Bruno Giorgini: Guerra civile, violenza, non violenza

| 1 Giugno 2013 | Comments (0)

 

 

 

1. Pare che noi siamo pressochè obbligati a ammettere l’ipotesi terribile secondo la quale un principio di morte è incorporato nella struttura e nella sostanza stessa di tutti gli umani sforzi sociali costruttivi, che non ci siano impulsi di progresso i quali non debbano necessariamente esaurirsi per stanchezza, che l’intelligenza non possa fornire alcuna protezione permanente contro una forte barbarie. (Wilfred Trotter, Instincts of Herd in  Peace and War, Oxford University Press, London, 1953, traduzione di B.G.)

2. Nella sua metapsicologia Freud narra così la nascita della politica democratica. Siamo al tempo in cui il padre padrone usa sessualmente a suo piacere della madre e delle figlie, mentre i figli stanno sotto il suo comando e potere assoluto, addetti a procacciare il cibo. Finchè i fratelli non si mettono d’accordo uccidendo di notte il padre – trattandosi di un atto vergognoso deve essere compiuto al buio – per poter godere delle femmine. Ma come garantirsi che i fratelli congiurati non comincino dopo a uccidersi l’un l’altro, fino alla distruzione del clan? Mettendosi d’accordo per spartirsi in modo egualitario il potere sul clan, e il possesso/godimento delle donne. Quindi l’origine della mediazione democratica è l’omicidio del padre tiranno, e nel prosieguo ha la sua ragion d’essere come strumento necessario per evitare una guerra fratricida, una guerra civile. I Greci antichi la dicono così: un ateniese fa un passo avanti dalle linee dei democratici e chiede all’esercito dei concittadini avversari: perchè ci uccidete, voi che condividete con noi la città? Per i Greci il gesto inaugurale del politico è il riconoscimento del conflitto nella società, che diventa legittimo esprimendosi come dibattito che porta, tramite il voto, alla vittoria di un logos, un pensiero un ragionamento, su un altro. E’ la dinamica della democrazia, sebbene, come i Greci ci avvertono dall’Odissea alla Guerra del Peloponneso, spesso la tesi peggiore abbia la meglio. Ma comunque vi è una grande differenza tra la divisione delle opinioni e la guerra intestina, la guerra civile, che è un flagello: per un greco l’abominio della desolazione (si veda  Nicole Loraux, La città divisa, 1997 Neri Pozza).

3. Da qualche tempo in Italia è entrata nell’uso quasi comune la dizione “guerra civile”, più o meno fredda, più o meno simbolica o virtuale, per riferirsi agli ultimi vent’anni di divisione tra destra e centrosinistra. E si racconta il governo delle larghe intese come l’antidoto, lo strumento ineludibile e necessario  per la pacificazione e/o conciliazione di questa supposta “guerra civile”. S’intende la subliminale, ma nemmeno tanto, argomentazione contro gli oppositori: se sei contro il governo Napolitano – Berlusconi con i Letta a svolgere la funzione di camerlenghi, ebbene favorisci la guerra civile supposta, ma che non c’è mai stata, almeno tra destra e centrosinistra. Nemmeno una seria legge sul conflitto di interessi fu proposta nè discussa, figuriamoci far la guerra. Questa finta guerra civile, inventata per rendere digeribile l’indigesto piatto del governo demoberlusconiano, ne nasconde in realtà un’altra a bassa intensità, ma purtroppo reale, scatenata dalle grandi organizzazioni criminali, mafia, camorra e ‘ndrangheta. Secondo Enrico Deaglio (vedi il suo libro Patria) sono state oltre diecimila le persone uccise dalle mafie, in funzione fondamentale di controllo e oppressione sociale delle popolazioni meridionali. Mafie che a suon di bombe e papelli sono arrivate a proporre e discutere un contratto con lo stato fino a lambire la Presidenza della Repubblica, oltre a esercitare un ferreo controllo del territorio su vaste zone del paese al sud ma anche nell’ hinterland milanese o in Brianza o nella periferia torinese. Le propaggini  e metastasi mafiose si diffondono ormai, la crisi economica e istituzionale aiutando, in tutta la nazione, con un peso sempre più consistente nei gangli finanziari e economici, dalla Borsa fino al piccolo commercio, dai grandi appalti pubblici alla sanità, dalle piccole imprese di Sassuolo alle grandi società per azioni, pervadendo in profondità il sistema politico e delle istituzioni di governo nonchè rappresentative, tra corruzione, minacce, ricatti, voti di scambio, si pensi per esempio alla Regione Lombardia.

