Vauro: Un reportage sulla Costa d’Avorio dal punto di vista delle nuove generazioni

| 20 Luglio 2014 | Comments (0)

 

 

 

1. Vauro: Soldatine d’Africa, vittime e killer della guerra civile

[Il Fatto quotidiano/Soleterre del 20 Luglio 2014]

 

(Costa d’Avorio) – All’ombra, accovacciata sotto la tettoia dell’atrio coperto della Casa di Accoglienza di Soleterre ad Abidjan (vai alla fotogallery), la madre della piccola Andrea impasta in un pestello di legno banane e manioca schiacciandole con un lungo bastone. La madre di Laetitia e altre donne le stanno vicino. Chiacchierano tra di loro. Sembra un’immagine ritagliata dalla memoria di un’Africa antica e pacifica. Dal cortile che si stende sul retro della casa arrivano forti le note di una musica ritmica. C’è una piccola festa oggi qui. Ragazze ballano ridendo. Con loro balla scatenata anche Laetitia. Balla timida Andrea, la bambina che nell’ospedale di Treinchville sembrava aver smarrito per sempre il sorriso.

SETTE EURO amico. Tutta notte venti euro”. Miseria e guerra. Guerra e miseria. Il binomio inscindibile che a molte non ha lasciato altra scelta se non quella di prostituirsi. Una sanguinosa guerra civile ha infiammato la Costa d’Avorio dal 2002 fino al 2011 e ancora oggi gli ultimi focolai non sono ancora spenti. Come dietro ai tumori per i rifiuti tossici ci sono gli interessi di grandi multinazionali quali la Trafigura, dietro alla guerra ci sono quelli geopolitici ed economici delle grandi potenze occidentali, come nel caso della Costa d’Avorio, quelli neocoloniali della Francia, interessata a garantirsi il proseguo del monopolio sullo sfruttamento delle risorse del paese. È difficile quantificare il numero di bambini-soldato impegnati in questa guerra. Ancor più difficile è quantificare quello delle bambine-soldato. Ma siamo nell’ordine delle decine di migliaia. Bambine-soldato, non soltanto schiave sessuali dei miliziani delle varie fazioni, ma combattenti vere e proprie armate di machete e Kalashnikov che hanno ucciso e sono state uccise. Arruolatesi per sfuggire alla fame o perché rapite e costrette a compiere crimini orribili nei loro stessi villaggi: ammazzare genitori, parenti o, per le bambine, uccidere una donna incinta allo scopo di assicurarsi che non avrebbero più potuto fare ritorno e che quindi non avrebbero tentato di fuggire dai loro carnefici. Trasformate in carnefici a loro volta. Traumatizzate dalle loro stesse azioni, rifiutate dalle loro famiglie e dalle loro comunità che le temono e le disprezzano. Una volta posate le armi queste ragazze sono divenute il rifiuto tossico della guerra, sversandosi nella discarica già colma della prostituzione.

La festa nella Casa di accoglienza continua. Continua la musica. È poco al di là del confine di questa allegria che non arriva a coinvolgerle, che le incontriamo: Ashley, certamente un nome falso e la sua amica che il nome non ce l’ha, nemmeno falso. Sono donne ora ma quando combattevano erano poco più che ragazzine. Hanno accettato di raccontarci di loro. Sono venute qui per questo.

