Le cose belle, un bellissimo documentario di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno

| 31 Agosto 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Su autorevole consiglio di Roberto Alvisi, siamo stati Roberto, Amina e il sottoscritto, a Bologna ieri sera al Cinema Lumière a vedere il documentario “Le cose belle” di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno.

E’ bellissimo e consiglio chi vive a Bologna di andarlo a vedere subito al cinema Lumière dove è in programmazione fino al 3 settembre.

Questo documentario pone problemi metodologici molto interessanti che il regista Agostino Ferrente ha affrontato con competenza e profondità nell’incontro di ieri sera. Apro una parentesi per confrontare questo tipo particolare di documentario con i problemi della inchiesta sociologica che mi sono trovato ad affrontare e che hanno portato nel gennaio del 1971 al primo numero della rivista “Inchiesta” edita da Dedalo di Bari.

La laurea alla Bocconi nel 1961 con una tesi di matematica e sociologia mi aveva portato alla Columbia University di New York dove Paul F. Lazarsfeld (un ebreo viennese laureato in fisica e specializzato in psicologia sociale arrivato negli Stati Uniti nel 1935 per sfuggire alle politiche hitleriane) organizzava la ricerca sociologica intorno al paradigma della oggettività. L’idea centrale di Lazarsfeld era che una ricerca sociologica era tanto più scientifica quanto più distante era il ricercatore dai soggetti che osservava. A questo paradigma della oggettività aderiva anche uno studioso come Erving Goffman che nel 1961 aveva pubblicato un libro Asylums sulla violenza negli ospedali psichiatrici dove aveva documentato cosa accadeva in quelle istituzioni totali entrandovi come fisioterapista e riducendo al minimo ogni contatto verbale (né i pazienti né i medici di quell’ospedale sapevano che era un sociologo). Questo libro uscì in italiano nel 1969 da Einaudi tradotto da Franca Basaglia e con una introduzione di Franca e Franco Basaglia e aprì la via alle nuova psichiatria. Sembrava quindi che con questo paradigma della oggettività si poteva essere “scientifici” e di “sinistra”. In realtà si scoprì che poteva esserci un altro paradigma altrettanto scientifico: il paradigma della ricerca azione in cui l’obiettivo era la trasformazione della società e la ricerca era una sequenza di ricerche-azioni che proseguivano nel tempo fino al raggiungimento della trasformazione voluta. Seguendo questo paradigma il ricercatore poteva (in molti casi doveva) interagire con i soggetti della ricerca se questo era importante per il raggiungimento delle finalità decise dal ricercatori con gli altri attori. Il termine ricerca azione e la definizione metodologica di questo tipo di ricerca era dovuto a Kurt Zadek Levin, psicologo tedesco anche lui ebreo e emigrato negli Stati Uniti nel 1933 a causa del nazismo.

Il documentario di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno come si colloca tra questi due paradigmi (quello della oggettività e quello della ricerca azione)? La scelta fatta dai due registi è stata molto chiara: è una scelta tutta in direzione del paradigma della ricerca azione. I due registi hanno infatti aderito a quattro punti tipici di questo paradigma e nella osservazione dei quattro personaggi principali del documentario è presente nei due registi: (a) il loro rifiuto di un uso della macchina da presa di nascosto dai protagonisti; (b) per contro un loro coinvolgimento molto intenso con i protagonisti; (c) adesione a un progetto che è una sequenza di ricerche-azioni che non ha un termine preciso perché l’obiettivo di trasformare la società, presente fin dal primo film del 1999, non è certo compiuto con questo documentario appena uscito; (d) adesione a un progetto di trasformazione in positivo della società napoletana presentando quattro protagonisti pieni di problemi “normali”, ragazzi e ragazze della porta accanto fuori da una visione spettacolare di una società sotto i riflettori di Gomorra. Un obiettivo di ricerca azione di chi ama Napoli.

Nessuna scelta metodologica garantiva però un risultato così positivo e questo è sicuramente merito dei due registi. Questo prodotto cinematografico è infatti bellissimo e le storie dei due ragazzi dodicenni (Fabio e Enzo) e delle due ragazze quattordicenni (Adele e Silvana) filmate nel 1999 e a dieci anni di distanza sono vive, emozionanti e fanno riflettere per cui il film merita tutti i premi ricevuti e tutte le entusiastiche recensioni allegate.

Il regista presente in sala ha ieri sera parlato di come sia stata necessaria “una fiducia reciproca assoluta” tra loro registi e i quattro protagonisti del loro documentario. I quattro protagonisti si sono fidati e hanno lasciato che i registi entrassero a filmare le loro vite e i due registi hanno cercato di renderli più consapevoli e, quando era possibile, dar loro una mano nelle loro vite difficili. Come precisa Ferrente nella bella intervista di Camilla Ruggiero “i ragazzi ci hanno vissuti come una cosa bella e questo per noi è stato per noi il premio più importante”

Nella stessa intervista Ferrente precisa: “quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall’amicizia o dall’amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta”

Christian Raimo nell’ultima recensione riportata scrive: “Le cose belle è un documentario o un film di finzione? Ecco una domanda che, per chi ha visto il film, si rivela pleonastica. Ci siamo finalmente emancipati da quelle categorie solo merceologiche che confinano il documentario a una fruizione d’essai? Se n’era già parlato quest’anno in occasione del (relativo) successo di documentari come Sacro GRA o Fuoristrada e di film di finzione come Piccola patria”.

Sono ovviamente d’accordo nel fare uscire sempre di più documentari come Le cose belle nelle sale cinematografiche. Il confronto con Piccola patria di Alessandro Rossetto (2013) mi permette qualche riflessione da sociologo. Nel documentario Le cose belle ho trovato tutte le caratteristiche di una ricerca azione che vuole trasformare in positivo una società. Nel film Piccola patria c’è una diagnosi impietosa di uno spaccato sociale ma non si intravedono percorsi di uscita e di riscatto. In questa fase di difficile transizione economica, politica e culturale mi sento molto più coinvolto favorevole a diffondere prodotti cinematografici come Le cose belle.


 


 

1. Camilla Ruggiero: “Le cose belle” di Ferrente e Piperno è il miglior documentario dell’anno

[pezzo uscito su Kino Review e diffuso in rete da www.minima&moralia.it del 6 marzo 2014]

 

Le cose belle” vincitore dei seguenti premi: Doc/it Professional Award, Premio del Pubblico Italiano, Premio del Pubblico Europeo, Premio Fake Factory

È sorprendente quanto, in fin de conti, il film più riuscito ed emozionante di tutti sia la vita stessa, anche quando può sembrare sgraziata e continuamente offesa, come quella dei quattro protagonisti di questo meraviglioso film. Le cose belle è fatto di vita: quattordici anni di riprese per un’ora e mezza di destino. Parliamone con uno dei due autori, Agostino Ferrente che forse, proprio per la consapevolezza di aver maneggiato qualcosa di più grande di lui, è molto emozionato.

 

D. Le cose belle nasce dall’idea di riutilizzare materiale di un altro vostro film, ‘Intervista a mia madre’, in una chiave nuova e abbastanza inedita, almeno in Italia. Ci racconti di cosa tratta il primo film del 1999?

R. Sì, allora, il film tratta della vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Io e Giovanni Piperno, il coautore, li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione. La relazione tra noi e loro fu improvvisa, straordinaria e intensissima. Inoltre li incontrammo in un periodo storico in cui la città sembrava guardare al futuro con ritrovata fiducia. E anche loro, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, seppur armati di scaramantico disincanto, covavano legittime attese verso i giorni a venire. Di fatto tentammo di usare quel periodo per renderli più consapevoli della loro condizione esistenziale e, dove possibile, dare una mano nelle loro vite difficili.

 

D.Come vi è venuta l’idea per Le cose belle?

