Ilaria Agostini, Francesco Indovina: Da Firenze a Venezia alla riconquista della città

| 11 Maggio 2020 | Comments (0)

 

Diffondiamo da Diario di Francesco Indovina del 10 maggio e da La città invisibile del 4 maggio 2020

1. Ilaria Agostini da Firenze . Manifesto per la riconquista popolare della città di Gruppo Urbanistica per Unaltracittà

Alla fine della “fabbrica del turismo” resta una Firenze esangue. Esito (inimmaginabile, per come si è manifestato) di un’economia di rapina che ha sfruttato i corpi, il lavoro, il quotidiano, lo spazio. Una città per decenni depredata in nome della competitività e dell’attrattività globale, della rendita immobiliare e dei profitti privati, mai redistribuiti.

La crisi del ciclo economico rende ineludibile la riappropriazione sociale e politica della città.

Un passaggio epocale che libera gli spazi urbani, emancipandoli dal vincolo mercantile. La dimensione “pubblica” della città ridiviene, allora, terreno di scontro e di nuova progettualità.

La riappropriazione passa attraverso alcune, imprescindibili, tappe: riconquista dello spazio pubblico, di vie, piazze, giardini ed edifici collettivi, ambito precipuo della politica e della socialità; ripubblicizzazione dei servizi: trasporti, rifiuti e acqua in primis; liberazione del Comune dalla colpa del debito, anche tramite il depennamento delle grandi opere, inghiottitoio di denaro pubblico ben altrimenti impiegabile; revoca del Piano delle alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico.

Nella Firenze del dopo-virus gli abitanti hanno il potere di immaginare e pianificare i luoghi di vita.

È perciò ineludibile procedere verso un’abbondanza immaginativa e desiderante, e lasciarsi alle spalle il cappio dell’austerità. Quell’austerità, causa suprema di impoverimento delle città dove gli edifici pubblici si svendono al massimo ribasso. Dove le pubbliche piazze si gestiscono e si disciplinano come cosa privata. Dove il governo delle trasformazioni urbane è affidato alle multinazionali e risiede – ben saldo – in mano privata.

È perciò ineludibile, innanzitutto, il rifiuto del modello urbano, securitario e segregante, fondato su recinti, zone rosse, Daspo.

È il tempo di mettere in opera le alternative elaborate negli anni dalle realtà attive sul territorio, divenute oggi largamente desiderabili.

Tali alternative sono state sistematicamente ignorate dai governanti, il cui vuoto immaginativo ha portato la città allo sfascio economico. I piani urbanistici che essi hanno partorito, modellati per sostenere la speculazione immobiliare e finanziaria, sono da gettare al macero.

Firenze non è sana, se la Piana è malata.

La nuova configurazione della città e della sua bioregione avviene nel segno della conversione ecologica. È urgente rivitalizzare le relazioni ecologiche, garanzia di salute ambientale e potenza rigenerativa. La prospettiva ecosistemica implica: conferire fertilità agli ambiti agricoli periurbani e urbanità alle aree periferiche; sopprimere la gerarchia centro-periferica tramite il riordino territoriale incardinato sui sistemi naturalistici; costellare la conurbazione di luoghi centrali ad alta vocazione civile e sociale, e di aree ad alta vocazione rigenerativa dell’ecosistema, connesse da un ripensato sistema di mobilità pubblica e adeguata ai luoghi.

Gli edifici pubblici, fulcro della riorganizzazione urbana a partire dai rioni.

Inalienabili, i grandi complessi pubblici sono da ritenere inseparabili dal corpo della città, che ne trae vitalità. Tali complessi, rimodellati per molteplici esigenze collettive, fanno sponda a nuove relazioni e a nuovi bisogni. Forniscono metri cubi di compensazione a fronte della mancanza di spazi, di alloggi e dell’esiguità strutturale dello spazio privato.

E come un organismo – in cui le parti svolgono all’occorrenza diverse e molteplici funzioni – la città diviene ridondante.

In caso di nuova pandemia, i grandi ambienti delle ex caserme, trasformati per destinarvi funzioni culturali o sociali, sono facilmente riconvertibili in locali ospedalieri o di supporto alle scuole. I corpi dell’edificio già destinati ad alloggi militari accoglieranno “alloggi volàno” per chi vive il disagio abitativo, o, se necessario, per contagiati pandemici.

Nuove “maisons du peuple” possono trovare posto in edifici collettivi. Per la loro configurazione architettonica, le Poste di via Pietrapiana, ad esempio, sono atte a fungere da casa della cultura, con sale per assemblee ad uso della cittadinanza, tanto ricercate nell’avara Firenze.

Case popolari a contrasto della rendita.

Le case popolari sono un caposaldo nel riequilibrio delle disparità socio-economiche. Nel centro imborghesito e desertificato, e nelle periferie, ex conventi, ex caserme, ex ospedali possono essere riconvertiti in alloggi pubblici, frammisti ad attrezzature di servizio.

L’ex ospedale militare di San Gallo si confà per posizione e conformazione ad accogliere alloggi residenziali pubblici: un’occasione per sperimentare modalità di autocostruzione e autogestione del processo edilizio. È imprescindibile bloccarne la vendita.

La riconquista procede per progetti e conflitti.

La riappropriazione urbana è accompagnata da un dispiegarsi di “micropolitiche”, procede per conflitti e progetti, provocati da soggetti collettivi e plurali. Avanza per pratiche sperimentali messe in atto da soggettività di movimento, di cui Firenze è stata un esempio storico con i “comitati di quartiere” del post-alluvione 1966.

Laboratori spontanei, collettivi di autogestione e altre forme autorganizzate metteranno al lavoro gli spazi comuni, poiché è inevitabile che la riappropriazione sociale riparta proprio dai beni pubblici e comuni, dalla base materiale, dal territorio.