ASHLEY ha un’uniforme addosso: nera, sulle spalline, sotto le due zanne di elefante incrociate emblema delle forze armate regolari della Costa d’Avorio, spiccano i gradi argentati da sergente. Ai piedi anfibi pesanti, sugli occhi occhiali scuri riflettenti, un casco corto di capelli raccolti in treccine le nasconde in parte il viso. Non è finita a battere il marciapiede lei. Dalle forze ribelli di Alassane Ouattara, divenuto presidente del paese nel 2010 dopo la sconfitta e l’arresto del suo avversario e predecessore Laurent Gbagbo, è passata direttamente alle forze regolari. Andiamo in una delle stanze della Casa di Accoglienza. Controluce è ora soltanto una sagoma nera. Inizia a raccontare. “Mi chiamo Ashley. Ho cominciato la guerra nel 2003 a Katiola”. Ha una voce roca con un timbro quasi metallico, meccanico, ripetitivo. Non cambia di tono neanche quando parla di ciò che l’ha spinta ad entrare nel movimento dei ribelli: “Eravamo appena arrivati ad Abidjan dal Nord, io e mio fratello. Una pallottola in testa. Lo hanno ucciso sotto i miei occhi”. Da lì in poi è un elenco di luoghi di battaglia. “Da Katiola ad Abidjan. Abbiamo continuato su Yaossehi, Faitai, Sogefia, fino al sedicesimo quartiere dove abbiamo fatto i rastrellamenti”.

I “rastrellamenti”, una parola che in Costa d’Avorio evoca scene tremende di esecuzioni sommarie, stupri, mutilazioni a colpi di machete. Perché Ashley? Perché hai ancora addosso un’uniforme da soldato, le vorremmo chiedere. Non facciamo domande. Ma Ashley risponde lo stesso “È il mio lavoro. So come si smontano e si montano le armi. Ho già ucciso molte persone quindi non potrei più fare altro lavoro a parte essere militare. So maneggiare le armi, potrei essere un malvivente, preferisco essere un soldato”. L’uniforme di Ashley non pare fatta di stoffa ma di cemento. Solidificata, pietrificata sul suo corpo magro, asciutto e nervoso. Una crosta dura che le nega, con cui lei si nega, ogni forma femminile. Finito di raccontare Ashley si toglie gli occhiali scuri mentre salta giù dal bordo della scrivania. La mascella contratta, la bocca serrata, il naso camuso come quello di un pugile. Ma nel suo sguardo, sotto le sopracciglia aggrottate, un lampo di curiosità infantile della bambina che era brilla per un attimo solo. Ché subito Ashley, rimettendosi le lenti scure, lo soffoca nel buio. Anche la Senza Nome parla. “Sono solo una ex combattente”. Quasi che quel “solo” definisse tutta la sua identità.

Narra un racconto dell’orrore. Uomini bruciati vivi nei copertoni, trafitti con forbici e coltelli, cadaveri gonfi abbandonati per le strade. “Decisi di far fuggire la mia famiglia a Ovest. Avevo diciannove persone a carico. Il viaggio costava 12 mila franchi a persona. Avevo un piccolo risparmio, le banche chiudevano i battenti, ho fatto appena a tempo a ritirare i soldi e comprare il biglietto per tutti”. Senza Nome accompagnò i suoi alla stazione di Adjamè. I suoi familiari riuscirono a partire ma Senza Nome restò in quell’orrore. Restò per prendere le armi. “Ho finito”. Il suo racconto si interrompe bruscamente qui, come una pellicola che si strappa a metà proiezione. Non dice di sé soldato, di sé vittima, ma anche artefice di quei massacri. Anche stavolta è soltanto uno sguardo che parla. Non rivolto a noi. Rivolto ad Ashley. Lo sguardo di Senza Nome si riflette sulle lenti scure degli occhiali di Ashley e si spegne nel loro buio.

 

 

2. Vauro: Tra i bimbi di Abidjan avvelenati dall’Europa

[Il Fatto quotidiano/Sole Terre del 19 luglio 2014]

 

Abidjan (Costa d’Avorio) – Vista da lontano, dalla strada asfaltata, prima di addentrarvisi la baraccopoli Attè Coubè di Boribana ad Abidjan appare come una sterminata chiazza grigia. I tetti di lamiera, di cartone o di tela sono così a ridosso tra loro da dare la sensazione di un tutt’uno scolorito uniformemente dalla miseria. Una chiazza grigia schiacciata tra gli ultimi brandelli di città e l’acqua limacciosa della laguna della baia. Ma appena i piedi calpestano la fanghiglia del Dedalo dei suoi vicoli strettissimi ritagliati tra le baracche, tanto stretti che due persone affiancate stentano a passarvi, i colori esplodono rivelandone la vita come espulsi dalle vene della bidonville, i canali delle fogne a cielo aperto colmi di putridume indistinto.