R. È un’idea che più o meno inconsciamente abbiamo sempre avuto. Io sono quello che l’ha spinta di più da sempre. Le quattro settimane di ripresa dedicate nel ’99 a quelle quattro vite ci sono sempre sembrate piuttosto poche e da allora ci è sempre rimasto il desiderio di poter approfondire di più. Anche perché quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall’amicizia o dall’amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta…

 

D. E quindi cosa è successo? Cosa vi ha spinto a continuare a filmarli?

R. Nel rispetto di tale fiducia che si era creata e che ci aveva legato indissolubilmente a loro, non abbiamo mai interrotto il legame. Anche dopo che Intervista a mia madre ebbe un bel successo, vincendo premi ed essendo trasmesso in tv in prima serata con record d’ascolto per un prodotto del genere. Anzi, forse anche alla luce di questo crebbe in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Pur avendo provato, nel tempo, ad aiutarli concretamente, il senso d’impotenza ci ha spinto a tornare a cercarli ancora. E già nel 2002, eravamo tornati a Napoli, dove, con Antonella Di Nocera, che fu indispensabile tre anni prima per trovare i protagonisti, realizzammo un laboratorio per insegnar loro a usare le telecamere da soli, e poi, ispirati dal loro girato e dai loro racconti, scrivemmo un trattamento per un film nel quale si mescolava realtà e messa in scena. Ma per motivi produttivi il progetto naufragò. Poi, dieci anni esatti dopo, cioè nel 2009, decidemmo di riprovare a concedere a loro e a noi stessi questa tanto desiderata seconda possibilità.

 

D. Come avete scoperto i quattro protagonisti Adele, Silvana, Enzo e Fabio e perché li avete scelti?

R. Arrivammo a Napoli in pieno agosto, durante l’eclissi solare. La città di giorno era deserta, non che fossero partiti tutti in villeggiatura, ma i più non rinunciavano a un tuffo, tra spiagge limitrofe e acquapark. Andammo anche lì a cercare i nostri potenziali protagonisti, o per strada, perché poi dopo il tramonto tutti tornavano a casa. Ne intervistammo un centinaio, senza preferenze di quartieri e classi sociali. Alla domanda ‘che lavoro vorresti fare da grande?’ tutti i maschi rispondevano ‘il calciatore’, le femmine ‘la modella’ (ancora non era stato lanciato il termine ‘velina’). I nostri quattro furono gli unici che dimostravano da subito di essere consapevoli che non sarebbero diventati calciatori o modelle… poi un estratto di quelle prime interviste fatte per il ‘casting’ finì in Intervista a mia madre e parte di quello è stato poi riutilizzato per Le cose belle.

 

 

D. Nell’immaginario di chi non è di Napoli, quando racconti le periferie, viene subito in mente la camorra, Scampia etc. etc.. Voi avete preferito che i vostri protagonisti non appartenessero a quel mondo, perché li avete scelti così?

R. Davvero non ci interessava speculare cinematograficamente sulla storia di ragazzi ormai incastrati nella criminalità, o di casi umani… storie così non era e non è difficile trovarne a Napoli. Probabilmente era quello che il nostro committente televisivo si aspettava. Infatti molti degli altri titoli inclusi nella nostra stessa serie, principalmente quelli realizzati dalla redazione interna, erano dedicati a storie di infanzia negata nel mondo, mostrando giovanissimi costretti a prostituirsi, a spacciare, ad usare le armi. Noi invece avevamo deciso di provare a raccontare storie nella norma, tipiche, provenienti da famiglie di media estrazione sociale. Storie della porta accanto, di ‘normale’ difficoltà economica, sociale e culturale.

 

D. Avete scelto quattro ragazzi normali, ma anche particolari…

R. Particolari perché potevano contare su un’arma in più per difendersi dalle tentazioni di scorciatoie spesso intraprese da familiari prossimi, e per provare a resistere in generale: la loro ‘bellezza’. E l’hanno usata qualche volta nuotando contro corrente, spesso lasciandosi trascinare pur di non affogare, ma sempre con dignità e onestà.

 

D. Qual è l’arco di tempo durante il quale li avete seguiti?

R. Tutto agosto ’99 e poi le nuove riprese sono avvenute, ovviamente non consecutivamente, nell’arco di quattro anni: dal 2009 a fine 2012 e mi sa che qualche fegatello l’abbiamo realizzato nel 2013.

 

D. E come è stato rintracciarli tanti anni dopo?

R.La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, sistematicamente delusa: le loro esistenze ci sembrarono ferme, cristallizzate, senza speranze di miglioramento. Questo ci creò un grande disagio che, non ti nascondo, ci fece anche venire mille dubbi sull’opportunità di continuare o lasciar perdere. Che poi in noi si mescolava il dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Anche grazie a Gomorra le immagini di una città e del suo popolo ostaggi dell’immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva, avevano fatto il giro del pianeta, e non c’era Tg italiano, trasmissione, giornale che non ne parlasse.  E ci venne il timore di ritrovarci anche noi su quel carro, col rischio di speculare…

 

D. Come avete fatto a proseguire e a superare il timore di speculare e il disagio di non poter fare nulla per loro?

R. Un po’ alla volta si sono affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all’indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte quegli sguardi disincantati ci sembravano la conferma di come il contesto sociale decide il destino delle persone, soprattutto in quegli ambienti, dall’altra, quegli stessi sguardi, ci comunicavano che sotto l’apparente immobilismo c’era un fermento, un sforzo, che andavano sostenuti, perché quei ragazzi dovevano cavarsela da soli, senza poter contare su alcun aiuto esterno. Voglio dire che dietro quegli sguardi  c’era la fine dell’innocenza e l’inizio di una consapevolezza che li metteva in pace con se stessi e gli conferiva quella forza vitale di cui parlavo prima, necessaria per resistere.

 

D. Nella parte ambientata ai giorni nostri accostate frammenti del ‘99 a quelli del 2009/12. Con un effetto molto poetico raccontate in un istante il destino dei personaggi, come se in quegli attimi la vita di quei bambini avesse già in nuce il loro destino.  Non vi ha turbato questa consapevolezza?

R. Io credo che questo tipo di consapevolezza valga per tutti noi, non solo per i protagonisti del nostro film. Ognuno di noi sin da piccolo mostra le proprie attitudini, poi si sa, quello che succederà dipende da tantissimi fattori: le proprie capacità, la propria determinazione, il caso… ma, inutile nasconderlo, direi che il fattore più importante è sempre stato, e ancora oggi rimane, il contesto sociale in cui si cresce, non basta avere il talento se poi nessuno ti aiuta a valorizzarlo.

 

D.Com’è stato per voi trovarvi di fronte a così tante risonanze tra il materiale del ‘99 e quello di oggi? Non vi ha fatto sentire di avere letteralmente ‘in mano’ le vite dei protagonisti?

R. In realtà noi non volevamo tirare un bilancio che peraltro sarebbe comunque prematuro alla loro età. La nostra intenzione era di provare a fotografare il tempo, che detta così sembra una cosa astratta e presuntuosa, ma è la verità. Il nostro film non voleva essere un esame che certificasse chi ce l’ha fatta e chi no: non ci siamo posti come i giudici di un talent show pronti a emettere la loro sentenza. Ci sembrava così riduttiva questa ipotesi per la quale c’è chi nella vita vince e chi perde. E allo stesso tempo in un’eventuale e così assurda ipotesi che titoli avremmo mai avuto noi per ergerci a giudici? Quindi no, non ci siamo mai sentiti di avere ‘in mano’ le loro vite e comunque, considerando il tempo che stiamo dedicando a questo film potremmo dire che noi pure abbiamo messo in mano a loro le nostre vite.  Ma come dicevo prima, nei documentari è così, quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro.

 

D. E loro come hanno reagito quando si sono visti ‘riassunti’ sullo schermo con tutti questi rimandi tra il passato e il presente? Qual è stata la reazione dei loro genitori, parenti e conoscenti?

R.Tutti si sono riconosciuti nel film, sia i quattro ragazzi che i loro familiari. Nessuno si è sentito tradito. Qualcuno si è commosso, per lo più hanno sorriso e talvolta riso.  I nostri quattro protagonisti sono molto intelligenti, e ormai consapevoli. Si sono rispecchiati sia nei punti dolenti che in quelli più divertenti della loro vita e del loro carattere. Ovviamente per noi è stato un grandissimo sollievo. Di fatto è come se avessero trasformato il loro film e tutto il tempo passato insieme in una sorta di ciclo di psicanalisi dove, se non altro, hanno trovato o ri-trovato la consapevolezza di se stessi e della loro vita, compreso l’ambiente che li circonda che li ha amati e ostacolati. Comunque ci hanno vissuti come una cosa bella e questo per noi è stato il premio più importante.

 

D. Nel film c’è una scena in cui Adele da piccola intervista la madre che le dice verità che non vorremmo sentire, che lei non è la figlia che avrebbe voluto. Anni dopo avete ripreso una scena in cui Adele si ribella a questa madre anaffettiva e poco protettiva.

