è centrale per il futuro della scuola pubblica e del sistema di welfare locale.

I limiti alle assunzioni che il patto di stabilità ha stabilito per le amministrazioni locali hanno poi rafforzato e accelerato quella che si può definire una vera e propria tendenza alla “dismissione”. Nell’anno passato, il Comune ha scelto di eludere i vincoli del patto di stabilità trasferendo l’assunzione di tre categorie di lavoratrici/lavoratori – cioè il personale di sostegno all’handicap, i collaboratori assunti a tempo determinato e le educatrici part-time preposte alla chiusura e all’orario prolungato – all’azienda partecipata ASP-IRIDES. Questa scelta ha implicato innanzitutto lo smembramento improvviso e tardivamente annunciato di interi collettivi storici: per evitare di esporsi al rischio di interposizione di manodopera il Comune ha infatti individuato alcuni nidi e scuole dell’infanzia in cui tutto il personale collaboratore fosse affidato alla gestione dell’ASP, imponendo così una mobilità forzata e, di conseguenza, una forte discontinuità educativa, in una fascia d’età in cui la continuità delle figure di riferimento è così importante. Discontinuità che è destinata a protrarsi, dal momento che la soluzione dell’ASP-IRIDES è una soluzione dichiaratamente transitoria, da ripensare già nell’immediato futuro, in quanto insostenibile: dunque, un possibile apripista per la vera e propria esternalizzazione dei servizi educativi alle cooperative e ai privati, che uno studio del Comune datato 31/08/2012 indica non a caso come l’unica soluzione adeguata per evitare sanzioni da parte della Corte dei Conti e dunque come l’unica strada da percorrere, nel caso che non venga decretata una deroga al patto di stabilità per i servizi educativi per l’infanzia. Non può inoltre non colpire l’arretramento politico e culturale che emerge dalla scelta discriminatoria di includere, tra le categorie di lavoratrici/lavoratori in questione, il personale di sostegno all’handicap che, di fatto, viene così trasformato nuovamente in sostegno al singolo bambino, dopo che anni di ricerche avevano dimostrato e ottenuto l’affermazione del sostegno sulla classe. Più in generale, si è venuta a determinare una forte frammentazione del servizio offerto. Non soltanto esiste oggi una fortissima differenza contrattuale tra i coloro che garantiscono l’offerta del Comune nelle strutture pubbliche e in quelle convenzionate (ed è noto che le lavoratrici e i lavoratori delle cooperative sono sottoposti a condizioni estremamente vessatorie e sfavorevoli, sia per quanto riguarda salari e diritti sia per quanto riguarda gli orari, con un numero di ore frontale previsto di molto superiore e un numero inferiore di ore di formazione e programmazione: il risparmio che il Comune attua attraverso le convenzioni è dunque tutto sulla pelle delle lavoratrici). Oggi anche in molti nidi pubblici e scuole dell’infanzia comunali si assiste a una moltiplicazione di figure dipendenti da soggetti diversi e contratti differenti, con inevitabili conseguenze sull’unitarietà e dunque sulla qualità dell’azione educativa e formativa.