I colori accesi e sgargianti delle lunghe vesti delle donne: giallo intenso, verde smeraldo, blu cielo, e insieme a questi il bianco dei sorrisi dei bambini che brilla in contrasto con la loro pelle scura. Decine, centinaia, migliaia di bambini. Frotte chiassose che paiono riempire della loro voglia di gioco e di allegria ogni spazio angusto tra le baracche e i banchetti di assi mezze marcite dov’è esposta per la vendita la merce della fame: brandelli di carne di capra neri di mosche, pezzi di pesce seccato sui quali, a tratti, fanno rapide scorrerie grossi lucertoloni neri e gialli. Colori e voci. Voci dello schiamazzare dei bambini, voci di preghiera dalla baracca che funge da moschea, voci e suoni gracchianti da vecchie radioline a transistor. La chiazza grigia di Attè Coubè dentro ribolle di vitalità. Trabocca di una disperazione talmente profonda e senza tempo da aver forse perso la cognizione di sé, da somigliare incredibilmente alla gioia del vivere.


Il tuo cancro vale meno del mio profitto

È questa allegria disperata a permeare l’aria, rendendola respirabile nonostante il fetore feroce del sudiciume che la impregna. Oggi siamo noi il nuovo gioco del popolo dei bambini di Attè Coubè. Fanno a gara a toccarci, a darci la mano, ridono eccitati e divertiti venendoci dietro ed attorno mentre guidati da Hassan andiamo verso l’abitazione della madre di Bintou. È stato lui a fissarci un incontro con lei e la sua bimba di sette anni. Pochi giorni fa la madre di Bintou aveva accettato di farcela conoscere, di raccontarci di lei, della piccola Bintou ammalata di cancro.

Le baracche sono basse, lasciano scorgere laggiù in fondo alla baia le sagome delle grandi petroliere attraccate nel porto di Abidjan. È con una di quelle navi che è arrivata qui la malattia di Bintou, ancor prima che lei nascesse. Dal suo ventre metallico il veleno chimico ha iniziato a scorrere nell’acqua, a saturare l’aria, a mischiarsi al fango della povertà rendendolo ancora più micidiale. “Quando piove e l’acqua lo bagna – ci dice Hassan – il terreno ancora libera gas e allora l’odore acido si sente forte. Brucia la gola, fa lacrimare gli occhi”. “Ancora”, da quella notte del 19 agosto del 2006, quando laggiù alla banchina della Puma Energy era attraccata, battente bandiera panamense, la petroliera Probo Koala con il suo carico di 530 metri cubi di rifiuti derivati dalla raffinazione del petrolio, effettuata in mare aperto nella nave stessa. Raffinazione con soda caustica. Metodo poco costoso ma pericolosissimo proprio per le sue rimanenze altamente tossiche. La Probo Koala era stata presa in affitto dalla società Probo Koala Shipping Inc. nelle isole Marshall dalla multinazionale Trafigura. Casa madre nei Paesi Bassi, si dirama nelle sue controllate: Trafigura Limited in Gran Bretagna, Trafigura Ag in Svizzera, Puma Energy nei Paesi Bassi, quest’ultima controlla al 100 per cento la Puma Energy di Abidjan in Costa D’Avorio.

Ha navigato attraverso palazzi, consigli d’amministrazione, canali informatici e mari, il cancro, prima di sbarcare qui per aggredire il corpicino di Bintou. La Probo Koala aveva fatto scalo anche nel porto di Amsterdam . Era là che il suo carico venefico avrebbe dovuto essere trattato da una società specializzata. Prezzo concordato per lo smaltimento: 27 euro a metro cubo, che era salito però a mille euro al metro cubo quando la società aveva verificato il suo altissimo livello di tossicità: soda caustica, benzene, stronzio e altre schifezze mortali.

