Bruno Giorgini: S’avanza la guerra

| 14 Settembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Non esiste ormai più una legalità internazionale condivisa, o per gli ottimisti esiste sempre meno, e la forza delle ragioni è messa in mora dalle ragioni della forza. Anche la definizione dei confini e la collocazione geografica dei popoli, nonchè la loro composizione, sono sottoposte piuttosto alla misura del confronto/conflitto strategico che a quella della legalità internazionale. Così come già ai tempi antichi quando nella polis venendo meno la legge condivisa, decadeva la politica e irrompeva sulla scena la stasis, la guerra civile, anche oggi nella città mondiale, Cosmopolis (Don DeLillo), la guerra s’avanza prendendo il posto della politica. Si tratta di una sorta di guerra civile globale, o comunque di una sequenza planetaria di concatenate guerre civili, e contro i civili, con feroci e massive violazioni dei diritti umani, dai rapimenti di bambini e donne, abusate e stuprate, fino alle teste tagliate in streaming come si suol dire, senza dimenticare i prigionieri torturati, umiliati, esposti alla gogna pubblica, le ultime visioni ci vengono dall’ Ucraina, e altre orribili cose un poco ovunque. Il Papa l’ha detta così, siamo nel mezzo di una terza guerra mondiale condotta a pezzetti, un conflitto armato per frammenti. Ribaltando un famoso assunto, oggi la politica mondiale sempre più si configura come la guerra fatta con altri mezzi.

 

Guardiamo per esempio la vicenda delle sanzioni economiche che i dirigenti della UE propongono nei confronti della Russia, per “punirla” e/o farla recedere dal suo intervento più o meno esplicito, e più o meno armato, in Ucraina.  La risposta del primo ministro russo Medvedev minacciando la chiusura dello spazio aereo, li ha gelati.  Chissà se i sopradetti dirigenti, apparsi piuttosto esterrefatti di fronte alla reazione russa, hanno a questo punto capito di essere nel mezzo di un serio gioco di  guerra e non nell’atrio di una banca a determinare e brandire, minacciosi, tassi di sconto o spread. Infatti l’interdizione della libertà di movimento a terra, sui mari , nei cieli, se e quando verrà presa, è una tipica misura strategica, che ha il risultato secondario di produrre anche alcuni forti danni economici, ma soprattutto il risultato primario di definire coram populi un potere assoluto su una porzione, in questo caso assai ampia, dello spazio per la mobilità. Per dirla con Aristotele, la libertà di movimento è la libertà essenziale dell’essere umano, vietarla integralmente e/o ridurla drasticamente è una delle azioni tipiche e più efficaci della guerra, secondo l’assioma e l’immagine che se non ti muovi sei morto. A questo s’accoppia la possibile riduzione delle forniture di gas russo all’Europa, altra misura che attiene la strategia più che l’economia, una sorta di spada di Damocle che può amputare nel corpo vivo delle risorse energetiche, assolutamente fondamentali per il normale funzionamento delle nostre società, l’inverno senza riscaldamento è un inverno di guerra.

 

Nell’ambito della guerra europea d’Ucraina, per ora sotto un relativo controllo ma fin quando, si scopre una falla cospicua dell’attuale pensiero occidentale. I teorici delle sanzioni hanno di mira e si muovono nell’ottica soltanto dell’economia, il valore della moneta, i mercati le borse, credendo sul serio che questo incida nel profondo delle decisioni di Putin e della Russia. Mi è capitato di leggere e ascoltare che, colpendo con le sanzioni ricchezza e interessi degli oligarchi, questi avrebbero obbligato il Presidente russo a più miti consigli. Mai cosa più sciocca fu detta. In Russia si può avere molto denaro e insieme essere senza potere, inoltre infastidendo chi il potere ha, si rischia di finire in fretta dentro una prigione se non liquidati fisicamente, oppure espropriati da un giorno all’altro, tutte cose già successe. In Russia esiste la proprietà privata, ma non è intoccabile come invece viene sancito in Occidente, almeno nella sua forma attuale,  fin dalle Rivoluzioni francese e americana. In Russia la memoria è ancora quella della Rivoluzione d’Ottobre che la proprietà privata abolì, seppure nella forma brutale e totalitaria dello stalinismo. Sarebbe bastato che i fini analisti dell’Occidente, intendiamo grossolanamente USA più UE, avessero letto Guerra e Pace di Tolstoi oppure il più recente Vita e Destino di Grossman, e gli altri grandi scrittori, per capire che la Russia è irriducibile al modello capitalistico liberista, dove il potere appartiene in misura sempre più estesa, fin quasi totalitaria, ai mercati cosidetti, cioè ai mercanti. In Russia invece vige largamente una diversa scala di valori comune al potere politico in carica, per quanto autocratico, e al popolo, con un fortissimo orgoglio nazionale nel cui nome non si temono le privazioni di merci e beni  in Occidente viceversa considerati indispensabilii.

