Angela Pascucci: Potere e società in Cina. La questione uigura dopo l’attentato di Pechino

| 10 Novembre 2013 | Comments (0)


 

 

Pubblichiamo insieme a Il circolo de il Manifesto di Bologna questo intervento di Angela Pascucci ricordando che a Bologna venerdì 22 novembre 2013 alle ore 18 presso il circolo sociale Giorgio Costa in Via Azzo Gardino 48 sarà presentato il libro di Angela Pascucci Potere e società in Cina (Edizioni dell’Asino) e con l’Autrice ne discutono Amina Crisma, Claudia Pozzana e Alessandro Russo


Non si erano ancora spenti gli echi dell’attentato a piazza Tiananmen [il 29 ottobre 2013 un veicolo guidato da separatisti uiguri ha sfondato le barriere finendo sulla folla e uccidendo 5 persone e ferendone 38] quando, mercoledì 7 novembre nell’ora di punta mattutina, una serie di ordigni è esplosa a distanza ravvicinata nei pressi della sede del Partito comunista provinciale di Taiyuan, la città più popolosa della provincia settentrionale dello Shanxi (250 miglia a sud ovest di Pechino). Un morto e otto feriti il primo, forse approssimativo, bilancio delle vittime. Pare che le bombe fossero collocate dentro alcune fioriere ai lati della via su cui si trova l’edificio governativo e fossero di fattura rudimentale, a giudicare delle sfere di metallo e dai chiodi proiettati tutt’intorno dalle deflagrazioni.

Una ventina di auto parcheggiate davanti alla sede del Pcc sono rimaste seriamente danneggiate dagli ordigni che secondo alcune testimonianze sarebbero stati almeno sette. Nulla si sa ancora, né degli autori né delle motivazioni. Ma un articolo del quotidiano inglese The Telegraph riportava giovedì le testimonianze anonime di alcuni abitanti che parlano di continue proteste, piccole e grandi, davanti al simbolico edificio. A Taiyuan si registra una diseguaglianza dei redditi fra le più alte del paese e il quotidiano britannico parla dell’”oscena ricchezza” esibita dai tycoon del carbone della zona, mentre pare abbiano suscitato enorme rabbia le demolizioni ordinate dal nuovo sindaco per costruire un’autostrada.

Se questo è il combustibile che ha acceso la rabbia probabilmente poco altro si saprà ancora di questo nuovo, inquietante attacco diretto con tutta evidenza a un simbolo del potere. Invece l’attentato che il 28 ottobre scorso ha sconvolto Tiananmen, la piazza più simbolica e sorvegliata della Cina, provocando la morte di 5 persone e ferendone una quarantina, non ha più misteri per le autorità cinesi, arrivate in meno di una settimana a queste conclusioni: sul suv Mercedes andato a schiantarsi e incendiarsi contro le transenne della via pedonale sotto il ritratto di Mao, all’ingresso della Città proibita, c’erano tre attentatori uiguri in singolare formazione familiare, un uomo, sua moglie e sua madre, tutti morti nello schianto, tutti originari della provincia in ebollizione del Xinjiang; il commando arrivato da alcuni giorni a Pechino dalla lontana regione ai confini nord occidentali del paese era in realtà composto da otto persone, cinque delle quali hanno lasciato la capitale prima dell’attentato, ma sono state in seguito arrestate nel loro luogo di origine, la città di Hotan, nel sud a maggioranza uigura della provincia; il Movimento islamico del Turkestan orientale è l’organizzazione terroristica maggiormente sospettata di aver istigato l’attacco ai luoghi simbolo del potere cinese (a fianco della città proibita si trova Zhongnanhai, la cittadella dove vivono i vertici del partito e dello stato, e sulla piazza, che ha al suo centro il mausoleo di Mao, si affaccia anche la sede dell’Assemblea nazionale del popolo).

