Nadia Urbinati: Perché il PD è diventato un partito vuoto

| 7 Ottobre 2014 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da La repubblica 7 ottobre 2014

 

I due maggiori partiti politici sono in rosso, di soldi e di iscritti. Del Pdl Berlusconi deve ripagare i debiti, del Pd Renzi non può far fronte al deficit di militanti. La situazione del Pd è in effetti la più paradossale perché in questo caso si tratta di un partito che è un vero asso pigliatutto. Come ha detto Renzi, esso ha portato a casa risultati elettorali strabilianti a partire dalle elezioni europee. E resta nei sondaggi intorno al 40%. E intanto gli iscritti crollano, crolla l’affluenza alle primarie di fine settembre in Emilia-Romagna. L’assenteismo dilaga sia nelle sezioni che sotto i gazebo. Il Pd “governa il vuoto”, per parafrasare il titolo di un bel libro sulla fine del partito-partecipazione di Peter Mair ( Ruling the Void ). Perché quel che ancora chiamiamo “partito” ha subito una così radicale metamorfosi da assomigliare a una casta di notabili.

Come spiegare questo “partito vuoto”? Forse cercando di mettersi nei panni di un po- tenziale militante. Perché un cittadino o una cittadina dovrebbe decidere di tesserarsi? Almeno tre sono le ragioni che lo scoraggiano. Prima di tutto per la pessima reputazione che ha il partito politico, anche secondo la leadership del Pd. E se il partito è un carrozzone e esserne parte equivale a meritarsi la rottamazione o la disistima, perché iscriversi?

La seconda ragione sta nell’irrilevanza del ruolo dei militanti. È vero quel che dice Renzi, che è meglio produrre buone idee che tessere fasulle. E se le tessere non fossero fasulle? Ovvero, perché presumere l’alternativa tra avere tessere fasulle e buone idee? È chiaro che per diventare una fucina di idee un partito deve essere aperto al dialogo, al dibattito, ad una partecipazione che conta: ma i settemila e duecento circoli esistenti in Italia e all’estero sono pressoché inattivi. Ancora più triste il destino delle sezioni. Sembra che si sia persa l’abitudine al discorso pubblico e che parli o abbia voce solo chi decide, cioè chi sta dentro le istituzioni.

La terza ragione completa questo quadro: i militanti non hanno potere neanche di decidere la leadership. E lo statuto lo conferma. Il primo articolo recita così: “Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti”. Costituito non da chi ha una determinata idea politica, ma da chi ha diritto di voto, cioè potenzialmente da tutti gli italiani. Potrebbe sembrare che questa visione inclusiva sia in sintonia con la sua natura democratica: non chiudere le paratie con la società, rendere il partito permeabile e aperto. Ma l’apparenza inganna. Questo ecumenismo è un problema non un pregio, perché disegna un partito che non vuole avere militanti ma solo votanti. E infatti in questa sua forma post-partitica, la figura più importante è quella dell’elettore (delle primarie), non dell’iscritto, che dovrebbe essere invece il vero protagonista del partito perché ha rinunciato alla segretezza del voto dicendo a tutto il mondo da quale “parte” sta. È per questa ragione che sarebbe ovvio supporre che le cariche di partito fossero oggetto di decisione solo da parte degli iscritti. A questa condizione diventare un militante avrebbe un senso. Ma se basta essere elettore, allora perché iscriversi? Apertura a tutti implica togliere potere a chi è militante. È evidente che lo statuto del Partito democratico ha un’impronta plebiscitaria, per cui il collettivo degli iscritti ha meno importanza del numero dei votanti. Anche per questa ragione la sua vita politica interna è nulla e il numero dei suoi iscritti crolla.

La forma del partito è per tanto il problema più importante da affrontare. Ma per farlo occorrerebbe riuscire a trovare risposte convincenti almeno a queste tre ragioni che spiegano la fuga dei militanti. E quindi superare la forma plebiscitaria. Discutere delle politiche del partito, delle scelte da prendere o non prendere, in sostanza dei valori e dei principi che uniscono i militanti: questo significa dare a chi si schiera un senso di reale appartenenza e rilevanza. Significa anche concepire il partito come un luogo e un veicolo di educazione alla vita pubblica, alla deliberazione critica, alla leadership democratica. L’opposto, come si intuisce, di un partito plebiscitario e personalistico. Ma anche l’opposto di un partito vuoto.

 

 

Category: Politica

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About Nadia Urbinati: Nadia Urbinati: Nata a Rimini nel 1955 è titolare della cattedra di Scienze Politiche alla Columbia University di New York. Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. E' membro nel Comitato Scientifico dell’Associazione Reset. Ha pubblicato saggi sul liberalismo, su John Stuart Mill, su individualismo, sui fondamenti della democrazia rappresentativa, su Carlo Rosselli. Collabora con i quotidiani L'Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il sole 24 ore. Negli Stati Uniti è stata condirettrice della rivista Constellations. Tra i suoi ultimi libri: Nadia Urbinati, Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei poteri, collana: Saggi.Storia e scienze sociali, Donzelli, 2010; Nadia Urbinati, Liberi e uguali. Contro l'ideologia individualista, collana: Anticorpi, Laterza, 2011; Nadia Urbinati e marco Marzano, Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica, Bologna, Il Mulino, 2013.

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