L’abbassamento degli standard qualitativi dell’offerta educativa, soprattutto nei nidi, è un dato già tangibile. Determinante è stata, sotto questo profilo, soprattutto la scelta di modificare il rapporto numerico Adulto/bambino, che finora aveva contraddistinto Bologna come eccezione rispetto alla legge reg. 2000/2001, che prevede un rapporto 1 a 5 per i piccoli e 1 a 7 per medi e grandi. Nella realtà bolognese, un rapporto numerico più basso ( max 1 a 4 nei piccoli e 1 a 6 nei grandi) era stato pensato attagliato sull’orario di fruizione del servizio, che garantiva all’utenza un apertura ampia 7,30-18 senza oneri aggiuntivi, garantendo in tutte le 10 ore e 30 di apertura una qualità alta con lo stesso personale, senza ulteriori distacchi per il bambino. Durante la giornata le educatrici turnavano nei diversi ruoli, funzioni, mansioni: accoglienza, cambi, pasto, sonno, attivita’, riconsegna. Attualmente il nuovo modello proposto dall’amministrazione comunale prevede – oltre all’innalzamento del rapporto numerico e all’abolizione della pausa pasto per le educatrici e le collaboratrici – una apertura dalle 7.30 alle 16.30 e un servizio a richiesta individuale a pagamento dalle 16.30 alle 18.00, affidato ad una educatrice part time della ASP, che svolge solo quella funzione, con un numero massimo di bambini e bambine non definito. C’e’ quindi una sola persona che si trova a lavorare con tanti bambini e bambine in un momento molto delicato della giornata educative – quale è la riconsegna ai genitori – e con una fascia di età che va da 1 ai 3 anni, quindi anche con bambini piccolissimi e medi, oltre ai bimbi piu’ grandi. Non soltanto è inevitabile che in queste condizioni in tale fascia oraria il servizio si trasformi in qualcosa di molto simile a un mero baby-parking, aumentando i disagi e i sensi di colpa dei genitori, e soprattutto delle mamme, che sono obbligate a ritirare i propri bimbi alle 18. L’educatrice part time su questa fascia oraria – che non fa parte del collettivo del nido, in quanto dipendente della ASP – si trova a comunicare la giornata dei bambini di tutto il nido senza averla vissuta, e potendo al massimo utilizzare tracce scritte: cosa che mina alla radice la possibilità di quella relazione triangolare famiglia-nido-bambine/i, che rappresenta la base indispensabile per la serenità dei piccoli e dei loro genitori. E’ evidente dunque che la riorganizzazione del servizio produce un abbassamento della qualità della vita non solo delle lavoratrici stesse, ma delle donne della città costrette a conciliare, in modo sempre più affannato, i tempi di lavoro con quelli familiari.

Più in generale, il nuovo modello, ad oggi, ha prodotto un abbassamento della cura e del tempo dedicato ad ogni bimbo e bimba durante il cambio, il sonno e il pasto. In assenza di un progetto pedagogico alternativo a quello sperimentato negli ultimi 40 anni, i politici hanno inventato questa nuova tecnica educativa pro crisi, fondata sull’assunto che sia educativo mangiare con bimbi di 1-2-3 anni non potendoli aiutare, imboccare, assistere, avendo le mani occupate ed essendo piegate, vista l’altezza dei tavolini, non adeguata per il pasto delle insegnanti (ma per i tavoli pensiamo che qualche ‘facile soluzione’, per evitare problemi con la medicina del lavoro, sará trovata). In alcune fasce orarie il reale rapporto numerico educatrice bambina/o supera quello previsto, arrivando anche a 1 a 10 – nelle sezioni dei medi e nei grandi – e a 1 a 7 in quelle dei lattanti. Questo comporta che in molti orari non sia più possibile uscire in giardino, per mancanza di sicurezza (è troppo pericoloso far giocare i bimbi all’aperto con un rapporto numerico sfavorevole).

Si pensi poi a cosa vuol dire addormentare, alzare, cambiare, dare la merenda e riconsegnare 14 bimbi in 2 in un’ora dalle 15.30 alle 16.30…praticamente una catena di montaggio. Questa la qualita’ proposta oggi dall’amministrazione. E a soffrirne sono come al solito i soggetti più deboli: i bambini con bisogni speciali o quelli stranieri che, avendo difficoltà linguistiche, necessiterebbero di maggiori attenzioni, o di essere seguiti soprattutto in lavori a piccoli gruppi, oggi difficilissimi da portare avanti, con i nuovi numeri. E’ chiaro il carattere miope di questo orientamento, che non comprende come – anche e soprattutto in una fase di crisi economica – la tutela della qualità educativa sia un investimento sul futuro della città, sia in termini economici sia in termini di coesione sociale.

