Bruno Giorgini: La scienza del ’68. I 70 giorni dell’occupazione di Fisica

| 27 gennaio 2018 | Comments (0)

Introduzione

Il 14 febbraio del 1968 l’assemblea degli studenti di fisica decise a grande maggioranza l’occupazione dell’ala didattica dell’Istituto Righi, in via Irnerio (a quel tempo i dipartimenti non esistevano). Pochi giorni dopo, il 27 febbraio, l’occupazione si estese a tutto l’Istituto, bloccando anche le attività di ricerca. Non era mai successo in Italia e, se si esclude la Francia durante il maggio, neppure all’estero che venisse occupata un’area destinata alla ricerca scientifica, con laboratori e officine, per un tempo così lungo, 70 giorni. Un tempo di scontri politici e ideologici, discussioni, azioni, terminato con lo sgombero da parte della Polizia. Un tempo che merita di essere raccontato e ripensato non per nostalgiche rievocazioni, ma perchè alcune delle questioni in gioco oggi all’università non si discostano molto da quelle che allora si posero, rimanendo sostanzialmente irrisolte. Un racconto parziale, monco, pieno di buchi, senza alcuna pretesa di esattezza storica. E neppure di polemica con chicchessia. Semplicemente il ricordo di uno che allora giovanissimo studente, prese parte.

L’ Istituto di Fisica A. Righi

L’artefice massimo dell’Istituto e delle sue fortune fu Giampietro Puppi, fisico insigne e di chiara fama. Aveva un’idea avanzata del ruolo della ricerca scientifica, e vedeva nella fisica non solo un luogo di conoscenza accademica, ma un motore dello sviluppo economico. Proprio in nome di questa concezione egli definì le due gambe su cui far crescere e camminare l’Istituto. La prima, un rapporto stretto con la città, all’epoca governata da Dozza e poi da Fanti, e quindi una inclusione del PCI, attraverso sia la assunzione di molti tecnici dell’INFN ( Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) iscritti e militanti del Partito (aveva la maiuscola a quei tempi), sia il contributo di docenti comunisti, uno su tutti, Protogene Veronesi, che diventerà poi senatore e parlamentare europeo. Questa gamba aveva anche un lato economico, si diceva che Dozza contribuisse con circa 50 milioni di lire l’anno, e siamo negli anni ’50, primi anni ’60, al bilancio dell’Istituto. Insomma Puppi aveva fatto entrare a pieno titolo il problema della ricerca scientifica e dello sviluppo di un grande centro di ricerca nazionale e internazionale nel dibattito politico cittadino, un dibattito che non avveniva en plein air ma piuttosto nelle segrete stanze del potere, politico da una parte, accademico baronale dall’altra, e questo fu il suo limite forse micidiale.

La seconda gamba doveva essere una ricerca di eccellenza, che modellasse l’Istituto su due assi portanti, la fisica teorica e sperimentale del molto piccolo, le particelle elementari, e quella del molto grande, l’universo e quindi la cosmologia.

Al primo compito fu chiamato da Roma Bruno Ferretti, uno dei più giovani e brillanti allievi della scuola di Fermi, assieme a altri begli ingegni, ambiziosi e seri. Al secondo Marcello Ceccarelli che già aveva lavorato nei più prestigiosi laboratori del pianeta, certamente uno dei migliori fisici sperimentali in circolazione, se mai a questi livelli si può fare la distinzione tra sperimentale e teorico, che si diede a progettare e costruire il Radiotelescopio di Medicina, anch’egli contornato da giovani di belle speranze e acuta intelligenza. Inoltre Puppi inseguiva e raccontava di un grande progetto, un campus di tutte le facoltà tecnico scientifiche, un polo di ricerca e didattica d’eccellenza mondiale diremmo oggi. Polo che sembrava sempre a portata di mano, e ancora non esiste. Tanto che la Regione Emilia-Romagna è l’unica al Nord che non ha un grande centro di ricerca internazionale, se si esclude appunto il Radiotelescopio e il gruppo di ricerca addetto, eredità e merito di Ceccarelli.

Arriva il ‘68

Il vento del ’68 fu nel mondo così complesso, variegato e multidimensionale che nemmeno tenterò di darne qualche tratto, puranche schematico. Cercherò invece di tenermi incollato alle aule, i laboratori, gli studi, il giardino, le cantine, le persone dell’Istituto Righi. Detto alla svelta: fecero irruzione la democrazia e la coscienza di classe. La gestione di Puppi era insieme aperta, e oligarchica. Egli parlava con chiunque di scienza tanto quanto di politica, ma nel contempo il sistema di potere che aveva costruito era piramidale con lui al vertice. E alla piramide si accedeva e la si scalava per cooptazione. Inoltre la piramide non prevedeva alcuna possibilità di decisione su alcunché per gli studenti intesi come corpo collettivo, componente della comunità universitaria con una sua autonomia di pensiero, proposta, azione. Al massimo si potevano esporre i cahiers des doleances, le lamentele; per questo il suo studio era sempre aperto, così come per le discussioni individuali.

