Luciano Gallino: I debiti della Germania e l’austerità della Merkel

| 29 Agosto 2013 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo questo articolo pubblicato da Luciano Gallino su Repubblica del 26 agosto 2013 insieme ad altri tre testi pubblicati tra il 26 e il  28 agosto 2013 relativi ad Angela Merkel

 

L’intervista concessa giorni fa dalla Cancelliera Merkel alla Frankfurter Allgemeine, apparsa anche su Repubblica, si presenta con due facce. La prima è quella di un manifesto elettorale, in vista della tornata di settembre. Angela Merkel è nota per saper interpretare come pochi altri politici le idee e gli umori del cittadino medio del suo paese.

Che si possono così compendiare: noi lavoriamo sodo, sappiamo fare il nostro mestiere e amministriamo con cura il denaro pubblico e privato; quasi tutti gli altri, nella Ue, lavorano poco, sono degli incapaci e vivono al di sopra dei loro mezzi. La seconda faccia dell’intervista è una calorosa difesa delle politiche di austerità e delle riforme che la Cancelliera ha imposto ai Paesi Ue affinché risanino i bilanci pubblici e riducano i debiti. Ogni personaggio politico sceglie le strategie comunicative che crede ed è probabile che quelle di Angela Merkel le assicurino il terzo mandato consecutivo. Su di esse non c’è quindi nulla da dire. Ma la difesa strenua dell’austerità e il messaggio implicito nell’intervista “i Paesi Ue sono pieni di debiti e noi no, per cui ci tocca insegnargli come si fa ad uscirne” meritano qualche osservazione.

La prima è che la Germania, se si guarda alla sua storia, non ha nessun titolo per impartire lezioni in tema di debiti. Un paio di anni fa un docente tedesco di storia economica, Albrecht Ritschl, ebbe a definire la Germania, in un’intervista a “Spiegel Online”, il debitore più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva contratto tra il 1924 e il 1929 grossi debiti con gli Stati Uniti per pagare le riparazioni dellaI Guerra mondiale. La crisi economica del 1931 consentì al paese debitore di azzerarli, con un danno enorme per gli Usa. La Germania di Hitler smise semplicemente di pagare le riparazioni, sebbene esse fossero state drasticamente ridotte a confronto dell’entità punitiva indicata dal trattato di Versailles del 1919. Per parte sua il nuovo stato federale ha pagato somme minime per i danni provocati dalla Germania nella II Guerra mondiale, grazie anche al benvolere degli americani che gradivano si rafforzasse per fare da argine all’Urss.

Ma soprattutto non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi europei occupati tra il 1940 e il 1944 le ingenti risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato a forza da essi. Lo stesso professor Ritschl ha stimato, in un articolo presentato nel 2012 alla 40a Conferenza di Scienze Economiche, che in moneta attuale codesto debito verso l’estero ammonterebbe a 2,2-2,3 trilioni di euro, equivalente all’incirca a un anno intero di Pil della Germania attuale. Avesse dovuto restituire anche soltanto un trilione ai Paesi spogliati dai nazisti, la nuova Germania avrebbe dovuto sborsare decine di miliardi l’anno per parecchi decenni.

A parte l’oblio del pessimo record della Germania come debitore, la orgogliosa difesa delle virtù dell’austerità che Angela Merkel fa nella sua intervista male si accorda con le cifre. Secondo dati Eurostat nei Paesi Ue si contano oggi oltre 25 milioni di disoccupati e 120 milioni di persone a rischio povertà per varie cause: reddito basso anche quando lavorano, gravi deprivazioni materiali, appartenenza a famiglie i cui membri riescono a lavorare soltanto poche ore la settimana. La scarsità di impieghi, i tagli alla spesa sociale e all’occupazione nel settore pubblico hanno ridotto male anche le classi medie dei Paesi Ue.

Neanche i lavoratori tedeschi se la passano bene. I “minijobbers”, coloro che debbono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese sgravati da tasse e contributi sociali, sono in forte aumento e si aggirano oramai su 8 milioni, circa un quinto delle forze di lavoro. Tra le cause di tutto ciò va annoverata la crisi, certo. Ma la crisi è iniziata sei anni fa. La recessione che ha provocato avrebbe dovuto essere combattuta in modo rapido e deciso con un aumento mirato della spesa pubblica, e i governi europei avevano il sacrosanto dovere di farlo dopo che avevano salvato le banche private a colpi di trilioni di denaro pubblico. Tuttavia sotto la sferza del governo tedesco essi adottarono la più dissennata delle politiche concepibili dinanzi a una recessione: la contrazione della spesa. Perfino gli economisti del Fmi, per decenni fautori dei più duri aggiustamenti strutturali, sono arrivatia scrivere che l’austerità nella Ue ha prodotto risultati negativi. È rimasta la signora Merkel a vantarne i benefici.