In definitiva, il nuovo modello organizzativo vigente nei nidi e le trasformazioni attuate anche nelle scuole dell’infanzia comunali – soprattutto con il trasferimento del sostegno alla ASP – non risultano in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, sviliscono la professionalità ed i diritti del personale e la qualità dei servizi per la prima infanzia, oltre ad avere azzerato il personale precario, sprecando una professionalità qualificata per una logica di puro risparmio; lo stesso personale che per tanti anni aveva permesso il funzionamento dei servizi con grande senso di responsabilità, garantendo la continuità educativa e il passaggio di competenze.

L’arretramento del ruolo del pubblico nei servizi educativi 0-6 appare in particolare come un attacco pesante alle donne, ai loro beni e alla loro storia. E’ noto che in Italia le donne lavorano molte ore in più alla settimana rispetto agli uomini, considerando che il lavoro casalingo e di cura è difficilmente condiviso tra uomini e donne. Con l’allungamento dell’età pensionabile e i pesanti tagli al sistema di welfare è assai facile immaginare a breve un peggioramento delle condizioni di vita delle donne. Le educatrici e utenti dei nidi stanno già vivendo questo peggioramento, frutto non solo della riduzione delle risorse pubbliche, ma anche del vuoto di una idea di governo (e della cultura che la sottende), in grado di definire le proprie priorità e costruire le politiche conseguenti. Su questo si registra a Bologna una crisi di pensiero molto profonda, che ha a che fare con le libertà femminili e con la libertà di scelta delle donne. Difendere il servizio pubblico degli asili nido e le scuole dell’infanzia comunali ha voluto dire e ancora oggi vuol dire scegliere un terreno in cui i diritti delle bambine e bambini, delle donne e il lavoro delle educatrici trovano una sintesi comune nell’idea di un welfare che sostiene la comunità delle persone, contro chi vuole caricare sulle donne l’obbligo di cura e della qualità dell’organizzazione sociale, riducendolo a un puro problema privato. La politica dovrebbe essere in grado di dire su questi temi parole chiare – ad esempio, che solo il sistema pubblico può garantire i diritti delle bambine e dei bambini, la qualità del modello pedagogico, il riconoscimento delle professionalità delle lavoratrici dei nidi e delle scuole dell’infanzia e i loro diritti; che solo il sistema pubblico può impedire che il nido torni ad essere un grigio luogo assistenziale, un parcheggio in definitiva, dove sopravvivere all’assenza della madre. Se non è in grado di farlo, non c’è da sorprendersi del trasversale calo di consensi e del parallelo montare dell’antipolitca, espresso in modo paradigmatico dal successo di nuovi movimenti il cui principale collante è costituito proprio dal rifiuto, spesso volgare e anche sessista, delle élites dirigenti.

A Bologna i nidi e le scuole dell’infanzia comunali sono nati negli anni Settanta, grazie alle lotte e alla determinazione delle donne, che pretendevano luoghi di cura e strutture adeguate a cui affidare i/le propri/e figli/e, per poter entrare nel mondo del lavoro, senza per questo dover rinunciare alla maternità. E creando al contempo nuove opportunità di occupazione per le donne.