Non solo gli studenti scalpitavano. Anche i suoi stessi assistenti (a quel tempo esistevano ancora gli assistenti, sorta di ancelle del cattedratico), e molti giovani neolaureati nonché professori incaricati cominciavano a criticarne la gestione troppo baronale. In sostanza Puppi proponeva un modello moderno, ricco, aperto di scienza e di ricerca immersa nella società, senza accorgersi che, per quella ricerca, l’organizzazione universitaria baronale e semifeudale era del tutto inadatta, troppo corporativa e chiusa, quindi ottusa e perniciosa.

Quando la piramide comincia a essere contestata e a scricchiolare, Puppi non riesce a inventarsi e/o a imporre ai suoi stessi colleghi un diverso sistema più democratico e egualitario, né poteva bastare la tradizionale concertazione col PCI e i suoi militanti interni all’Istituto, per fermare l’onda che stava arrivando. La scienza di cui Puppi si fa portatore non riesce a coniugarsi con la democrazia. E anche qui siamo di fronte a un problema ancor oggi irrisolto che investe l’intera società, ogni giorno. Per esempio quando si parla di effetto serra, di ingegneria genetica, di energia eccetera, temi su cui si chiama a volte il popolo sovrano a decidere tramite referendum, mentre la ricerca e l’università ancora appaiono e sono corpo separato, se non percepite nel comune sentire come al meglio inutili, al peggio grondanti corruzioni e malversazioni.

Ma tornando a quei lontani anni, l’esigenza di democrazia si coagulò in una richiesta al Senato Accademico di “riconoscimento politico del Movimento Studentesco”, dove le maiuscole non sono mie. Un obiettivo di mediazione rispetto al ben più radicale Potere Studentesco che proveniva dall’università di Trento.

Intanto anche si discuteva di cosa fossero i ricercatori e i tecnici altamente qualificati, insomma in quale classe e/o categoria sociale andassero a finire i fisici una volta laureati, concludendone che il lavoro tecnico scientifico diffuso era in via di proletarizzazione. C’era indubbiamente negli studenti più politicizzati l’influenza del frammento sulle macchine di Marx recentemente pubblicato sui Quaderni Rossi, ma pure, in tutti, la sensazione che il mondo della ricerca fosse in Italia ristretto e con poche possibilità occupazionali, comunque subalterno ai poteri forti. L’impressione di un capitalismo stitico che della ricerca e dell’innovazione tecnologica non sapeva che farsene. Esattamente la stessa impressione di oggi, in peggio. In un articolo titolato “Scienza, tecnica, industria”, a firma Roberto Bergamini et al., pubblicato sulla rivista “Che fare”, diretta da Gianni Scalia, e scritto durante l’occupazione dell’ala didattica nel dicembre 1967, si legge: “ Il punto essenziale è il collegamento con le forze proletarie: esso, a livello universitario, può avvenire qualora le lotte stesse si intendano come un modo per cominciare a dare alla nuova classe (quella dei ricercatori e tecnici, ndr) coscienza di sé…”.

Se ci guardiamo intorno, oggi dentro l’università e negli enti di ricerca troviamo un cumulo di precari che fa paura a Dio, con poche speranze, molta rabbia e una grande emigrazione (quasi la metà dei ricercatori a tempo indeterminato del CNRS francese sono italiani).

Pochi mesi prima nel maggio ’67 e seguenti, tra una assemblea e l’altra, lo stesso Bergamini con Pasquale Londrillo e Giancarlo Setti, nell’ambito del laboratorio diretto da Ceccarelli, affrontano il problema della radiazione cosmica di fondo a 3 K, scoperta da Penzias e Wilson, scrivendo un lavoro notevole che ne spiega la fisica soggiacente, dal titolo “The cosmic black body radiation and the inverse compton effect in radiogalaxies: the X ray background”.

I 70 giorni d’occupazione

Non farò una cronistoria. Semplicemente vorrei dire quelli che furono, a mio avviso, alcuni episodi significativi.