La stessa Cancelliera e il governo tedesco dovrebbero inoltre ricordarsi più spesso che la prosperità della Germania deve molto alla sottovalutazione del “suo” euro, senza la quale i 200 miliardi di eccedenza delle esportazioni sulle importazioni – 80 dei quali sono generati entro la Ue – si ridurrebbero a poca cosa. A fine 2011 un team di economisti della Ubs aveva stimato che l’euro tedesco fosse sottovalutato del 40 per cento.

Altre fonti recenti indicano che esso vale 2 dollarie non 1,40 come dice il cambio ufficiale – uno scarto appunto del 40 per cento. E pochi mesi fa Wofgang Münchau del “Financial Times”, senza fare cifre, parlava di “enormi squilibri” tra il valore dei diversi euro dell’eurozona. Tali squilibri, tra cui primeggia quello tedesco, sono dovuti al fatto che essendo l’euro una moneta unica, il suo valore nominale non può variare in modo da compensare le differenti capacità di produrre ed esportare delle economie europee. Se così fosse, le esportazioni tedesche sarebbero diventate da tempo assai più care. Ora non ci permetteremo qui di definire i tedeschi “portoghesi d’Europa”, come ha fatto qualche commentatore, ma un miglior apprezzamento dei vantaggi differenziali che l’euro reca alla Germania da parte del suo governo sarebbe gradito.

Ad onta dei suoi difetti di nascita, di un trattato istitutivo che assomiglia più allo statuto di una camera di commercio che a un documento politico, dei suoi squilibri interni, l’Unione europea rimane la più grande invenzione politica, civile ed economica degli ultimi due secoli. Per continuare a rafforzare tale invenzione gli stati membri hanno bisogno della Germania, così come questa ha bisogno di loro. Gioverebbe a tale processo poter discutere con governanti tedeschi che tengano più presente la storia economica e sociale del loro Paese, siano meno altezzosi nei confronti dei Paesi che giudicano colpevoli per il solo fatto di essere indebitati (non a caso Schuld in tedesco significa sia colpa che debito), e studino magari un po’ di economia per capire che l’austerità in tempi di recessione è una ricetta suicida. Per chi è costretto ad applicarla, ma, alla lunga, anche per chi la predica. Inutile aggiungere che allo stesso sviluppo gioverebbe avere negli altri Paesi, compresa l’Italia, dei governanti che a Berlino o a Bruxelles non vadano soltanto per dire che il loro Parlamento approverà senza condizioni qualsiasi trattatoo dettato che le due capitali (una, in realtà) si sognino di confezionare.

(26 agosto 2013)

 

1. Angela Maerkel alla Conferenza sul lavoro : I giovani devono essere più mobili

[ intervista di Francesca Sforza inviata a Berlino per la Stampa, 28 agosto 2013]

 

Dal birraio greco allo studente italiano, la Conferenza sul lavoro che si apre oggi a Berlino ha due obiettivi: contrastare la disoccupazione giovanile e difendere il lavoro europeo dagli scossoni della crisi con un massiccio sistema di riforme. Ne è convinta la Cancelliera Angela Merkel, che in un’intervista alla Stampa e ad altre cinque grandi testate europee illustra il suo pensiero: c’è una grande responsabilità delle elitès economiche, adesso si tratta di riconquistare la fiducia globale e di garantire più circolazione di cervelli nel mercato del lavoro europeo.

 

D. Cancelliera Merkel, mancano meno di novanta giorni alle prossime elezioni federali, come mai soltanto ora la disoccupazione giovanile è entrata di prepotenza nella sua agenda?

La disoccupazione giovanile in Europa mi preoccupa già da molto tempo. L’anno scorso mi sono consultata a questo proposito con i sindacati e i datori di lavoro e quando all’inizio di quest’anno al Consiglio Ue abbiamo approvato il quadro di bilancio dell’Ue per i prossimi anni, siamo riusciti a dedicare 6 miliardi di euro esclusivamente alla lotta contro la disoccupazione giovanile. Il Presidente Hollande e io abbiamo inoltre discusso con rappresentanti di grandi imprese europee su quale possa essere il loro contributo. Ho anche parlato a più riprese con gli industriali tedeschi, chiedendo loro di dare una mano, ad esempio studiando eventuali misure da far poi adottare alla Camera di Commercio greco-tedesca o alle imprese tedesche in Portogallo. L’approvazione del recente bilancio Ue conferma la volontà di procedere in questa direzione.


D. Cosa risponde a chi vede nel vertice sul Lavoro di domani a Berlino un’operazione di vetrina finalizzata a migliorare l’immagine della Germania, più che di sostanza?

Direi che oggi la disoccupazione giovanile è forse il problema europeo più impellente. E noi tedeschi, che dalla riunificazione abbiamo maturato le nostre esperienze riuscendo a ridurre la disoccupazione con riforme strutturali, ora possiamo mettere a disposizione queste esperienze.