Oltre alla partecipazione attiva di donne-madri-lavoratrici, la stessa Amministrazione Comunale si prodigava affinché si costruisse un’identità di questi servizi. Era la ormai lontana “Bologna del fare”. Una grande spinta politico-culturale nei confronti dell’infanzia ha permesso di pensare alla formazione di personale professionale e ha consentito di porre la centralità educativa di questi servizi puntando in alto, trasformando questi servizi da ASSISTENZIALI in EDUCATIVI. Tutto ciò attraverso un processo culturale che vedeva coinvolti molti soggetti, compreso il mondo universitario legato all’educazione. Il rapporto tra la ricerca e i servizi educativi e la ricaduta positiva di tale intreccio era fortemente percepibile. Lavorare nei processi educativi impone, infatti, la necessità di inventare, trovare risposte e soluzioni, istantanee ed a lungo termine, che possono e devono essere orientate dalla ricerca e a loro volta la alimentano; per esempio, per rispondere alle tante domande poste dall’entrata nei servizi dei bambini con bisogni speciali, sono stati realizzati progetti e studi dei quali possiamo ancora oggi avvalerci. In particolare, negli anni Ottanta l’arrivo dei “Pedagogisti” (figure professionali specializzate) portò ulteriore entusiasmo all’interno dei nidi: il sentirsi supportati, coadiuvati nei progetti, ha permesso di ragionare insieme sugli spazi che accogliessero le varie esigenze dei/delle bambini/e ( angoli morbidi, spazi lettura, gioco simbolico, spazi motori, atelier, l’inserimento a pieno titolo di bambini con bisogni speciali ed educatrici di supporto a questi.

I Pedagogisti insieme al personale educatore, in un clima di scambio e condivisione, supportavano e promuovevano l’attuazione di progetti educativi. L’Amministrazione comunale – pur nelle differenze dei vari assessori che si sono succeduti al governo della città – condivideva il progetto educativo dell’asilo nido e delle scuole dell’infanzia comunali ed ha sempre garantito questi servizi anche in termini economici, considerandoli una PRIORITA’. Nonostante i costi, i nidi e le scuole dell’infanzia comunali sono stati supportati dall’amministrazione, non solo per garantire alla cittadinanza una rete di servizi che aiutasse a far crescere i bimbi e le bimbe, in luoghi sereni costruiti e pensati a loro misura, ma anche in virtù di una logica politica che pensa alle bambine e ai bambini come risorsa futura e proprio per questo investe su di loro.

Come è noto, questo investimento di risorse ed energie ha dato i suoi frutti, rendendo i servizi educativi 0-6 anni il fiore all’occhiello del comune di Bologna ed un modello positivo, ammirato ed imitato in tutto il mondo. Pur stando così le cose è stata intrapresa, ormai da tempo, una inversione di tendenza, caratterizzata da un arretramento del ruolo del pubblico e da un pesante disinvestimento, non solo economico, ma anche politico e culturale. Ancor prima dell’inizio della crisi economica, sono stati prospettati – in un primo momento nei nidi e poi nelle scuole dell’infanzia comunali – tagli e modifiche del modello educativo ed organizzativo che, spacciati come forme di razionalizzazione volte a soddisfare una domanda crescente, in realtà hanno avviato un processo di graduale distruzione di un patrimonio costruito in 40 anni. La crisi ha offerto una giustificazione per l’accelerazione e l’attuazione di questa tendenza, che ha radici più profonde, di tipo culturale: in particolare, determinante è stata, anche in questo settore, la diffusione della parola d’ordine della “sussidiarietà” tra pubblico e privato, che è gradualmente degradata in un arretramento del pubblico jn ragione, si dice, dei costi insostenibili. A questa logica sono riconducibili le scelte dell’amministrazione, a partire dai primi anni Novanta – quando sono iniziate le prime forme di finanziamento alle scuole dell’infanzia private, divenute poi sempre più cospicue – sino alla recente chiusura di alcune strutture pubbliche (alcuni sono stati chiusi e altri affidati in ristrutturazione al projet financial) e sino ai processi di esternalizzazione che sono tuttora in atto e da definire. Nei nidi pubblici e nelle scuole dell’infanzia comunali si sono poi verificate, parallelamente, diverse incursioni da parte degli amministratori, attraverso RIORGANIZZAZIONI e presunti “EFFICIENTAMENTI” (cosa significa?), che hanno dato il via ad un processo di cambiamento finalizzato esclusivamente al risparmio, senza considerare il fatto che garantire qualità ai nostri piccolissimi e alle loro famiglie significa offrire ricchezza. Soprattutto, è forte l’impressione che il nuovo “modello organizzativo” non sia il frutto di un progetto lungimirante, ma piuttosto di un continuo navigare a vista per fronteggiare l’emergenza economica.