Di fatto nessun gruppo ha rivendicato l’attentato e il movimento degli uiguri in esilio, il World Uyghur Congress, ha smentito ogni coinvolgimento dell’etnia, accusando la Repubblica popolare (Rpc) di cercare pretesti per reprimere ulteriormente la popolazione uigura. Ma le autorità cinesi sono state prodighe di particolari, a dimostrare l’accuratezza delle indagini e la correttezza della loro ipotesi: sul veicolo sono stati ritrovati numerosi coltelli, l’incendio è stato innescato da 400 litri di benzina caricati sul suv che recava una bandierina bianca con scritte nere di “contenuto religioso estremista”. Scoperto persino il costo dell’operazione: 6600 dollari.

 Fornire simili elementi (alcuni dei quali caratterizzano altri attacchi uiguri) pare cozzare con l’atteggiamento censorio e riluttante a dare informazioni da parte delle autorità subito dopo l’attacco. La scena del crimine è stata ripulita e sgombrata a tempo di record mentre editti precisi venivano emanati affinché i media ufficiali riportassero la notizia in tono minore, le immagini dell’attacco fossero rimosse e sui social network fosse arginata la discussione sul caso stroncando qualunque interpretazione contrastante con quella ufficiale. Una paranoia dettata certo anche dalla circostanza che questo “attacco al cuore profondo della nazione”, come l’ha definito un editoriale dell’ufficiale China Daily, sia avvenuto a ridosso del Terzo Plenum del Partito comunista, che si aprirà il prossimo 9 novembre e che si preannuncia come un appuntamento politico cruciale per il Pcc ed il paese in ragione delle vaste e radicali riforme economiche preannunciate.

La diffusione dei dettagli e la rapida chiusura del caso non contrastano però con la complessiva opacità. Restano infatti i dubbi che sempre aleggiano quando la versione di un accadimento violento e senza precedenti è solo quella ufficiale e viene impedito di ribattere o indagare su un’ipotesi diversa. Lo dimostrano gli interrogativi circolati nel magma della rete (dove ormai navigano quasi 600 milioni di cinesi) nonostante i tentativi di tenerlo a freno. E c’è persino chi ha ipotizzato che in realtà, per le sue caratteristiche, quel falò di lamiere e corpi sotto il ritratto di Mao avrebbe potuto anche essere l’azione di cinesi esasperati (che quando decidono di passare all’azione individuale sanno essere devastanti, come la cronaca dimostra).

Restando tuttavia alla versione ufficiale, l’attentato di marca uigura appare comunque un gesto disperato piuttosto che il piano di un’organizzazione feroce e ben rodata. Lo rivela la formazione familiare del terzetto, le armi al di sotto dello standard di ogni terrorismo che si voglia tale, gli stessi danni inflitti (con tutto il rispetto per le due vittime innocenti ed i feriti). Basti pensare alla ferocia dell’attentato di Boston, per avere una recente pietra di paragone.

Ma cosa segnala quel livello rudimentale coniugato con tanta determinazione suicida? Intanto che la questione degli uiguri, popolazione turcofona appartenente all’islam sunnita di rito hanafita, che con il 45% della popolazione costituisce la comunità più numerosa del Xinjiang dalle molte etnie (nove), si sta esasperando anche a livello individuale e cambia modalità d’azione. Tanto che, nonostante i mezzi rudimentali di cui dispone, arriva a toccare il cuore del potere, finora combattuto solo in Xinjiang. Uno smacco per l’apparato di sicurezza interno, il cui budget (oltre 100 miliardi di euro) supera da tre anni quello delle spese militari. Da qui anche il nervosismo dei vertici.

L’ultimo atto terroristico, avvenuto nel Xinjiang lo scorso giugno nella contea settentrionale di Shanshan, aveva fatto 35 morti con un attacco all’arma bianca a una stazione di polizia da parte di un commando di uiguri, ed era stato l’episodio più sanguinoso dopo la rivolta che nel luglio del 2009 aveva messo a ferro e fuoco la capitale Urumqi, dove negli scontri erano morte 200 persone, in maggioranza di etnia han (cioè cinesi). Fra giugno e agosto sono state arrestate nella Regione autonoma 139 persone accusate di “diffondere l’estremismo religioso, inclusa la jihad” mentre il controllo e la repressione si sono ulteriormente estesi. Per un uiguro, uscire dalle proprie zone di residenza all’interno della Regione autonoma è oggi sempre più difficile. Da qui anche, dicono gli esperti, la costituzione di una rete di resistenza frammentata e scollegata, che comunica solo in modo diretto, evitando i network della rete per evitare intercettazioni. Quanto poi un simile fenomeno possa essere infiltrato da un’entità jihadista esterna più pericolosa è minaccia adombrata dal governo cinese che non sembra finora avere riscontro. Per i media ufficiali cinesi, peraltro, militanti uiguri starebbero combattendo in Siria contro il regime di Bashar al Assad.