Troppo caro” devono aver pensato Claude Dauphin ed Eric De Turckheim, dirigenti della sede di Londra, dando ordine alla Probo Koala di salpare con il suo carico ancora a bordo alla volta di Abidjan, Costa D’Avorio, in quegli anni lacerata dalla guerra civile e quindi con bassissimo rischio di controlli ed alte possibilità di corruzione.

Vite di sconosciuti, poveracci comunque già ostaggi di guerre e miseria, non valgono niente a fronte di un risparmioo di un profitto di 515,690 mila euro. Nulla di eccezionale. Solo un piccolo buon affare per la Trasfigura.

Siamo quasi arrivati davanti alla casa della mamma di Bintou. Hassan esita a proseguire. Sul viso la tristezza, prima appena accennata, si è trasformata nella contrazione di dispiacere profondo e di pudore che ora ne segna l’espressione. Nonostante il riso spensierato dei bambini che ci circondano proviamo dolore anche noi. Dolore e smarrimento. Hassan allontana i bambini con un gesto autoritario ma non cattivo. Loro sciamano via. Sul davanti della casa della madre di Bintou si apre un piccolo atrio di cemento coperto da una tettoia di lamiera, così bassa che bisogna curvarsi per entrare nella sua ombra. Non la conosceremo la piccola Bintou. Lo sa Hassan, lo sappiamo noi, perché è la prima cosa che ci ha detto quando ci siamo incontrati sul confine della Bidonville. “Bintou è morta stamattina, sua madre vuole vedervi lo stesso. Andiamo a porgerle le nostre condoglianze”. Noi lo abbiamo seguito in silenzio. Ci fa sedere nell’atrio basso, la madre di Bintou. È una donna alta, molto bella. La sofferenza che sta provando non è riuscita a strappare la grazia alle sue fattezze. La raccontano i suoi occhi. Le palpebre semi abbassate dalla stanchezza del dolore. I movimenti gentili ma lenti. Ha mani grandi dalle dita affusolate. In braccio tiene una bambina di tre mesi, piccolissima. L’ultima nata, la sorellina di Bintou. Le grandi mani la racchiudono quasi tutta come volessero proteggerla da una minaccia invisibile.

 

L’odore “che brucia” e non se ne va più via

Ricordo l’odore”, racconta la mamma, “un odore strano, forte, faceva bruciare la pelle, lacrimare gli occhi, dava nausea. Torna anche adesso quando piove, – ci dice anche lei – è da quando quell’odore è comparso che i bambini ma anche gli adulti, hanno preso ad ammalarsi. Di mali che prima non conoscevamo”.

Abbiamo avviato degli studi che pubblicheremo nel 2016 sulla correlazione tra tumori e rifiuti tossici – ci dirà, quando lo incontreremo, il dottor Innocent Adoubi, direttore del programma nazionale di lotta contro il cancro – ma posso già affermare con certezza che il benzene ha provocato e sta provocando un forte aumento della leucemia.” Ecco il male, prima poco diffuso, che si è portato via Bintou.

L’odore che brucia” lo chiama sua madre. “Un odore di cipolla, però molto più forte” lo definisce Juliette Gueibla, 30 anni, lei vive in un’altra baraccopoli a Yopougon. Juliette ha attacchi di vomito, sta gradualmente perdendo la vista, non potrà più avere figli. “Dalle ustioni la bocca mi si era quasi completamente chiusa, le labbra attaccate l’una all’altra” . È arrabbiata, Juliette. “Siamo poveri, abbiamo la pelle nera ma il nostro sangue è rosso, uguale a quello dei capi di Trafigura. Che diritto avevano di farci questo?”. Ce la vuol mostrare la sua pelle, Juliette. La rabbia è più forte del pudore. Si alza la camicetta fin sopra il reggiseno. Il suo bel corpo di ragazza è costellato di piccole e fitte chiazze violacee, sembrano tante bruciature di sigaretta. “Ma non se ne vanno. Continuano a bruciare”.

