Bruno Giorgini: Genova per noi

| 25 Luglio 2020 | Comments (0)

 

 

Mi ricordo di quando con Roberto Festa tenemmo insieme un centinaio di giovanissimi studenti medi cercando di portarli in salvo lontano dalle violentissiime cariche della polizia, che comunque continuò per un pezzo a starci addosso. Ogni tanto qualche finestra si apriva e un/a cittadino/a ci lanciava una bottiglia d’acqua.

Mi ricordo quando un giovane ufficiale dei carabinieri mi teneva la canna del fucile puntata allo stomaco mentre forte soltanto della mia tessera stampa e del telefonino acceso – si ricordi capitano che siamo in diretta su Radio Popolaare – contrattavo l’uscita a mani alzate di una trentina di persone inermi, finite in un cul de sac, e mentre uno a uno cominciarono a sfollare ogni tanto qualche carabiniere più fellone li colpiva col calcio del fucile, e io pregavo dentro di me che il malcapitato continuasse a camminare come se niente fosse, mentre protestavo con l’ufficiale che mi disse brusco “si consideri fortunato, che esce indenne e se li porti via in fretta”.

Mi ricordo quando discutendo con un amico sul diritto all’autodifesa lui disse scettico “per fermare cariche come queste ci vorrebbero almeno duecento molotov” e pensai che magari…mentre scappavo a gambe levate.

Mi ricordo quando Mariella mi disse al mattino “fai attenzione che oggi cercano il morto”, e io rimasi scettico finchè non vidi il primo poliziotto in borghese impugnare la pistola e puntarla prendendo la mira. Pregai che non avesse il colpo in canna.

Mi ricordo la notte a preparare una seconda postazione – clandestina – per la redazione della radio e poi in giro in moto per una città deserta allucinante mentre degli operai disponevano cavalli di frisia e blocchi di cemento nei punti strategici.

Mi ricordo sempre la notte un incontro con un commissario di polizia aderente al sindacato SIULP – federato con la CGIL – che conoscevo. Mi disse “Bruno facciamo in fretta, non mi sento sicura, se mi beccano con te finisco nei guai”. “In quali guai, un rapporto scritto per collusione col nemico” scherzai. “No no molto peggio, girano certe facce in questura che la fanno da padroni. La catena di comando solita è saltata” mi bisbigliò andandosene in fretta. Quando in quei due giorni la cercai al telefonino, era sempre spento.

Mi ricordo quando una antica compagna di Lotta Continua mi disse angosciata, “hanno ammazzato uno”. Ne avevo avuto più che notizia sentore, e stavo andando per verificare, intanto un gruppo di compagni rifugiato sugli scogli veniva attaccato dal mare coi gommoni della polizia e GdF, e dal cielo dove un malefico elicottero li bersagliava di lacrimogeni.

Ricordo Bertinotti che impugna il megafono cercando una soluzione politica a una situazione che pareva non avere vie d’uscita. E i pochi deputati di Rifondazione prodigarsi ma erano gocce in un mare. Uno, Ramon Mantovani, mi prese a braccetto tirandomi via da un brutto rovo dove stavo infilando la testa. Altri rappresentanti del popolo di sinistra in giro non ne vidi, non ce ne furono. Le forze della sinistra istituzionale lasciarono campo libero al massacro.

Mi ricordo un gruppo di celerini che si accanivano sui finestrini di una ambulanza fino a sfasciarli inondandola poi di lacrimogeni, e quelli che picchiavano irridendoli una coppia di amorosi terrorizzati. Mille altre infamità di celere carabinieri e GdF mi ricordo, uno per uno.

Mi ricordo decine di migliaia di persone che ostinate non abbandonavano il terreno, quelle che cantavano, quelle che pregavano a mani giunte, quelle che marciavano a mani alzate, quelle che cercavano di resistere a mani nude e pugni chiusi, quelle che scappavano per tornare pochi minuti dopo, quelle che cercavano di piazzare ostacoli per rallentare le cariche furiose.

Da ragazzo andai a Bologna con la FGCI, federazione giovanile del PCI, a una manifestazione per Patrice Lumumba. Dopo la conferenza comizio uscimmo dal Comune per un sit in sul sagrato di San Petronio. Intervennero i carabinieri. Io dissi a uno degli energumeni “ma la Costituzione….”al che lui urlò “la Costituzione è tutto merxismo” prendendomi per la collottola e cacciandomi via con una terribile pedata nel sedere, dolorosissima sul coccige, e umiliante.