 

La caduta della legalità internazionale va di pari passo con la caduta del muro di Berlino.  L’antica sistemazione del mondo, dei confini e degli equilibri geostratetigici fu definita essenzialmente a Yalta da Churchill, Roosvelt e Stalin, diventando la base della legalità a livello mondiale. Dopo Yalta avvenne la guerra fredda ma sostanzialmente, nonostante le molte frizioni e colpi più o meno bassi, dalla guerra di Corea alla costruzione del muro di Berlino, e alcune anomalie come la Jugoslavia di Tito e la Cina di Mao, quell’accordo resse sul filo dell’equilibrio strategico nucleare tra USA E URSS. In nome di quella spartizione la Gran Bretagna collaborò alla repressione dell’insurrezione a guida comunista in Grecia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale,  l’URSS intervenne in Ungheria e Cecoslovacchia coi carri armati contro i moti popolari e i tentativi di riforma democratica dei regimi comunisti, mentre gli USA attivarono in Cile il colpo di stato contro il socialista Allende, Presidente legittimo, o si mossero contro la Cuba castrista usando l’embargo nel tentativo di strangolamento economico nonchè con il ridicolo sbarco di mercenari targato CIA nella baia dei porci che costò comunque i suoi morti. E molti altri esempi potrebbero farsi. Se da una parte c’era la NATO, dall’altra vigeva il Patto di Varsavia e nemmeno la guerra in Vietnam  scosse più di tanto l’equilibrio, sebbene fosse chiaro che, oltre alla liberazione nazionale di un popolo, era in corso un confronto strategico tra le due superpotenze. Il quadro cambia drasticamente quando l’URSS  e il patto di Varsavia si dissolvono, mentre gli USA restano la sola superpotenza mondiale. L’URSS perde molti pezzi, per esempio l’Ucraina che faceva parte da quel poi dell’impero czarista e ancor prima, anno mille all’incirca, si chiamava RUS’ di Kiev dove il nome dice tutto (chi ha mai pensato a Gogol come scrittore ucraino o a Odessa altro che come una città russa?), senza colpo ferire ovvero attraverso un processo pacifico, il che va ascritto a merito di Gorbaciov e del gruppo dirigente del PCUS forze armate comprese, ma che viene invece letto dagli USA e dall’Occidente come una debolezza e una sconfitta.

 

Gli strateghi occidentali pensano che la dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia siano dovute alla vittoria americana/occidentale nella guerra fredda, e non invece frutto di un collasso endogeno, per fortuna controllato dalla strutture politiche e militari interne talchè non dia origine a effetti catastrofici, cioè a una guerra civile  con armi nucleari al seguito. Rientra in questo processo la caduta del muro di Berlino con un grande impatto sull’immaginario collettivo, e la successiva riunificazione tedesca che sembra sul serio mettere fine agli effetti della seconda guerra mondiale, con le sue violente divisioni. Intanto si apre l’era della globalizzazione del capitale che pare invadere l’intero pianeta con promesse di ricchezza e sviluppo per tutta l’umanità, ma non saranno le magnifiche sorti e progressive da qualcuno sperate, trasformandosi invece nell’attuale crisi globale. Di pari passo gli USA teorizzano e assumono il ruolo esplicito di gendarme del mondo, autodefinendosi quali supremi garanti della legalità internazionale. Se seguissimo Lenin – l’imperialismo fase suprema del capitalismo – dovremmo dire che a un unico mondiale capitalismo deve corrispondere un unico mondiale imperialismo, quello americano.