R. Carmela, la mamma di Adele, è una bella persona, che si è trovata da sola a gestire un figlio che a dodici anni ha capito di non sentirsi a proprio agio nel corpo maschile che la natura gli aveva assegnato, e che già a quindici anni ha cominciato ad assumere ormoni femminili, cambiandosi il nome da Giovanni a Jessica. Questa storia ha spaccato la famiglia, il padre non ce l’ha fatta a reggerne il peso e l’ha scaricato tutto sulla madre che, dedicando tutte le sue energie a Jessica di fatto ha trascurato Adele, forse, considerandola meno fragile, forse sopravvalutando  la sua capacità di badare a se stessa, e stigmatizzando gli atteggiamenti che lei, di conseguenza, aveva assunto essendo cresciuta più in fretta: marinava la scuola, fumava e assumeva atteggiamenti aggressivi. Ma che la responsabilità sia parecchio anche sua Carmela l’ha sempre saputo, e questo è il significato delle sue lacrime quando, nello scontro a cui ti riferisci, Adele glielo rinfaccia.

 

D. Quelle due scene sono strettamente legate, sembrano una la conseguenza dell’altra a distanza di 12 anni, come è potuto accadere?

R. La tensione tra loro due c’è sempre stata, e già si percepiva nel ’99, quando però Adele aveva solo quattordici anni e Carmela era più ottimista sull’idea di poter gestire senza conseguenze la transessualità di Jessica che invece crescendo si è scontrata con inevitabili problemi di natura psicologia e lavorativa. È chiaro che diventando adulta e, madre lei stessa, Adele ha assunto maggiore consapevolezza dei propri problemi familiari, e la tensione tra lei e sua madre è diventata ancora più palpabile. Noi, volendola raccontare, ci siamo limitati a sollevare il coperchio, diciamo così, e farla venire fuori. È questo il mestiere del documentarista.

 

D. Un’altra coincidenza di cui volevo chiedervi delucidazioni. A un tratto Enzo incontra la madre di Fabio dopo 12 anni ed è l’occasione per i due ragazzi di rivedersi e cominciare a lavorare assieme. Quanto c’è di casuale e quanto c’è di organizzato ‘dietro le quinte’ da voi?

R. L’incontro tra i due è stato propiziato da noi e non solo per esigenze narrative. Quando li abbiamo ritrovati separatamente, Enzo lavorava, desideroso di coinvolgere nel suo lavoro altri soggetti interessati: col meccanismo del cosiddetto ‘multi level’ più ne trovava e più la sua posizione cresceva all’interno della piramide. Fabio invece era disoccupato e quando provava a vendere nelle bancarelle abusive allestite fuori dagli stadi gadget ai tifosi delle partite, o ai fans dei concerti, quasi sempre ci rimetteva tra spese di viaggio e altro. Almeno questo ci diceva lui, che certo non moriva dalla voglia di fare quel mestiere. Allora noi li abbiamo fatti rincontrare, visto che le richieste dell’uno coincidevano con l’offerta dell’altro. A Enzo tra l’altro, casualmente, era stata assegnata come zona proprio il Rione Sanità, dove vive Fabio e dove la madre vende il pesce per strada. Tutto il resto l’abbiamo filmato. E quello che filmavamo a quel punto era realtà, perché stava succedendo davvero, seppur propiziato da noi che oltre che registi siamo anche loro amici.

 

D. Ho notato che ci sono forti assonanze tra i due personaggi maschili e i due femminili. È casuale che li abbiate scelti così o c’è una ragione secondo te?

R.Durante le riprese del ‘99, a me e Giovanni piaceva pensare che i personaggi maschili li capissi meglio io, perché di fatto mi ci identificavo, e quelli femminili lui. Perché all’epoca Enzo e Fabio, a dodici anni erano ancora due bambini, come me… che infatti ero e forse ancora oggi sono,  più adolescenziale di Giovanni, più sognatore. Credo questo dipendesse sia dal mio essere più giovane di lui di circa otto anni che dalla mia educazione tipica meridionale, cattolica e maschilista, che era appunto la stessa dei due nostri ometti, che poi, anche crescendo, sono rimasti ancora a casa delle rispettive mamme, confermando la tendenza mammona di molti noi maschi del sud. Invece le ragazze le incontrammo che avevano già quattordici anni ed erano già delle piccole donne, sia fisicamente che psicologicamente e poi le loro mamme si erano già separate dai loro padri e questo era stato forse un elemento che le aveva spinte a crescere più in fretta, con i conseguenti conflitti a cui ti riferisci. Giovanni le capiva meglio di me forse perché anche lui era andato via di casa presto dopo che i genitori si erano separati, e poi era un romano emancipato, aveva studiato al Mamiani, sensibile alle tematiche femministe, uno dei primi ad abbonarsi a Internazionale. Io invece avevo frequentato le scuole a Cerignola, e un gran numero di miei compagni erano finiti in galera per reati simili a quelli diffusi tra i giovani napoletani, e almeno su questi temi io ero più senz’altro più ferrato di lui…

 

D. Enzo è il personaggio che resiste meglio alle offese della vita. Perché secondo te la vita lo punisce continuamente, nonostante il suo talento e la sua fiducia?

R. Non so se la vita lo punisce continuamente, ma capisco questa tua sensazione e credo sia dovuta alla differenza tra cinema e vita, o tra finzione e documentario… Provo a spiegarmi: siccome noi abbiamo raccontato la vita di Enzo, e degli altri, in forma di film, allora a tutti noi, avendo introiettato dei meccanismi di narrazione legati al racconto filmico, siamo indotti ad aspettarci che alla fine arrivi questo benedetto lieto fine. Ovvero? Che sfondi nel mondo dello spettacolo dopo sacrifici e umiliazioni e diventi ricco, famoso e felice. E poi i titoli di coda. Ma la vita ha regole diverse dal cinema, e forse in questo senso il documentario si distanzia dal cinema di finzione, perché non può scegliersi un finale di fantasia. E allora in mancanza dell’happy ending allora il nostro cervello archivia la storia di Enzo, come degli altri, nella casella dei falliti. Ma, ripeto, non può essere così tranchant il giudizio su un essere umano.

 

D. A un certo punto ho come la sensazione che Enzo diventi la ‘guida spirituale’ del film.

R.In un certo senso sì. La sensazione che abbiamo avuto nel ritrovare Enzo adulto è che il bambino che aveva dovuto rinunciare alla sua spensieratezza e ai giochi con i coetanei nei giorni di pausa scolastica perché erano quelli con maggior presenza di turisti nei ristoranti e lui dunque serviva al padre per la posteggia, ecco, quel bambino così diligente e umile, che da subito aveva imparato la durezza della vita, confrontandosi con la precarietà, le umiliazioni ecc, poi da adulto è diventato quello con la corazza più dura, quello più pronto e allenato a farsi sbattere le porte in faccia, reagendo sempre con la massima dignità e umiltà. E questa era la sua forza rispetto agli altri tre, che però, hanno, ognuno a modo suo, altre frecce al loro arco.

 

D. Nel film non raccontate perché Enzo abbia deciso di chiudere col canto, il suo talento. Ci racconti perché lo ha fatto?

R. Dopo essersi visto sullo schermo del primo film, come se si fosse specchiato per la prima volta in vita sua, ha realizzato, che in fondo stava rinunciando agli anni più spensierati della sua vita che mai sarebbero tornati. E il tutto investendo, indotto dal padre, in un’attività che teoricamente aveva a che fare col suo talento, ma che di fatto non lo alimentava, anzi. Puntando più che altro sul fattore umano, cioè la tenerezza che il bambino cantante procurava agli avventori dei ristoranti nella speranza che lo premiassero con una banconota. Peraltro tutto questo succedeva con Enzo in piena pubertà, quando cioè quelle situazioni che divertono e fanno sentire importante un bambino che fa guadagnare soldi in quel modo cominciano ad imbarazzare un adolescente. Infatti quando ci portavamo Enzo alle presentazione ai Festival lui confidava al pubblico che non se la sentiva più di “chiedere l’elemosina col  padre”. Era una reazione sicuramente esagerata, ingenerosa nei confronti di un genere musicale di dignità storica come quello della posteggia, che sotto forse celava un non detto rispetto al rapporto col padre. E certamente a quell’età un po’ di conflitto ci sta tutto. Senza tralasciare un fattore fondamentale: in tutto questo la sua voce bianca e tenera da bambino aveva ceduto il posto a quella calda e virile da uomo, e quindi in caso il padre avrebbe dovuto rimodulare la sua offerta alla clientela.

