Perché lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati si è innamorato di Renzi?

| 20 luglio 2017 | Comments (1)

 

Storia di un dibattito tra lacaniati e che ha al centro l’incolto bullett0 fiorentino che nel disegno, sopra riportato, di Antonio Molino si domanda “E adesso cosa mi invento?” . Questa volta il nostro bulletto ha cercato di “volare alto”: nominare il noto psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati responsabile della Scuola di partito del PD per l’occasione intitolata a Pier Paolo Pasolini (le lettrici e i lettori di “Inchiesta” possono facilmente immaginare cosa avrebbe pensato PPP di Renzi). L’attacco a questo “volare alto” ha suscitato polemiche non contro Renzi ma contro Recalcati . Lo ha attaccato Jaques Alain Miller e in questa sede riportiamo sia il sostegno del filosofo Ronchi che l’intervista fatta dal direttore di Psychiatry on line ad un altro lacaniano. Perché inchiestaonline pubblica questo dibattito?

Perché ci sono delle definizioni di Renzi che non abbiamo MAI utilizzato . Scrive Miller (che non ama Renzi): Ren­zi mi ri­cor­da Ales­san­dra, la za­ri­na di Rus­sia spo­sa di Ni­co­la II, che per far gua­ri­re suo fi­glio ma­la­to di emo­fi­lia si af­fi­dò a Ra­spu­tin. Scrive Recalcati (che ama Renzi): Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Renzi ha un carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico.

1.Massimo Recalcati: L’odio per Matteo e il lutto della sinistra
La Repubblica 17 luglio 2017

QUALE è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica.

L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.

Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente – se non drammaticamente compulsivo – l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario – non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico – , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria…

La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce – come spesso accade – imputare all’eterogeno la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra.

Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo.

Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

 

2. Jacques Alain Miller: Recalcati? La psicanalisi al servizio di Renzi. No. Non possiamo avere etichette politiche.

Ferruccio Sansa, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2017

 

“No, Uno psi­coa­na­li­sta co­me Mas­si­mo Re­cal­ca­ti non può met­te­re il suo sa­pe­re al ser­vi­zio di un par­ti­to po­li­ti­co. Non può uti­liz­za­re le tec­ni­che del­la sua scien­za per at­trar­re i gio­va­ni. E poi in una scuo­la in­ti­to­la­ta a Pier Pao­lo Pa­so­li­ni… è trop­po!”.

Par­la Jac­ques-Alain Mil­ler, uno dei più no­ti psi­coa­na­li­sti vi­ven­ti. Alun­no e cu­ra­to­re te­sta­men­ta­rio del mae­stro Jac­ques La­can. Mil­ler è ar­ri­va­to a To­ri­no per par­te­ci­pa­re al con­ve­gno na­zio­na­le del­la scuo­la la­ca­nia­na. Ma nei cor­ri­doi dell’uni­ver­si­tà ol­tre che di psi­coa­na­li­si si par­la di po­li­ti­ca no­stra­na. È scop­pia­to il ca­so Re­cal­ca­ti: stu­dio­so ita­lia­no di La­can chia­ma­to da Mat­teo Ren­zi a lan­cia­re la scuo­la di par­ti­to del Pd. La po­le­mi­ca ap­pa­ren­te­men­te tut­ta ita­lia­na è ap­pro­da­ta all’este­ro, a co­min­cia­re da Pa­ri­gi. I gior­na­li e i si­ti de­gli stu­dio­si di La­can ospi­ta­no ar­ti­co­li e di­bat­ti­ti.

Uno psi­coa­na­li­sta co­me Mas­si­mo Re­cal­ca­ti non può met­te­re il suo sa­pe­re al ser­vi­zio di un par­ti­to po­li­ti­co. Non può uti­liz­za­re le tec­ni­che del­la sua scien­za per at­trar­re i gio­va­ni. E poi in una scuo­la in­ti­to­la­ta a Pier Pao­lo Pa­so­li­ni… è trop­po!”. Par­la Jac­ques-Alain Mil­ler, uno dei più no­ti psi­coa­na­li­sti vi­ven­ti. Alun­no e cu­ra­to­re te­sta­men­ta­rio del mae­stro Jac­ques La­can. Mil­ler è ar­ri­va­to a To­ri­no per par­te­ci­pa­re al con­ve­gno na­zio­na­le del­la scuo­la la­ca­nia­na. Ma nei cor­ri­doi dell’uni­ver­si­tà ol­tre che di psi­coa­na­li­si si par­la di po­li­ti­ca no­stra­na. È scop­pia­to il ca­so Re­cal­ca­ti: stu­dio­so ita­lia­no di La­can chia­ma­to da Mat­teo Ren­zi a lan­cia­re la scuo­la di par­ti­to del Pd. La po­le­mi­ca ap­pa­ren­te­men­te tut­ta ita­lia­na è ap­pro­da­ta all’este­ro, a co­min­cia­re da Pa­ri­gi. I gior­na­li e i si­ti de­gli stu­dio­si di La­can ospi­ta­no ar­ti­co­li e di­bat­ti­ti.