Costruire un’alternativa ecosistemica per Firenze – urbana e rurale, ma anche locale e globale – significa mettere in opera desideri, alimentare l’immaginazione. Inventare e riscoprire nuovi e antichi modelli di relazione tra i viventi. Tra l’umano, il non umano, e i luoghi che contengono la vita.

Questo articolo è stato pubblicato su La città invisibile il 4 maggio 2020

 

2. Francesco Indovina.  “Come è bella la città” Diario 10 maggio 2020

“Come è bella la città”, questo verso di una canzone, di cui non ricordo l’autore, mi rimbomba in testa in questi giorni quando leggo rilevanti architetti che sollecitano il ritorno nei “piccoli centri”; poi questa settimana Koolhaas in una intervista su Robinson (supplemento libri di La Repubblica), sostiene che “la campagna ci salverà”, tuttavia il suo non è un ennesimo ritorno in campagna ma delinea un universo articolato di insediamenti, di tecnologia, di relazioni, insomma non un “ritiro” ma una “opportunità professionale e di qualità della vita”.

Che ci sia un problema non si può negare, ma non convince in generale questa contrapposizione, nella quale la città rischia di essere abbandonata a se stessa, nell’attesa che i ceti meglio attrezzati, da tutti i punti di vista, si spostino.

La città è all’origine di tutti gli avanzamenti sociali, tecnici, economici e scientifici della specie umana. Ebbene si è la più grande invenzione, se vogliamo usare questo termine, della specie, un fattore di promozione di tutto il resto, sia come risposta a specifiche necessità, sia come un “trovato” della scienza e dello studio dei fenomeni naturali e sociali.

La città cresce di dimensione, in popolazione e in territorio, fino a diventare metropoli. Ma non si tratta di una questione di quantità, o meglio sì la quantità finisce per generare nuove opportunità, nuovi servizi. Tanto per fare un esempio un produttore di “orchidee candite”, genere voluttuario gradito da solo alcuni pochi buongustai, si localizzerà in una metropoli, perché solo la massa della popolazione metropolitana potrà garantire quel numero ristretto di consumatori necessari alla sopravvivenza dell’attività. Qualcuno potrebbe obiettare che quella produzione potrebbe essere effettuata anche in un piccolo centro, tanto poi Amazzon potrebbe trasferirla a livello mondiale. Vero, ma dove nasce l’idea di produrre orchidee candite? Nasce nella città, nell’interazione sociale, nel confronto, nell’esplorazione, ecc.

Ma torniamo a bomba, non è pensabile programmare un universo urbano fatto di alcune metropoli e di piccoli centri dispersi. Se riconoscessimo che la quantità di popolazione interconnessa costituisse una enorme opportunità della specie, allora il nostro obiettivo non potrebbe essere tanto quello di separare le popolazione in metropolitana e no, ma piuttosto quello di far si che tutta la popolazione sia metropolitana. Ma essere metropolitana cosa significa? Non solo una connessione, uno scambio, una qualche forma di relazione tra i membri della popolazione, ma anche la possibilità di accedere e godere di servizi metropolitani, di poter utilizzare le opportunità offerte dagli avanzamenti scientifici, tecnici e soprattutto sociale.

Ma per far questo è necessario che la popolazione viva concentrata in uno spazio limitato? No! Ma è necessario che ogni insediamento della specie abbia le caratteristiche di una metropoli, quella che, in altre occasioni abbiamo chiamata la realizzazione di metropoli territoriale. Cioè di una popolazione che nella sua dimensione appaia come una metropoli me che si insedia in un territorio ampio e in modo diffuso, ciascuno guidato dalle proprie esigenze e dalle proprie scelte culturali, ma godendo di tutti i servizi e di tutte le opportunità che riconosciamo come metropolitane ai quali accedere direttamente o a mezzo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale.

Ma per realizzare tutto questo saranno necessari investimenti rilevanti, senza i quali l’appello al ritorno ai piccoli borghi rischia di essere o la costruzione artificiale di paradisi per pochi, o la discriminazione per molti.

Resta un dubbio, ma su questo tema mi pare di capire che il dibattito sia molto accesso: sono eguagliabili il rapporto tra le persone nella forma mediata dalla tecnologia rispetto a quello nella forma faccia a faccia, e non tanto in relazione alla soddisfazione personale, ma soprattutto per i rilevanti effetti cognitivi e quindi di produzione di nuove idee e nuovi progetti

Category: Epidemia coronavirus, Osservatorio sulle città

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About Francesco Indovina: Francesco Indovina insegna Analisi territoriale e Pianificazione presso l'Università IUAV di Venezia e presso la Facoltà di Architettura di Alghero. Da sempre è promotore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio, coniugato ad un saldo impegno civile. E` autore di numerosi volumi e saggi, e direttore delle riviste «Archivio di studi urbani e regionali» e «Economia urbana - Oltre il Ponte». Nel 2005 è stato il coordinatore scientifico del progetto internazionale di ricerca dai cui studi è conseguita la mostra da lui stesso curata "L'esplosione della città" alla Triennale di Milano. Direttore della collana "Studi Urbani e Regionali" della Franco Angeli, co-fondatore della rivista «Archivio di Studi Urbani e Regionali» (ASUR). Si occupa delle relazioni tra i processi economici sociali e le trasformazioni del territorio. La "città diffusa" e la "metropolizzazione del territorio" sono i suoi più recenti contributi. Ha inltre pubblicato: Governare la città con l'urbanistica (2006, ed.Maggiori), L'esplosione urbana (insieme a L. Fregolent e M. Savino, ed.Compositori), Il territorio derivato (ed.F. Angeli). Il suo blog con cui siamo collegati è felicitàfutura.blogspot.com

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