D.Tornando ai fondi stanziati dal Consiglio Europeo, si potrebbe osservare che il denaro messo a disposizione non risolve il problema. Non è d’accordo anche lei sul fatto che il problema del mercato del lavoro è più profondo?

È vero, e non è possibile risolverlo unicamente con iniezioni di denaro, ci vogliono riforme sagge. Per esempio non è saggio che la legislazione sul lavoro in alcuni Paesi venga flessibilizzata soltanto per i giovani e non per i più anziani, che lavorano già da tempo. In momenti economicamente difficili, questo fa aumentare la disoccupazione giovanile. E poi abbiamo bisogno di maggiore mobilità in Europa. Il Ministro Federale del Lavoro Ursula von der Leyen ha molto lavorato per rafforzare la rete di cooperazione Eures tra la Commissione europea e i servizi pubblici per l’impiego. Si tratta di un servizio che può aiutare molte persone a cercare un posto di formazione o di lavoro in un altro Paese.


D. Resta il fatto che gli aiuti europei spesso non vengono utilizzati, e che le riforme del lavoro in molti Paesi sono bloccate o in fase di stallo. Che cosa la rende ottimista sul fatto che questa volta andrà diversamente?

Con la Conferenza di Berlino iniziamo a scambiare in modo mirato esperienze concrete su misure che funzionano. In questo contesto saranno riuniti i Ministri del lavoro e i capi delle agenzie nazionali per l’impiego, ovvero proprio chi ha esperienza pratica. Non solo, in ambito ue ormai qualcosa l’abbiamo imparato, dal momento che da due anni impieghiamo le risorse dei fondi strutturali in modo più flessibile, destinandole a quei progetti che hanno veramente priorità per la crescita e l’occupazione. Come viene impiegato ora il denaro lo si può vedere dal fatto che per il 2013 nell’Ue prevediamo manovre di bilancio pari complessivamente a oltre dieci miliardi di euro. Nell’Ue dovremmo poi aspirare a procedure omogenee per la fondazione di imprese, ad esempio nel settore informatico, anziché avere 27, e ora 28, regolamentazioni nazionali. Questo sì che spingerebbe gli investitori internazionali a venire in Europa.


D. Oltre a Pep Guardiola vengono in Germania migliaia di giovani spagnoli, ma anche italiani o greci, che però finiscono per fare soltanto mini-lavori o instaurare rapporti di lavoro precari. E’ d’accordo sul fatto che non può essere un modello?

I giovani che vogliono lavorare in altri Paesi Ue trovano effettivamente situazioni molto diverse, alcuni un buon posto di formazione o un lavoro promettente, altri invece attività più semplici. Ma anche da queste nel corso del tempo, avendo padronanza della lingua, possono passare a lavori migliori. Ad ogni modo non abbiamo intenzione di ampliare il settore a basso salario, poiché proprio di operai specializzati da noi c’è una grande richiesta e non sempre si riesce a colmarla con i lavoratori tedeschi, che naturalmente vogliamo raggiungere per primi. Ripeto: l’Europa necessita di un mercato del lavoro più mobile. A tal fine la naturalezza con cui studenti e accademici si muovono nel mercato interno può essere ancora migliorata per gli operai specializzati, per i quali a volte le barriere linguistiche costituiscono un ostacolo. Pertanto noi vogliamo estendere il programma di scambio europeo Erasmus anche ai giovani in formazione.

 

D. Non ha paura del potenziale di contestazione politica della cosiddetta “generazione perduta”?

Se ci sono disfunzioni è compito dei politici fare qualcosa per risolverle. La disoccupazione giovanile in alcuni Paesi è troppo elevata da diversi anni, adesso è cresciuta ulteriormente con la crisi. In un continente che invecchia questa è una situazione insostenibile. Una generazione perduta semplicemente non ci deve essere.

 

D. Esiste uno speciale modello tedesco contro la disoccupazione giovanile?

Anche se dal 2005 abbiamo dimezzato la disoccupazione giovanile, i problemi non mancano, ad esempio non tutti i ragazzi che terminano la scuola sono anche effettivamente in grado di affrontare una formazione. Noi dobbiamo occuparci di loro e il modo migliore è e rimane il sistema duale, ossia il mix di formazione scolastica e aziendale. Ormai possiamo offrire un contratto di apprendistato a tutti i giovani che lo vogliano, a differenza di quanto accadeva qualche tempo fa, quando ad esempio la formazione avveniva al di fuori delle aziende, in appositi laboratori per l’apprendistato. Anche se non è possibile per ogni Paese introdurre un sistema duale tutto insieme, la formazione extra-aziendale resta una via d’uscita. E poi vorrei dire un’altra cosa: è un errore puntare esclusivamente sull’accademizzazione dei giovani. In Germania abbiamo visto che anche la valorizzazione di professioni come l’operaio specializzato o il maestro artigiano dà ottimi risultati.