 

Pro­fes­sor Mil­ler, lei non è sta­to mol­to te­ne­ro con il suo col­le­ga

C’è qual­co­sa di Ren­zi che mi ri­cor­da Ales­san­dra, la za­ri­na di Rus­sia spo­sa di Ni­co­la II, che per far gua­ri­re suo fi­glio ma­la­to di emo­fi­lia si af­fi­dò a Ra­spu­tin. Ma il se­gre­ta­rio Pd ha mi­glio­ri pos­si­bi­li­tà di succes­so: Ra­spu­tin era un gran­de se­dut­to­re ol­tre che un la­dro. Men­tre Re­cal­ca­ti non ru­ba.

 

Lei ha scrit­to an­che di peg­gio sul gior­na­le “La­can Quo­ti­dien” dif­fu­so tra gli psi­coa­na­li­sti di mez­zo mon­do…

Mi so­no chie­sto se Re­cal­ca­ti è Fau­st e Ren­zi il dia­vo­lo. No, Ren­zi è un uo­mo po­li­ti­co di ta­len­to che pren­de il nuo­vo dal la­to del­la psi­coa­na­li­si. La “ca­na­glia”, det­to con iro­nia, è Re­cal­ca­ti. Par­lia­mo di uno de­gli psi­coa­na­li­sti più no­ti d’Ita­lia…. Chi fa il no­stro la­vo­ro non de­ve ave­re eti­chet­te po­li­ti­che ad­dos­so.

 

Chi di­fen­de Re­cal­ca­ti ri­cor­da che an­che voi sie­te sce­si in cam­po al­le ul­ti­me pre­si­den­zia­li fran­ce­si. È ve­ro?

Cer­to. Ab­bia­mo ri­te­nu­to che fos­se un do­ve­re sc hi e ra rs i con­tro la pro­po­sta del Front Na­tio­nal in un mo­men­to in cui in Fran­cia nes­su­no sol­le­va­va la que­stio­ne dell’iden­ti­tà e del pas­sa­to di que­sta for­za po­li­ti­ca. Ma se aves­se vin­to Ma­ri­ne Le Pen avreb­be si­gni­fi­ca­to l’iso­la­men­to del­la Fran­cia in Eu­ro­pa, un di­sa­stro per l’eco­no­mia. Il ri­schio di una dit­ta­tu­ra. Noi ab­bia­mo de­ci­so di par­la­re per rac­co­glie­re un fron­te re­pub­bli­ca­no. Sen­za un par­ti­to, sen­za un’eti­chet­ta.

 

Qual è in­ve­ce la col­pa di Re­cal­ca­ti?

Met­ter­si al ser­vi­zio di un par­ti­to. Noi non ab­bia­mo bi­so­gno di po­li­ti­ci, dob­bia­mo da­re una vi­ta nuo­va agli idea­li de­mo­cra­ti­ci. E an­che all’in­se­gna­men­to di La­can. Schie­rar­si in po­li­ti­ca può crea­re in­ve­ce un dan­no.

 

Lei ha usa­to la pa­ro­la scan­da­lo…

Sì, per noi è uno scan­da­lo. Non pos­sia­mo ac­cet­tar­lo. Non pos­su­mus. In Fran­cia noi ci sia­mo schie­ra­ti con­tro Le Pen, ma sen­za ade­sio­ni: per spi­ri­to re­pub­bli­ca­no


3. Rocco Ronchi: Recalcati, Renzi e PPP
9 giugno 2017 doppio zero
Rocco Ronchi insegna filosofia presso l’Università degli Studi di L’Aquila e presso l’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicanalisi Applicata) di Milano.

Nel mondo intellettuale italiano da tempo covava un risentimento diffuso nei confronti di Massimo Recalcati. “Troppo” successo non può essere perdonato. Almeno in Italia. Niente di nuovo, dunque, nell’attacco concertato di cui è stato vittima e che ha visto come protagonisti colleghi, i quali, per alimentare la loro scarsa potenza di fuoco, hanno chiesto il soccorso  dell’antico maestro di Recalcati, Jacques-Alain Miller, indiscusso punto di riferimento del lacanismo nel mondo. Perché il colpo inferto fosse durissimo sono stati utilizzati strumenti eticamente discutibili. Ad esempio, sono stati resi di dominio pubblico frammenti dell’analisi di Recalcati. Chi scrive non può che rinnovare la sua solidarietà all’amico.

Ma la questione che mi interessa sollevare è un’altra. Riguarda i “significanti” che in questa polemica sono stati utilizzati per far coagulare un rancore finora taciuto o comunicato solo indirettamente. Per un lacaniano, ricordiamolo, un significante non è un segno convenzionale apposto su di una cosa. Un significante è una potenza performativa, vale a dire un segno che produce degli effetti sensibili sui corpi, che li costituisce, li trasforma e può anche ditruggerli. Un soggetto, ha scritto Lacan, è un significante per un altro significante. Un “significante”, infatti, non è mai da solo. Esso si concatena sempre ad altri significanti, producendo una sorta di “ritornello” che s’installa nella nostra testa e che scambiamo per il nostro “io” che pensa. Siamo fatti di parole, dice il poeta, e ha ragione: non cessiamo mai di rispondere all’appello dell’Altro e anche quando restiamo in silenzio siamo parlati da una parola che ci appartiene solo a metà.