Intanto dall’altra parte della piazza un piccolo gruppo urlava slogan più battaglieri, e quando un basco nero impugnando il moschetto per la canna stava roteandolo per colpire, un giovane robusto assai gli cacciò un pugno in fronte facendogli volare via l’elmetto e mandandolo gambe all’aria. Pensai allora che là avrei dovuto stare, come poi accadde e non sono più tornato indietro. Seppure a Genova decine d’anni dopo arrivai inerme.

Mi ricordo quando esausto dovetti poggiarmi alla spalla di Angelo Miotto che mi condusse fino a un luogo calmo, e compresi che a 55 anni ero ormai troppo vecchio per gli stravizi manifestanti.

Mi ricordo quando la sera finalmente seduto a cena con altri di radio pop, arrivò la notizia che la polizia stava entrando in forze alla Diaz, e corremmo a vedere senza potere far altro, tenuti a debita distanza da fitti cordoni di agenti.

Mi ricordo quando la mattina dopo andai alla scuola, contando le macchie di sangue, che erano tante: un macello. Lì incontrai Claudio Sabattini, all’epoca segretario FiOM a Brescia, che cercava tracce di uno dei suoi delegati ingoiato da un cellulare, e di cui le autorità preposte in questura sembravano non sapere nulla. Claudio disse “hanno picchiato così duro perchè vogliono instillare il terrore, non la semplice paura, ma il panico che non ti permette di pensare, e anche dopo nel ricordo ti verrà la pelle d’oca e la cagarella”. E ancora non sapevamo cosa successe a Bolzaneto. Il puro orrore di stampo cileno con un particolare accanimento e crudeltà contro le ragazze. Fu una violazione dei diritti umani generalizzata e prolungata nel tempo con episodi, molti, di vera e propria tortura.

Le forze di polizia a Genova si macchiarono di crimini contro l’umanità, che purtroppo la magistratura nei pochi e stitici processi non sanzionò.

Epperò i crimini contro l’umanità non vanno in prescrizione.

Dopo Genova 2001 in Italia non ci fu più alcun movimento generale di contestazione globale. Ci si ritirò nei centri sociali, fortini di resistenza attiva, encomiabili ma un movimento che avesse in sè la potenza di cambiare il mondo, ecco quello fu affondato. Un altro mondo è possibile si diceva allora ma così non fu. Rimase in piedi il mondo vecchio che dura tutt’oggi. Gli ottimisti della volontà proclamano che non si arresero, che non ci arrendemmo. Frase molto reboante che non vuol dire nulla, è in senso proprio letteralmente priva di senso. Non sono in questione i singoli, nè tantomeno le lotte delle classi subalterne che sempre ci furono e sono. In causa fu le distruzione di un movimento che voleva abolire lo stato di cose presente, cosa – sia detto en passant – che nessun partito può fare; un partito può fare un’insurrezione come i bolscevichi nel 17, se va bene prenderà il potere ma non metterà in essere il comunismo – la storia del’URSS, oggi Russia, ne fa fede.

In fine. Ma potrebbe essere l’inizio. Il Social Forum che convocò la manifestazione di Genova fu un’invenzione geniale che aveva come orizzonte il mondo. Un sistema complesso che riusciva a fondere insieme la politica l’ecologia la scienza e l’arte, un contratto di equità tra uomo e natura e tra uomo e uomo (le donne anche è ovvio), il prototipo di come avrebbe potuto essere un mondo di viventi liberi e uguali, l’utopia concreta di un altro mondo possibile. In piena libertà: liberi umani in libera natura. Con un senso di pienezza e gioia che emanava.

Dalla forsennata repressione scatenata a Genova, senza che nel panorama politico italiano si muovesse foglia, questa possibilità fu distrutta, annichilita. E non vale la consolatoria visione di chi dice: però tornammo a casa più arrabbiati di prima, più decisi a lottare.

La caratteristica, una delle principali, di un sistema complesso, è che la sua intelligenza non è uguale alla somma delle intelligenze dei singoli componenti, ma molto più estesa e profonda. L’intelligenza del sistema trascende, e di gran lunga, la somma delle singole intelligenze. Quando invece gli individui tornano singoli la complessità scompare, e l’intelligenza del corpo sociale si degrada.

Nel Social Forum sul serio c’erano i semi per una nuova cultura degli umani.

Allora per evitare questa prospettiva rivoluzionaria, ma di una rivoluzione inedita e impensata, bisognava fare tabula rasa a colpi di manganello, vecchia usanza italica ma sempre buona. Talchè la bella e straordinaria avventura fu brutalmente interrotta. Più precisamente: amputata dal corpo sociale.

Ne rimane la memoria, e l’importanza di avere sperimentato che sul serio un altro mondo è possibile,

 

 

Category: Guerre, torture, attentati, Osservatorio sulle città

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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