 

D. I mercati del lavoro e i dati sulla disoccupazione nei Paesi dell’Europa del Sud non sono paragonabili con quelli tedeschi. Come si fa a ragionare su soluzioni comuni a fronte di situazioni tanto diverse?

In nessun posto si può pensare di eliminare la disoccupazione giovanile in un sol colpo. Le faccio un esempio: dopo l’unificazione tedesca c’è stato un periodo in cui ho sperato che un grande investitore arrivasse nella mia circoscrizione elettorale e mi risolvesse il problema della disoccupazione, che so, al 25 %. Ovviamente quell’investitore non venne mai e in quell’occasione ho capito che la questione andava costruita pezzo per pezzo: dieci posti di lavoro qui, sei lì, cinque da una parte, altri tre da un’altra. L’importante è che sul posto operino consulenti esperti, che conoscono e incontrano regolarmente i giovani. Bisogna da una parte dare loro speranza, ma dall’altro spronarli a impegnarsi personalmente. E come questo possa riuscire al meglio, lo possiamo solo imparare gli uni dagli altri confrontando esperienze pratiche. Qualsiasi struttura centralizzata, sia a Madrid o a Berlino, non potrebbe funzionare.

 

D. Lei ha mai avuto paura di rimanere senza lavoro?

Fortunatamente no. Ma nei primi anni della mia carriera politica mi sono chiesta che cosa avrei fatto se all’improvviso la mia esperienza in politica si fosse chiusa. In quel caso pensai che avrei potuto fare la direttrice di un ufficio per l’impiego; è bello poter aiutare le persone a trovare un lavoro.

 

D. Beh, adesso diventa “direttrice dell’ufficio europeo per l’impiego”…

No, il mio compito è un altro. Consiste nel porre le giuste basi politiche in Germania e con i miei colleghi in Europa.

 

D. Le difficoltà non mancano: pensi ad esempio al birraio greco. Ha abbassato del 20% il costo del lavoro per unità di prodotto, ma il suo credito è due volte e mezzo più caro che in Germania. Come può diventare competitivo, come farà ad assumere più persone?

Il problema degli alti costi di rifinanziamento delle imprese si è effettivamente rivelato più ostinato di quanto ci aspettassimo in Europa. Per un periodo possono intervenire la Banca Europea degli Investimenti o anche l’Istituto di Credito per la Ricostruzione tedesco (KfW), sull’aiuto del quale il Ministro Federale delle Finanze Schäuble sta negoziando con la Spagna, il Portogallo e prossimamente anche con la Grecia. Io appoggio anche l’intenzione del Primo Ministro greco Samaras di istituire una banca di sostegno greca come partner del KfW. Ma per una soluzione duratura del problema abbiamo bisogno di regole migliori per il settore bancario e quindi soprattutto di una vigilanza bancaria centrale credibile, che potrà restituire la fiducia degli investitori e portare nel lungo termine a interessi più bassi.

 

D. Come mai è stato sottovalutato il problema degli interessi per il normale finanziamento del credito?

Perché fino a questo momento non avevamo mai assistito a una perdita così massiccia di fiducia nelle banche, e addirittura nella vigilanza finanziaria. Ma con una vigilanza bancaria europea e stress test più ambiziosi possiamo riconquistare la fiducia perduta.

 

D. In Spagna ad esempio la banca di sostegno statale non funziona. Non crede che si debba accelerare sul progetto di un’unione bancaria?

Stiamo facendo progressi in tutti gli aspetti dell’unione bancaria, ma la velocità senza la precisione non aiuta. La vigilanza entrerà in vigore l’anno prossimo. La Banca Centrale Europea deve prima assumere centinaia di persone altamente qualificate e assicurarsi poi la sua reputazione come autorità di vigilanza con severi stress test. Stiamo lavorando per armonizzare i sistemi nazionali di garanzia dei depositi, fermo restando che il sistema tedesco di tutela dei depositi deve rimanere e rimarrà in vigore per la Germania senza variazioni. I Ministri delle finanze inoltre hanno ora concordato una direttiva Ue per la gestione della liquidazione delle banche. Per noi tedeschi è importante il principio secondo cui il controllo e la responsabilità devono collocarsi sullo stesso piano. Determinate possibilità di intervento potranno esserci soltanto apportando modifiche ai Trattati.

 

D. Il solo pensiero di modificare i Trattati fa rizzare i capelli a molti suoi colleghi…

Nel corso degli anni non potremo sicuramente fare a meno di modificare i Trattati. Adesso tuttavia dovremmo fare tutto quanto sia possibile senza modifiche ai Trattati, altrimenti ci vorrebbe troppo tempo per ottenere qualcosa. Siamo Stati di diritto, dunque le nostre azioni devono fondarsi sul diritto e sulla legge e sui Trattati. È stato ad esempio così per l’Esm, per il quale abbiamo dovuto insistere su limitate modifiche ai Trattati, ed è così anche per tutte le questioni della vigilanza bancaria.