 

D. E perché lo avete omesso?

R. In realtà avevamo provato a farlo venire fuori. Ricordo una scena di Enzo che insieme alla sua ragazza italo-nigeriana vede in tv il dvd di ‘Intervista a mia madre’  e lei, provocata da noi, gli chiedeva come mai aveva smesso. Poi al montaggio quell’informazione ci era sembrata ‘superflua’, così come ci era sembrato troppo autoreferenziale la citazione del primo film. E alla fine abbiamo optato per un’ellissi… comunque quella è una delle scene prenotate per gli extra del dvd”.

 

D.Durante i titoli di coda Enzo torna a cantare, lo vediamo interpretare benissimo ‘Passione’ accompagnato dal pianoforte. Come siete riusciti a convincerlo a cantare nuovamente?

R. Potremmo dire che è stato lui a convincere noi…Alla fine della proiezione a Venezia, Canio Loguercio, che ci aveva donato due brani per il film, accompagnato da Rocco De Rosa al piano, ci aveva regalato un concertino in un palchetto allestito all’occorrenza. A quel punto Enzo, che durante tutte le nuove riprese si era rifiutato di cantare, a sorpresa salì sul palco e, senza averlo provato prima, intonò ‘Passione!’ Io e Giovanni ci rimaniamo di stucco… sia per la sorpresa in sé, e per il valore umano che quella cosa rappresentava, e sia perché avevamo deciso che forse, se non voleva più cantare era perché resosi conto nel frattempo che il suo talento si era affievolito . E invece anche il pianista gli fece dei grandi complimenti e fu lì che pensai che assolutamente quella scena andava girata ex novo e in qualche modo inserita nel film: e questa era una delle tante e significative modifiche che poi apportammo nella versione nuova.

 

D.Quindi, grazie al film, qualcosa è cambiato?

R. Grazie alla discreta pubblicità del film, ha ricominciato a fare la posteggia e molte persone, almeno a Napoli, lo riconoscono, e dopo aver condiviso quelle sensazioni che hai avuto anche tu guardandolo sullo schermo, gli mostrano affetto e fanno il tifo per lui. E quindi, almeno dal punto di vista lavorativo, la situazione per lui è migliorata. Tra l’altro ultimamente, per problemi di salute, il padre non lo può più accompagnare e la chitarra la suona un maestro forse più titolato e questo, sia psicologicamente, che artisticamente, sembra averlo responsabilizzato, infondendogli maggior sicurezza in se stesso. In tutto questo noi abbiamo in cantiere un progetto che non sappiamo se riusciremo a realizzare, ovvero l’allestimento di una sorta di Cine-concerto che prevede una breve esibizione live di Enzo dopo i titoli di coda, accompagnato da musicisti esperti di posteggia. Se son rose…

 

D. La musica nel film ha un ruolo molto importante. Come vi siete orientati nell’infinito repertorio partenopeo?

R. La prima direzione che abbiamo seguito, sia nel ’99 che dieci anni dopo è stata quella di immergerci nella loro musica, ovvero quella dei Neomelodici, su cui tanto si è scritto. E’ davvero un universo sotterraneo, una lingua con cui comunicano valori comuni, sentimenti, mode. Forse l’ultimo vero fenomeno pop in Italia. E non l’abbiamo ne santificato, come certi critici che amano il trash, così possono scriverci libri e rivendicare la scoperta dell’ultima tendenza, e neanche trattato dall’alto in basso, da registi intellettuali che si limitano a descrivere quello che ascoltano i loro personaggi per meglio identificarli ma mantenendo le distanze o peggio, evidenziandole, appunto perché quella è musica volgare, tra l’altro in questo caso, legata alla Camorra. Tutti i brani che abbiamo scelto piacciono anche a noi, da Maria Nazionale al primo Gigi D’Alessio. La prima canzone neomelodica di cui ci siamo in innamorati è ‘Lui mi fa morire’, la cantavano nel ’99 sia Adele che sua sorella Jessica. Si diceva che fosse stata lanciata da una cantante trans, credo si chiamasse Nina. Non mi ricordo più se era una diceria o una cosa vera, ma la sola idea aggiungeva a questo orecchiabilissimo brano un alone di mistero e un sotto-testo che agli cocchi delle due la rendeva una sorta di canzone militante. E poi ci sono due capolavori come ‘Ragione e sentimento’, un brano ormai epico di Maria Nazionale e ‘Guaglioncè’, del primo Gigi D’Alessio, che è una dolcissima fotografia di quella generazione di adolescenti come era Silvana quando la conoscemmo.

 

D. E per il repertorio più classico Enzo è stata la vostra guida?

R. Sì, infatti…. prima Enzo e poi suo padre cantano nella posteggia. ‘Passione’ potrebbe essere il sottotitolo del film, infatti spesso ci dichiariamo il “lato b” del bellissimo film Turturro, nel senso che lui aveva magistralmente raccontato il centro storico della canzone napoletana, noi ci siamo spinti in periferia. Ma ci siamo anche concessi due versioni di ‘Luna rossa’.

 

D. E poi c’è quella che tu definisci l’avanguardia, giusto?

R. Sì, la chiamiamo così senza sapere se è la giusta definizione… ‘A storia e Maria’, vera è una vera e propria hit di Ricciardi e Granatino, che catturammo già nel teaser del 2009″. Poi ci sono altri due bei pezzi di Canio Loguercio e Rocco de Rosa, uno dei quali è la rielaborazione struggente, di ‘Passione’, eseguita insieme a Peppe Servillo, che ci sembrava potesse  idealmente raccontare il passaggio dal ’99 ai giorni nostri.

 

D. Tornando ai personaggi, cosa è cambiato invece nelle vite degli altri protagonisti grazie al film?

R. Ancora non lo sappiamo e forse è ancora presto per appurarlo. Ci sono stati dei cambiamenti nelle loro vite ma ancora non sappiamo se e quanto avvenuti grazie al film o per colpa del film…di Enzo abbiamo detto. Adele si è trasferita in Sicilia col suo nuovo compagno, come riportato sui titoli di coda. Quello che abbiamo preferito non precisare è che lei non si è portata dietro la sua bambina che alla fine sta crescendo con i nonni paterni. E’ stata una decisione molto difficile, dolorosa e pesante, che non ci andava di sottolineare e giudicare. Silvana ha lasciato il suo compagno appena lui ha finito di scontare la pena degli arresti domiciliari, voleva una vita diversa che evidentemente insieme a lui non era sicura di riuscire a costruire. Ha interrotto nuovamente il rapporto con sua madre e si è trasferita col suo nuovo compagno in un appartamento nel centro storico di Napoli. Anche questo lo raccontiamo nei cartelli finali, ma non raccontiamo che la nuova casa è grande quanto un ascensore, che il compagno lavora facendo le pulizie all’università riuscendo a fatica, come si suol dire, ad arrivare alla fine del mese e che il rapporto con la madre l’ha dovuto interrompere perché quest’ultima si era opposta alla sua decisione di lasciare il precedente compagno perché ciò rappresentava un affronto alla famiglia dello stesso… Fabio e la sua compagna continuano ad appoggiarsi a casa della mamma di Fabio, anche ora che aspettano una bimba… Quest’ultima novità non c’è ancora sui cartelli, ma la stiamo inserendo last minute, tanto finché non usciamo ufficialmente in sala e home video il montaggio lo considero ancora aperto e aggiornabile all’occorrenza…

 

D. Si è creato un legame indissolubile con i protagonisti del film? In che rapporti siete?

R. Li consideriamo dei nostri fratellini. Li invitiamo quando è possibile alle presentazioni del film e se passiamo da Napoli li cerchiamo. Fabio è più schivo, Adele la sentiamo per telefono ora che è in Sicilia, forse ci sentiamo più spesso con sua madre Carmela, che ha avuto anche lei grossi problemi di salute e quando la cerchiamo per sapere come sta ci aggiorna anche sui figli. Il più piccolo studia e lavora a Milano. Jessica vive e lavora a Terni. Ogni tanto ci messaggiamo su Facebook. Silvana è molto felice, e si vede anche dall’aspetto fisico che non è più malandato. È più in carne, sorride sempre, ci è anche venuta a trovare a Roma. Ci piacerebbe, eventualmente, coinvolgerli tutti nel cine-concerto, ma ovviamente sarebbe più complicato rispetto a Enzo.