Risulta nel contempo del tutto smarrita quella sinergia tra università e servizi educativi per l’infanzia che aveva caratterizzato la stagione degli anni Settanta e anche il decennio successivo: la situazione presente è contraddistinta piuttosto da un completo scollamento tra le due realtà e i pedagogisti svolgono spesso il ruolo di cinghia di trasmissione delle decisioni dell’amministrazione, offrendo inverosimili giustificazioni pedagogiche a scelte che in realtà rispondono esclusivamente a una logica economica, come per esempio l’eliminazione della figura di riferimento o l’aumento del rapporto numerico, spacciate come strumenti per favorire l’autonomia del bambino, sic!.

E’ possibile registrare, con amarezza, una sostanziale continuità – in questa tendenza al disinvestimento sui servizi educativi per l’infanzia – nelle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni. Il picco verso il basso si è raggiunto senza dubbio durante il periodo del commissariamento, che ha scelto di risolvere il problema di bilancio dovuto alle mancate entrate statali, tagliando proprio quei servizi che qualificano il lavoro di cura ed al tempo stesso consentono alle donne di conciliare maternità, tempo di vita e lavoro, (quindi i nidi, le scuole del’infanzia e non solo). Occorre però ricordare che i primi passi nella stessa direzione erano già stati mossi dalla giunta Cofferati, con il passaggio dalla sostituzione nominale delle educatrici alla sostituzione a rapporto, che ha ottenuto risultati esigui dal punto di vista del risparmio economico, ma ha iniziato a minare la possibilità di portare avanti una programmazione didattica continuativa. La razionalizzazione che il commissario Cancellieri ha imposto a tempi forzati e in modo unilaterale – senza rispettare le modalità di partecipazione previste dal regolamento comunale e senza alcun coinvolgimento reale delle parti sociali – è avvenuta nel silenzio assordante dei politici che si apprestavano a governare la città. Non a caso, l’attuale giunta ha deciso di perseguire gli stessi obiettivi della Commissaria – e cioè una razionalizzazione ispirata dalla logica del risparmio – confermando e portando a compimento la riorganizzazione di nidi e scuole dell’infanzia avviata dalla Cancellieri.

L’unico atto di discontinuità è stata la riapertura di due nidi per i quali la Commissaria aveva previsto il passaggio al projet financial. Ma si è trattato di una scelta quasi obbligata, presa a ridosso di una campagna elettorale durante la quale, sotto la pressione delle mobilitazioni dei genitori e delle/dei lavoratrici/lavoratori dei servizi, il sindaco era stato spinto a pronunciarsi per una salvaguardia delle strutture pubbliche esistenti. Che tale scelta riflettesse solo l’esigenza momentanea di acquisire consensi – e non l’orientamento di fondo dell’amministrazione – è emerso in modo chiaro sia dall’incertezza in cui tuttora si trovano le strutture di cui la Cancellieri aveva previsto la chiusura o il passaggio ai privati, sia dal rinnovo della convenzione che attribuisce cospicui finanziamenti alle scuole dell’infanzia private, concepite ormai come uno strumento indispensabile per far fronte alla domanda crescente: senza tener conto del fatto che la maggior parte dei genitori optano per il pubblico – i cui superiori standards di qualità sono unanimemente riconosciuti – per cui il disinvestimento nel pubblico a favore del privato produce effetti disastrosi, come è emerso in modo chiaro a settembre di quest’anno quando piu’ di 300 bambine e bambini , sono rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia. Un dato che si commenta da solo. Non a caso a Bologna nei primi giorni di dicembre sono state  depositate  le firme necessarie, piu’ di 12.000, raccolte nei banchetti  nei mesi scorsi dai referendari del Nuovo Comitato Art. 33, per indire il referendum consultivo contro il finanziamento pubblico alle scuole dell’infanzia private paritarie. Lo scopo dell’iniziativa è quello di chiamare i cittadini e le cittadine a pronunciarsi direttamente così da orientare, con tutta l’autorevolezza e la forza che scaturisce dall’esercizio di una pratica democratica e partecipativa, il governo della città su un tema  che è centrale per il futuro della scuola pubblica e del sistema di welfare locale.