Il conflitto è storia antica eppure Pechino non ha lesinato i finanziamenti per lo sviluppo della Regione autonoma uigura del Xinjiang (questo il nome ufficiale) soprattutto dalla fine degli anni ’90, quando viene lanciato il programma di sviluppo del “Grande Ovest”. La Regione ha sempre più per la Rpc un enorme valore strategico, ricca com’è di risorse energetiche e collocata in una posizione, nel cuore dell’Asia centrale, che la rende imprescindibile per tutte le rotte di comunicazione e di trasporto di gas e petrolio dal Medioriente e dalle regioni circostanti.

Per non parlare degli ambiziosi progetti di farne una punta di diamante dell’innovazione e dell’eccellenza tecnologica rivolta verso un’area economica e geopolitica che oggi più che mai costituisce una cerniera fondamentale fra Europa ed Asia. In questo teatro, anche solo l’ombra di una rivendicazione di indipendentismo manda in bestia Pechino che, sull’onda dell’11 settembre e della conseguente lotta al terrorismo, ha chiesto e ottenuto la messa al bando internazionale delle organizzazioni uigure che più minacciavano la sua presa sulla Regione all’estremo confine occidentale. Incluso il Movimento islamico per il Turkestan orientale oggi sotto accusa.

La questione del Xinjiang non gode della simpatia occidentale quanto, ad esempio, quella tibetana. L’abbattimento delle due torri, l’acuirsi della questione islamica non ne hanno migliorato l’attrazione ed è su questo terreno che Pechino pretende il sostegno internazionale, infuriandosi quando, come è accaduto nei giorni scorsi, invece di ricevere solidarietà i media internazionali mettono in dubbio la sua politica nella regione occidentale. (Ed effettivamente se le logiche che guidano la cosiddetta comunità internazionale sono quelle che oggi prevalgono, scardinando ulteriormente il mondo, dal suo punto di vista ha ragione a farlo).

Nella sostanza tuttavia la questione uigura non differisce poi di molto da quella tibetana, pur nella profonda differenza dei caratteri storici culturali religiosi e sociali che caratterizzano ciascuna popolazione. Il tormentato passato è per entrambe un campo di battaglia dove la Cina vincente ha preso tutto e sente di non dovere niente a nessuno. La politica di sviluppo cinese, con tutte le sue strade, gli aeroporti, gli investimenti, si è dimostrata devastante sia per i tibetani che per gli uiguri, un bulldozer che tutto spiana in nome dell’avanzata verso una ricchezza economica che di per sé dovrebbe risarcire la perdita di identità inevitabilmente indotta dalla “modernizzazione”.

I divieti contro le pratiche e i costumi dettati dalla religione hanno aggiunto benzina al fuoco, spingendo verso un arroccamento identitario. Intanto, le massicce migrazioni di cinesi, incoraggiate da sempre dalla Rpc, hanno ribaltato l’equilibrio demografico (oggi in alcune città del nord della regione, come la capitale Urumqi, gli han sarebbero in maggioranza) e messo a rischio la diversità, oltre a tutto provocando un visibile gap economico e sociale. Anche se il reddito medio è aumentato notevolmente (nel 2012 è cresciuto del 15% rispetto all’anno precedente, arrivando a poco meno di mille euro l’anno, comunque 20% in meno rispetto alla media nazionale), gli uiguri, culturalmente sfavoriti anche dalle politiche dell’istruzione, sono discriminati nelle assunzioni e hanno redditi mediamente inferiori agli han.

Al dunque uno sviluppo squilibrato, sconvolgente (ha fatto scalpore il “rinnovamento” snaturante della città vecchia di Kashgar), foriero di ulteriori di squilibri, percepito come al servizio degli interessi di un unico gruppo etnico, e dunque destinato ad inasprire gli animi e a perpetuare il ciclo perverso rivolta-repressione-rivolta, oggi potenziato dalla tracimazione terroristica.