     

D. Dal film emerge Napoli come un universo a parte, una città che non assomiglia a nessun altro posto e in cui la concezione del tempo e diversa. Cosa avete capito di Napoli attraverso questo film?

R. Una battuta forse un po’ sessista di Oscar Wilde diceva che le donne non sono fatte per essere capite ma per essere amate. Io personalmente applicherei questo concetto a Napoli che durante la nostra lunga frequentazione ci ha procurato sentimenti opposti e sensazioni differenti. Una riconducibile a una teoria che collega la città alla presenza del Vesuvio che annuncia il pericolo di una catastrofe sempre in agguato nella loro città: e questa specie di minaccia, diventerebbe un alibi, che rende spesso il carattere dei napoletani carico di rassegnazione preventiva, di fatalismo disincantato, di mancanza di stimolo a fare progetti a lunga scadenza. Della serie, carpe diem… E questa sensazione ce la diedero da subito i nostri protagonisti e le loro famiglie, appena facemmo la loro conoscenza. Una sensazione, solo apparentemente opposta, ma molto forte, è stata quella di una città che, forse senza volerlo e senza saperlo, è sempre avanti rispetto alle altre in Italia e non solo. Quello che succede a Napoli oggi, succederà presto altrove: per esempio, l’accettazione sociale della transessualità, delle famiglie allargate, l’abitudine al lavoro precario, le forme plateali di protesta. Solo per citare alcuni fenomeni “europei” e tralasciare altri più vicini al concetto di stereotipo. Forse perché Napoli è costruita a incastri  e appena si inceppa un ingranaggio presto ci inceppa tutta la città e i nodi vengono al pettine prima. E così per certi aspetti questa città potrebbe diventare un termometro della nazione, un punto di osservazione dal quale intercettare in anticipo le tendenze, sia positive che negative.

 

D. Come è lavorare in due registi e come vi siete divisi i compiti?

R. Durante le riprese è meraviglioso. Non ci annoiamo mai e sentiamo di essere complementari. Lui oltre che regista è anche operatore, quindi si concentra molto sull’immagine, forte della sua lunga esperienza come fotografo e come assistente operatore di maestri come Rotunno, Spinotti, Lanci, ma anche a me piace molto scegliere l’inquadratura, infatti sono sempre collegato con un monitorino LDC. Poi io sono quello che entra di più in relazione con i personaggi, li studio, li provoco, li faccio interagire tra loro, ricreo situazioni già successe in nostra assenza che loro rivivono come una nuova e non meno autentica realtà. E ormai ci conosciamo così bene che quando uno dei due non c’è, chi è presente cerca di fare come avrebbe fatto l’altro assente. Durante le riprese è così, si fa quello che desideriamo entrambi, tanto in caso poi al montaggio si sceglie.  E poi al montaggio tutto si complica, perché spesso una strada esclude le altre e allora le scelte si fanno più dolorose, spesso frutto di dibattiti sanguinosi col povero montatore che ci sta in mezzo a cui viene di solito un terribile torcicollo. Io sono quello difficilmente soddisfatto, che vorrebbe sempre migliorare, al limite dell’accanimento terapeutico, lui è quello più svelto e concreto, che spesso dice: non è perfetto ma è il miglior equilibrio possibile. E allora spesso io rimango tutta la notte per dimostrare che un equilibrio migliore ci sarebbe, e se non c’è vuol dire che bisogna tornare a filmare…

 

D. Cosa pensi di Giovanni (Piperno)?

R. Lo stimo molto, mi ha insegnato molto, mi fa venire in mente una figura che faccio fatica a pronunciare correttamente, quella del ‘parresiasta’, che non fa calcoli, che non riesce a non dire la verità anche se sa che questo può danneggiarlo o creare gaffe… insomma è un libro aperto e in tutto questo gli rimprovero più o meno scherzosamente di avermi portato sulla cattiva strada del documentario facendomene innamorare… mannaggia a lui, avevo cominciato con dei corti di finzione ‘Poco più della metà di zero’ (1993) e ‘Opinioni di un pirla’ (1995) che avevano avuto buoni riscontri, dovevo continuare su quella strada e invece sono finito a fare voto di povertà con questo benedetto cinema del reale, che ultimamente va pure di moda e ciò nonostante: che fatica… pensa quando passerà la moda.

 

D. Quando esce ‘Le cose belle’ nelle sale?

R. Ancora non sappiamo se, quando e come. Dipende dall’Istituto Luce.

 

D. Uscirà un cofanetto con i due film, Le cose belle e Intervista a mia madre?

R. Sicuramente sì, insieme a un libro dedicato al film cui stanno lavorando alcuni scrittori napoletani coordinati da Diego De Silva che ci è sempre stato vicino, dai tempi di ‘Intervista a mia madre’. E dovrebbero partecipare anche Maurizio Braucci e Paolo Vanacore che hanno scritto con me e Giovanni i testi della voce off del prologo e dell’epilogo”.

 

D. Farete un terzo capitolo del film tra 12 anni? Ne avete paura?

R. È una domanda spontanea che da più parti ci hanno rivolto ma che per il momento non prendiamo in considerazione. Abbiamo provato, con ‘Le cose belle’ a realizzare un film autonomo, che potesse essere visto anche da chi non conosce ‘Intervista a mia madre’ e per questo abbiamo inserito dei frammenti recuperati dal girato di ‘Intervista’, rimontati per l’occasione. Quindi i nostri sono due documentari diversi, girati peraltro con durate, formati, destinazioni e, soprattutto, stili diversi tra loro. Dei capitoli successivi difficilmente potrebbero diventare altrettanto autonomi, a meno che non li si consideri delle appendici di aggiornamento con non so quale autonomia artistica.

 

 

2. Mauxa.com: Intervista ad Agostino Ferrente, “Le cose belle è il nuovo film documentario

[www.mauxa.com, 2 luglio 2014]

 

D. Con il tuo documentario “Le cose belle” affronti varie figure della realtà napoletana, e poi torni a rivisitarle dopo 10 anni. Come mai questa scelta di salto temporale?

R. Nel 1999 io e il mio co-regista Giovanni Piperno realizzammo un documentario per Rai tre intitolato “Intervista a mia madre”. Nel film abbiamo raccontato la vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione. La relazione tra noi e loro fu improvvisa, straordinaria e intensissima. Inoltre li incontrammo in un periodo storico in cui la città sembrava guardare al futuro con ritrovata fiducia. E anche loro, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, seppur armati di scaramantico disincanto, covavano legittime attese verso i giorni a venire. Di fatto tentammo di usare quel periodo per renderli più consapevoli della loro condizione esistenziale e, dove possibile, dare una mano nelle loro vite difficili.

 

D. Quindi è stato anche un lavoro sociologico?

R. Sì. Le quattro settimane di ripresa dedicate nel ’99 a quelle quattro vite ci sono sempre sembrate piuttosto poche e da allora ci è sempre rimasto il desiderio di poter approfondire di più. Anche perché quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall’amicizia o dall’amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta… Nel rispetto di tale fiducia che si era creata e che ci aveva legato indissolubilmente a loro, non abbiamo mai interrotto il legame. Anche dopo che “Intervista a mia madre” ebbe un bel successo, vincendo premi ed essendo trasmesso in tv in prima serata con record d’ascolto per un prodotto del genere. Anzi, forse anche alla luce di questo crebbe in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Pur avendo provato, nel tempo, ad aiutarli concretamente, il senso d’impotenza ci ha spinto a tornare a cercarli ancora, dieci anni esatti dopo per provare a concedere a loro e a noi stessi una seconda possibilità

 

D. Dal tuo documentario precedente “L’orchestra di Piazza Vittorio” dai molta importanza alla componente musicale del film. Come mai?