I limiti alle assunzioni che il patto di stabilità ha stabilito per le amministrazioni locali hanno poi rafforzato e accelerato quella che si può definire una vera e propria tendenza alla “dismissione”. Nell’anno passato, il Comune ha scelto di eludere i vincoli del patto di stabilità trasferendo l’assunzione di tre categorie di lavoratrici/lavoratori – cioè il personale di sostegno all’handicap, i collaboratori assunti a tempo determinato e le educatrici part-time preposte alla chiusura e all’orario prolungato – all’azienda partecipata ASP-IRIDES. Questa scelta ha implicato innanzitutto lo smembramento improvviso e tardivamente annunciato di interi collettivi storici: per evitare di esporsi al rischio di interposizione di manodopera il Comune ha infatti individuato alcuni nidi e scuole dell’infanzia in cui tutto il personale collaboratore fosse affidato alla gestione dell’ASP, imponendo così una mobilità forzata e, di conseguenza, una forte discontinuità educativa, in una fascia d’età in cui la continuità delle figure di riferimento è così importante. Discontinuità che è destinata a protrarsi, dal momento che la soluzione dell’ASP-IRIDES è una soluzione dichiaratamente transitoria, da ripensare già nell’immediato futuro, in quanto insostenibile: dunque, un possibile apripista per la vera e propria esternalizzazione dei servizi educativi alle cooperative e ai privati, che uno studio del Comune datato 31/08/2012 indica non a caso come l’unica soluzione adeguata per evitare sanzioni da parte della Corte dei Conti e dunque come l’unica strada da percorrere, nel caso che non venga decretata una deroga al patto di stabilità per i servizi educativi per l’infanzia. Non può inoltre non colpire l’arretramento politico e culturale che emerge dalla scelta discriminatoria di includere, tra le categorie di lavoratrici/lavoratori in questione, il personale di sostegno all’handicap che, di fatto, viene così trasformato nuovamente in sostegno al singolo bambino, dopo che anni di ricerche avevano dimostrato e ottenuto l’affermazione del sostegno sulla classe. Più in generale, si è venuta a determinare una forte frammentazione del servizio offerto. Non soltanto esiste oggi una fortissima differenza contrattuale tra i coloro che garantiscono l’offerta del Comune nelle strutture pubbliche e in quelle convenzionate (ed è noto che le lavoratrici e i lavoratori delle cooperative sono sottoposti a condizioni estremamente vessatorie e sfavorevoli, sia per quanto riguarda salari e diritti sia per quanto riguarda gli orari, con un numero di ore frontale previsto di molto superiore e un numero inferiore di ore di formazione e programmazione: il risparmio che il Comune attua attraverso le convenzioni è dunque tutto sulla pelle delle lavoratrici). Oggi anche in molti nidi pubblici e scuole dell’infanzia comunali si assiste a una moltiplicazione di figure dipendenti da soggetti diversi e contratti differenti, con inevitabili conseguenze sull’unitarietà e dunque sulla qualità dell’azione educativa e formativa.