 

L’ultima guerra ancorata all’antica legalità fondata sul rispetto dei confini e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza è quella che Bush senior intraprende, appunto sotto l’egida dell’ONU, per difendere l’integrità territoriale del Kuwait invaso dalle truppe di Saddam Hussein (1990-91). Respinto l’attacco irakeno e penetrate le truppe occidentali in Irak per evitare il rischio di controffensive, Bush senior interrompe l’avanzata seppure la strada per Baghdad sia spianata, dichiarando la missione compiuta. E’ anche l’ultima guerra che limpidamente le armate occidentali vincono; dopo verranno la seconda guerra del golfo col disastro oggi sotto gli occhi di tutti; l’intervento in Afghanistan da cui la più grande coalizione militare della storia, come si ebbe  a dire, deve scappare anche lì lasciando soltanto macerie politiche, sociali, materiali, di vite umane distrutte e talebani più forti che mai; la catastrofica toccata e fuga dei marines in Somalia e tutto il resto. Perchè nel frattempo emerge la jiahd islamica, un movimento multiforme contro gli infedeli,  che  maneggia il terrorismo –al culmine la distruzione delle twin towers a new York con migliaia di morti – tanto quanto la guerriglia, ma anche costruisce una interpretazione fondamentalista del Corano, svolge una intensa attività di proselitismo e  per la formazione religiosa dei giovani, si impegna in numerose attività sociali di sostegno alla popolazione. Un movimento alimentato pure dagli interventi militari occidentali e da teorie come quella dello scontro di civiltà enunciata da Samuel Phillips Huntington deceduto nel 2008, già consigliere dell’amministrazione americana ai tempi di Jimmy Carter, direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard, fondatore di Foreign Policy e autore di molti saggi geopolitici di ispirazione neoconservatrice. La mappa della Jihad copre l’Algeria  e l’Egitto, il Centrafrica e la Nigeria,  il Medio Oriente e la  banlieu parigina, il Caucaso e la Somalia, con parecchi altri luoghi del mondo fino alla attuale insorgenza di un vero e proprio stato, coi suoi ministeri le sue leggi il suo esercito, l’Isis (stato islamico dell’Irak e della Siria) o califfato che dir si voglia, costituito occupando una parte non piccola della Mesopotamia. Califfato che, con le armi occidentali, i soldi sauditi e degli altri stati feudali dell’area, l’aiuto della Turchia, paese della NATO, nella guerra di Siria, ora dichiara guerra agli Stati Uniti, o piuttosto li sfida alla guerra, mettendo in scena il nero tagliatore di teste dall’accento inglese. Insorgenza di uno stato che oltre a tutti gli altri paradossi che lo hanno nutrito e allevato, si incrocia infine con la guerra civile interna all’Islam tra sciti e sunniti, ma arriva anche al conflitto tra Israele e Palestinesi. Sullo sfondo campeggai poi l’Iran  col suo programma nucleare, oggi inedito alleato degli USA.

 

E’ evidente quanta totale feroce determinazione ci voglia per decapitare un uomo con un coltello rispetto al colpo d’arma da fuoco sparato da lontano o  all’omicidio compiuto da un drone guidato a distanza da un asettico tecnico. Il drone può ucciderti ma non ti spaventa. Invece l’uomo nero esprime una crudeltà fuori portata, una malvagità delle sue mani che tengono il coltello oltre la misura umana, eppure egli appartiene alla specie degli umani come te, addirittura parla inglese londoniano mentre diventa protagonista di un realissimo film dell’orrore. Questa dismisura vuole fare paura, e ci riesce, una paura che può rovesciarsi in una altrettanto dura determinazione a non cedere. Più precisamente, a abbattere il califfato, scancellandone le pratiche con tutta la forza necessaria. Ovunque, nel deserto siriano come nelle città europee o arabe o altro che siano. Il che ovviamente non ha niente a che vedere con la libertà di culto per le persone di fede mussulmana che va rigorosamente rispettata, così come va rispettata la loro libertà di circolazione e presenza nella vita associata, ovunque. A questo punto va ricordato la sconfitta di Obama, quando promise di chiudere l’orrendo carcere di Guantanamo, e invece questo è ancora aperto e attivo, col suo carico di violazioni dei diritti umani. Quello sarebbe stato un gesto di pace che avrebbe anche  messo gli USA nelle condizioni migliori per vincere la guerra eventuale. Invece non avvene, sembrando che il pensiero strategico occidentale, e americano in particolare, fosse modellato dall’assurda parola d’ordine: bisogna terrificare i terroristi. E stiamo vedendo in diretta con quali risultati.