Nel contempo assistiamo a una violenza molecolare, qualcuno anche qui dice: guerra civile molecolare, già con qualche ragione in più, seppur debole. Prima di tutto i suicidi di disoccupati, poveri, piccoli artigiani in fallimento, persone che perdono la casa, e tutti gli altri casi di singoli, vittime del massacro sociale in corso. Quindi viene la violenza individuale verso altri, l’impiegato licenziato che spara al padrone e al figlio, l’immigrato che dopo anni di prepotenze subite in una vita quasi invivibile, si arma di un piccone colpendo chiunque gli capiti a tiro, il cittadino che davanti a uno dei palazzi del potere romano spara ai carabinieri di guardia. Ultimo ma non ultimo gli episodi di femminicidio, argomento rovente e intricato, ma che detto in breve è la punta di un iceberg rappresentato da una società patriarcale che si sente minacciata dalla libertà e potenza femminili, e non vuole rinunciare al suo potere. Episodi di una violenza di genere che attraversa il mondo, si pensi alle violenze sulle e contro le donne in India, e richiederebbe un impegno culturale, civile, politico eccezionale, che non sembra all’orizzonte almeno giudicando dalla scarsa presenza, quasi evanescente, di deputati/e al dibattito parlamentare sul tema. Ma forse più che un disinteresse verso il femminicidio, questa non presenza evidenzia una volta di più la dismissione del Parlamento rispetto al suo ruolo, che si voleva centrale, nel dibattito pubblico attinente i grandi temi della vita associata, e la sua riduzione a luogo di mediazione diplomatica quando va bene, di relazione clientelare se non di compra vendita quando va meno bene.

4.    Se ripensiamo alla metapsicologia di Freud, i fratelli che spartiscono in modo egualitario il potere e le femmine, strutturano con l’esercizio del potere insieme sessuale e politico, un legame sociale strettissimo. Ma quando le donne non si sottomettono più al dominio sessuale maschile, incrinando o rompendo quel legame, ecco che la società maschile e patriarcale, sentendo venir meno la sua ragion d’essere,  può “impazzire” fino al femminicidio. Dove “impazzimento” significa precipitare nella ragione del potere che deve essere mantenuto a tutti i costi, in nome dell’ordine sociale così come si è costituito nei secoli: maschile e patriarcale appunto. Femminicidio che si amplia e dilata fino allo stupro etnico, comandato e organizzato dalle gerarchie politico militari, e praticato in massa dai soldati con milizie varie, come azione di guerra, fino a programmare la messa incinta delle donne bosniache rinchiuse in campi di concentramento dove vengono violentate perchè partoriscano figli serbi. E’ accaduto nella prima guerra civile europea dopo la sconfitta del nazismo, quella che ha devastato la ex Jugoslavia. Qua vicino a poche centinaia di chilometri e pochi anni fa.

 

 