L’abbassamento degli standard qualitativi dell’offerta educativa, soprattutto nei nidi, è un dato già tangibile. Determinante è stata, sotto questo profilo, soprattutto la scelta di modificare il rapporto numerico Adulto/bambino, che finora aveva contraddistinto Bologna come eccezione rispetto alla legge reg. 2000/2001, che prevede un rapporto 1 a 5 per i piccoli e 1 a 7 per medi e grandi. Nella realtà bolognese, un rapporto numerico più basso ( max 1 a 4 nei piccoli e 1 a 6 nei grandi) era stato pensato attagliato sull’orario di fruizione del servizio, che garantiva all’utenza un apertura ampia 7,30-18 senza oneri aggiuntivi, garantendo in tutte le 10 ore e 30 di apertura una qualità alta con lo stesso personale, senza ulteriori distacchi per il bambino. Durante la giornata le educatrici turnavano nei diversi ruoli, funzioni, mansioni: accoglienza, cambi, pasto, sonno, attivita’, riconsegna. Attualmente il nuovo modello proposto dall’amministrazione comunale prevede – oltre all’innalzamento del rapporto numerico e all’abolizione della pausa pasto per le educatrici e le collaboratrici – una apertura dalle 7.30 alle 16.30 e un servizio a richiesta individuale a pagamento dalle 16.30 alle 18.00, affidato ad una educatrice part time della ASP, che svolge solo quella funzione, con un numero massimo di bambini e bambine non definito. C’e’ quindi una sola persona che si trova a lavorare con tanti bambini e bambine in un momento molto delicato della giornata educative – quale è la riconsegna ai genitori – e con una fascia di età che va da 1 ai 3 anni, quindi anche con bambini piccolissimi e medi, oltre ai bimbi piu’ grandi. Non soltanto è inevitabile che in queste condizioni in tale fascia oraria il servizio si trasformi in qualcosa di molto simile a un mero baby-parking, aumentando i disagi e i sensi di colpa dei genitori, e soprattutto delle mamme, che sono obbligate a ritirare i propri bimbi alle 18. L’educatrice part time su questa fascia oraria – che non fa parte del collettivo del nido, in quanto dipendente della ASP – si trova a comunicare la giornata dei bambini di tutto il nido senza averla vissuta, e potendo al massimo utilizzare tracce scritte: cosa che mina alla radice la possibilità di quella relazione triangolare famiglia-nido-bambine/i, che rappresenta la base indispensabile per la serenità dei piccoli e dei loro genitori. E’ evidente dunque che la riorganizzazione del servizio produce un abbassamento della qualità della vita non solo delle lavoratrici stesse, ma delle donne della città costrette a conciliare, in modo sempre più affannato, i tempi di lavoro con quelli familiari.

Più in generale, il nuovo modello, ad oggi, ha prodotto un abbassamento della cura e del tempo dedicato ad ogni bimbo e bimba durante il cambio, il sonno e il pasto. In assenza di un progetto pedagogico alternativo a quello sperimentato negli ultimi 40 anni, i politici hanno inventato questa nuova tecnica educativa pro crisi, fondata sull’assunto che sia educativo mangiare con bimbi di 1-2-3 anni non potendoli aiutare, imboccare, assistere, avendo le mani occupate ed essendo piegate, vista l’altezza dei tavolini, non adeguata per il pasto delle insegnanti (ma per i tavoli pensiamo che qualche ‘facile soluzione’, per evitare problemi con la medicina del lavoro, sará trovata). In alcune fasce orarie il reale rapporto numerico educatrice bambina/o supera quello previsto, arrivando anche a 1 a 10 – nelle sezioni dei medi e nei grandi – e a 1 a 7 in quelle dei lattanti. Questo comporta che in molti orari non sia più possibile uscire in giardino, per mancanza di sicurezza (è troppo pericoloso far giocare i bimbi all’aperto con un rapporto numerico sfavorevole).

Si pensi poi a cosa vuol dire addormentare, alzare, cambiare, dare la merenda e riconsegnare 14 bimbi in 2 in un’ora dalle 15.30 alle 16.30…praticamente una catena di montaggio. Questa la qualita’ proposta oggi dall’amministrazione. E a soffrirne sono come al solito i soggetti più deboli: i bambini con bisogni speciali o quelli stranieri che, avendo difficoltà linguistiche, necessiterebbero di maggiori attenzioni, o di essere seguiti soprattutto in lavori a piccoli gruppi, oggi difficilissimi da portare avanti, con i nuovi numeri. E’ chiaro il carattere miope di questo orientamento, che non comprende come – anche e soprattutto in una fase di crisi economica – la tutela della qualità educativa sia un investimento sul futuro della città, sia in termini economici sia in termini di coesione sociale.