R. La musica secondo me è l’arte perfetta. Un film lo vedi, e se anche ti piace un sacco, poi lo rivedi tempo dopo. Una canzone puoi ascoltarla e riascoltarla di seguito, all’infinito. La musica è impalpabile, è come gli odori. Ti entra dentro, e la colleghi ad un’emozione provata in un periodo della tua vita e diventa la colonna sonora di quel ricordo. Io poi con la musica ho un rapporto d’amore, ma non corrisposto: io amo lei, lei non ama me… Sono stonato come una campana! E allora, come diceva il poeta, il mio è il vero amore eterno, quello non corrisposto, dove io continuo a corteggiarla.. Da bambino sognavo di fare il cantante, mentre però a scuola durante la lezione di musica nel coro c’era sempre una voce stonata che era la mia. E’ come se col cinema mi concedessi una “second life” dove invece questo amore impossibile trova finalmente il suo trionfo. Io non la so creare, ma accoppiandola alle immagine è come se la facessi nascere una seconda volt: e non cerco di non usarla mai solo come componente “decorativa”, ma cerco sempre di trasformarla in un elemento narrativo.

 

D. Qual è il film che più ti ha influenzato e perché’?

R.”Luci della città” di Charlie Chaplin

 

D. Qual è il tuo libro preferito e ti ricordi dove lo hai letto?

R. Non saprei dirti se e quale sia il preferito. Tralasciando i classici, tra i romanzi contemporanei ho amato molto “Limonov”, di Emmanuel Carrère, che ho letto mentre con la mia compagna viaggiavo in treno tra Russia, Bielorussia e Ucraina, poco prima che lì scoppiasse il casino.

D.Qual è il tuo cantante e album preferito e perché?

R. Non ho un cantante preferito, ma degli album o delle singole canzoni. E i miei gusti sono molto proletari. Posso amare tanto “The wall” dei Pink Floyd (ho avuto anche la fortuna di lavorare con Bob Elzin, uno dei produttori) che “La vita è adesso” di Claudio Baglioni, che ascoltavo nel passaggio alle soglie dell’adolescenza e ne conservo un ricordo dolcissimo. E posso amare Franco Battiato e Francesco Guccini, “La canzone delle domande consuete” mi fa rizzare i peli delle braccia, come pure posso amare canzoni che di solito chi ama si vergogna di ammettere, tipo “Solo noi” di Toto Cutugno, “Meravigliosamente” dei Cugini di campagna, “Luna” di Gianni Togni, e ovviamente “Noi siamo figli delle stelle” di Alain Sorrenti. Un’altra che adoro è “A mano a mano” di Riccardo Cocciante. E tralascio tutto Fabrizio De Andrè e Vasco Rossi.

 

D. Qual è il tuo prossimo progetto?

R. Sto lavorando ad un documentario realizzato insieme ad Oreste Crisostomi nel carcere di Terni. Non è un film sui detenuti ma fatto con i detenuti: a cinque di loro stiamo insegnando ad usare la telecamera… In un certo senso è un “film di evasione”.

 

 

3. Maria Pia Fusco: A Napoli non solo Gomorra. “Le cose belle” adolescenti crescono

[www.repubblica.it 20 giugno 2014]

     

Da oggi nei cinema il documentario di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno che tornano ad incontrare i quattro ragazzi protagonisti di “Intervista a mia madre”. Quindici anni dopo la città è peggiorata ma loro, anche grazie al film, hanno resistito alla tentazione della criminalità

Tante cose belle. È un saluto che ci si scambia come buon augurio e, in qualche modo, è il saluto con cui i due registi Agostino Ferrente e Giovanni Piperno lasciarono nel 1999 i quattro adolescenti che avevano scelto come protagonisti di Intervista a mia madre, il documentario girato a Napoli per RaiTre. Erano Enzo Della Volpe, un ragazzino vivace che voleva giocare al calcio, Fabio Rippa che con suo padre posteggiatore si esibiva nelle trattorie nei classici del repertorio melodico, Adele Serra e Silvana Sorbetti, anche loro con i sogni di un futuro bello, l’amore e una famiglia serena o una carriera di ballerina. Sono passati gli anni e i due registi sono tornati a Napoli e hanno realizzato Le cose belle, in cui ritrovano i loro protagonisti ormai adulti e con una vita segnata da diversi destini.

Intanto è diversa la città, alla fine degli anni Novanta era la città del rinascimento artistico e delle speranze legate all’amministrazione di Bassolino, oggi è la città dei rifiuti e del degrado. Enzo, Fabio, Adele e Silvana non hanno realizzato sogni grandiosi, ma, dicono Ferrente e Piperno, “tutti loro hanno trovato il loro spazio nella vita, un equilibrio senza rimpianti né amarezze”. Adele e Silvana non hanno raggiunto ricchezza e successi, ma hanno trovato il coraggio di liberarsi di legami negativi e hanno conquistato un equilibrio sentimentale che le rasserena. Enzo era il ragazzo più a rischio, un lavoro precario dopo l’altro, finché ha trovato la compagna giusta, ha una figlia. “Adesso che sono diventato padre, è stato molto importante rivedermi com’ero 15 anni fa, posso aiutare mia figlia a non commettere gli errori che ho commesso io”, ha detto alla presentazione di Le cose belle.

Più bizzarro il percorso di Fabio. Dopo Intervista a mia madre aveva smesso di cantare con il padre, aveva trovato lavoro in un’azienda di telefonia, ma si era licenziato. La partecipazione a Le cose belle lo ha indotto a cambiare idea, è tornato a cantare, ha ripreso a esercitarsi nel repertorio melodico classico e moderno, e ha anche preso lezioni di chitarra. “Adesso mio padre non ha più la salute per lavorare nei ristoranti e ai matrimoni, farò io il posteggiatore”, ha detto. E alla fine della proiezione del film al TaorminaFilmFest, che si è concluso pochi giorni fa e dove il film è stato presentato, ha incantato il pubblico con un breve concerto. La partecipazione al film del 1999 in realtà ha influenzato i destini dei quattro ragazzi, ma, dicono Ferrente e Piperno, “anche per noi è stata un’esperienza importante, una lezione di vita. Non abbiamo avuto grandi sorprese quando li abbiamo ritrovati per Le cose belle perché in verità non li avevamo mai persi di vista. Con il contributo di Antonella Di Nocera, che ci ha aiutato sia come insegnante che come produttore, avevamo creato un laboratorio per insegnare ai ragazzi l’uso della telecamera, in modo che fossero loro a realizzare qualche ripresa”.

Le cose belle, prodotto con diverse partecipazioni, comprese Bianca Film e Ipotesi Cinema, esce distribuito dall’Istituto Luce. Dicono Ferrente e Piperno: “Una delle lezioni che il film ci ha insegnato è che il futuro di una persona è fortemente determinato dall’ambiente in cui nasce e cresce. Enzo, Fabio, Adele e Silvana non sono diventati ricchi e famosi ma, forse anche grazie al primo film, hanno trovato la forza di rovesciare il destino, hanno reSistito alla tentazione della criminalità sempre in agguato: queste sono le “cose belle” del titolo.

 

 

4. Federico Pontiggia: Le cose belle, quattro vite 10 anni dopo. Il documentario sui diversamente magnifici

[www.Ilfattoquotidiano.29 giugno 3014]

 

Un grande film, piccolo solo per durata (88 minuti), realizzato con difficoltà nell’arco di quattro anni, senza novità strutturali (non è raro al cinema ritornare ai propri personaggi a distanza di anni), soprattutto senza pietismi e vittimismi: “Le loro esistenze – rilevano gli autori – sembravano ferme, cristallizzate, senza prospettive di miglioramento”

1999, Napoli. Agostino Ferrente (L’Orchestra di Piazza Vittorio) e Giovanni Piperno (Il pezzo mancante) realizzano per Rai Tre il documentario Intervista a mia madre, mettendo davanti alla macchina da presa quattro adolescenti, Fabio, Enzo, Adele e Silvana, e il loro interrogativo vecchio come il mondo: che ne sarà di noi? 2009, Napoli. Ferrente e Piperno tornano sui propri passi o, meglio, su quelli di Fabio, Enzo, Adele e Silvana: che ne è (stato) di loro? I registi, e prima ancora la realtà, rifiutano l’happy end: “Questa esperienza ci ha definitivamente confermato che difficilmente un documentario può cambiare una vita, però i nostri protagonisti attraverso questo film possono essere più consapevoli di quante cose belle scaturiscano dalle loro esistenze, nonostante tutto”.

