Cosimo Lequaglie: fare il chirurgo all’ospedale al-Shifa di Gaza

| 25 Luglio 2014 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da La presse. it (ripresa dal blog di Roberto Morgantini)  l’intervista telefonica fatta il 25 luglio 2014 da Fabio De Ponte al chirurgo toracico Cosimo Lequaglie (vedi foto) che opera all’ospedale al-Shifa di Gaza.

 



Roma, 25 lug. (LaPresse) – “Ieri sera è crollato un palazzo qui a Gaza city di sette piani, a 500-600 metri dall’ospedale in cui lavoriamo. Nell’arco di pochi minuti sono arrivate otto o nove ambulanze e altrettante macchine al seguito, tutte piene di povera gente”. E’ il racconto di Cosimo Lequaglie, chirurgo toracico italiano che si trova a lavorare nello staff di Medici senza frontiere all’ospedale al-Shifa di Gaza. Cinquantasei anni, direttore della divisione di chirurgia toracica del centro oncologico di ricerca della Basilicata, è arrivato a Gaza il 17 luglio. E’ alla sua prima missione con l’organizzazione umanitaria. “Dovevo andare in Pakistan – racconta raggiunto telefonicamente da LaPresse – proprio il giorno che è iniziato tutto. Era un giovedì. Mi hanno detto ‘Guarda, vuoi andare a Gaza?’. Ho risposto ‘Certo, se serve vado lì'”. Da tempo aveva dato la disponibilità per partire. “Dovevo andare a marzo – spiega – ad aprire una divisione fisiotoracica all’ospedale chirugico di Haiti. Poi mi hanno proposto il Sudan. Poi il Pakistan. Alla fine sono venuto qui”.


 

“DA NOI I FERITI DELLA SCUOLA, NE ABBIAMO PERSI SETTE”. “Ieri sera abbiamo sentito distintamente l’esplosione – racconta -. In quel momento ero giù nella sala di emergenza”. I feriti, fortunatamente, erano – spiega – relativamente in buone condizioni. “La cosa è stata ben diversa nel pomeriggio – prosegue – con quelli che arrivavano dalla scuola. Quelli verano veramente in brutte condizioni. Quattro o cinque sono arrivati morti. In sala operatoria ne abbiamo persi altri tre. Alcuni sono stati amputati di entrambi gli arti, può immaginare che futuro possano avere quelle persone”.

“I BAMBINI SONO SBIGOTTITI, NON DICONO NIENTE”. “La cosa più drammatica – prosegue – è vedere tanti bambini nella sala di emergenza e in sala operatoria. Molti sono ustionati. Sono bambini che non piangono. Sono atonici, sbigottiti, non dicono niente. Sono lì, inermi, buttati nel lettino, che non sanno cosa fare, non sanno cosa li aspetta. E’ drammatico vederli a quella età catapultati in una situazione di emergenza e di caos. I bambini sotto i dieci anni qui sono il 35% della popolazione”.

“I BAMBINI CONTINUANO A GIOCARE PER STRADA”. Per i sanitari internazionali muoversi a Gaza non è semplice. “I nostri movimenti – spiega Lequaglie – qui sono molto limitati. Abbiamo dei protocolli di sicurezza. Entriamo e usciamo accompagnati dalla nostra casa per andare in ospedale, anche se dista solo poche centinaia di metri, e solo in orari ben prestabiliti. Ma fuori questi bambini continuano a giocare per la strada. La gente continua a vivere come viveva prima”.

“NON C’E’ UN POSTO SICURO”. “Io ho contatti – racconta – soprattutto con i medici, che sono anche genitori. Mi dicono ‘guarda, non so i miei familiari in questo momento dove siano. So che sono al sicuro, li sento ogni tanto per telefono. Sono in giro, forse a casa della nonna’. Continuano a fare più o meno la loro vita”. “D’altro canto – sottolinea il chirurgo – non c’è protezione da nessuna parte. L’altro ieri è crollata una clinica qui vicino. Tre giorni fa è crollato uno dei due ospedali più grossi di Gaza city. Tutti i pazienti sono stati trasferiti da noi”.

“IMPOSSIBILE MUOVERSI”. “Chi è del posto – continua – sente la impossibilità di muoversi. Non può andare a sud, non può andare sulla strada principale verso est, non può andare a nord, verso il mare men che meno. Anche il limite in acqua non è più di tre miglia, è stato ridotto a un chilometro. Un chilometro di acqua è niente. Ogni tanto sulla sabbia arriva un colpo, l’altro giorno sono morti anche quei bambini sulla spiaggia”.

MISSIONE MSF COORDINATA DA PARIGI. Al-Shifa è un ospedale di buon livello, ci sono sette sale operatorie, racconta. “Molti medici e operatori sanitari palestinesi hanno studiato in tante parti del mondo, dalla Russia agli Stati Uniti a vari paesi europei ed arabi. E questo determina una differenza di linee guida e di condotta, il che genera purtroppo un po’ di confusione. C’è un buon numero di sanitari e medici, ma un po’ di confusione”. La missione di Medici senza frontiere a Gaza fa capo alla sede di Parigi dell’organizzazione. Perciò cinque dei membri dello staff sono francesi. Poi c’è Lequaglie, una dottoressa statunitense e due palestinesi: una anestesista e una farmacista.

“DORMITO PER TERRA QUATTRO ORE”. L’attività è pesante. “Sono andato a letto – racconta il chirurgo – per modo di dire, lì per terra, alle quattro del mattino e alle otto sono rientrato nella nostra casa. Ora – sono le dieci del mattino – ci riposiamo per qualche ora e nel pomeriggio, verso le tre, rientriamo in ospedale”.

“UNA ESPLOSIONE IN QUESTO MOMENTO MA NON MI SPAVENTO”. Lequaglie ha lavorato, spiega, “per 25 anni all’istituto di tumori di Milano in via Veneziani e da dieci anni ho aperto questa divisione in basilicata. Ho quattro figli, il primo ha 29 anni, l’ultimo 13. Anche mia moglie è chirurgo”. Come si affronta la paura in una situazione come questa? “La cosa che mi dà tranquillità – spiega – è che è difficile che mi spaventi. Mio padre era un ufficiale di artiglieria. Sento continuamente botti. Non mi spavento e questo mi ha aiuta anche nel mestiere che faccio. Per esempio adesso c’è un botto ma io sto seduto in questo momento”.

“VOGLIO AIUTARE, E’ LA MIA PROFESSIONE”. Come nasce la scelta di rendersi disponibile per andare a lavorare in una sala operatoria di Gaza? “Noi come medici lavoriamo con delle linee guida. Ho immaginato la stessa cosa per me, mi sono dato delle linee guida. Voglio aiutare. Venire qui chiude il cerchio della nostra professione. Alla fine è questo”.

 

 

Category: Osservatorio Palestina

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