L’odore. “Puzza di gas” lo definisce semplicemente Adama Diakite. Seguiamo il percorso dei veleni che sono stati sversati in ben diciotto diversi luoghi della città. Almeno quelli accertati fino ad adesso, in realtà forse molti di più. Adama è uno sfasciacarrozze. Vive con la sua famiglia tra le carcasse di auto arrugginite e le montagne di vecchi copertoni che fiancheggiano una delle arterie periferiche di Abidjan, Abobo Anador. Un lungo cimitero di mezzi che si dipana su una striscia di terra battuta tra l’argine della strada ed il fitto della foresta. “L’ho visto, quella notte, il camion scaricare qui. Il giorno dopo siamo stati presi da vomito, mal di testa, gonfiori di pancia. Non capivamo cosa stesse accadendo. Il governo ci mandò dei farmaci antidiarroici. Non servivano a nulla”. L’ultima tappa del nostro viaggio sulle tracce dell’odore ci porta ad Ackquèdo, là “discarica autorizzata” di Abidjan. Era qui che i camion avrebbero dovuto sversare tutto il carico tossico della Probo Koala. Sterminata, infinita piana, resa collinosa dai mucchi di spazzatura che si alzano su strati e strati di altra immondizia. Le nubi dense di fumo nero dell’autocombustione macchiano il cielo. Grandi stormi di aironi bianchi si levano in volo e ridiscendono, contendendosi il cibo tra i rifiuti con gli stormi delle cornacchie. Ma non sono gli uccelli la specie principale che popola questo paesaggio putrido e triste.

 

L’umanità sprofondata nell’immondizia

Gli uomini, le donne, i bambini sono molti di più. È qui che vive il popolo della discarica, in baracche che a malapena si distinguono dal pattume sul quale sorgono. Un’intera umanità che sopravvive di tutto ciò che è riciclabile, usabile, rivendibile. China tutto il giorno tra il marciume. Le sagome antiche delle donne africane che camminano aggraziate reggendo sulla testa il loro carico si stagliano in tutta la loro eleganza mentre camminano nelle strade di melma fetida ricavate tra i cumuli. Ma non portano anfore o ceste di frutta, portano enormi sacchi colmi del ricavato della loro ricerca. Ci sono un’infinità di bimbi piccolissimi che ancora non sanno camminare. Alcuni nelle sciarpe di tela legate alla schiena delle madri, altri seduti giocano con il lerciume incuranti delle mosche che li assediano a sciami, posandosi sugli occhi e sulle labbra. Il tanfo è talmente forte che l’aria stessa pare aver acquisito una consistenza densa, appiccicosa e soffocante. Eppure è stato proprio il popolo della discarica di Ackquèdo a riconoscere subito l’odore come estraneo ai miasmi di sempre ed a ribellarsi immediatamente dopo i primi sversamenti dei camion, impedendo che continuassero.

Bakayoko Anada è uno di quei camionisti. “Eravamo in undici” ci racconta, “ ognuno con il proprio camion privato. Ci aveva contattato il signor Salomon, direttore della Tommy”. La Tommy era una società ivoriana per la pulizia ordinaria delle navi. Fu proprio a loro che la Puma Energy della Trafigura si rivolse per svuotare dai veleni le stive della Probo Koala. La Tommy, che non disponeva di alcun mezzo proprio, a sua volta si accordò con i camionisti. “L’equivalente di 170 euro per i viaggi necessari dalla nave alla discarica di Ackquèdo”, continua a raccontare Anada. “Sembrava tutto regolare. Ci dissero che si trattava solo di acqua sporca. Ma al primo scarico ad Akquèdo la puzza era insopportabile, bruciava i polmoni. La gente di lì si ribellò, e dovemmo fuggire. Eravamo spaventati, rischiavamo il linciaggio. Non sapevamo più cosa fare del carico né dove andare. Telefonare alla Tommy fu inutile, erano tutti scomparsi. Qualcuno di noi inzuppò uno straccio nel liquido e avvicinò la fiamma dell’accendino. Il liquido prese subito fuoco. Pensammo allora che potesse essere carburante non completamente raffinato. Alcuni provarono a guadagnarci qualcosa vendendolo a dei benzinai che avrebbero potuto miscelarlo. Non sospettavamo nulla. Io parcheggiai il camion davanti a casa mia, dove vivono mia moglie e i miei figli. Pensate che l’avrei fatto se avessi saputo che trasportavo veleno? Nemmeno un kamikaze fa saltare la propria casa. Poi cominciarono ad arrivare notizie di rivolte in tante parti della città, di camion dati alle fiamme. Ero terrorizzato. Sversai il camion nella foresta e rimasi nascosto per giorni nel timore di essere ucciso dalla gente inferocita”. Bakayoko Anada poi il coraggio lo ha ritrovato.