 

D. Oggi la Germania sembra in prima linea nel sostegno ai programmi occupazionali, persino i limiti del deficit vengono resi meno rigidi. È finita l’epoca dell’austerità?

Continuo a non vedere una reale contrapposizione tra solidità del bilancio e crescita. Del resto chiediamoci: come è nata la crisi del debito? L’indebitamento in alcuni Paesi era così elevato che gli investitori non si fidavano più di loro e quindi non acquistavano più i loro titoli. Gli interessi erano saliti alle stelle, i Paesi potevano finanziarsi solo a prezzo di interessi disastrosi. In una situazione simile un maggiore indebitamento non può essere una soluzione. No, i deficit vanno ridotti affinché gli investitori internazionali tornino ad avere fiducia e si creino di nuovo i margini finanziari per investire nel futuro. E in questo contesto abbiamo già fatto un bel po’ di strada in Europa.

 

D. Ma gli investitori non guardano soltanto all’ammontare dei debiti…

Vero, è altrettanto decisivo quanto competitivo è un Paese, quante industrie ha e quanto è efficiente la sua amministrazione. Bisogna guardare se l’andamento dei salari e la produttività divergono troppo. Tutto questo lo abbiamo dolorosamente capito in Europa con lo choc della crisi. A quel punto era chiaro che non si poteva andare avanti così. Quindi, ribadisco, la strada imboccata è quella giusta: consolidamento del bilancio da una parte e fondamentali riforme strutturali dall’altra. Da ciò ha origine una crescita sostenibile. E poi ciascun Paese deve chiedersi concretamente con che cosa può guadagnare denaro, quali industrie vuole e quali servizi. Il settore dell’edilizia da solo non potrà farcela, in Germania lo abbiamo visto quando il boom edilizio dopo la riunificazione ha subito ad un certo momento una battuta d’arresto.

 

D. Colpisce tuttavia il fatto che ora Lei cambi tono e parli più di programmi e di investimenti che di risparmi. Non è così?

Le due cose sono legate. Io ho sempre detto che dobbiamo procedere passo dopo passo. Qualcosa lo abbiamo raggiunto: i deficit in Europa si sono all’incirca dimezzati. Adesso non dobbiamo perdere la pazienza.

 

D. L’eurozona è l’unica regione del mondo ancora in recessione. Che cosa c’è di sbagliato?

Se nei Paesi colpiti dalla crisi si sgonfia l’ipertrofica amministrazione pubblica, se si riduce un settore edilizio sovradimensionato, non c’è da meravigliarsi che poi quei Paesi non possano crescere. Prendiamo ad esempio le repubbliche baltiche, che dopo duri anni di rinunce, a seguito di riforme incisive, ora stanno di nuovo molto meglio e registrano tutte di nuovo una crescita. L’insegnamento da trarre è che chi orienta le sue strutture alla competitività, nel medio termine torna anche a crescere. Ho l’impressione che in molti Paesi la gente sappia molto bene che cosa sia andato male nel passato. Mi dispiace che oggi soffrono di più proprio coloro che non hanno assolutamente contribuito a questi sviluppi sconsiderati, cioè i giovani o i poveri. Chi aveva il capitale in molti casi ha lasciato da tempo il proprio Paese o ha altre forme di protezione. Credo che i ricchi nei Paesi più gravemente colpiti dalla crisi potrebbero, con un impegno maggiore, portare più risorse alla collettività. Trovo estremamente deplorevole che le élite economiche si assumano così poca responsabilità per questa situazione.

 

D. Perché ha voluto coinvolgere il Fmi nella lotta contro il debito? Gli europei non potevano farcela da soli?

Il Fmi ha un’esperienza nel trattamento degli Stati con un debito eccessivo come nessun’altra istituzione al mondo. Abbiamo beneficiato molto della sua reputazione e della sua cognizione di causa quando si trattava di negoziare i programmi di aiuto con i Paesi interessati.

 

D. Proprio nelle ultime settimane il Fmi sta diventando sempre più nervoso riguardo alla sostenibilità del debito greco. Gli statuti potrebbero costringerlo ad uscire. Questo significa che se ciò dovesse avverarsi l’Europa dovrebbe sostenere un programma per il debito della Grecia anche senza il Fmi?

La Grecia ha fatto tangibili passi in avanti grazie al governo Samaras indirizzato molto verso le riforme. Parto dal presupposto che la sostenibilità del debito sussisterà anche in futuro.

 

D. Non ci sarà allora un nuovo taglio del debito?

Non lo vedo.

 

D. Che messaggio può lanciare, in conclusione, a quei Paesi dell’Europa del Sud che ritengono che le loro economie siano soffocate da una linea tedesca troppo rigida, semplicemente per il fatto che hanno una storia diversa dal punto di vista dello sviluppo economico, magari più incentrata sulle piccole e medie imprese che sulla grande industria?

