Donata Meneghelli: E’ solo un festival… l’università tra politica e televisione

| 18 Aprile 2015 | Comments (0)

 

 

La cosa viene da lontano, almeno nel nostro paese, ma negli ultimi vent’anni ha raggiunto livelli senza precedenti. In Italia (forse anche altrove, ma limitiamoci all’Italia) vige una doppia morale talmente sfacciata che provoca ormai ondate di nausea ogni volta che ci si manifesta di fronte.

Quasi quotidianamente ci vengono impartite lezioni etico-economiche sull’austerity, sulla lotta alla dissipazione, sulla razionalizzazione della spesa sociale, sulla necessità di far quadrare innumerevoli bilanci, sui tanti e ingegnosi modi di combattere lo sperpero. Quasi quotidianamente cittadini, lavoratori, studenti, disoccupati, pensionati ricevono bacchettate sulle mani e richiami disciplinari nei quali vengono più o meno velatamente accusati di sprecare le risorse pubbliche, di essere fannulloni, di rappresentare un costo – un lusso – che ormai lo stato non può più permettersi, di chiedere a quello stesso stato di sopperire a bisogni a cui potrebbero benissimo provvedere da soli, se solo si rimboccassero un po’ le maniche invece di fare tanto gli schizzinosi.

Ma tali severe e giudiziose reprimende provengono da una classe politica sempre più arroccata, che non solo sfrutta la propria posizione per godere di mille piccoli e grandi privilegi, che non solo si contraddistingue per un livello di corruzione vertiginoso, sottraendo sistematicamente risorse pubbliche a beneficio di interessi privati, ma che soprattutto distribuisce quelle stesse risorse secondo logiche opportunistiche e dissennate, volte alla propria auto-celebrazione, in un culto della propaganda che dissimula o mistifica qualunque scelta politica, alla propria auto-conservazione o al sostegno – in una complicità mortifera – delle lobby più potenti, incarnate di volta in volta dalla chiesa, dalle banche, dalla finanza, da Confindustria: logiche opportunistiche e dissennate che ben poco hanno a che vedere con il bene comune. E ancora: una classe politica che è riuscita a sottrarsi a qualunque dialettica democratica, che ha fatto lettera morta di qualunque idea di rappresentanza e reciso ogni rapporto con la società civile, che bacchetta i cittadini ma rifiuta di rendere loro conto del proprio operato e si accinge, a botte di spot e pacche sulle spalle, a smantellare la costituzione repubblicana. Non ci sono dubbi, Berlusconi ha fatto scuola: non sarà stato un grande statista, ma è stato certamente un grande maestro e la sua lezione non è morta con lui.

Ora, se decidiamo di prendere per buona la retorica della crisi senza spaccare capelli in quattro (e qualche capello da spaccare ci sarebbe…), ammettiamo pure che le risorse scarseggiano e che la spesa pubblica va ridimensionata. Ma proprio perché si tratta di spesa pubblica, destinata al bene comune e ai bisogni della collettività, sarebbero necessari criteri condivisi e trasparenti, valutazioni oculate e un forte senso di responsabilità, invece di quella sorta di “tana liberi tutti” a cui assistiamo ogni giorno.

D’altro canto, non può essere sfuggito a chiunque si dia la pena di osservare con un po’ di attenzione quanto gli accade intorno, che il mondo universitario presenta affinità sempre più inquietanti con il mondo della politica, e che il governo dell’università somiglia sempre di più al governo del paese, raddoppiandone o replicandone secondo i suoi propri codici il vuoto di democrazia, il primato della propaganda sulla trasparenza, il verticismo, le pratiche, lo stile, fino a quella stessa doppia morale e a quelle stesse logiche opportunistiche di cui parlavo prima. A tale proposito, c’è qualcosa di molto coerente nel fatto che nel 2015 il presidente del consiglio Matteo Renzi sia stato l’ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico di due dei maggiori atenei italiani, Bologna e il Politecnico di Torino.

Perfettamente in linea con tale convergenza, anche all’università si sente parlare in continuazione di scarsità di fondi (problema endemico, a dire il vero, perché i fondi non sono mai stati troppo abbondanti, ma hanno subito pesanti e progressive decurtazioni), della necessità di contrarre la spesa, di far quadrare i bilanci, di evitare gli sprechi, di razionalizzare e ridistribuire le risorse sulla base di fantomatici e il più delle volte strumentali criteri di merito, di eccellenza, di qualità, di compatibilità con il mercato del lavoro, di efficienza, di profitto: criteri che non sono mai stati realmente discussi con nessuno, vale a dire con chi all’università ci lavora tutti i giorni, ma invocati e applicati con solerte e cieca irresponsabilità da vertici ormai completamente burocratizzati. Più che criteri parole vuote, feticci che non hanno alcun significato intrinseco, e che chiunque può utilizzare come armi improprie, spesso piegandoli a interessi clientelari, a pressioni lobbistiche, operando scelte di allocazione su cui si potrebbero sollevare parecchie obiezioni.

