Carlo Formenti: Una ricerca su come funziona il potere a Lecce

| 3 Novembre 2014 | Comments (1)

 

 

 

Diffondiamo da blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it del 3 novembre 2014

 

Fra gli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso un coppia di sociologi americani, Robert e Helen Lynd, condusse una celebre ricerca su una città che battezzarono Middletown, per chiarire che intendevano sviscerare i meccanismi di funzionamento sociali, economici, culturali e politici di una città di medie dimensioni della provincia americana.

La ricerca produsse due libri che sono divenuti dei classici della sociologia moderna. Un team di sociologi dell’Università del Salento – coordinato da Stefano Cristante, Mariano Longo e Valentina Cremonesini – si è proposto di emularne l’impresa studiando i meccanismi del potere della città in cui lavorano (“Il salotto invisibile. Chi ha il potere a Lecce?”, Besa editore, 2014.). Ho letto il loro lavoro con particolare interesse per due motivi: in primo luogo perché anche io ho lavorato – nella stessa università – e vissuto per dodici anni a Lecce; poi perché volevo capire se, e in quale misura, una dimensione radicalmente periferica e locale qual è quella del capoluogo salentino rispecchi le grandi trasformazioni che stanno oggi avvenendo su scala globale.

Dico subito che la lettura mi ha riservato più di una sorpresa. Parto dallo scarto fra quanto avevo percepito in prima persona e quanto emerge dalla ricerca. Non mi era sfuggita la contraddizione fra l’autorappresentazione di una città che rivendica orgogliosamente la sua alterità – fatta di costumi civili, tradizioni culturali, bellezze architettoniche, nonché un gradevolissimo mix di dolcezze climatiche e gastronomiche (condito da un’aura di erotismo diffuso) – rispetto al resto del Sud Italia, e una realtà problematica fatta di disoccupazione (soprattutto giovanile), redditi bassi (le ricchezze esibite nel centro sono appannaggio di élite locali e turisti) e il degrado urbano che, dalle periferie, si protende nelle zone centrali abitate da emigranti.

Né mi erano sfuggiti: la gabbia d’acciaio che la burocrazia ha costruito attorno a una comunità che vive soprattutto di terziario pubblico e privato; il conservatorismo (il centrodestra regna da sempre) di una classe politica che incarna un’autorità fondata sulla tradizione (si governa in quanto votati “per natura” al comando); il provincialismo “elegante” di una casta che nasconde i propri limiti culturali dietro lo snobismo del brand salentino.

Non avevo invece percepito la complessità delle reti sociali che si nascondono dietro la facciata; una complessità che i saggi raccolti nel libro smontano puntigliosamente, risalendo dal lustro dei salotti visibili alla penombra dei salotti invisibili, nei quali, più che tirare le fila di complotti segreti, si selezionano i candidati alla “cooptazione” nel complicato sistema di potere locale (i meccanismi della cooptazione e della raccomandazione restano le armi preferite di un soft power che preferisce l’addormentamento dei conflitti alla repressione).

Altrettanto inedita la riflessione sulla stratificazione del potere nell’era del capitalismo globale che – pur non esplicitata dagli autori – mi pare emerga dal loro lavoro. Mentre è chiaro che, per quanto periferici, Lecce e il Salento sono integrati nei flussi dell’economia globale finanziarizzata e mediatizzata (vedi il processo di deindustrializzazione/terziarizzazione o il peso strategico dei nuovi media nella promozione internazionale del brand salentino), questa ricerca aiuta a capire che tale integrazione non determina meccanicamente le dinamiche del potere locale, il quale conserva quasi intatta la capacità di autoriprodursi sfruttando le risorse “antropologiche” del territorio.

Un’ennesima smentita delle tesi sulla “mancata modernizzazione” del Meridione: il Sud si è già ipermodernizzato, senza che ciò implichi il tramonto di strutture socioculturali che incarnano i tempi lunghi della storia.

Carlo Formenti

(3 novembre 2014)

 

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Category: Osservatorio Sud Italia

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About Carlo Formenti: Carlo Formenti, Nato a Zurigo nel 1947. Laureato in Scienze Politiche a Padova, di formazione marxista, negli anni 1970 milita nel Gruppo Gramsci, nato dalla disgregazione del Pcd'I. Dal 1970 al 1974 lavora come operatore sindacale della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici come responsabile provinciale per gli impiegati e i tecnici. Dopo lo scioglimento del Gruppo Gramsci, partecipa alla fase iniziale dell’esperienza dell’Autonomia Operaia ma nella seconda metà degli anni settanta se ne allontana progressivamente. Dal 1980 al 1989 è caporedattore del mensile culturale Alfabeta. Lavora poi nella redazione culturale de L'Europeo, e in quella del Corriere della Sera. Nel 1980 pubblica per Feltrinelli La fine del valore d'uso, dedicato alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro indotte dalle tecnologie. Nel 1991 pubblica Piccole apocalissi (Raffaello Cortina Editore). Con il volume Incantati dalla Rete (Raffaello Cortina Editore, 2000), inizia a sistematizzare la sua analisi sulle dinamiche di rete. Nel saggio successivo Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy (Einaudi, 2002) affronta la new economy, la libertà della rete e i rapporti col capitalismo. A chiudere la trilogia sulle mutazioni economiche e antropologiche portate dalla diffusione di Internet (iniziata con Incantati dalla rete e proseguita con Mercanti di Futuro), scrive Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina Editore, 2008). Con il libro Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (Egea, 2011) affronta il tema del lavoro cognitivo e del suo sfruttamento. La seconda parte del libro termina con un'analisi post-marxista sul tema del plusvalore nella società digitale[5][6]. Nel 2002 è professore a contratto di Teoria e tecnica dei nuovi media presso il l’Università di Lecce. Dal 2006 è ricercatore e professore aggregato presso la stessa facoltà[7

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