Se un Paese desidera strutturare la propria economia in modo completamente differente da quella tedesca ben venga. Sono contenta se vie diverse portano al successo. Naturalmente nessuno può contestare la necessità di essere competitivi e di dover lavorare per il benessere e guadagnarselo. Se però guardo all’Italia, alla Spagna o alla Grecia allora vedo settori molto diversi che hanno successo. Non credo che la dimensione sia il parametro determinante per il successo. Quello che conta è che noi tutti siamo consapevoli di quanto il mondo sia cambiato. La Cina, l’India, il Brasile, la Corea del Sud e molti altri Paesi sono da tempo nostri concorrenti nei settori in cui eravamo leader. Noi dobbiamo reagire e cambiare. L’Organizzazione Mondiale del Commercio ci dice che la maggior parte della crescita avviene oggi in parte fuori dal nostro continente. O offriamo a queste regioni del mondo prodotti attraenti ed innovativi o ci rassegniamo a perdere quote di mercato e conseguentemente prosperità ed è proprio questo che non voglio né per la Germania né per l’Europa.

 

D. Al congresso del Suo partito a Lipsia nel 2011 era più volte tornata sul tema di un’Europa maggiormente integrata. Oggi il suo programma elettorale è piuttosto diverso al proposito. Quale Europa desidera?

Nell’Ue avremo bisogno nel medio termine di altre modifiche ai Trattati. Ma ora abbiamo problemi più urgenti che dobbiamo affrontare rapidamente, e comunque più rapidamente di quanto non si possano modificare trattati. Nel nostro programma elettorale per le europee ci dedicheremo più intensamente di adesso alle grandi questioni istituzionali. Nel programma per le elezioni al Bundestag abbiamo fissato i prossimi passi necessari.

 

D. Ha già rinunciato all’idea di elezione diretta del Presidente della Commissione?

Riguardo a questo argomento sono più scettica rispetto al mio stesso partito, che nel 2011 si era pronunciato in favore dell’elezione diretta. Nel caso di un’elezione diretta del Presidente della Commissione vedo problemi nel tessuto delle istituzioni europee.

 

D. Dopo i fatti delle scorse settimane: qual è il posto della Turchia in Europa?

La Turchia è per noi in Europa un partner molto importante e stretto. Stiamo conducendo con la Turchia negoziati ad esito aperto sulla sua adesione. Dopo gli avvenimenti delle ultime settimane l’Europa non è semplicemente passata all’ordine del giorno, perché i diritti umani non sono negoziabili. Il compromesso ora raggiunto, e cioè di poter aprire il prossimo capitolo dei negoziati sull’adesione ad ottobre, dopo la presentazione da parte della Commissione del rapporto sui progressi compiuti, corrisponde ad ambedue le esigenze.

 

D. E’ davvero rimasta sorpresa per le dimensioni del Datagate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti? E per quale motivo critica le intercettazioni se poi la Germania ne fa uso per difendere la sua sicurezza?

Come la maggior parte dei tedeschi, so molto bene che più volte servizi stranieri ci hanno aiutato a scoprire gruppi terroristici in Germania e impedire in tempo i loro attentati. Tuttavia, accanto al bisogno di sicurezza va sempre tenuto in conto il bisogno della tutela della privacy, tra ambedue deve essere stabilito un equilibrio. I nostri servizi e i nostri ministeri stanno cercando chiarimenti a tutti i livelli, e quindi anche a livello europeo, per quanto accaduto e perciò anche in merito alle nuove questioni sul tavolo dallo scorso weekend. Ritengo che sia un fatto grave spiare gli amici con cimici nelle nostre ambasciate o nelle rappresentanze dell’Ue, non va proprio. Non siamo più all’epoca della guerra fredda. Non vi è dubbio alcuno che la lotta al terrorismo anche tramite informazioni dei servizi su quanto avviene in internet sia assolutamente necessaria, ma non vi è neanche dubbio alcuno che debba essere mantenuta la proporzione. È questo pensiero che guida la Germania nei colloqui con i nostri partner.

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Frédéric Lemaître (Le Monde), Berna Gonzàles Harbour (El Pais), Kate Connolly (The Guardian), Tasos Telloglou (Kathimerini) e Stefan Kornelius (Süddeutsche Zeitung)

 

 

 

 

2. Eurocrisi, lo scontro tra Germania ed Italia in Frankfurter Allgemain Zeitung e Handesblatt

[Andrea Mollica, Giornalettismo 26, agosto 2013]


Germania ed Italia. Due paesi fondatori dell’Europa unita, ora divisi dalla crisi più grave che ha colpito il Vecchio Continente. Da una parte la forza dell’economia e la fede nel proprio modello economico, dall’altra il disagio per le rigidità dell’unione monetaria, che rimarca gli atavici problemi del nostro paese.