Altro aspetto in cui la convergenza tra mondo della politica e università salta agli occhi è quella che potremmo definire la svolta non tanto o non solo aziendalistica ma pubblicitaria, con il primato incontrastato delle più smaccate dinamiche di marketing. È l’immagine che conta. La sostanza può aspettare, se non è appetibile può, anzi deve, essere liquidata, e se non c’è, ancora meglio. Viviamo ormai, all’università come al governo, in piena società dello spettacolo: sempre meno convegni e sempre più “eventi”; è tutto un fiorire di brochure, spot patinati, slogan, parate, manifestazioni pubbliche in tocco e toga. Il modello imperante è quello televisivo, che del resto si coniuga perfettamente con l’escalation verticistica seguita all’entrata in vigore della legge Gelmini e delle sue applicazioni più zelanti. Come tanti teorici dei media ci insegnano, Henry Jenkins tra gli altri, la televisione è un medium interattivo ma non partecipativo: non puoi influenzare i processi decisionali, che sono etero diretti; il massimo che ti è concesso è cambiare canale, spegnere o, nel migliore dei casi, postare un commento su Facebook per sostenere il tuo personaggio preferito. La comunità accademica nel suo insieme e la più ampia comunità sociale con cui l’università dovrebbe dialogare sono ridotte a “pubblico”.

L’Ateneo di Bologna, si sa, ama primeggiare in tutto: è orgoglioso di essere la più antica università del mondo occidentale, una delle poche università italiane presenti nei ranking internazionali, un grande ateneo generalista, eccetera. E in effetti, non c’è che dire, spesso primeggia, sebbene purtroppo non sempre in termini di cui andare fieri.

Anche nella svolta pubblicitario-televisiva è arrivato primo, promuovendo “un appuntamento che non puoi perdere: ReUniOn, il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna”. Pochi giorni fa, tutti i dipendenti e gli studenti dell’ateneo presenti e passati hanno ricevuto il seguente messaggio, che vale la pena di riprodurre quasi per intero:

 

L’Alma Mater festeggia con tre giorni di incontri, dibattiti, musica e spettacoli nelle piazze della città. Iscriviti e rimani informato: www.reunion.unibo.it/

Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in tanti modi:

Se la tua passione è la musica, ReuniONmusic è il palcoscenico per te!

ReuniONmusic è l’evento aperto a docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti dell’Ateneo di oggi e di ieri che praticano la musica a livello amatoriale di qualità e desiderano esibirsi dal vivo, in gruppo o singolarmente. Candidati per suonare o cantare in piazza, nei giorni dell’evento: www.reunion.unibo.it/reunionmusic/

(Leggi il regolamento ed inviaci la tua candidatura compilando il modulo di iscrizione entro il 20 aprile).

Vuoi raccontare la tua storia partita proprio dalla laurea all’Università di Bologna? candidati come Speaker: www.reunion.unibo.it/candidati/

Se custodisci immagini degli anni universitari, della città, delle feste, del tempo passato a studiare da solo o in compagnia, partecipa al Contest Fotografico e aiutaci a ricostruire una storia che cambia, ma non invecchia mai!

www.reunion.unibo.it/contest-fotografico/

Dopo il primo momento di incredulo stupore (sarà uno scherzo… qualche hacker deve essere riuscito a impossessarsi dell’account istituzionale dell’ateneo e manda in giro mail demenziali…), dopo lo scoppio irrefrenabile di ilarità che il messaggio ha in me provocato, e che è durato parecchi minuti, il commento che mi è immediatamente affiorato alla mente è stato: in questo messaggio – nell’ideazione e nell’organizzazione dell’”evento”, nel linguaggio e nelle modalità comunicative con cui quell’evento è presentato – c’è tutto: è una sorta di epitome dei fenomeni che ho cercato di enucleare nelle pagine precedenti. In primo luogo, è evidente, la mutuazione acritica del modello televisivo nella sua forma più deteriore, vale a dire berlusconiana. In termini banali, se si vuole superficiali, come in termini più profondi.