Innanzi tutto quando gli studenti occupanti l’ala didattica spuntarono fuori da una cantina, invadendo l’area della ricerca. Da giorni le porte di comunicazione erano sbarrate, per ordine del direttore che o presagiva o voleva comunque isolare “i sovversivi”, confinandoli nelle aule. Ma le occupazioni servono anche a impadronirsi della conoscenza del territorio, e quando la decisione fu presa la strada era già pronta. Fu un esempio di intelligenza pratica e politica, perché avvenne senza dover rompere lucchetti e catene, il che avrebbe dato il destro a accuse di devastazione se non di violenza. Una azione che colpì l’immaginario degli stessi professori, oltreche della massa degli studenti, che ne fu comunque orgogliosa, anche coloro che non erano a favore della lotta. La scelta di estendere l’occupazione alla ricerca fu motivata sia dalla necessità di aumentare la forza contrattuale degli studenti sia, e più importante, dalla consapevolezza che esiste un nesso strettissimo tra la didattica e la ricerca, inscindibili. Una buona università non esiste senza una buona ricerca, e quindi gli studenti chiedevano il diritto almeno di essere informati e ascoltati in merito ai concreti programmi di ricerca che nell’Istituto prendevano corpo. Un diritto che la maggioranza degli accademici vedeva come il fumo negli occhi. Il tentativo più radicale di assumere questo criterio, facendolo diventare la bussola per una politica della ricerca nel senso di costituire una democratica comunità della conoscenza, ovviamente con diverse funzioni e responsabilità tra professori, giovani ricercatori e studenti, fu fatto indicendo un’assemblea aperta d’Istituto. Alla Presidenza sedeva una rappresentanza degli occupanti, sui banchi moltissimi studenti, molti professori ordinari e non, e alcune personalità di rilievo della Fisica italiana, tra cui Gilberto Bernardini, all’epoca direttore della Normale di Pisa, uno dei ragazzi di via Panisperna, e Toraldo di Francia, presidente della SIF, la Società Italiana di Fisica.

Ma non si riuscì a trovare la mediazione concreta, sebbene il movimento avesse ottenuto una sorta di pubblico e prestigioso riconoscimento, proprio dalle parole di Bernardini, cui seguì una lettera di Toraldo. L’ interpretazione degli studenti e anche di alcuni docenti, fu che non erano ancora pronti gli ordinari ad abbandonare una parte del loro potere. Insomma di democrazia non volevano sentir parlare, anzi nemmeno riuscivano a concepirla dentro l’università, i migliori ritenendosi depositari di un sapere inarrivabile e indiscutibile, i peggiori non volendo che le varie mercanzie cui si dedicavano venissero alla luce. Dopo di che Marcello Ceccarelli, nel frattempo diventato direttore d’Istituto, in una assemblea tesissima si dimise, dichiarando la sua solidarietà agli studenti e aderendo all’occupazione. Gesto d’onestà e rigore intellettuale che gli costò la messa al bando da parte dei suoi colleghi baroni, e da qualche vassallo o persin valvassino. Anche gli amici gli tolsero il saluto, egli era il traditore della corporazione, un appestato. A partire da Ceccarelli, la storia dei docenti che in modi vari furono al fianco degli studenti a Fisica come in ateneo, è ancora tutta da scrivere, mentre invece quella dei docenti reazionari, nel senso letterale del termine, ovvero che reagirono con una azione di forza, fu scritta e cancellata in un giorno, il giorno in cui decisero di fare la contro-occupazione entrando di prima mattina in gruppo nutrito dopo avere spaccato lucchetti e catene con apposite tronchesi, mentre i pochi occupanti ancora dormivano qua e là.

Ma fu una reazione di breve durata. In poco tempo alcune centinaia di studenti molto determinati e alcuni infuriati, si radunarono nel giardino di Fisica. Gli occupanti scelsero di non esercitare in modo diretto la forza, e invitarono gli studenti a non precipitarsi dentro come molti volevano, bensì a circondare l’Istituto, bloccando le vettovaglie per i docenti contro-occupanti che si erano acquartierati al primo piano. Una strana situazione che si sciolse nel pomeriggio, quando i docenti uscirono, e l’occupazione continuò, anzi riprese vigore e ampiezza. Certamente il gesto della contro-occupazione contribuì a inasprire gli animi, i docenti coinvolti persero prestigio e autorevolezza, la presenza di Puppi infine, in un certo senso il padre dell’Istituto, presenza abbastanza incongrua se non inspiegabile, egli non era certo un uomo reazionario, indicò che qualunque mediazione era ormai impossibile. Ogni prospettiva di autoriforma secondo una razionalità condivisa tra professori ordinari, altri docenti e studenti si sciolse come neve al sole, e rimase purtroppo in campo la pura scienza dei rapporti di forza. L’Istituto fu infine disoccupato dalla polizia, che sul far dell’alba trovò ad aspettarla un centinaio di occupanti riuniti solennemente in assemblea. Nessuno fece resistenza e tutti finirono in caserma per l’identificazione di rito.

 

In fine

Non ci sono conclusioni da tirare. Soltanto vorrei qui citare alcuni testi che campeggiavano sui muri esterni dell’ Istituto.

La scritta: Luogo dato agli spettacoli scientifici.

Il manifesto a grandi caratteri:

Guardatevi dai falsi profeti, questi tali vengono travestiti da pecore ma dentro sono lupi rapaci. Il vostro linguaggio si sì quando è sì, non quando è no. Quel che si dice in più è opera del maligno”.

E da ultimo: potere al dissenso. L’unico potere che a quel tempo pensavamo.

 

Le foto fanno parte dell’Archivio storico Occupazione a Bologna di Fisica nel’68  disponibile in rete

 

Dedico questa monca narrazione a Roberto Bergamini, Nando Primavera e Paolo Toma, carissimi amici e compagni che non sono più.

Category: Guardare indietro per guardare avanti, Politica, Scuola e Università

About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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