SCONTRO DI IDEE – Su Frankfurter Allgemeine Zeitung il commentatore economico Thomas Mayer, accademico e consulente di Deutsche Bank, ricostruisce un dialogo tra italiani e tedeschi sull’eurocrisi. Una discussione che palesa le molteplici differenze che esistono in questo momento tra la nazione guida dell’Europa, ed il paese fondatore colpito dalla maggiori difficoltà nella crisi dei debiti sovrani. La parte tedesca chiede all’Italia una Agenda 2020, in analogia alle riforme introdotte da Berlino nel decennio scorso. “Il vostro mercato del lavoro deve essere reso più flessibile, la regolamentazione dell’economia drasticamente ridotta, e la politica va organizzata molto meglio di ora”. La controparte del nostro paese però evidenzia come la Germania non aiuti gli sforzi italiani, cullandosi nel suo ruolo di nazione leader dell’export mondiale. “L’ampio surplus nella bilancia commerciale tedesca non dà all’Italia alcuna chance di aumentare l’export, così rendendo più sostenibile il costo delle importazioni. Aumentate i salari e consumate di più, altrimenti saremo costretti ad indebitarci ancora, diventando incapaci di ripagare i nostri debiti”.

DIFFICILE CONVIVENZA – Meyer rimarca come la controparte tedesca non accetti questa giustificazione. ” I salari non possono crescere più della produttività, al fine di mantenere il denaro stabile. Siamo pronti ad aumentare le retribuzioni in caso di incremento della produttività, cosa che deve fare anche l’Italia. Finora è avvenuto il contrario da quando c’è l’euro”. Il lato della discussione italiana rimarca però come la crescita della produttività italiana sia così bassa, che per recuperare il gap con la Germania servirebbero riduzioni salariali politicamente irrealizzabili. Il consiglio tedesco di aumentare la produttività riformando l’economia viene accolto con sollievo pari a scetticismo secondo Mayer. ” Per fare ciò che vuole Berlino serve tempo che ora non c’è. In secondo luogo gli elettori non vedono la crescita arrivare dopo le cosiddette “riforme strutturali”. Le rigidità rimproverate all’Italia così come agli altri paesi sono blocchi di interessi che non possono essere cancellati con un decreto legge”.

 

PROBLEMA EURO – Gli italiani rimarcano come nel nostro paese si paghino malvolentieri le tasse per la sfiducia nel nostro stato, ma i nostri connazionali prestano volentieri i loro soldi al governo. Per i tedeschi questo rende l’indebitamento pubblico tedesco, una prassi sostenibile solo con una propria valuta. L’euro ritorna il nodo della difficile convivenza tra le due economie, e tra la stessa Germania ed il resto dell’Ue, come evidenzia anche un’intervista esclusiva concessa dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann ad Handesblatt . Secondo il banchiere che più si è contrapposto a Mario Draghi durante l’eurocrisi le difficoltà dell’unione monetaria sono ancora presenti. “Parlare di fine della crisi dei debiti sovrani significa non solo affermare una falsità dal punto di vista dei fatti, ma anche indebolire gli sforzi verso le riforme. La promessa della Bce di prendere qualsiasi misura al fine di salvaguardare la moneta unica ha tranquillizzato i mercati, ma questa calma è ingannevole, come mostrano i dati dell’economia, e le difficoltà dei paesi sottoposti a programmi di assistenza e non”.

NO A TAGLI DEL DEBITO – L’intervista di Weidmann ad Handesblatt si concentra sul tema attualmente più discusso della campagna elettorale tedesca, il possibile taglio del debito greco, giustificato a causa delle continue difficoltà di Atene a ripagare i crediti concessi dall’eurozona. Secondo il presidente della Bundesbank una simile soluzione non servirebbe a nulla, così come viene respinta la richiesta di nuovi aiuti (a fondo perduto) lanciata dal ministro delle Finanze di Atene. Per Jens Weidmann ” nuovi aiuti non permetteranno alle aziende greche di tornare competitive, e di conseguenza le finanze pubbliche non saranno solide fino a quando l’economia ellenica non si riprenderà grazie a riforme strutturali. Un taglio del debito, che ci porta solo a ritrovarci nella stessa situazione tra cinque anni, sarebbe fortemente controproduttivo, e lancerebbe un segnale sbagliato ai paesi attualmente sottoposti ai programmi di assistenza finanziaria”, ovvero Portogallo, Irlanda, Cipro ed in parte anche Spagna, oltre ovviamente alla Grecia. Il presidente dell’istituto centrale tedesco ha preso posizione anche sull’unione bancaria, rimarcando come le banche incapaci di stare sul mercato non possano essere tenute in vita artificialmente grazie ai soldi pubblici. Prima dell’avvio dell’unione bancaria la Bce eseguirà degli stress-test al fine di valutare la solidità degli istituti giudicati rilevanti. Nelle attese degli osservatori più istituti saranno costretti ad aumenti di capitale. Secondo Weidmann però dovranno essere chiuse solo le banche che minacciano con le loro difficoltà la stabilità dell’eurozona.