5. Fui tre volte in quelle terre, due durante la guerra, negli inverni del 1991 e  del 1992 in Croazia; una terza,  poco tempo dopo gli accordi di Dayton, a Mostar e Sarajevo in Bosnia, quando ancora si sparava pur dicendo che si era firmata la pace.  Poi per personali ragioni quasi ogni anno in seguito ho frequentato quei luoghi, ma non mi riferirò qui alla mia diretta esperienza bensì a due testi, ciascuno a suo modo straordinario. Il primo è il romanzo La figlia, di Clara Uson dove si racconta la storia di Ana, figlia suicida del generale serbo Mladić, accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra, dal Tribunale Penale Internazionale della ex Jugoslavia, arrestato il ventisei (26) maggio del 2011, dopo ben sedici (16) anni di latitanza, praticamente sotto casa. Non si può riassumere un libro così. In molti hanno tentato di raccontare e spiegare quella guerra, le sue origini, la sua radicale crudeltà, la pulizia etnica, i campi di concentramento, la strage di Srebrenica. Paolo Rumiz, Giacomo Scotti, Adriano Sofri tra gli altri, eppure nessuno come Clara Uson, forse perchè nelle sue pagine si entra nel luogo, nell’anima, nella testa di una giovane donna  che nasce cresce e vive nel cuore del nazionalismo che diventa crimine contro l’umanità, praticato dal padre amatissimo. Di nazionalismo si nutre fino a morirne la giovane Ana che vuol diventare medico, sparandosi con una delle pistole del padre, una vecchia arma che loro due insieme da quando lei è bambina smontano e ripuliscono, uniti come in un sacro rito. Dovrebbe essere la rivoltella con cui il padre sparerà per festeggiare la nascita del primo nipotino e invece la notte del 24 marzo del 1994 spara per uccidere Ana, per mano di Ana; poco più di un anno dopo Mladić progetta, organizza e comanda la strage di Srebrenica con migliaia di morti. Racconta chi ha visto che dagli alberi del bosco pendevano appesi per il collo i corpi spesso seminudi e straziati di giovani e giovanissime donne, molte quasi bambine. La narrazione di questo evento da parte della Uson è quasi insostenibile, con la vigliaccheria dei caschi blu olandesi che si tappano occhi orecchie e coscienza, in buona compagnia cogli alti ufficiali francesi e via lavandosene le mani. Però quel che colpisce nel libro è il fatto di stare dentro il meccanismo di menzogne, mistificazioni, deliri ideologici nazionalisti e razzisti che sembrano, e sono per Ana, del tutto ragionevoli anzi ideali buoni e puri. C’è una scena tra le tante che forse spiega cosa intendo dire, quando Ana e la madre vanno a trovare il padre in prima linea per festeggiare il loro compleanno comune, sono nate lo stesso giorno.  Mladić raccoglie fiori di campo per loro e prima di apparecchiare il picnic sull’erba con i manicaretti preparati con tanta cura, le invita a caricare un mortaio e a sparare qualche obice al di là di una collina dove si presume stiano i nemici, che sono tutti, donne, bambini, soldati, civili, poco importa. E le due donne obbediscono, piuttosto aderiscono al desiderio espresso dal padre e marito, di buon grado, in apparenza con gioia e divertimento, seppure una inquietudine quasi impercettibile si insinua. Dopo lietamente si siedono e pranzano, dividendo il cibo con la truppa. Così i gesti della vita quotidiana, del comune stare insieme e volersi bene, pian piano si mescolano, e sono intrisi, di violenza contro gli altri, i nemici, tutti gli altri, tutti nemici. Il romanzo di Ana racconta fino a dartene la percezione materiale come nella cellula famigliare possa originarsi il cancro della guerra civile, e dello sterminio fino al genocidio.

Clara Uson ha costruito e montato un microscopio che permette di osservare la mutazione dalla cellula sana a quella cancerogena passo dopo passo fin nei minimi particolari, e quando t’accorgi che hai il cancro senza possibile remissione perchè il cancro è il padre tuo tanto amato, allora puoi solo por fine all’orrore di una simile scoperta, togliendoti la vita. Solo in questo modo potendo tu abbandonare  quel padre che ti chiama con tanto affetto figlio o figliolo, al maschile seppure tu sei femmina. In una pagina del libro comanda Mladić durante l’assedio di Sarajevo: Spara sulla Presidenza e il Parlamento, fuoco diretto, a intervalli, finchè non ti dico di smettere. FUOCO! Spara sui quartieri di Velesici e anche su Pofalici. Lì non c’è quasi più nessun serbo. Forza col fuoco di artiglieria. Non lasciarli dormire. Li faremo diventare matti! E in effetti mentre Ervin Rustemagic, editore e agente di importanti fumetti statunitensi per l’Europa,  sta correndo in auto lungo una strada di Sarjevo sempre battuta dal fuoco dell’armata serba, miracolosamente incolume pensa: sono diventato un personaggio dei fumetti.. forse superman? In questo caso non ho bisogno di protezione. Mio Dio…sto impazzendo. E in un fax scrive: i nostri bambini, che soffrono ormai da 95 giorni chiusi fra quattro mura, stanno per impazzire. Siamo dentro l’assedio di Sarajevo con un altro libro, un fumetto o graphic Journalism come si chiama modernamente trattandosi di una storia vera con personaggi reali, Fax da Sarajevo di J. Kubert.  Anche qui bisogna guardarlo, leggerlo, comunque racconta della famiglia di Ervin, la moglie Edina e due bambini, Edvin e Maja, che tenta di sopravvivere resistendo all’annichilazione dell’umano, e di espatriare uscendo da quell’inferno.  E’ un vero e proprio manuale della sopravvivenza, avendo come unico canale di comunicazione con l’esterno, l’aldilà del cerchio di morte degli assedianti, un fax. Ne diamo alcuni stralci.

Le vittime. Luglio 1992. Finora 200.000 persone sono state massacrate e uccise, più di 150.000 si trovano nei campi di concentramento, e più di un milione sono dovute fuggire dalle loro case. E il mondo, che sa tutto questo, si accontenta di rimanere seduto a guardare, a discutere e a trovare centinaia di ragioni per non fare niente.

Samira. Ottobre 1992. Ci hanno portate non so dove..in un campo..solo donne per  farci rimanere incinte di bambini serbi.