Partiamo dalla superficie. C’è per cominciare la manifestazione musical-canora, uno strano miscuglio tra sagra di paese e “X factor”, “The voice” o “Italian’s got talent”, che fa leva sul desiderio di esibirsi, di aver per mezz’ora “il palcoscenico per te!”, desiderio di cui la televisione vive da anni, con i risultati e con le implicazioni psico-sociali che tutti conosciamo. Ma strizzando l’occhio a “X factor” e simili, la manifestazione richiama anche quell’ideologia del merito vagamente darwiniana sottesa appunto alla formula del talent show, che sembra dire a tutti, con un sorriso accattivante: ma quale disoccupazione, ma quale corruzione, ma quale bisogno di entrature, ma quale mancanza di orizzonti e di prospettive per i giovani! Si tratta di dettagli irrilevanti o, peggio, di pessimismo. Quelli davvero bravi, o abbastanza forti,  ce la fanno! E se non ce la fai, vuol dire che è colpa tua. Niente di particolare contro “X factor”, sia detto per inciso, che ho spesso seguito con divertimento, anche se nel contesto attuale l’ideologia del merito che i talent show veicolano appare sempre più indecente. È comunque legittimo chiedersi perché mai chi pratica la musica a livello amatoriale dovrebbe esibirsi su un palco a cura e spese dell’Università di Bologna, e perché mai l’Università di Bologna senta un tale impellente bisogno di scimmiottare il talent show. Sarà che per gli apostoli della meritocrazia tutto – ma proprio tutto – fa brodo.

C’è poi, trasportata di peso, assunta e fatta propria senza un briciolo di distanza critica, quella “cultura confessionale” da tanti analizzata e decostruita, che fonda il cosiddetto realitismo e la pubblicizzazione del privato 2.0: racconta la tua storia, esponi te stesso, perché tu esisti solo se racconti la tua storia! Storytelling, si sa, è diventata un’altra delle parole magiche – e dei mantra più potenti – degli ultimi anni, un oggetto di consenso universalmente acclamato, un grimaldello con cui aprire tutte le porte, specchio e strumento di quel narcisismo generalizzato che si accompagna come un misero surrogato alla progressiva sottrazione di agency. Comunque a ReUniOn non vige nemmeno la democrazia perversa e fittizia del realitismo: “ci ten[gono]”, recita infatti il programma comparso sul sito dell’Ateneo, corredato da moduli di  iscrizione, “ad ascoltare e a raccontare storie di eccellenza”. Di vite ordinarie o provvisorie, di insuccessi o sconfitte, non ne vogliono sapere, per carità. Potrebbero nuocere al lustro dell’istituzione.

Per non farsi mancare nulla, infine, l’invito all’esibizione è condito in questo caso da una sottile retorica nostalgico-goliardica (le feste, le foto dei bei tempi andati… ah, la giovinezza …) che funziona anch’essa come una macchina ideologica e mitologica, diluendo la dimensione sociale, le condizioni materiali ed economiche in cui si cala l’essere studente, in un generico e sentimentale “come eravamo”.

Veniamo adesso alla dimensione più profonda, riassunta nella frase con cui il messaggio si apre: “Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in molti modi”. Viene spontaneo rispondere subito: no, grazie. Perché, a ben vedere, il modo è uno solo, e poco entusiasmante. L’idea che fa capolino, infatti, è ancora una volta quella del “pubblico”, che di norma sta a guardare, che può eventualmente diventare attore per mezz’ora cantando una canzoncina o raccontando il primo amore sotto i portici di Bologna, ma a cui questo deve bastare. Un protagonismo che non fa e non deve fare paura a nessuno, perché è il doppio speculare e negativo, per non dire l’amara caricatura, di qualunque autentica partecipazione, di qualunque dialettica conflittuale, di qualunque possibilità di agire e intervenire nei processi storici: l’unico “protagonismo” oggi tollerato, anzi incoraggiato, dal governo come dall’università.

Sei apocalittica, mi si dirà, in fondo è solo una specie di festival, al massimo qualcuno lo giudicherà una caduta di stile, un’autocelebrazione (cosa di per sé sempre poco elegante) molto kitsch ma per il resto inoffensiva. Peccato però che questa brillante iniziativa – mi dicono colleghi che accedono alla documentazione istruttoria degli Organi Accademici – costerà alle casse dell’Università di Bologna circa 200.000 euro. E qui torniamo alla doppia morale da cui ero partita. È accettabile che l’università spenda 200.000 euro in tal modo a fronte della generale contrazione delle risorse, a fronte dell’esortazione a ottimizzare i costi di ricerca e didattica, a ridurre gli sprechi, a mettere in atto non ben identificate pratiche virtuose con cui veniamo quotidianamente bombardati non solo da politici, ministri e mass media, ma anche dagli stessi vertici dell’ateneo, i quali hanno introiettato quella logica al punto da farsene i più fedeli proseliti? È accettabile investire 200.000 euro per quello che in gergo si definisce un “ritorno d’immagine” (immagine, per di più, non proprio edificante), a fronte del costo delle tasse universitarie, di docenze a contratto pagate 1.950 euro lordi l’anno, di un diritto allo studio ormai quasi inesistente, di una ricerca sistematicamente sotto finanziata? No, non lo è.

