Loris Campetti: L’America di Donald Trump. Un mondo in cui tutti sono contro tutti

| 10 Novembre 2016 | Comments (0)


Diffondiamo da Il Manifesto di Bologna del 10 novembre 2016 questo intervento di  Loris Campetti

Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra prevale sulla tendenza alla rivoluzione, per parafrasare un vecchio saggio orientale, e la sinistra non dissolta nel pensiero unico non è in grado di offrire un’alternativa, la guerra che prevale sulla rivoluzione è quella tra poveri. E a vincere sono sempre i ricchi che cambiata la casacca avanzano inneggiando al nazionalismo etnicamente puro, scatenando i penultimi contro gli ultimi, i bianchi contro i “colorati”, gli indigeni contro i migranti, i giovani contro gli adulti, i maschi contro le femmine. Protezionismo e muri. Brexit e voto Usa dovrebbero insegnarci qualcosa. E far dormire notti agitate a Matteo Renzi.

Che dovrebbe fare una sinistra, qualora esistesse, se gli immigrati vengono usati dal capitale come esercito del lavoro di riserva, se il sentimento prevalente tra i lavoratori o aspiranti lavoratori è la paura del futuro e verso il diverso, mista alla rabbia contro il potere e la politica? Se il lavoro viene portato dove le persone che lavorano hanno meno salario e diritti, più orario, e dunque più “competitività” nell’ipermercato delle braccia? Se la lotta di classe da verticale diventa orizzontale, se la competizione prevale sulla solidarietà?

Le parole, le promesse, servono a poco in assenza di un progetto alternativo chiaro e semplice e non convincono i ceti sociali abbandonati e traditi. Bisognerebbe tagliare le ali all’ideologia della competizione ricominciando a percorrere la strada dei diritti e dell’uguaglianza, del lavoro rispettato e dei lavoratori attrezzati con uno zainetto pieno di diritti non negoziabili che ne tutelino dignità e futuro. Certo, a governare il mercato del lavoro dovrebbe essere il pubblico e non i caporali, i call center, le agenzie di affitto e subaffitto degli essere umani.

Salari minimi contro il dumping sociale, in Italia come negli Usa, in Cina come in Svizzera. Cambiare il verso della storia non è semplice, anzi è un’opera titanica. Ma chiunque abbia in mente un altro mondo possibile, non può che ripartire dall’eguaglianza. Chiunque abbia in mente una sinistra, non può che ripartire dal lavoro, camminando insieme a chi per vivere ha bisogno di lavorare e lasciando ad altri la rappresentanza di broker, speculatori ed evasori.

Il fossato che il neoliberismo ha scavato tra cittadini e politica, il primato dell’economia, la prevalenza del mercato sui diritti stanno inferendo colpi pesanti ai vari establishment, ieri in Gran Bretagna, oggi negli Stati uniti e domani, forse, in Italia. Se a cavalcare la rabbia popolare è la destra populista o il populismo tout court, la ragione va cercata nella mutazione genetica delle sinistre mondiali che nella loro metamorfosi hanno perso la ragione sociale.

Le elezioni americane come l’antieuropeismo inglese dicono che è una bufala l’idea che per vincere bisogna convergere al centro, in un centro sempre più intasato di poteri forti e post-ideologie e sempre più vuoto di cittadini. Vallo spiegare a Renzi che abbraccia Alfano e Verdini e taglia ogni ponte con la sinistra, chiamiamola così per semplicità. Verdini non è “aggiuntivo”, è “sostitutivo”. Gli applausi dei potenti della terra, da Merkel a Obama, non è detto che paghino nell’urna, e aggiungiamo che le agenzie di rating sono numericamente meno consistenti degli operai metalmeccanici. Per farglielo capire, al sindaco d’Italia, e toglierselo dai piedi ci vorrebbe uno scossone.

Ma chi l’ha detto che con Sanders i democratici avrebbero perso perché sarebbe troppo di sinistra? In realtà Sanders avrebbe rappresentato un’alternativa vera alle lobbies di Wall Street coinvolgendo i giovani, quei giovani che non hanno votato per Hillary Clinton. Prendersela con loro sarebbe la risposta più stupida.

 

Category: Osservatorio Stati Uniti

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About Loris Campetti: Nato a Macerata nel 1948, ha conseguito la laurea in Chimica nel 1972 e ha insegnato per anni nella scuola media. Entra nel mondo del giornalismo sul finire degli anni '70, dirigendo per circa dieci anni la redazione torinese de il Manifesto. Negli anni successivi per lo stesso quotidiano è inviato per le questioni europee, caposervizio dell'economia e caporedattore. Ha fatto parte del comitato di gestione de il Manifesto. Esperto di relazioni industriali i suoi articoli e libri sono dedicati a questioni sindacali.Ha pubblicato il libro Non Fiat (Cooper , Castevecchi 2002) e Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevole negligenza, sui Riva e le istituzioni (Editore Manni 2013)

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