I bombardamenti, 29 gennaio 1993. Non ho mai conosciuto una guerra prima di questa, ma non credo ne siano esistite di più crudeli nella storia dell’umanità. Un milione e cinquecentomila granate sono esplose nella città di Sarajevo (tre granate per abitante fino a ora).

Alcuni dicono. 29 gennaio 1993. Alcuni dicono che ogni guerra ha i suoi lati positivi. Fin qui i lati positivi sono che abbiamo imparato a fare candele con l’olio vegetale, ad ascoltare la radio senza elettricità e senza pile e a lavarci con un litro d’acqua.. Uno degli aspetti di questa guerra è che non vivi davvero la tua vita, eppure invecchi più in fretta. Qui c’è il blocco totale e non sai niente di nuovi libri e film, delle ultime canzoni o dei nuovi modelli di automobili. Si perde anche l’abitudine a comportarsi come un essere umano normale.

I cani di Sarajevo. Aprile 1992.  La situazione a Sarajevo si aggrava.. animali un tempo domestici si aggirano per le strade devastate. Una strana combinazione di cani di razza e bastardi.. branchi abbandonati di cacciatori affamati. Come gli altri abitanti di Sarajevo sono diventati vittime di guerra.. incapaci di comprendere perchè debbano soffrire così.. perchè nessuno venga loro in aiuto. Le stesse domande che frustrano e sconcertano i loro fratelli umani.

L’arredo urbano. Subisce dei cambiamenti. I giardini pubblici diventano cimiteri. I campi di calcio conoscono una sinistra metamorfosi.

I Caschi Blu. Continuano a non fare niente, guidano solo i loro blindati bianchi.. e sono testimoni di questa distruzione senza fine.

Quanto costa una stanza all’ Holiday Inn. 28/11/’92. Ervin e la sua famiglia hanno avuto la casa distrutta dal fuoco di un carro armato, e cercano rifugio all’Holiday Inn, l’hotel dei giornalisti. Il maitre: mi dispiace, tutte le camere sono occupate.. ehm forse ci rimane qualcosa, una piccola stanza al quarto piano. Il prezzo è di 90 dollari.. a persona al giorno.

Per la salute mentale. Per preservare la salute mentale, alcune persone si lasciano andare ad atti in apparenza dementi. In strada dei musicisti mescolano le loro note allo stridio delle bombe.

Ervin. Non avrei mai creduto che un giorno sarei stato nella condizione di rimpiangere la scomparsa del comunismo. Almeno i cetnici temevano l’orso rosso e non mostravano apertamente il loro odio.

Il presidente della comunità ebraica di Sarajevo. 12 aprile 1992. Il signor Ceresnjes ha dichiarato che tutti i cittadini ebrei in grado di lavorare e di battersi rimarranno a Sarajevo per difendere la loro città fino a quando l’ultimo di loro sarà in vita. Sarajevo è uno dei pochi luoghi al mondo dove gli ebrei vivono in pace da innumerevoli anni.

Il senso delle proporzioni. Luglio 1992, ore 13.40. Per noi che siamo qui appare oggi ridicolo ripensare agli attentati terroristici in Italia, in Francia, In Inghilterra.. quando i terroristi uccidevano 5,6 o una dozzina di persone. Quanto chiasso è stato fatto per quegli attentati!! Noi qui abbiamo centinaia di attentati terroristici di quel genere ogni giorno e tutti se ne fregano.. solo nel nostro quartiere di Dobrinja ( la periferia residenziale di Sarajevo dove viviamo) sono esplose 250.000 fra bombe e granate.

 

 

 

 

 

 

 

 