Certo, mi pare già di sentire le voci di rettore, prorettori, esimi membri del consiglio di amministrazione, che mormorano, anzi declamano all’unisono altre parole-feticcio tanto sonore quanto vuote: networking, fundraising (l’Università di Bologna, come ReUniOn che degnamente la rappresenta, parla inglese, ci mancherebbe altro). Detto altrimenti, mi pare già di sentire l’obiezione ormai un po’ rancida ma sfornata ogni volta con rinnovato vigore: che un simile “evento” porterà un ritorno in termini non solo di immagine ma di finanziamenti, attirando donazioni di ex Alumni milionari, nonché sponsor, associazioni degli industriali, banche e quanto c’è di meglio sulla piazza; che, insomma, quei 200.000 euro sono una sorta di capitale di anticipazione, destinato a fruttare negli anni.

Può darsi, anche se in quell’obiezione da tanti brandita il fervore di solito va di pari passo con la nebulosità e la vaghezza: è possibile che grazie a ReUniOn in futuro entrino milioni; è certo che adesso escono alcune centinaia di migliaia di euro spese per una pagliacciata imbarazzante. Tuttavia, il nodo cruciale è forse un altro, e va al di là della questione delle risorse, sebbene valga la pena di sottolineare che esistono ancora modi più dignitosi e più sobri di trovare finanziamenti. In quell’”evento” c’è il segno di una resa senza condizioni, di una svendita in cui il prezzo diventa l’aspetto meno rilevante, di una mutazione antropologica: non più l’ambizione di capire, pensare e scrivere il mondo, ma il più modesto (si fa per dire) obiettivo di rincorrerlo, imitarlo, scimmiottarlo, prostrandosi ai suoi piedi.

Non so fino a che punto, e con quanta buona coscienza, si possa rimpiangere l’università precedente a questa mutazione, e Brecht giustamente esortava a preferire sempre il “cattivo nuovo” al “buon vecchio”. Rimane il fatto che il tutto mette una grande malinconia, per non dire di peggio, e apre scenari sinistri sugli anni a venire. Con Berlusconi prima e con Renzi poi, l’ottimismo è stato promosso da semplice postura personale o esistenziale a categoria politica demiurgica, una specie di flusso medianico che dovrebbe riuscire a piegare una forchetta, o ad alzare il Pil, con la sola forza del pensiero.

Oggi l’ottimismo va di moda, anche in università, e i pessimisti sono visti sempre più spesso come degli appestati che portano il malocchio. Ma a essere ottimista proprio non ci riesco. E poiché recentemente il Prorettore agli Studenti e alla Comunicazione Istituzionale ci ha rivelato che in Italia “siamo in un paese cattolico” – mentre io, povera ingenua, pensavo fosse ancora in vigore la “buona vecchia” costituzione studiata a scuola – dopo ReUniOn propongo all’Ateneo di Bologna una nuova manifestazione, che consentirà di attivare virtuosi circoli di networking e fundrasing con la Curia, la Conferenza Episcopale Italiana, lo IOR: Che Dio ci aiuti.

 

Category: Nuovi media, Scuola e Università

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About Donata Meneghelli: Donata Meneghelli è professore associato di Letterature comparate e Teoria e storia dei generi letterari all’Università di Bologna. Dal 2003 al 2005 ha insegnato presso il Master europeo su letteratura e immagine (LITEVA (Literary Text in the Visual Age), coordinato dall’Università di Leuven, occupandosi in particolare dei rapporti tra testo narrativo e fotografia. I suoi interessi si concentrano sulla teoria e la storia del romanzo: in questo ambito si è occupata della riflessione sul romanzo di Henry James, di narratologia, del nouveau roman, degli usi critici della biografia, dell’adattamento teatrale e cinematografico, approfondendo i rapporti tra letteratura e cinema, di letteratura e pittura tra ilXIX e il XX secolo, del romanzo italiano contemporaneo. Ha scritto saggi su Joseph Conrad, Jean Rhys, Alain Robbe-Grillet, Sophie Calle, la letteratura italiana della migrazione. Tra le sue pubblicazioni: Una forma che include tutto (Il mulino, 1997), Teorie del punto di vista (La nuova Italia, 1998), Opere e vite (numero monografico della rivista «Inchiesta letteratura», Dedalo, 2000), Finzioni dell’io nella letteratura italiana dell’immigrazione («Narrativa», n. 28, 2006), Racconto/Narrazione, in Dizionario tematico della letteratura, vol. III (UTET, 2007), Sophie Calle: tra fotografia e parola, in Guardare oltre, a cura di S. Albertazzi e F. Amigoni (Meltemi, 2008), La tension entre la forme et l’informe dans le roman du XXe siècle («Formules», 2009). Attualmente svolge ricerche sui rapporti tra letteratura e arti visive e sta preparando un volume sulla teoria del racconto in diversi campi disciplinari. È anche traduttrice dall’inglese e dal francese di testi critici e letterari.

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