Ebbene, da una polemica nata nel seno delle scuole lacaniane ci si aspetterebbe che il “significante” decisivo sia il Nome del Padre, “Lacan”. Non si discute forse di un’eredità? Non si sollevano obiezioni nei confronti di chi millanterebbe quel nome? Eppure non è “Lacan” il significante che catalizza il risentimento contro Recalcati. “Lacan” è solo occasione, funge da detonatore. I significanti dell’odio sono altri due nomi propri, tutti interni alla storia politica e culturale italiana. Sono “Renzi” e “Pasolini” (li scrivo tra virgolette perché di quei nomi mi interessa non la verità ma solo l’effetto di senso che producono nel discorso).

Nella esilarante (involontariamente) intervista concessa al Fatto quotidiano, Miller dice che Recalcati avrebbe venduto la psicanalisi al potere, cioè al fantomatico “Renzi” paragonato “ad Alessandra, la zarina di Russia, sposa di Nicola II che per far guarire suo figlio malato di emofilia si affidò a Rasputin”. Si noti il fantastico delirio cosmico-storico di Miller, degno del Presidente Schreber: Recalcati come Rasputin, Renzi come la zarina Alessandra… Inoltre Recalcati avrebbe stuprato per l’ennesima volta il martoriato corpo del santo intellettuale del nostro secolo, “Pasolini”, intitolandogli una scuola di partito (democratico). Il reato commesso sarebbe in questo caso quello di aver reso gramscianamente “organico” l’eretico per definizione. Per difendere l’onorabilità del santo e per vomitare fiele sulla zarina e sulla canaglia al suo servizio, si sono cominciate a raccogliere firme dalla Francia. L’usanza è consolidata.

Rassicurati dalla presenza al loro fianco del potente re straniero, molti si sono fatti coraggio e hanno apposto  il loro nome nella lista dei buoni e sinceri democratici (pasoliniani e anti-renziani ut decet)

Se non ci andasse di mezzo la vita di un uomo, i suoi affetti e la sua onestà intellettuale, ci sarebbe solo da ridere a crepapelle. In realtà la cosa è seria ed  è rivelativa di un clima politico inquinato nel quale il significante “Renzi” è diventato il significante divisivo per eccellenza, il vero e proprio catalizzatore di ogni risentimento. C’è da chiedersi perché già il solo essere accostato a quel nome susciti nella parte maggioritaria dell’intellettualità italiana un senso di ribrezzo più forte di quello provocato da fascisti, razzisti o populisti con i quali infatti ci si allea tranquillamente, turandosi un pochino il naso, se la posta in gioco è la disfatta del renzismo. Mi si perdoni il gioco di parole ma è sintomatico che questo sintomo nevrotico della politica italiana si sia  manifestato come tale proprio nell’ambito di una querelle che investe la psicanalisi.

Qualche tempo fa, un amico che si era schierato per il Si al referendum e che dopo la sconfitta si era iscritto al PD  mi diceva di aver vissuto quella scelta come un vero e proprio outing. Con quella affermazione, fatta distrattamente bevendo un caffé, l’amico era andato subito al nocciolo della questione: mi aveva squadernato gli effetti sensibili del significante “Renzi”. In un  paese il cui DNA è la controriforma cattolica e nel quale il desiderio di mantenere tutto immobile si coniuga splendidamente con la retorica massimalista delle anime belle (la “sinistra”), l’opzione riformista, pragmatica e liberale (il significante “Renzi”) ha infatti quasi il senso di una confessione pubblica della diversità del proprio orientamento sessuale. In questa luce, l’adesione di Recalcati al significante “Renzi” mi è parso un atto di vero anticonformismo. Lo ha fatto alla vigilia del referendum quando il vento dell’opinione pubblica andava decisamente contro “Renzi” e lo ha ribadito quando il portatore di quel nome era nella polvere. Nessuno può in buona fede sostenere che tale scelta abbia comportato per lui un qualche vantaggio, soprattutto nel mondo intellettuale: i fatti che stiamo discutendo lo attestano ampiamente

Ed è sempre per anticonformismo che Recalcati ha licenziato l’altro significante intorno al quale ruota la polemica. “Pasolini” funziona infatti come significante dell’eresia e della differenza. Così vuole il luogo comune. A questo proposito, credo però che Recalcati sia stato vittima di un equivoco. Il fraintendimento discende direttamente dal modo in cui Recalcati legge Lacan. A differenza di Miller, che di Lacan è l’ermeneuta per così dire “ufficiale”, l’interpretazione recalcatiana è infatti orientata in un senso “esistenziale” e “cristiano”, sebbene si tratti di un esistenzialismo e di un cristianesimo particolari, un esistenzialismo senza ontologia ed un cristianesimo senza Dio-sostanza. Se ci si incammina su questa via – e se si è italiani – inevitabile è imbattersi nell’ombra del poeta friulano la cui opera è un condensato di  questi temi.