6. Per quanto attiene la violenza, c’è un pozzo se possibile profondo come, se non più, di Sarajevo assediata, il campo di detenzione di Guantanamo, base USA in quel di Cuba, dove stanno rinchiuse 166 persone senza processo e nemmeno accuse formulate in modo esplicito, cioè sottoposte all’arbitrio brutale della forza e basta. Scrive Adriano Sofri in un testo dal titolo Guantànamo, la tortura e noi, pubblicato sul Foglio del 5 maggio 2013, a Guantànamo si tengono persone in una condizione tale da preferire la morte, e proibendo loro di morire. Un prigioniero in sciopero della fame, sono 100 a farlo, racconta la sua nutrizione forzata: Sono detenuto a Guantànamo da 11 anni, non ho ricevuto alcuna imputazione, non ho avuto alcun processo.. Sostennero che fossi una guardia di Osama bin Laden, una cosa insensata.. Nemmeno loro sembravano crederci più. Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno infilato il tubo nel naso.  Mi legano alla sedia nella mia cella due volte al giorno. Non so mai quando arriveranno, a volte vengono durante la notte.. il 15 marzo ero malato nell’ospedale della prigione e mi sono rifiutato di mangiare. Una squadra della Extreme Reaction Force/ poi ribattezzata eufemisticamente Forcible Cell Extraction: estrazione energica../ ha fatto irruzione. Mi hanno legato mani e piedi al letto e inserito a forza una flebo nella mano. Ho passato 26 ore in questo stato, legato al letto. Non ho potuto neanche andare in bagno. Mi hanno messo un catetere, un’azione dolorosa, degradante e non necessaria. Non mi è stato permesso neanche di pregare.. Durante una nutrizione forzata l’infermiera ha spinto sbrigativamente il tubo in profondità dentro il mio stomaco. Ho pregato di sospendere, si è rifiutata. Stavano finendo, quando un po’ di quel cibo si rovesciò sul mio abito. Chiesi di cambiarlo, ma la guardia mi negò questo estremo appiglio di dignità”. Qualcuno può pensare: sono pericolosissimi terroristi quindi.. deo gratias che li nutrono…Ma Shaker Ameer, saudita, 45 anni, anche lui lì da 11 anni, prosciolto da ogni accusa nel 2007, dice all’Indipendent “Su 779 detenuti del 2001, 613 sono stati rimandati a casa, e gli Stati Uniti hanno prosciolto 86 dei prigionieri che sono ancora buttati qui dentro. Complessivamente, più del 90% del totale, che gli americani ammettono di aver detenuto calunniosamente”. A un certo punto il testo di Sofri fa un salto nel nostro mondo, e in modo più intimo, nella sua esperienza di detenuto che in cella s’accartoccia dopo che gli si è spezzato l’esofago, tra feci, vomito e sangue, quindi l’ospedale e poi un delirio paranoico “clinicamente ero del tutto privo di conoscenza….(ma) mi trovavo nel luogo di un sequestro, nelle mani di torturatori segreti” e aggiunge Sofri “il torturatore che abbia infierito, da solo o più probabilmente in gruppo, sul proprio ostaggio non potrà più accettare che esso torni alla vita. Non potrà sopportare che cammini nel mondo qualcuno che conosca un simile segreto di lui. E’ per questo che certi stupri di banda le torture più efferate prendono il sopravvento sulla stessa bruta soddisfazione sessuale, e si concludono con l’assassinio della vittima. D’altra parte nella tortura il fantasma della sessualità entra sempre violentemente”.

7. Se ci siamo dilungati sulla guerra civile di pochi anni fa nella exJugoslavia, ovvero in Europa, con una incursione tra Guantànamo e Pisa, è perchè per l’intanto dovrebbero essere evitate le imbecillaggini come l’idea di una guerra civile italica combattuta negli ultimi ventanni a colpi di spot televisivi. In secondo luogo perchè lo spirito italico ha una propensione alla guerra tra fratelli, che forse è meglio non solleticare per la bassa cucina governativa delle larghe intese. Scrive Umberto Saba: vi siete mai chiesti perchè l’Italia non ha avuto in tutta la sua storia- da Roma a oggi- una sola vera rivoluzione. Gli italiani non sono parricidi, sono fratricidi (..) Gli italiani sono l’unico popolo credo che abbiano alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. In terzo luogo c’è l’attuale situazione della Unione Europea

 