 

Un crimine rimasto senza colpevoli

Insieme ad altri suoi colleghi ha raccontato, denunciato a Greenpeace, testimoniato al processo, ha fondato una Ong di camionisti contro il trasporto di rifiuti tossici. “Perché – gli chiediamo – questo traffico continua ancora dopo la tragedia della Probo Koala?”. “Ci sono veleni che non puzzano – risponde – e gente che per soldi è disposta a spargerli nel nostro paese”. Gli unici che finora hanno pagato per questo crimine sono stati un dirigente doganale ivoriano, condannato a 5 anni e Solomon, il direttore della Tommy, condannato a vent’anni, nonostante abbia sempre sostenuto di essere stato anche lui truffato dalla Puma Energy, che sul suo contratto avrebbe scritto solo “Acqua sporca”, mentre in quello rimasto in mano alla società avrebbe aggiunto poi la parola “contaminante”. Comunque Solomon ha scontato poco della sua pena perché è stato liberato negli anni del caos della guerra civile. La Trafigura e la Puma che continuano ad operare ad Abidjan sono state incredibilmente assolte da ogni imputazione nel 2008.

Claude Dauphin, presidente e direttore generale della società Trafigura Limted, assolto per non aver personalmente commesso o agito alcun atto perseguibile”. Formule uguali o simili per: Jean-Pierre Valentini, Responsabile del Dipartimento Africa della Trafigura, Jorge Luis Marrero, Responsabile della Logistica per i Carburanti della Trafigura, Paul Short, Responsabile del Dipartimento Trasporti e Contratti della Trafigura e via via a scendere nelle assoluzioni fino al funzionario della dogana condannato.

Chi davvero ha pagato e continua a pagare sono le tante, troppe, Bintou. Uno studio ancora approssimativo quantifica in 30mila le vittime degli sversamenti tossici della Probo Koala nel breve periodo, ed in più di 100mila nel medio-lungo periodo. Una stima sicuramente per difetto: nelle bidonville sono molti i senza nome. Quelli ai quali la miseria nega anche un numero su un pezzo di carta. Esseri umani senza volto. Come lo è Malana, 4 anni, seduta nel suo lettino nel reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale di Treichville ad Abidjan. Il linfoma di Burkitt ha trasformato il suo viso in una massa informe di carne tumida e rigonfia. È chiamato anche cancro africano perché si manifesta particolarmente dove la mancanza di igiene ambientale e la denutrizione portano all’abbassamento delle difese immunitarie. L’esposizione a sostanze tossiche come i solventi ne favorisce lo sviluppo. L’oncologia dell’ospedale di Treichville non ha radioterapia né stanze sterilizzate, ma chi riesce ad arrivarvi è fortunato. I venti posti letto disponibili sono gli unici della Costa D’Avorio con i suoi più di venti milioni di abitanti, così come i sette oncologi sono i soli in tutto il paese. I farmaci per la chemioterapia vi arrivano soltanto grazie al lavoro di una Ong italiana, “Soleterre”, in cooperazione con il “Gruppo di appoggio franco africano” nato all’Istituto Gustave Roussy di Parigi.