Ma “Pasolini” come significante ha agito nella storia culturale e civile italiana anche ad un altro livello, più sociologico che poetico, ed è in tale forma che vi ha lasciato un segno duraturo. C’è infatti il Pasolini “corsaro”, implacabile critico della modernità, nostalgico cantore di una innocenza perduta e/o tradita, populista estetizzante e etologo delle periferie urbane. Questo “Pasolini” è ben presto diventato il ritornello preferito degli intellettuali italiani che ne hanno scimmiottato in vario modo la postura moraleggiante vestendo i  nobili panni dei censori della decadenza e dei profeti dell’ “autentico” (curiosamente anche il successo del Recalcati-pensiero si deve, in parte, al fatto che nell’immaginario dei suoi lettori egli, meglio di tanti altri, avesse occupato il posto lasciato libero da quel “Pasolini”). Ebbene, il significante “Pasolini”  non si coniuga affatto con l’altro significante “Renzi”. Sono, se si vuole, due ritornelli inconciliabili: il primo rimanda all’arcaico, all’immobilità semi-sacrale della tradizione, all’orrore per il cambiamento, il secondo ad una modernità più immaginata che reale, ad una curisosità compulsiva e quasi infantile per il “nuovo” (il boy scout Renzi, Renzi su twitter…). In ogni caso non stanno insieme e se l’opzione per il significante “Renzi” (un’opzione, temo, perdente) ha il senso della rottura con il conservatorismo italico, l’opzione “Pasolini” ribadisce invece tutte le ragioni dell’italico spirito controriformistico duro a morire.

Hanno dunque in un certo senso ragione i nemici di Recalcati a protestare per l’abuso che egli farebbe del nome del santo martire intitolandogli una scuola di partito, ma non hanno la ragione che credono di avere. Recalcati-Rasputin, argomentano, avrebbe trasformato l’eretico in un intellettuale organico. In realtà le cose sono rovesciate ed è per questo che ho parlato di un abbaglio di Recalcati. Il significante “Pasolini” non funziona infatti per un progetto politico riformista e pragmatico, per un progetto, cioè, in Italia, decisamente “eretico”,  piuttosto lo contraddice. C’è tuttavia qualcosa che accomuna Recalcati a Pasolini, questa volta senza virgolette, al di là di tutti gli equivoci. Ed è la passione per la “risposta”: la responsabilità vissuta come obbligo etico e conseguenza inevitabile della professione intellettuale. Massimo Recalcati non ha mai smesso di intendere la psicanalisi come una presa di posizione sul reale, costi quel che costi, perfino la rottura con il suo amato maestro, l’isolamento e l’ingiuria, ed è per questo che nonostante le nostre tante differenze d’ordine teorico mi onoro di averlo come amico.


4. Francesco Ballorino: Intervista a Sarantis Thanopulos sullo scontro Miller/Recalcati
Psychiatryonline, 6 giugno 2017. Francesco Ballorino è direttore di Psychiatryonline
NDR: La recente sanguinosa polemica scatenata da Jaques Miller nei confronti di Massimo Recalcati non può lasciare indifferenti i lettori di Psychiatry on line Italia. Come Editor ho scelto la via di chiedere un parere ad uno dei nostri più prestigiosi collaboratori, il Dottor Sarantis Thanopulos Psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana e attento osservatore dei fenomeni del nostro tempo.

Personalmente, manifestando il mio affetto e la mia vicinanza a Massimo Recalcati in questo momento difficile della sua vita personale, non posso esimermi dall’affermare che il rischio vero che si corre in affaires come questi è che a perderci sia la Psicoanalisi nel suo insieme in termini di credibilità e ciò credo debba dispiacere a molti dei lettori della nostra rivista.

BOLLORINO: Recentemente si è scatenata una feroce polemica all’interno del mondo Lacaniano con Jacques Miller che ha pubblicamente attaccato il suo ex allievo e analizzato Massimo Recalcati di fare uso della psicoanalisi per sostenere le tesi politiche del partito a cui è pubblicamente iscritto il PD. Che idee ti sei fatto dopo aver letto i documenti ampiamente pubblicati e diffusi in rete della questione?

THANOPULOS: Ho avuto l’impressione che nella lettera di Miller si mescolassero ragioni etico/politiche e fatti più inerenti al suo rapporto con Recalcati e anche a loro conflitti scientifici e istituzionali. Non entro tanto nel merito di questo secondo livello di comunicazione, non esplicitamente dichiarato, perché sono un osservatore esterno e non sono sufficientemente informato. Non saprei dire, ad esempio, come Recalcati abbia usato il discorso di Miller. Sicuramente le cose che scrive su Lacan sono interessanti e piuttosto chiare. Le ho lette con piacere. Lui e Di Ciaccia hanno contribuito molto a rendere comprensibile al vasto pubblico il discorso lacaniano. So anche quanto importante è stato in questa direzione il lavoro di Miller di cui entrambi hanno usufruito.


Per quanto riguarda l’aspetto etico/politico credo che sia legittimo che Miller possa considerare incongruo il sostegno a Renzi da parte di un’analista, se tale sostegno implica una torsione della teoria psicoanalitica a esigenze politiche contingenti. Se, in altre parole, l’analista piega il suo discorso, costitutivamente etico, a esigenze di partito, del momento. Il che è cosa diversa dalla sua adesione, scelta personale e libera, a un’organizzazione politica.