E Le cose belle è proprio il titolo del nuovo documentario, prodotto da Pirata M.C., Parallelo 41, Point Film con Bianca Film e Ipotesi Cinema, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, meritato vincitore di tanti riconoscimenti, tra cui Miglior documentario italiano del 2013 a Doc/it. Un grande film, piccolo solo per durata (88 minuti), realizzato con difficoltà nell’arco di quattro anni, che senza novità strutturali (non è raro al cinema ritornare ai propri personaggi a distanza di anni), soprattutto senza pietismi e vittimismi ritrova quattro che come tanti, come tutti si pensavano magnifici e come quasi tutti crescendo si sono scoperti diversamente magnifici: “Le loro esistenze – rilevano gli autori – sembravano ferme, cristallizzate, senza prospettive di miglioramento.

Silvana sognava di fare la modella, stava con il padre ex carcerato, la madre se n’era andata: dieci anni dopo ha ancora un rapporto conflittuale con la madre, compagni che vanno e vengono, la chimera della moda abiurata nella vendita di cosmetici porta a porta. A scuola Adele andava male, perché non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, tantomeno dai professori: si sentiva autenticamente se stessa, si riusciva a esprimere davvero solo ballando. Due lustri più tardi è diventata madre, vorrebbe rifarsi il seno come il fratello che ha cambiato sesso, ma balla ancora: non per realizzarsi, ma per realizzare qualche soldo in un night club.

Fabio vive con la madre, ha perso il fratello e lavora saltuariamente, dove e come capita, senza ammazzarsi: sciarpe e cappellini spacciati invano allo stadio, qualche espediente, fino all’incontro con Enzo, che all’epoca di Intervista a mia madre cantava Passione nelle osterie accompagnato alla chitarra da papà e ora fa il piazzista di Tele2. Il sol dell’avvenire non li ha abbronzati, e già i corpi, gli sguardi denunciano i rovesci e i manrovesci che Napoli, e l’Italia, hanno tenuto in serbo per loro: si empatizza, si riflette, ma Ferrente e Piperno inibiscono la compassione, quella pacca sulla spalla che solleva gli animi e scarica le coscienze degli spettatori.

Non c’è buonismo, piuttosto la strenua ricerca delle cose belle “nonostante tutto”. Senza fare di Napoli il carnefice o il capro espiatorio, senza caricare di pelose metafore sociologiche il destino dei quattro, i due registi cambiano passo, scambiando gli sguardi in macchina e il potere alla parola dell’Intervista con la vita nel suo (di)sfarsi e l’azione cinematografica de Le cose belle: una scelta azzeccata, sintomatica, perché oggi chi darebbe voce, microfono e primo piano in macchina a Fabio, Enzo, Adele e Silvana? Appunto, solo chi li aveva già conosciuti e non ha voluto dimenticarli.

Le cose belle è ottimo cinema strappato alla realtà, andrebbe obbligatoriamente fatto vedere a chi ci governa, Renzi in primis, perché altrimenti la Passione è solo una canzone sui titoli di coda. Dieci anni dopo, ed è troppo tardi: per tutti.

In Italia si fanno film bellissimi, che spesso non arrivano in sala, non vengono trasmessi in tv, non vengono visti nelle scuole eppure possiedono una luce proprio su quel mondo così complicato da restituire al cinema evitando il colore, l’infanzia e l’adolescenza

 




5. Francesca Sironi: “Le cose belle”: Napoli e la vita in un Film

[espresso.repubblica .it 25 luglio 2014]

 

 

“Storij e prumess chi part e chi rest storij e chi se ward a vit aret a na finestr”. Musica napoletana: la ballano tutti, per strada, in casa, cantano, in auto o da ambulanti nei locali del centro. Musica che entra prepotente nel documentario “Le cose belle” di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno. Un racconto lungo dodici anni, che porta in scena le vite di Adele, Enzo, Fabio e Silvana. Incontrati a Napoli nel 1999, quando avevano fra gli 8 e i 12 anni, per un servizio commissionato dalla Rai. Ritrovati dai due registi nel 2009 e nel 2012, cresciuti, sbattuti dall’entusiasmo esplosivo che mostravano da bambini alla disillusione, al post-disoccupazione, post-arresti, malattie, amori infranti di quando hanno quasi trent’anni. Il passaggio dall’infanzia alla vita, insomma. Quella vita precaria che a Napoli ha forme forse più radicali che altrove ma che è un segno di riconoscimento dei giovani di tutta Europa: «Se no non si spiegherebbero il successo che abbiamo avuto anche in Francia e i commenti dagli altri paesi», racconta Piperno.

Eccole “Le cose belle” che mostra questo documentario, pluripremiato in festival e concorsi e ora distribuito in alcune agguerrite sale cinematografiche: sono le immagini della Napoli del “rinascimento” del 1999, quando i protagonisti erano bambini e dicevano «da grande farò la modella – il cantante – il calciatore».

Sono le stesse vite dodici anni dopo, in una città «sommersa dall’immondizia», come annotano gli autori, dove la voglia di mostrarsi e ridere è finita nello smaltimento indifferenziato di un “essere grandi” fatto di lavori ultraprecari, fratelli uccisi per strada, litigi, frustrazioni, genitori da mantenere, sogni a cui rinunciare. «Si dice che il tempo aggiusta tutto… Ma chissà se il tempo esiste davvero», scrivono i due registi nella sinossi del film: «Forse il tempo è solo una credenza popolare, una superstizione, una scaramanzia, un trucco, una canzone. Il tempo si passa a immaginare, ad aspettare, e poi, all’improvviso, a ricordare. Ma allora, le cose belle arriveranno? O le cose belle erano prima?»

Le cose belle”, spiegano, è un augurio napoletano, da pronunciarsi rigorosamente in italiano. E una domanda che rivolgono a una delle protagoniste quando ha 14 anni: «E le cose belle, quali sono?». Lei, con il degrado della periferia alle spalle, a casa il padre uscito di galera, la madre altrove con altri – numerosi – figli, non risponde. Tace. Sembra quasi presentire le difficoltà che incontrerà dopo, in questa vita alla giornata, diventata magra, magliette sportive, mentre porta la borsa al fratello in carcere. Ed è solo una delle quattro storie che si intrecciano nel film. Un documentario che vuole raccontare «la fatica e la bellezza di crescere al Sud». In «tredici anni di vita. Quella di Adele, Enzo, Fabio e Silvana, raccontati in due momenti fondamentali delle loro esistenze: la prima giovinezza nella Napoli piena di speranza del 1999 e l’inizio dell’età adulta in quella paralizzata di oggi».

A ottobre arriverà in Italia l’ultima grandiosa opera di Richard Linklater: Boyhood, un film che segue la crescita di un bambino, selezionato a un provino quando aveva sei anno e incontrato nell’arco di dodici anni, insieme ad attori del calibro di Ethan Hawke.

Ferrente e Piperno sembrano aver anticipato lo stesso desiderio, quello di raccontare la vita con la vita, inscenando alcuni momenti, è vero, ma senza forzature, senza trucco per sembrare più giovani o più vecchi, semplicemente aspettando che l’esistenza stessa faccia cambiare i suoi protagonisti.

«Quando nel 1999 realizzammo “Intervista a mia madre”, un documentario per Rai Tre che voleva raccontare dei frammenti di adolescenza a Napoli, chiedemmo ai quattro protagonisti selezionati come immaginassero il proprio futuro», scrivono gli autori: «Loro risposero allora con gli occhi pieni di quella luce speciale che solo a quell’età possiede chi ancora sogna “le cose belle” e con quell’autoironia tipica della cultura partenopea che li aiuta a sdrammatizzare, esorcizzare e talvolta rimuovere gli aspetti problematici della vita. Al tempo stesso da quegli occhi traspariva una traccia di scaramantico disincanto».

Dieci anni dopo, nel 2009, il ri-avvicinamento: «A spingerci non è stata soltanto la curiosità: anche se eravamo soltanto i registi di un documentario che parlava delle loro esistenze, col tempo è cresciuta in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti», continuano gli autori: «Consapevoli di non essere né i primi né gli ultimi registi intenzionati a scoprire che fine hanno fatto i loro personaggi, nel riavvicinarci ad Adele, Enzo, Fabio e Silvana ci rendemmo subito conto di non essere riusciti – anche se non era certo nostro compito – a “salvarli” dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, delusa: le loro esistenze sembravano ferme, cristallizzate, senza prospettive di miglioramento. Questo ci creò un disagio palpabile, direttamente collegato al dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo».