 

La “Soleterre” e il sorriso di Andrea

È li che conosciamo Francois, Laetitia, Izaac e gli altri bambini e bambine colpiti dal tumore. Quelli che hanno la forza e la possibilità di alzarsi dal lettino sono tutti nella stanza di ricreazione allestita e seguita sempre dagli operatori di “Soleterre”. Stanno cantando, accompagnando il ritmo di una bella canzone africana con il battere della mani. Un po’ di allegria, di gioco, sono terapia, importante quanto lo sono i farmaci. Ci divertiamo insieme a disegnare ed a colorare uccelli buffi e strampalati.

Francois e Laettita sono i capi banda, la loro vivacità e le loro risate piene contagiano tutti. Tutti ma non la piccola Andrea che è arrivata oggi. È minuta, sta a capo basso, il viso nascosto dal cappuccio della felpa leggera che indossa. Lo sguardo perso in una voragine di tristezza. Non sorride, non disegna, non colora. Se gli viene messo in mano un pastello non lo stringe, lascia che penzoli inerte tra le dita a segnare soltanto la sua lontananza da tutto e da tutti.

Il sorriso di Andrea è l’ultima immagine che porto con me dalla Costa D’Avorio. Sì, perché finalmente lo vedrò illuminare timido il suo viso. Due giorni dopo, nella casa dove “Soleterre” dà ospitalità ai genitori ed ai bambini sotto terapia che non avrebbero altro luogo dove andare se, come Andrea, sono arrivati da villaggi lontani. Andrea sorride perché ha fatto amicizia con Laetitia, ospite della casa anche lei. Ora si sente un po’ meno sola e persa. “Ciao Laetitia, ciao Andrea. Je vous donne la demi route”. La mezza strada. È il saluto ivoriano. Un augurio per rincontrarsi. Mezza strada è la metà del percorso che si deve fare a ritroso per ritornare. Mezza strada perché non ci si allontani troppo. Non siamo poi così lontani noi qui in Italia.

Non lo è certo la Acegas del gruppo Hera che fa parte dell’Acea, primo produttore italiano per i rifiuti trattati, che nel 2009 costituisce la Adria Link, società partecipata in egual misura da Enel Produzione Spa e da Trafigura Elettricity Italia srl (adesso Spa) incurante ed indifferente riguardo alle responsabilità criminali della Trafigura nella tragedia provocata dalla Probo Koala. Certo, l’incuranza e l’indifferenza non sono crimini. Sono “demi route” a metà strada con la complicità.

(ha collaborato Gabriele Fazio)

 

 

 

Category: Osservatorio internazionale

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About Vauro Senesi: Vauro Senesi, noto semplicemente come Vauro (Pistoia, 1955), è uno dei vignettisti più conosciuti in Italia. Vauro è stato allievo di Pino Zac, con il quale nel 1978 ha fondato Il Male. Dal 1986 al 2006 è stato assiduo editorialista e vignettista de il manifesto. Le sue vignette sono state pubblicate sulle più importanti testate italiane e estere: Satyricon, Linus, Cuore, Il Quaderno del Sale, L'Echo des Savanes, El Jueves e Il Diavolo. È stato direttore del settimanale satirico Boxer, collaboratore del Corriere della Sera e di SmemorandaDal 2011 è nel cast del programma Servizio pubblico di Michele Santoro su LA7. Dal 7 ottobre 2011, insieme al fumettista Vincino ha rilanciato Il Male in edicola (settimanale). Nel 2012 tiene la mostra personale "Vauro in mostra!" presso Paola Raffo Arte Contemporanea di Pietrasanta, esponendo vignette realizzate durante la trasmissione Annozero. Il 30 settembre 2012 Vauro inizia la sua collaborazione con il Fatto Quotidiano, abbandonando il manifesto. Attualmente è vignettista ed inviato di PeaceReporter e collabora con la ONG Emergency, occupandosi dell'informazione e della comunicazione. Vauro collabora spesso con l'associazione umanitaria italiana fondata da Gino Strada e altri medici nel 1994 a Milano, Emergency.

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