Il miglior modo per affrontare questa questione spinosa, e non facile da dirimere, è di limitare la propria critica nello spazio della discussione scientifica. In alcune circostanze ho espresso opinioni critiche nei confronti di Recalcati: sulla sua concezione del “complesso di Telemaco” e del “perdono” e anche sulle sue argomentazioni a favore al Sì, nell’ultimo referendum costituzionale. Erano critiche circostanziate, mirate a evidenziare limiti o incongruenze argomentative del suo discorso.
Penso che i limiti presenti  nel lavoro di Recalcati, non derivino da un suo opportunismo politico, ma dal suo eccessivo coinvolgimento nella comunicazione mediatica, dotata di sue regole e di sue audience che al rigore del pensiero e della ricerca si interessano poco.

BOLLORINO: Miller nella sua presa di posizione pubblica contro Recalcati ha fatto riferimenti neanche tanto velati alla “psicopatologia” di Recalcati suo ex analizzato che ne pensi da analista di un comportamento di tal fatta?

THANOPULOS:  Un’analista deve rispettare la privacy del suo analizzando e men che mai usare la conoscenza che ha di lui per criticarlo. Può criticare le sue posizioni analitiche anche severamente, ma lo deve proteggere come persona.

 

BOLLORINO: Recalcati nella sua replica pubblica  dice in pratica che vi sono due Miller il primo che egli ha amato, quello della sua analisi personale, e il secondo quello che come Crono lo attacca. Che opinione ti sei fatto della cosa?

THANOPULOS: Ha detto, in sostanza, che Miller è scisso. Tuttavia, nel dirlo si è scisso anche lui. Mi sembra che nessuno dei due abbia fatto il lutto della loro rottura.

 

BOLLORINO: Centrale per me è il tema della neutralità analitica e del mestiere che sia Miller che Recalcati fanno quale è la tua opinione? Ovvero fatto salvo il fatto inoppugnabile che sia stato Miller ad attaccare Recalcati tu alla luce della neutralità anche in riferimento ai tuoi pazienti come ti saresti comportato?

THANOPULOS: L’analista non è neutrale se non nel senso della sospensione del giudizio. Tifa per il suo analizzando, si augura che trovi il proprio posto nella vita e ne tragga soddisfazione. Si astiene, tuttavia, da investirlo con le proprie aspettative e valutazioni e arriva fino  a sospendere il proprio modo di desiderarlo e di inquadrarlo, a partire dalla propria storia/memoria, per consentirgli di emergere come soggetto desiderante. Meno invade lo spazio dell’analisi con la sua vita o i suoi conflitti privati, meglio è.

 

BOLLORINO: Un altro aspetto della polemica risiede nell’uso del nome di Pier Paolo Pasolini. A lui è stata intitolata la Scuola di Partito. Che ne pensi?

THANOPULOS: Penso che Pasolini avrebbe detestato il modo di pensare e fare di Renzi. Recalcati dice che vuole aiutare Renzi contro il populismo. E, spinto dall’amicizia, ci mette la faccia. Molti, anche tra i miei amici, pensano che sostenere Renzi, come minor male, contro il populismo sia una necessità. Anche sostenere la Clinton contro Trump era una necessità, ma dobbiamo chiederci se queste scelte necessarie siano anche funzionali. Quando capita essere amici di in politico bisogna distinguere tra amicizia e scelta politica. Amicizia privata e amicizia politica non sono cose sovrapponibili.

Io non capisco davvero coloro che immaginano Renzi come argine contro Grillo. L’unica prospettiva realistica di un suo nuovo governo è un’alleanza con il berlusconismo. Che del populismo fu la prima interpretazione di successo nella nostra recente storia. Inoltre, non sono proprio queste soluzioni approssimative, che lasciano il tempo che trovano, quando non aggiungano guai ai guai, a fomentare il fenomeno delle Cinque stelle?
L’analista, come privato cittadino, può schierarsi come preferisce, ma può anche usare il suo sapere non per giustificare le sue scelte di partito, ma per capire e far capire perché siamo finiti in un’impasse così catastrofica. Accettando naturalmente di essere criticato da chi ha interpretazioni diverse dalle sue.

 

BOLLORINO: Di scissioni a volte “sanguinose” è costellata la storia della psicoanalisi che a me ricorda un po’ quella del Socialismo in cui non si contano i partiti nati da continue lotte e conflitti ideologici e di potere. Qual è la tua opinione al riguardo?

THANOPULOS: Assistiamo a uno smarrimento della passione per la ricerca psicoanalitica, anche gli analisti preferiscono assestarsi su modelli teorici di sicuro e consolidato successo, piuttosto che discuterli criticamente e interrogarli. Di conseguenza il dibattito scientifico stagna e si tende a ragionare per formule, a applicare griglie di lettura precostituite. Ciò favorisce il “vivere e lasciare vivere”, una politicizzazione e ideologizzazione delle istituzioni psicoanalitiche che non sviluppa conflitti vivi di carattere scientifico in grado di mettere in tensione le posizioni,  ma porta a alleanze e contrapposizioni statiche, coesistenze di scompartimenti stagni.
Nelle associazioni lacaniane  ho l’impressione di una loro difficoltà di costituirsi come “comunità di fratelli”, di una persistenza del padre dell’“orda primitiva” che rende difficile lo sviluppo di un confronto tra uguali.