Difficile e travagliato, l’equilibrio che per millenni ha legato il centro dell’immenso “Paese di Mezzo” ai suoi confini lontani, porosi e stranieri è un compito immane consegnato dal ‘900 alla Repubblica, prima nazionalista e poi popolare, cinese che ha dovuto creare uno stato moderno in grado di governare un’estensione territoriale multietnica (sono 55 le etnie cinesi), plurireligiosa e multiculturale, unica al mondo per ampiezza e complessità. La Cina, che si avvia a diventare la prima economia mondiale e sta assumendo le sembianze di grande potenza, non potrà sfuggire a questa sfida e non potrà sempre accusare le “interferenze esterne” di minacciare la sua integrità territoriale allo scopo di bloccare la sua ascesa.

Non che le interferenze non ci siano e non lavorino nell’ombra ma sta alla leadership cinese bagnare con lungimiranza le polveri che minacciano di far saltare i suoi equilibri. E vale per il Xinjiang quello che uno dei più acuti intellettuali cinesi, Wang Hui, ha affermato riguardo alla questione tibetana, vista nella sua deriva come un “riflesso della crisi generalizzata che la Cina sta vivendo all’interno del processo di mercantilizzazione e globalizzazione”.

Gli uomini che si sono insediati ai vertici della Rpc nel novembre del 2012 si dichiarano consapevoli di dover sciogliere, se non tagliare, molti dei nodi che rischiano di soffocare il paese. Il prossimo Terzo Plenum del Partito viene annunciato come decisivo in questo senso. Si parla di una svolta epocale, di riforme paragonabili a quelle lanciate dal Terzo Plenum che nel 1978 costituì il big bang della nuova Cina. In effetti le anticipazioni prefigurano grandi scardinamenti in tutti i settori: finanza, mercato del lavoro, diritti di proprietà della terra, welfare, fisco, rapporti fra compagnie pubbliche e private, tutto in un’orbita che si preannuncia di ulteriori aperture e foriera di grandi cambiamenti sociali, nelle città come nelle campagne. Un’overdose dagli effetti deflagranti, se cambierà tutto per non cambiare niente.

 

Fonti e bibliografia

New York Times. Philip Potter on the Growing Risk of Terrorism in China, 31/10/2013

South China Morning Post, Beijing says Uygur militants behind suspected Tiananmen terrorist attack, 01/11/2013

Bbc, Q&A: East Turkestan Islamic Movement, 01/11/2013

Christian Science Monitor, “What the Tiananmen Square attack reveals about China’s security state” 01/11/2013

Agence France Presse, “China state media says Tiananmen attack cost $6,500″ 02/11/2013

Reuters “In China’s Xinjiang, poverty, exclusion are greater threat than Islam”, 03/11/2013

The Economist, “Security in Xinjiang.Tightening the screws” 04/11/2013

China Daily, Reform roadmap before key meeting, 04/11/2013

 

Le immagini all’inizio dell’articolo sono relative all’attentato degli uiguri a Taiyuan. Quelle sottostanti sono relative all’attentato a Piazza Tiananmen


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Category: Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

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About Angela Pascucci: Angela Pascucci e giornalista e scrittrice. Ha scritto due libri sulla Cina: Talkin' China (Il Manifesto libri, 2008) e Potere e società in Cina. Storie di resistenza nella grande trasformazione (Edizioni L'asino,2013). Ha iniziato la sua attività politica agli inizi degli anni ’70 con il Manifesto, nei quartieri e nelle fabbriche della Tiburtina. E' una giornalista. Dopo essersi laureata in storia e filosofia, ha insegnato per qualche anno, poi è entrata al Manifesto, dove ha lavorato per oltre 30 anni, ricoprendo diversi incarichi, quali quello di capo redattore esteri e consigliere di amministrazione. Si è occupata prevalentemente di economia internazionale e di politica estera, con un’attenzione particolare alla Cina, che ha analizzato in venti anni di viaggi, corrispondenze, interviste e sulla quale ho scritto due libri e vari saggi. E' stata Responsabile di Le Monde diplomatique italiano.

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