8. In Europa siamo di fronte a una evidente difficoltà (eufemismo) della democrazia, che si accentua nella crisi che è strutturale, e quindi di lunga durata. Quando Papandreu propose un referendum nella Grecia assediata dalla cosidetta troika (Commissione Esecutiva CE, Banca Centrale Europea BCE, Fondo Monetario Internazionale FMI) affinchè il popolo greco potesse dire la sua, ebbene fu un precipitarsi di anatemi densi di violenza verbale e di violenza/ricatto economico brutale senza precedenti, in testa la signora Merkel fautrice della Germania uber alles (si veda per esempio il libro di U. Beck, Europa Tedesca), dietro tutto l’establishment fino alla casalinga Repubblica giornale, talchè fu costretto a ritirarlo, ritirando così dal tavolo delle trattative anche la democrazia. Il popolo greco divenne ostaggio, impotente nonostante le manifestazioni, di una oligarchia tecnofinanziaria, e luogo dove si esercitò, si esercita, una straordinaria violenza sociale, mentre le imprese e le banche in specie tedesche arraffavano i beni greci messi all’incanto per quattro soldi. Nessuno stupore quindi che, per un verso nasca e cresca rapidamente una forza nazista, Alba Dorata, e per l’altro un radicale odio antitedesco. Un odio antitedesco che si estende ai popoli mediterranei dalla Spagna al Portogallo, dall’Italia alla Francia, diramandosi poi un po’ ovunque. Un odio antitedesco cordialmente ricambiato dai tedeschi nei confronti delle oziose e spendaccione genti del sud. D’altra parte quando in Italia fino a qualche settimana fa non c’era un governo, con tranquilla brutalità Draghi lo ha detto: non c’è da preoccuparsi tanto l’economia funziona col pilota automatico, ovvero la sovranità nazionale è ormai quasi pleonastica, al massimo decorativa perchè l’estetica della democrazia va mantenuta, di fronte alle nervature reali del comando europeo BCE, FMI e CE, col Consiglio dei capi di stato e di governo in seconda battuta. Nel contempo se guardiamo a est scopriamo un’Ungheria al limite, o già un po’ oltre, della violazione delle libertà democratiche fondamentali, quella di stampa, d’opinione, di manifestazione, di culto, nè in Polonia stanno molto meglio, e nei dintorni forse peggio. Guardando invece a ovest ecco il movimento autonomista catalano, e al di là della Manica quello gallese, forti, radicati e tentati non solo dall’autonomia regionale ormai di fatto acquisita, ma dalla secessione, dall’indipendenza tout court, e il nazionalismo sta lì acquattato sotto pelle, quello di chi vuole conservare integra la nazione, sia la Spagna e/ o la Gran Bretagna, e quello di chi vuole fondarne una nuova, sia il Galles  e/o la Catalogna. Intanto nel nord abbiamo la frattura tra fiamminghi e valloni, le rivolte in Svezia, le destre nazionaliste che se non sfondano poco ci manca in Olanda, tradizionale terra di tolleranza e accoglienza. Per non dire dell’Inghilterra che si prepara a fare le valigie, e non c’è chi non veda come una UE senza la perfida Albione che rimase sola in tutta Europa contro Hitler e Mussolini, sarebbe tragicamente monca. Tutto questo brulicare di tensioni, conflitti e fratture è destinato a accentuarsi dentro la crisi, specie se gestita da Merkel, signora dell’austero massacro sociale in combutta con la troika. Se non si aprirà un varco all’Europa dei popoli, quindi un meccanismo democratico di decisione e partecipazione, l’UE camminerà così verso la soglia di una disintegrazione catastrofica, e probabilmente violenta. Questo varco, questa nuova costituzione europea, questo nuovo ordine democratico non potrà definirsi senza un processo di lotte e azioni dirette diffuse in tutto il continente, che riescano a sconfiggere la dittatura della finanza , almeno a limitarne la supremazia sociale. I merca(n)ti  vanno ricondotti nell’alveo delle dinamiche specifiche,  mentre viene rilanciata la democrazia dei diritti sociali, pensioni, scuola, sanità, diritti del lavoro e politiche di uguaglianza  partendo dal compromesso socialademocratico europeo definito dopo la seconda guerra, compromesso che fu aiutato dalla presenza dell’URSS  sulla porta di casa. Va anche introdotto in modo largo e consistente ovunque il reddito di cittadinanza, deve essere definito un corpus di beni comuni sottratti al mercato e autogestiti dalle comunità,  e infine si mette mano al lavoro umano, e alla produzione,  come ricambio organico uomo natura, il che significa una gigantesca riconversione ecologica, a partire dall’energia, il cambiamento climatico non è una formula di propaganda ma un fenomeno in corso d’opera ogni giorno, fino a ogni settore della vita associata (in Italia l’esempio dell’ILVA fa testo nel bene e , soprattutto per ora, nel male). Si può dirla anche così: l’ Europa abbisogna di scienza e democrazia, in modo vitale. Senza questa iniezione lo spettro della guerra civile può diventare minacciosa possibilità, entrando nell’orizzonte delle pratiche concrete. E come testimonia la vicenda balcanica, una volta che il primo sasso abbia preso a ruzzolare, la valanga si si scatena in tempi rapidissimi. Ricordiamoci sempre che la exjugoslavia è dietro l’ango