BOLLORINO: Personalmente mi sono fatto l’idea che la Psicoanalisi come l’Islam si muova costantemente tra spinte Sunnitiche e spinte Sciitiche ovvero che da un lato come tra i Sunniti ognuno si senta in grado di proclamarsi Iman e di fondare la sua propria scuola coranica dall’altro che si costituiscano Chiese con Clero addestrato in contrapposizione alle spinte indipendentiste. Che ne pensi? La psicoanalisi non è il Corano in ogni caso anche se sembra  a volte atteggiarsi a nuova religione laica.

THANOPULOS: Gli “imam” e i “cleri addestrati” sono espressione della difficoltà di vivere in assenza di dogmi. La psicoanalisi è il sapere per eccellenza laico, non avversa né sostituisce il divino. Opera in solitudine, estranea ai poteri forti.

BOLLORINO: Che  considerazioni conclusive puoi trarre da questa dolorosa vicenda?

THANOPULOS: La distinzione, che non è dissociazione, tra pubblico e privato fonda la possibilità stessa della psicoanalisi.

 

 

 

 

 

Category: Politica, Psicologia, psicoanalisi, terapie

About Redazione: Alla Redazione operativa e a quella allargata di Inchiesta partecipano: Mario Agostinelli, Bruno Amoroso, Laura Balbo, Luciano Berselli, Eloisa Betti, Roberto Bianco, Franca Bimbi, Loris Campetti, Saveria Capecchi, Simonetta Capecchi, Vittorio Capecchi, Carla Caprioli, Sergio Caserta, Tommaso Cerusici, Francesco Ciafaloni, Alberto Cini, Barbara Cologna, Laura Corradi, Chiara Cretella, Amina Crisma, Aulo Crisma, Roberto Dall'Olio, Vilmo Ferri, Barbara Floridia, Maria Fogliaro, Andrea Gallina, Massimiliano Geraci, Ivan Franceschini, Franco di Giangirolamo, Bruno Giorgini, Bruno Maggi, Maurizio Matteuzzi, Donata Meneghelli, Marina Montella, Giovanni Mottura, Oliva Novello, Riccardo Petrella, Gabriele Polo, Enrico Pugliese, Emilio Rebecchi, Enrico Rebeggiani, Tiziano Rinaldini, Nello Rubattu, Gino Rubini, Gianni Scaltriti, Maurizio Scarpari, Angiolo Tavanti, Marco Trotta, Gian Luca Valentini, Luigi Zanolio.

Comments (1)

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  1. Maurizio Montanari ha detto:

    Loro, là fuori, lo odiano’. Ecco il sunto dell’articolo di Massimo Recalcati su Repubblica, il quale, ancora una volta, cerca appassionatamente di spiegarci come esista un cupo mondo popolato da individui colmi di odio che, affetto da turbe addirittura paranoiche, ce l’avrebbe irragionevolmente a morte con l’ex premier. Già il suddetto si era pronunciato con epiteti clinicamente orientati alla Leopolda, laddove i contrari al valoroso Telemaco erano additati come ‘mummie intrise di godimento masochista’, o appartenenti a fazioni politiche strutturate su natura incestuosa. Non è bastata la legnata della notte del 4 dicembre, nemmeno gli ultimi tonfi amministrativi nei quali il Pd a trazione renziana ha perso città, voti e iscritti a instillare il dubbio che il romanzo epico del rottamatore solo e accerchiato fosse una narrazione giunta al termine. No: ci risiamo.

    La storiella dei malevoli che premono alla porta degli eletti virtuosi intenti a prodigarsi per il bene di una comunità di irriconoscenti è a ben vedere uno degli elementi portanti dello storytelling renzista: ‘Là fuori c’è solo l’odio’ è infatti il mantra ricorrente che ha fatto da sottotitolo alle due convention renziane, la Leopolda e il Lingotto. ‘Loro ci odiano, noi siamo l’amore’. ‘Noi siamo il bene e loro il male’. Echi di berlusconiana memoria, frutto di una clinica artatamente utilizzata all’uso del principe, proiezione sull’altro dell’incapacità di risolvere le proprie magagne e i propri fallimenti che anche un neolaureato può scorgere avendo dato una breve scorsa a qualsiasi trattato di psicopatologia tascabile. Ammantarsi dell’abito del portatore di luce candido e colmo di amore, intento a condurre la solitaria battaglia contro le forze del male, è storia tipica dei concentrati di potere che fanno a meno del contraddittorio. Il renzismo incarna un piccolo mondo ben protetto, costruito sulla personalità del leader: nessuna voce dissenziente, nessuna parola contraria. Applausi da plebiscito, ovazioni. ‘Forza, bellezza, mamma e futuro’ le vuote parole d’ordine prive di qualsiasi contenuto politico. Un universo narcisistico elevato a sistema, spacciato per assemblea dibattimentale. I ‘nemici’ della voce unica sono stati epurati, banditi, messi alla porta con le accuse proiettive di essere portatori di odio, untori del malanimo. ‘Scissionisti’, come ho avuto modo di scrivere in questo sito.