 

La funzione di garanti della legalità internazionale che gli USA vogliono incarnare dopo la scomparsa dell’URSS, si trasforma nella dottrina del Democratic Nation Bulding, l’edificazione di una nazione democratica. Significa che si agisce militarmente non per preservare i confini ma per limitare o annullare fenomeni massivi di violazioni dei diritti umani, la cosidetta ingerenza umanitaria, e/o per distruggere armamenti “impropri”, le cosidette armi di distruzione di massa, chimiche, nucleari e quant’altro, e/o per destituire un capo di stato dittatore, spesso tutte queste cose andando insieme. Inoltre quando il regime sia stato abbattuto, deve cominciare un processo destinato a culminare nella costruzione di una moderna democrazia fondata su libere elezioni. Ma il tentativo di esportare la democrazia sulla punta delle baionette non è riuscito, anzi è in parte responsabile dello scatafascio attuale partorendo dei mostri. Così interi paesi sono preda di guerre civili e/o tribali e/o etniche senza più alcuna certezza nè dei confini nè del diritto. Avviene in Africa, avviene in Medio Oriente, ma avviene anche in Cina.

 

I cartografi cinesi hanno disegnato una nuova mappa della Cina, verticale questa volta rispetto alle carte tradizionali che si estendono da Est a Ovest. La nuova carta “mostra tutta l’estensione del territorio cinese” (Global Times, giornale cinese in lingua inglese). In specifico sono tracciati i confini marini. Il Mare cinese meridionale misura circa tre milioni e mezzo di chilometri quadrati, con duecento isole, isolotti, scogli, disabitati e che non celano, allo stato attuale delle conoscenze, tesori nascosti, siano materie prime, fonti energetiche o quant’altro. Però la loro sovranità regola i diritti di navigazione e quelli di pesca, nonchè di sfruttamento dei fondali marini che potrebbero riposare su giacimenti di petrolio e/o gas. Quindi più paesi,

Filippine, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei oscuro sultanato nell’isola del Borneo, e Cina, se li contendono. Però le nuove carte cinesi appena ieri tracciate le inglobano dentro i confini della Cina, la cosidetta “linea dei nove tratti”, come fosse un fatto assodato  e incontestabile, mentre le loro piattaforme di ricerca e trivellazione già sono al lavoro al largo delle coste vietnamite con continui incidenti, per ora limitati all’utilizzo di cannoni a acqua, speronamenti, qualche abbordaggio dimostrativo, mentre in Vietnam una fiammata nazionalista ha portato la folla a attaccare e incendiare le fabbriche cinesi, con una ventina di morti e centinaia di feriti. Così recentemente il capo di stato maggiore della difesa USA generale Martin Dempsey è volato in Vietnam offrendo in funzione anticinese armi e tecnologie al governo comunista, che circa cinquanta anni fa i B52 USA bombardarono in lungo  e in largo. L’ennesima contraddizione di una amministrazione americana sempre più contorta e in difficoltà su ogni fronte.

 

A proposito di fronti, non molto tempo fa le forze armate russe e quelle cinesi hanno fatto manovre congiunte a ampio raggio lungo la frontiera tra i due paesi. Inoltre Cina e Russia hanno appena deciso di costituire una agenzia di rating comune per affrontare la guerra finanziaria in corso. Terzo passo, la firma recentissima di un contratto per la fornitura di gas russo alla Cina che abbisogna di energia come il pane, il che già di per sè rende infimo il peso delle sventolate sanzioni europee.