Ci sono voluti quattro anni poi per portare a termine le riprese; quattro anni durante i quali la vita dei protagonisti è cambiata ancora, costringendo anche gli autori a seguirli per raccontare il passaggio del tempo. Il risultato sono 90 minuti di un’immersione totale. Vitale. Che è anche un memento micidiale sulla realtà. Con una costante: la voglia di ballare.

 

 

 

6. Christian Raimo: “Le cose belle” di Ferrente e Piperno, un piccolo capolavoro

[www. europaquotidiano.it 12 luglio 2014]

 

Tutti sappiamo cos’è il tempo, ma quando ce lo chiedono – Sant’Agostino l’ha detto per noi – chi è in grado di spiegarlo? Le opere d’arte che io trovo più commoventi sono proprio quelle che si perdono, meravigliosamente riescono – proprio perché falliscono – in questo tentativo, raccontare il tempo. Così la fortuna dei giorni di un’estate ancora semipiovosa è che al cinema ci sono due film di questo tipo. Due parti ventennali, due meraviglie, due film che continuano a produrre senso, a vivere, a trasformarsi anche oltre il cut finale. Il primo è Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, uscito nel 2008 e proposto in Italia solo oggi, sottratto all’oblio dalla recente morte dell’interprete principale, Philip Seymour Hoffman, di cui – per una ferocia ironica – Synecdoche sembra proprio una biografia ultraterrena, un testamento spirituale, un destruttrurato e tristissimo. Mi piacerebbe parlare di questo film, ma la sua eco emotiva è già così infinitamente replicabile che mi sembra di poter prendermi del tempo e analizzarlo in futuro. Anche perché questo breve articolo è soprattutto un invito a vedere – urgentemente (le sale in cui è proiettato sono pochissime, e ci resterà per non molti giorni) – Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno.

Le cose belle è – diciamolo per approssimazione – un documentario, visto in sala per la prima due anni fa alle Giornate degli Autori a Venezia, rimontato per l’uscita al cinema ora, realizzato in modo coraggioso e complicato lungo un arco di tredici anni. Un’opera aperta che segue le vite di quattro ragazzi di Napoli: nel 2000 Ferrente e Piperno girarono per Rai Tre un documentario intitolato Intervista a mia madre per il quale, dopo un casting forsennato, scelsero come protagonisti quattro preadolescenti di dodici/quattordici anni anni (Silvana, Adele, Enzo e Fabio); una dozzina di anni dopo ritornano a Napoli, riconquistano la fiducia dei quattro, e raccontano che vita fanno ora. Il film è il montaggio dei due tempi, e basterebbe soltanto una delle tante scene in cui si giustappongono le facce, i corpi, le voci ancora informi dei ragazzini, le loro sguaiate confessioni, con gli sguardi stanchi, sconfitti, disincantati di loro semi-adulti, per far pensare a che piccolo capolavoro sono riusciti a creare Ferrente e Piperno.

Quando realizzarono Intervista con mia madre scelsero per il cast gli unici quattro che alla domanda su cosa volevano fare da grande, non s’illudevano che sarebbero diventati un calciatore o la velina. L’intenzione era di raccontare un contesto famigliare difficile, povero ma “normale”: niente storie di microcriminalità, babyprostituzione, o altro disagio giovanile. Enzo dodicenne ad esempio canta pezzi del repertorio napoletano classico, accompagnando il padre nei ristoranti in quella che a Napoli si chiama “la posteggia”, Silvana, Adele e Fabio sono dei ragazzini disinvolti che sembrano potersi mangiare il mondo solo con l’energia inesauribile che hanno addosso.

E la decisione di rifilmarli un decennio e passa dopo? Agostino Ferrente prova a spiegarla così, in una bellissima intervista di Camilla Ruggiero.

 

D. E come è stato rintracciarli tanti anni dopo?

R. La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, sistematicamente delusa: le loro esistenze ci sembrarono ferme, cristallizzate, senza speranze di miglioramento. Questo ci creò un grande disagio che, non ti nascondo, ci fece anche venire mille dubbi sull’opportunità di continuare o lasciar perdere. Che poi in noi si mescolava il dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Anche grazie a Gomorra le immagini di una città e del suo popolo ostaggi dell’immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva, avevano fatto il giro del pianeta, e non c’era Tg italiano, trasmissione, giornale che non ne parlasse.  E ci venne il timore di ritrovarci anche noi su quel carro, col rischio di speculare…

D. Come avete fatto a proseguire e a superare il timore di speculare e il disagio di non poter fare nulla per loro?

R. Un po’ alla volta si sono affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all’indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte quegli sguardi disincantati ci sembravano la conferma di come il contesto sociale decide il destino delle persone, soprattutto in quegli ambienti, dall’altra, quegli stessi sguardi, ci comunicavano che sotto l’apparente immobilismo c’era un fermento, un sforzo, che andavano sostenuti, perché quei ragazzi dovevano cavarsela da soli, senza poter contare su alcun aiuto esterno. Voglio dire che dietro quegli sguardi  c’era la fine dell’innocenza e l’inizio di una consapevolezza che li metteva in pace con se stessi e gli conferiva quella forza vitale di cui parlavo prima, necessaria per resistere.

Quello che ne viene fuori è veramente un film teatrale, nel senso di plastico e irripetibile, capace di liquidare qualunque retorica su Napoli, splendore e bellezza, crimine e allegria, per riportare a una dimensione umana, vicinissima, paradossalmente dialettica, la storia contemporanea di questa città e, per facile metonimia, di tutta l’Italia.

Complice di questa grazia è l’altro talento stellare che Piperno e Ferrente sono in grado di dimostrare, quello di infischiarsene dei confini tra fiction e non-fiction.

Le cose belle è un documentario o un film di finzione? Ecco una domanda che, per chi ha visto il film, si rivela pleonastica. Ci siamo finalmente emancipati da quelle categorie solo merceologiche confinano il documentario a una fruizione d’essai? Se n’era già parlato quest’anno in occasione del (relativo) successo di documentari come Sacro GRA o Fuoristrada e di film di finzione come Piccola patria.
È palese, ma non potrebbe essere il contrario, come nel film l’intervento dei registi non si sia limitato a registrare ciò che accadeva, ma abbia condizionato la struttura drammaturgica, e addirittura abbia finito con incidere sulle vite dei protagonisti: Enzo aveva deciso anni fa di smettere di cantare – nelle immagini del 2012 lo vediamo alle prese con un lavoro di venditore porta a porta per Tele2 – ma dopo aver visto il film ha cambiato idea e oggi ha scelto di provare a prendere il posto del padre anziano nella posteggia e intanto accompagna le proiezioni delle Cose belle in giro per la penisola con dei suoi mini-concerti.

In Italia si fanno film bellissimi, che spesso non arrivano in sala, non vengono ritrasmessi in tv, non vengono visti nelle scuole, o se questo capita avviene sempre per pubblici di nicchia. Eppure in una gran quantità di casi, questi film possiedono una luce proprio su quel mondo più complicato da restituire al cinema evitando il colore, l’infanzia e l’adolescenza. A citare in modo approssimativo, vengono in mente La guerra di Mario di Antonio Capuano, Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, Bellas mariposas di Salvatore Mereu, L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin, L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, Le meraviglie di Alice Rohrwacher… Tutte storie micro, private, provinciali, ma proprio per questo forse sono i film più espressamente politici, in cui la crisi sociale passa attraverso l’attrito generazionale. Nelle Cose belle questa frizione non è soltanto evocata, ma illuminata senza pudore.

Se la scena della politica viene abitata oggi da grandi vecchi e telemachi, se sono le illusioni perdute o mai avute il paesaggio emotivo che descrive il nostro vivere un’Italia tarlata dalla crisi, se lo scontro sociale ha trovato la sua forma espressiva nel confronto generazionale e nella distanza tra città e quello sprawl che sono i palazzoni e le villette anonime delle periferie qualunque di un paese immaginato solo dagli speculatori immobiliari, il film di Ferrente e Piperno è come se ci regalasse un antidoto a questa lettura ferale dei nostri asfissianti anni recenti, attraverso l’unica ironia veramente persuasiva: il tempo passa su ciascuno di noi. Su quello che abbiamo visto, e sui nostri sguardi. Ed è l’unico modo che abbiamo per sentirci affratellati a qualcuno.

 

 

Category: Documentari, Osservatorio Sud Italia

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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