    Già, ma quelli fuori? L’Italia non si esaurisce in quel milione di elettori che hanno rimesso Reanzi alla guida del Pd. C’è altro. C’è un mondo che parla un altro linguaggio. E in altro modo utilizza termini quali psicoanalisi, sinistra, Pasolini. Termini che poco c’entrano col renzismo.

    Partiamo dal primo. L’accusa mossa da più parti a Recalcati non è di aver preso parte alle assise del Pd in quanto partito politico, quanto l’avere offerto e piegato il linguaggio analitico alla causa del renzismo. E’ quella di aver corroborato con termini indebitamente attinti dal linguaggio analitico la modalità censoria e discriminate che il renzismo è uso operare nei confronti di qualsiasi cosa possa portare dissenso. Come uomini possiamo andare ovunque. Entrare in qualsiasi consesso liberamente. Come analisti sappiamo tuttavia che esistono stanze che ci impongo di lasciare il soprabito fuori dalla porta. La questione dell’opacità dell’analista, vale a dire la capacità di non lasciare trasparire che poco o nulla dei propri vissuti interiori, è un articolo cardine della costituzione analitica. L’analista, affinché il dispositivo funzioni e non si tramuti in qualcosa d’altro, deve saper mantenere questa posizione il più possibile decolorata, quel posto che Lacan definisce dello ‘scarto’. In seduta, certo. Ma non solo. Viceversa, il mostrare pubblicamente le proprie pulsioni, passioni, idee, vestendole del lessico clinico, può sfociare in qualcosa che assomiglia a un ‘giudizio diagnostico’ extra moenia. Patologizzare il dissenso, rivolgendosi così a chi avversa Renzi (la maggioranza degli italiani) è qualcosa che può turbare, scuotere, colpire, pasticciare il lavoro in corso di tanti che si sono sentiti chiamati in causa, trovandosi al contempo sul lettino come pazienti avversi all’ex premier e davanti alla televisione mentre la Leopolda andava in scena. Grave sarebbe la reazione dei miei pazienti, del Pd, di sinistra, o di destra, se mi vedessero non già schierato, quanto ‘arruolato’ imbracciando la doppietta del dsm in uno dei palchi politici ai quali ho partecipato, apostrofando parte di loro come un ‘corpo unico’ posseduto da intenti ‘incestuosi’, definendoli in base a questa o quella affezione dalla quale sarebbero interessati.

    Con questa micidiale prospettiva renzo-analitica, il dissenso diventa ipso facto paranoico perché attenta alla verità del capo. Leggendo l’ultimo libro di Renzi ci si immerge infatti in un mondo popolato da contrari rematori, nemici insidiosi che ne avrebbero impedito il cammino di indomito innovatore. L’Europa, Gianni Letta, D’Alema, la comunicazione, Berlusconi, il Gundam. Queste le cause esterne di un percorso politico che, in realtà, non ha mai trovato sufficiente forza elettorale sulle proprie gambe per reggersi in piedi. Nemici alle porte verso i quali sovente viene agitata l’arma legale, organo aggiuntivo necessario per irretire tanti di quelli che portano critiche dal mondo là fuori agli insonorizzati salotti della Leopolda. La Boschi minaccia querele, Farinetti minaccia querele. Perché? Perché il potere, e Pasolini lo sapeva bene, alla fine, è sempre uguale a sé stesso, per sua stessa natura, è paranoico, e non tollera le voci dissenzienti. La sua fragilità programmatica è direttamente proporzionale alla forza muscolare che mette in campo per zittire le voci dissonanti. Libero di fare quel che vuole dentro a regole rigide impartite agli altri. Già, Pasolini.

    Recalcati ha inaugurato la scuola politica del Pd titolata a Pier Paolo Pasolini. Le ovvie critiche a questa operazione a dir poco spericolata, sono state avversate in rete dai fan più accalorati additando i critici dell’operazione ‘Scuola Politica PPP’ come animati da un prosaico invidioso livore in quanto incapaci di perdonare ‘il successo’ del suddetto analista. Insomma, anche in quel caso, si tratterebbe solo di odio che cola. Divisioni nette, facili, ben spendibili, che volutamente scelgono di non tenere in conto il libero pensiero critico di tanti che, intuendo il tentativo di stravolgimento operato sulle idee del poeta e subodorandone un inquadramento forzato a un progetto politico ritenuto abissalmente lontano dal sentire dell’autore degli Scritti Corsari, hanno scelto di esprimersi in maniera contraria. ‘Il fine del potere, è il potere’, è forse questo l’adagio orwelliano che più di Pasolini dà la cifra del renzismo, come dimostra l’ossessiva ed estenuante ricerca di trovare un varco legislativo o temporale nel quale incunearsi per fare cadere, come lo scorpione di Esopo, l’ennesimo governo, pur di riprendersi lo scranno del quale si è sentito orbato ingiustamente, quando, la notte del 4 dicembre, il popolo si è precipitato in massa a inoculare nelle fessure delle mura fiorentine un assaggio di principio di realtà. Il renzismo dunque crea, delimita e blinda un campo a-dialettico nel quale non solo la psicoanalisi può sentirsi davvero a casa, ma anche PPP appare come un corpo estraneo. Come integrarli in un mondo nel quale il dissenso è ignorato, isolato ed espulso? Impossibile. La psicoanalisi deve avversare il potere, non lisciarlo. Può essa essere messa al servizio di un potere che si blinda, che cambia i direttori dei telegiornali in corso d’opera per garantirsi una miglior audience? Che manganella i dissenzienti fuori le mura come accaduto nei giorni della Leopolda? No, non può. Come non può prestarsi a un uso di diagnosi massificata di ‘odio’ verso l’ex premier, stratagemma che serve a proteggere gli eletti dall’avanzare scomposto del nemico, che avrà le sembianze vieppiù del persecutore, del perturbante, della mummia, del cattivo partigiano, passerella linguistica degli orrori a significare che nell’altro qualcosa non funziona, mentre dentro alla piramide c’è la salute e la tranquillità.