Ovvero l’asse Cina Russia che si è, per ora, costituito, sbilancia gli equilibri tra Eurasia e America a favore della prima. Come se non bastasse la capacità balistica cinese nel campo dei missili intercontinentali a testata nucleare, singola o multipla, si è molto accresciuta nel giro di pochi anni. Prima l’armata rossa cinese era in grado di spedire sul territorio USA missili con cospicue testate nucleari, però a bassa precisione d’impatto, dell’ordine di dieci/cento chilometri, mentre i missili americani potevano colpire un tombino distante migliaia di chllometri, la precisione maggiore costituendo un vantaggio strategico considerevole, vuoi decisivo. Adesso i missili cinesi possono, come i loro confratelli USA, centrare bersagli su un’area di pochi metri quadri, tra dieci e cento, e quindi esiste una sostanziale parità nell’ efficacia distruttiva, cioè la deterrenza è tal quale da una parte e dall’altra. Last but not least, le tecnologie  e la produzione cinese nel campo della telefonia mobile e intelligente, sta diventando la prima al mondo, il che significa che sul piano strategico gli USA hanno perso, o stanno perdendo, la superiorità nel campo della rilevazione, informazione e comunicazione, fondamentali in qualunque conflitto e/o guerra, virtuale o reale, minacciata o combattuta, psicologica o materiale, ecc…

 

Ritornando in Medio Oriente (MO), luogo polveriera del mondo, la madre di tutte le battaglie è stata e è la questione israelo palestinese. L’Europa e gli USA pagano il prezzo di questa ferita da decenni aperta fino alla marcescenza senza che sia stata trovata una soluzione giusta di pace. Qui in particolare si addensano le violazioni della legalità internazionale, le risoluzioni dell’ONU che Israele non ha rispettato si contano a decine mentre lo stato ebraico rifiuta ostinatamente di rispettare i confini stabiliti nel 1948 e allargati con la guerra dei sei giorni e altre successive, incentivando invece l’installazione dei coloni nei territori occupati. Questa colonizzazione forzata, premessa implicita al Grande Israele stigmatizzata anche dal fedele protettore americano, di fatto è ostacolo anche alla realizzazione di due stati per due popoli, che essendo caduta la possibilità di un comune stato israelo plaestinese forse la migliore, rimane l’unica via d’uscita per pacificare il territorio e l’intera area. Dalla parte palestinese fioriscono inevitabilmente le  tentazioni e le azioni armate, spesso terroriste, formando intere generazioni di donne e di uomini che interamente si dedicano alla guerra. Se si riuscisse a spegnere questo ininterrotto focolaio di conflitto che alimenta e propaga guerra, intolleranza, fanatismi  da decenni, probabilmente comincerebbero a dipanarsi soluzioni di pace praticabili nell’intero MO. Qui l’impotenza degli Stati Uniti emerge a tutto tondo, testimoniando in modo palmare come la politica della superpotenza che sola pretende di esercitare il comando, sia fallimentare. Ci sono problemi così intricati  e complessi che necessitano una convergenza molto larga per essere risolti. Problemi per cui anche la forza militare  di uno degli eserciti più agguerriti del mondo come Tsahal risulta inadeguata, a meno di non creare un deserto abbattendo milioni di esseri umani, cosa che di fatto aprirebbe la terza guerra mondiale dispiegata.

 