9. E non sarà comunque un pranzo di gala, per usare una vecchia dizione. I padroni delle ferriere e del vapore, da noi esemplarmente i Riva dell’Ilva per un verso Marchionne della FIAT per l’altro, la troika, i mercanti di denaro, di armi, di petrolio nonchè le grandi e globali organizzazioni criminali, non cederanno nemmeno piccole quote del loro potere senza combattere con tutti i mezzi, leciti, illeciti, apertamente o clandestinamente criminali, terroristici, militari. Si tratta infatti di un network globale a vocazione totalitaria, tutte queste entità essendo strettamente intrecciate e connesse, per cui ogni diminuzione del potere è vissuta come intollerabile. Tutto questo in un contesto globale che certo non favorisce la pace. Oltre alla miriade di guerre locali, basti pensare alla conflittualità crescente tra USA e Cina, per ora limitata a una cosidetta guerra monetaria senza esclusione di colpi. Al che i popoli e i movimenti dovranno/devono porsi il problema di come affermare il loro punto di vista. Nell’ambito di una democrazia effettivamente rappresentativa gli strumenti sono la competizione elettorale e il voto, anche referendario, per i lavoratori con le loro rappresentanze lo sciopero e altre forme di lotta sociale e sindacale, con un intero ventaglio di opzioni “costituzionali”. Ma in Europa il voto non vale quasi nulla, essendo che il Parlamento Europeo ha funzioni molto limitate, quasi insignificanti. Il Governo effettivo d’Europa non rappresenta nè punto nè poco la volontà dei popoli d’Europa. Sul piano politico contava l’asse franco tedesco, oggi sempre più a egemonia germanica fin quasi alla monocrazia, sul  piano istituzionale BCE, CE, Consiglio dei Capi di Stato e di Governo con il FMI conducono il ballo. Ovvero il sistema è al meglio ademocratico, al peggio antidemocratico diventando in questa crisi oppressivo. Nel contempo a livello nazionale i Parlamenti sono sempre più espropriati di autentico potere legislativo, nonchè il potere esecutivo dei governi è sempre più ristretto. In Italia si è arrivati a porre in Costituzione il fiscal compact senza alcuna vera discussione, fiscal compact che limita in modo drastico qualunque autonomia di azione, intervento economico e di bilancio, è come un nodo scorsoio al collo di ogni cittadino e dell’intero popolo italiano, un nodo scorsoio i cui capi sono tenuti in pugno da altri, la famigerata troika in primis. Da noi inoltre partiti, padroni, industriali, finanzieri, mafie, e governanti ci metteno del proprio, rincarando la dose. I risultati delle ultime elezioni politiche sono stati bellamente disconosciuti e stravolti, se non calpestati dalla nuova maggioranza PD- PDL,  e dal  governo  Napolitano Berlusconi talchè siamo entrati in una spuria  Repubblica presidenziale, già al momento del governo Monti, senza nemmeno poterlo votare noi cittadini il Presidente. E se si guarda ai referendum, da quello contro il finanziamento pubblico dei partiti (il 93% votò per abolirlo) poco prima dell’avvento della seconda repubblica (1993) ahimè, a quello per l’acqua pubblica, che ebbe ben ventisette (27) milioni di favorevoli, ebbene il sistema economico politico istituzionale con l’appendice dei grandi media, l’establishment, non ne ha tenuto alcun conto, cambiando qua e là qualche virgola, per lasciare tutto tal quale, anzi peggiorato. Soltanto i referendum sul nucleare,  sull’aborto e sul divorzio furono rispettati, ma eravamo nella prima repubblica con ben altri partiti, e se i risultati fossero stati disattesi col gioco delle tre carte, avremmo avuto una durissima opposizione parlamentare, perchè il PCI fu spesso consociativo, ma mai prono, come invece oggi il PD. E se non fosse bastata l’azione in Parlamento, il paese sarebbe stato probabilmente percorso da quello che Togliatti chiamò durante i moti del luglio ’60, sussulto democratico. Diciamo; insurrezione, seppure a bassa intensità, insomma non per prendere il potere, ma semplicemente per ripristinare nella vita associata la democrazia costituzionale.

10. L’insurrezione,  storicamente evoca la presa del Palazzo d’Inverno, o della Bastiglia, con masse di popolo in armi. Qui significa che ciascuno di noi semplicemente come primo atto, non riconosce alcun potere all’Autorità costituita, nelle sue varie articolazioni, dal Presidente della Repubblica Italiana al signor Barroso, presidente della CE. Non riconosce e lo dichiara in modo pubblico. Il Presidente Napolitano non è un Presidente che mi rappresenta. Ma non basta. Vanno rese attive tutte le forme di disconoscimento, sottrazione e ribellione al potere costituito, ormai francamente insopportabile. Credo che anche per attuare una politica riformista, la quale assuma a suo riferimento i bisogni sociali di lavoratori e cittadini, non i merca(n)ti, sia necessario proclamare l’insurrezione, non come atto eversivo, bensì costituzionale. Si pensi all’art.1, L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (…) mentre in realtà l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul profitto, i merca(n)ti, la troika. L’insurrezione delle coscienze non ha molto a che vedere coll’immagine del popolo tumultuante che agita falci e martelli. Tantomeno fucili. Una delle insurrezioni più rilevanti del secolo scorso fu condotta in modo non violento da Gandhi, che mettendo in scacco l’impero britannico conquistò l’indipendenza nazionale, e la democrazia, insieme a, e per, centinaia di milioni di persone. Un movimento di liberazione nazionale quello di Gandhi che non degenerò nel nazionalismo. Il pensiero e la pratica gandhiani non hanno niente a che fare con l’iconografia delle mani alzate e/o del porgere l’altra guancia. Gandhi organizzò la forza autonoma del popolo indiano contro il dominio coloniale, praticando forme di lotta illegali  e/o extralegali non violente. La famosa marcia del sale del 1930 fu una rivolta di massa non violenta contro le imposizioni fiscali del governo coloniale, scardinando l’immagine e l’autorevolezza del potere inglese in modo irreversibile.