    In ultimo, Renzi avrebbe messo ‘la sinistra’ di fronte all’evidenza del proprio cadavere. Ma di quale sinistra parliamo, quando parliamo del renzismo? Nel vocabolario di questo partito manca l’idea di sinistra. Un termine abusato da qualsiasi oratore leopoldino che abbia avuto i suoi cinque minuti di palcoscenico, ma che nelle loro bocche non significa nulla. Parola ripetuta ossessivamente, perché la litania ossessiva serve proprio a colmare il buco. In questo Pd, la sinistra non c’è. Il renzismo è senza sinistra. Perché ripropone un idea di Stato privo della prospettiva centrata sull’altro da lui, ma sul simile. E’ in realtà una destra, vecchia, perché alla meritocrazia preferisce il familismo. Perché sta sempre e comunque con chi produce il vapore, non a caso Renzi si è fatto forte del mantra ‘Io sto con Marchionne’. Il renzismo non rappresenta e non vuole rappresentare il mondo del lavoro. Là dentro non c’è traccia dei giovani umiliati dal jobs act, degli insegnanti massacrati dalla ‘buona scuola’. Dei giovani italiani gabbati in attesa dello ius soli. Nulla di tutto questo. Ci sono sempre e solo loro, coloro i quali tempo fa si autoinvestirono della missione di ‘rinnovare l’Italia’ secondo le loro prospettive, che mai hanno tenuto in conto la voce del popolo. Lavoro, disoccupazione, marginalità, delocalizzazione sono concetti e realtà che nessuno di costoro ha mai conosciuto direttamente, ma sanno che per recuperare consenso necessitano di imparare in fretta e furia un vocabolario ‘terreno’ che li spacci, per il solo tempo che intercorre da qua alle elezioni, come gente ‘eletta’ dal popolo. In realtà gli esponenti del renzismo sono di destra, senza esserne consapevoli. Escono da quella generazione che credeva di fare il bene del mondo appendendo in camera i poster delle banane equo solidali. Hanno sempre scambiato la realtà per un tweet, la disoccupazione come un intoppo accettabile del capitalismo al quale essi sono proni. I diritti sindacali non sono da costoro mai stati presi in considerazione, perché appartengono a quella parte di mondo che vede la sindacalizzazione come un intralcio, un un rumoroso chiacchericcio nel giardino. Essi non hanno ‘dimenticato’ i giovani, perché a costoro dei giovani non importa nulla. Il futuro del quale parlano è il loro futuro. L’eredità della quale discutono è quella alla quale essi aspirano, con le loro liste bloccate e la loro sete di potere senza fatica. Nel progetto di Telemaco, il futuro è una prerogativa per eletti. Un gruppo che sta insieme, e in maniera autoreferente vuole a tutti i costi preservare e continuare sé stessa. Una sorta di investitura che verrà dal capo, preservando propri adepti dal duro confronto con la quotidianità. Cosa sono mai, in un’Europa di partecipazione, le liste bloccate? Cosa altro se non un’arcaica modalità di blindare i propri adepti dalle prove elementari delle democrazia? Come è possibile, oggi, in tempo di casta giustamente additata di riprodurre sé stessa come una casata reale, pensare ancora a candidati imposti dall’alto, sganciati da un reale confronto col territorio?

    Dunque, nessun cadavere. Nessun afflato di sinistra ha mai minimamente attraversato il renzismo. La verità è che costoro, in jeans e trolley, sono stati i protagonisti del declino del paese. Economico e dialettico. A Renzi e al renzismo sono da ascrivere i peggioramenti in economia, il fallimento delle politiche del lavoro. La loro anima era, e resta, iperliberista. Essi non parlano le parole sacre della sinistra storica: diritti, eguaglianza, pluralità. Non le conoscono. Il solo cadavere incontrato è stato quello del renzismo, pubblicamente esposto la notte del 4 dicembre. Alla fine, è forse bene non dare fiato al triste quesito: ‘Chi ama Renzi, chi lo odia’, lanciato sul quotidiano sul quale, anni luce fa, scriveva Miriam Mafai. La questione non è analitica. Nemmeno politica, mancando il renzismo di argomentazioni e spunti degni di tal nome. E manco riguarda la sinistra, che là dentro non esiste. Si tratta semplicemente di un no, gridato da più parti dello stivale, a una compagine che continua a fingere di non vedere che là fuori, per loro, piove.
    Noi non odiamo Renzi.
    Non lo vogliamo più al governo.

    * psicoanalista, centro di psicoanalisi liberaparola.eu

    (22 luglio 2017)

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