La attuale situazione appare similare se non  isomorfa su scala globale a quella che precedette le guerre balcaniche degli anni ’90, ma lì prese corpo pure una pervicace volontà dei responsabili politici, tutti appartenenti al vecchio ufficio politico del partito comunista, di regolare vecchi e nuovi conti, anche personali, con le armi. Questa volontà operò a tutti i livelli cercando e trovando nei vari nazionalismi e antichi rancori etnici la legna per il fuoco che intendeva accendere. Poi venne il tempo dei massacri, della pulizia etnica, degli stupri di massa, e delle lacrime postume fino alla attuale sistemazione dove il fuoco ancora cova sotto la cenere. Intanto l’Europa al meglio faceva orecchie da mercante, al peggio sceglieva, come la Germania tutta sola,  di riconoscere l’ indipendenza della Slovenia quasi ancor prima degli sloveni, accelerando la disgregazione, senza aver prima definito il quadro politico istituzionale che avrebbe potuto rendere il processo pacifico e condiviso, forse. Ci volle  l’intervento aereo degli USA per rompere l’assedio di Sarajevo, mentre le truppe dell’ONU pur presenti, lasciarono i cittadini “mussulmani” di Srebrenica alla mercè delle milizie serbe di Mladic che ne fecero strage. Dopo la Bosnia, prima abitata in pace da persone di diversa religione, cultura, etnia, fu spartita, cantonalizzata è il brutto termine tecnico, tra serbi, croati, e i cosidetti bosniacchi, spesso ancor oggi confidenzialmente chiamati in Croazia “i turchi”. E’ quindi avvenuto che uomini e donne di fede mussulmana ma di grande tolleranza e spesso amicizia verso i fedeli di altre religioni, inchiodate/i a un ruolo religioso nonchè sottoposti/e a ripetuti attacchi in nome della difesa e vittoria della cristianità, che i croati tanto quanto i serbi sbandieravano, si siano radicalizzati/e  e , per così dire, rappresi in una identità islamica divenuta predominante se non unica. L’attuale situazione appare similare se non isomorfa a quella delle guerre civili balcaniche, ma c’è da sperare sia che le volontà guerrafondaie siano limitate e ininfluenti sia che da qualche parte emerga uno svincolo, una azione politica in grado di far recedere i venti di guerra, seppure a tutt’oggi la storia sembri andare a rotta di collo verso l’uso sempre più  generalizzato della forza per regolare le controversie tra stati, tra popoli, religioni, etnie, culture. Da ultimo la crisi globale con le gigantesche disuguaglianze sia dentro i singoli paesi che tra un paese e l’altro, produce drastiche taglienti fratture mentre la battaglia per i mercati si arroventa. Fa impressione guardare l’assetto dei capitali alla vigilia della Grande Guerra descritto da Piketty nel suo “Le capital au XXI siécle” perchè somiglia assai a quello attuale.

 

In fine, che si può fare contro la guerra. I popoli e i cittadini di Cosmopolis sembrano assenti, non compaiono se non nei sondaggi. I governi di pace sono pochissimi, su 162 nazioni soltanto 12 – tra cui il Brasile – non sono a tutt’oggi impegnate in alcun fronte e/o azione di guerra (fonte l’Institute for Economics and Peace).  I movimenti pacifisti sono muti, d’altra parte non è chiaro cosa potrebbero, perchè per un verso è pur vero che le pratiche dell’Isis non possono essere tollerate e per l’altro la deriva di collisione tra i giganti USA, Russia e Cina appare ben difficile da arginare, non foss’altro per le energie che mettono in campo. Intanto i partiti della sinistra europea e mondiale estenuati si occupano di altro e sono in generale privi di una visione strategica da quel poi, il loro orizzonte stando tutto dentro la NATO e il fronte occidentale, oppure rinchiuso dentro i confini nazionali. Ogni tanto si leva la voce del Papa, arrabbiata se non furiosa contro tutte le intraprese di guerra e i mercant d’armi, ma solitaria, nè compare all’orizzonte una rivolta delle coscienze. Forse L’Europa, o almeno il Parlamento europeo, o qualche gruppo parlamentare potrebbe assumere iniziative di pace. Per esempio gli onorevoli potrebbero andare in Ucraina a vedere come stanno le cose, visitando entrambi i fronti, monitorando lo stato delle popolazioni e dei prigionieri, le eventuali violazioni dei diritti umani eccetera, quindi tornando renderne edotti i loro elettori. Penso ai tre deputati italiani eletti nella lista Tsipras , o a altri/e della stessa parte politica. Sarebbe poco, pochissimo, comunque meglio di niente ma non accadrà.


 

 

 

 

 

 

 

Category: Osservatorio internazionale, Politica

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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