Anche il rapporto tra violenza e non violenza è in Gandhi molto più complesso della vulgata corrente, il Mahatma è tutt’altro che inerme, egli è un combattente duro, deciso, determinato. Leggiamo alcune frasi da “Teoria e pratica della non-violenza” di M.K. Gandhi, 1973 e 1996. Gandhi partecipa alla guerra “ Giunto in Inghilterra poco dopo lo scoppio della guerra (prima guerra mondiale ndr) mi arruolai, e poi, quando fui costretto a ritornare in India a causa di una pleurite, organizzai una campagna di arruolamento a rischio della mia stessa vita, con sommo scandalo di alcuni miei amici.” Se la non violenza è sempre superiore moralmente alla violenza, a volte la violenza può essere necessaria e/o giustificata.”Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. Ad esempio quando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrebbe dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se avrebbe dovuto  fuggire e vedermi uccidere oppure avrebbe dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto, e difendermi, io gli risposi che sarebbe stato suo diritto difendermi anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo stesso principio ho partecipato alla guerra contro i boeri, alla cosidetta ribellione degli zulù e all’ultima guerra. (…) Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore” E ribadisce il concetto più volte, in diversi contesti e diverse epoche “Tuttavia, sebbene la violenza non sia lecita nel senso che io intendo, ossia non rispetto alla legge fatta dall’uomo ma rispetto alla legge fatta dalla natura per l’uomo, quando (la violenza) viene usata per autodifesa o protezione degli indifesi essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione (…) La codardia è assolutamente incompatibile con la non violenza. Il passaggio dalla pratica delle armi alla non violenza è possibile, e a volte perfino facile. La non violenza dunque presuppone la capacità di colpire”Ma la violenza non è levatrice della storia, non è progressiva, anzi.  Soltanto la non violenza,  che si esprime nella azione diretta, sia disobbedienza civile, resistenza passiva o altro,  è forza positiva,Dunque io non sostengo che l’India deve praticare la non violenza perchè è debole. Voglio che essa pratichi la non violenza cosciente della propria forza e della propria potenza. (…)  La non violenza dunque è incompatibile con il possesso di paesi di altri popoli; vedi ad esempio  l’imperialismo moderno, il quale deve chiaramente basarsi sulla forza per difendersi. La non violenza è  un potere che può essere posseduto in egual misura da tutti – bambini, ragazzi, ragazze e uomini e donne adulti”.

La non violenza è un modo per mettere l’avversario alle strette, in una sorta di inferiorità morale, se mai l’avversario abbia una coscienza morale, oppure di fronte all’opinione pubblica, di fronte al popolo. Con una immagine la non violenza nella concezione gandhiana è un modo di abbracciare il nemico tenendolo così stretto che egli non può alzare le mani. Ora credo che l’insurrezione contro un’Europa delle oligarchie tecnofinanziarie e a favore di un’Europa della democrazia politica, civile e sociale, sulle linee del manifesto di Ventotene redatto da Spinelli e Rossi mentre erano al confino(1941,42), per intenderci, debba avere come ispirazione fondamentale la lotta non violenta, dallo sciopero della fame alla disobbedienza civile, e tutto il resto che si può inventare. La lotta non violenta proprio perchè può esser partecipata da tutti, donne uomini bambini, favorisce inoltre un’ottica di autorganizzazione, autogestione e costruzione di momenti e istituzioni di democrazia diretta, che partecipino anche della democrazia rappresentativa. Sarà lunga e difficile questa strada, ma l’altra, quella oligarchica imboccata dalle attuali classi dominanti, mette l’Europa a rischio di dissoluzione con esiti che potrebbero essere tragici.

 

Category: Guerre, torture, attentati, Politica

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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