In definitiva, il nuovo modello organizzativo vigente nei nidi e le trasformazioni attuate anche nelle scuole dell’infanzia comunali – soprattutto con il trasferimento del sostegno alla ASP – non risultano in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, sviliscono la professionalità ed i diritti del personale e la qualità dei servizi per la prima infanzia, oltre ad avere azzerato il personale precario, sprecando una professionalità qualificata per una logica di puro risparmio; lo stesso personale che per tanti anni aveva permesso il funzionamento dei servizi con grande senso di responsabilità, garantendo la continuità educativa e il passaggio di competenze.

L’arretramento del ruolo del pubblico nei servizi educativi 0-6 appare in particolare come un attacco pesante alle donne, ai loro beni e alla loro storia. E’ noto che in Italia le donne lavorano molte ore in più alla settimana rispetto agli uomini, considerando che il lavoro casalingo e di cura è difficilmente condiviso tra uomini e donne. Con l’allungamento dell’età pensionabile e i pesanti tagli al sistema di welfare è assai facile immaginare a breve un peggioramento delle condizioni di vita delle donne. Le educatrici e utenti dei nidi stanno già vivendo questo peggioramento, frutto non solo della riduzione delle risorse pubbliche, ma anche del vuoto di una idea di governo (e della cultura che la sottende), in grado di definire le proprie priorità e costruire le politiche conseguenti. Su questo si registra a Bologna una crisi di pensiero molto profonda, che ha a che fare con le libertà femminili e con la libertà di scelta delle donne. Difendere il servizio pubblico degli asili nido e le scuole dell’infanzia comunali ha voluto dire e ancora oggi vuol dire scegliere un terreno in cui i diritti delle bambine e bambini, delle donne e il lavoro delle educatrici trovano una sintesi comune nell’idea di un welfare che sostiene la comunità delle persone, contro chi vuole caricare sulle donne l’obbligo di cura e della qualità dell’organizzazione sociale, riducendolo a un puro problema privato. La politica dovrebbe essere in grado di dire su questi temi parole chiare – ad esempio, che solo il sistema pubblico può garantire i diritti delle bambine e dei bambini, la qualità del modello pedagogico, il riconoscimento delle professionalità delle lavoratrici dei nidi e delle scuole dell’infanzia e i loro diritti; che solo il sistema pubblico può impedire che il nido torni ad essere un grigio luogo assistenziale, un parcheggio in definitiva, dove sopravvivere all’assenza della madre. Se non è in grado di farlo, non c’è da sorprendersi del trasversale calo di consensi e del parallelo montare dell’antipolitca, espresso in modo paradigmatico dal successo di nuovi movimenti il cui principale collante è costituito proprio dal rifiuto, spesso volgare e anche sessista, delle élites dirigenti.

 

 

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Comments (1)

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  1. Avatar andrade ha detto:

    Buongiorno, prova di un prestito serio
    Oggi vengo verso voi ad informarli delle difficoltà che ho incontrato in occasione delle mie ricerche di prestiti. Sapete che ottenere un prestito non è per niente facile per una persona a reddito basso avente un progetto che richiede una forte somma di denaro. Per questo di ho contattato alcuni prestatori che anziché aiutarlo lo hanno assorbire in un debito finanziario che non potrei pagare anche con 1 anno di lavoro, allora io hanno continuato fino al giorno io sono caduto sul questo sig. di cui parlava il mio vicino. Allora lo ho contattato per tentare la mia possibilità e sono stato soddisfatta visto che mi ha effettuato il prestito di 75.000 euro di cui avevo necessità e questo in 5 giorni di passi. Per questo, li invio verso lui al suo indirizzo: andrade.daviladf@gmail.com

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