 

 

3. Angela Merkel : Schroeder ha sbagliato ad accogliere la Grecia nella moneta unica e ad allentare  il patto di stabilità.

[Ansa, Berlino, ripresa in Blitz quotidiano 28 agosto 2013]

 

In Germania la campagna elettorale passa anche, se non soprattutto, per Atene. Dopo gli scontri al fulmicotone su un eventuale e sempre più probabile terzo pacchetto di aiuti per la Grecia tra il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e gli avversari socialdemocratici, nei giorni scorsi, oggi è la cancelliera Angela Merkel a
scendere nell’agone.

L’ex cancelliere socialdemocratico “Schroeder ha accolto nel 2001 la Grecia (nella moneta unica) e ha allentato il patto di stabilità. Entrambe le cose erano fondamentalmente sbagliate e tra le cause delle nostre difficoltà attuali“.

Non usa mezzi termini, Merkel, per chiarire dal suo punto di vista il peccato originale della crisi europea dei debiti sovrani. In occasione di un incontro elettorale a Rendesburg, nel Land dello Schleswig-Holstein, secondo quanto riporta il sito della Frankfurter Allgemeine Zeitung, la cancelliera in corsa per il terzo mandato ha aggiunto poi alcune considerazioni eloquenti.

La crisi attuale è cresciuta “in molti anni” ed è anche stata la conseguenza di “errori fondamentali nella costruzione dell’euro”. Per queste ragioni non può essere superata in una notte, ha ribadito come non perde occasione di fare per controbattere a chi la accusa di reagire con eccessiva lentezza. 

Era stato lo stesso Schroeder a ‘provocare’ Merkel in un comizio elettorale tenuto al fianco dell’attuale candidato socialdemocratico alla cancelleria, Peer Steinbrueck.
”Nascondendo e occultando non si conquista la fiducia della popolazione”, aveva detto l’ex uomo forte della Spd criticando una supposta ‘tattica del rinvio’ del centrodestra sulla Grecia.

Con l’attuale cancelliera all’apparenza irraggiungibile, stando almeno agli istituti demoscopici, la Spd punta forte sulla questione ellenica e su quelli che considera gli errori di Merkel nella gestione della crisi. Che rischiano di pesare anche sull’economia tedesca, sostiene l’Spd per scuotere un elettorato in buona parte con la pancia piena e il portafogli gonfio.

Prima delle parole di Merkel era stato di nuovo il ministro delle Finanze Schaeuble a tornare sul tema, rispondendo a una critica dei socialdemocratici sull’entità del terzo pacchetto di aiuti greco. Stando alla Spd entro il 2020 occorrerebbero almeno 
77 miliardi di euro per Atene.

I socialdemocratici “confondono il lordo col netto”, ha attaccato in un’intervista Schaeuble riferendosi a uno storico, grossolano, errore compiuto nel 1994 da un candidato alla cancelleria, Rudolf Scharping. Il ministro – che si è detto di 
nuovo contrario a un taglio del debito ellenico – continua invece a ritenere “non irrealistico” un volume di aiuti ulteriori pari a 11 miliardi di euro. In linea con quanto 
riferito dal suo omologo greco, Giannis Stournaras, che ha quantificato in 10 miliardi di euro il prossimo buco che Atene prevede per il 2014 e il 2015.


 

 

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Category: Luciano Gallino e la rivista "Inchiesta", Politica

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About Luciano Gallino: Luciano Gallino (1927) nel 1956 viene chiamato dall'ingegnere Adriano Olivetti a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti - struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia - e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO). Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002, è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla "Formazione aperta/assistita in rete". Parallelamente alla sua attività di ricerca e d'insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell'Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia Europea e dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia. Ha collaborato inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su «Il Giorno», dal 1983 al 2001 ha collaborato con «La Stampa» e dal 2001 collabora con «La Repubblica». Fa parte del comitato scientifico della manifestazione "Biennale Democrazia". Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line «Storia e Cultura dell'Industria», progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche. Dal 2011 è Presidente Onorario e Presidente del Consiglio dei Saggi dell'AIS - Associazione Italiana di Sociologia. Tra i suoi ultimi libri: Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza, 2000); Il costo umano della flessibilità (Laterza, 2001); L’impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti (Comunità, 2001); La scomparsa dell'Italia industriale (Einaudi, 2003); Dizionario di Sociologia (UTET, 2005); L’impresa irresponsabile (Einaudi, 2005); Italia in frantumi, (Laterza, 2006); Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (Einaudi, 2007); Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, (Laterza, 2007); Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia (Einaudi, 2009); Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, (Einaudi, 2011).

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