Amina Crisma: Per ricordare Charlie Hebdo un anno dopo

| 7 Gennaio 2016 | Comments (0)


 

 

Per ricordare a un anno di distanza  la strage nella redazione di Charlie Hebdo ristampiamo tre saggi di Amina Crisma pubblicati in www.inchiestaonline.it e nel numero a stampa di “Inchiesta” 187, gennaio marzo 2015

 


1. Amina Crisma: Charlie Hebdo e dintorni. Atei, laici e credenti: Libertà e fraternità delle creature umane

 

1. À nous la liberté.

17 gennaio 2015. Presentando il numero di Charlie Hebdo uscito l’altro ieri, il disegnatore Luz diceva fra l’altro, trovando il coraggio di sorridere attraverso una soverchiante emozione, che gli atei di Charlie Hebdo fanno miracoli, come quello di far suonare per loro le campane di Nôtre Dame. Ma il miracolo più grande di questi giorni è stata quella grande e variopinta piazza di Parigi che ha restituito carne e sangue, vita e respiro a parole che prima, ma ora davvero non più, potevano sembrarci retoriche, vacue e spente: liberté, fraternité.

Quella piazza ci mette sotto gli occhi quello che ci accomuna nella nostra diversità, nella nostra irriducibile pluralità – la pluralità che è la legge della Terra, come diceva Hannah Arendt. Irriducibilmente plurali, e insieme intimamente accomunati da quello che prima di essere un’idea o un ragionamento, è un comune sentire: il sentimento comune della nostra fraternità umana, del nostro essere frères humains. Il senso della solidarietà che ci lega, a partire dalla percezione fisica della nostra fragilità, del nostro essere inermi ed esposti al dolore, del nostro essere mortali – un sentire comune che è inscritto in ciascuno di noi, e che nessun arrogante e feroce banditore di odio, per quanto nefasto possa essere, riuscirà mai a estirpare. Nessun chiassoso predicatore di Guerre di Religione e Scontri di Civiltà, per quanto temibile, riuscirà mai a cancellare il senso di questa fondamentale, semplice, irrecusabile, primaria e universale religio.  E alla sfilata dei potenti e dei governanti che si svolgeva distinta e separata, quella piazza ricordava, con la sua stessa nuda presenza, che ci sono dei doveri da adempiere verso le creature umane, come li chiamava Simone Weil.

Ma torniamo alla pluralità. Io sono cristiano, ebreo, musulmano, ateo, diceva Luz. E ancora diceva: Noi siamo dei bambini. Dei bambini che vogliono ridere e giocare.

Queste parole mi hanno ricordato la storia singolare di una donna che mi sembra per tanti versi esserne la concretizzazione, e che ho incontrato a Parigi vent’anni fa. Si chiamava Janine Cahen, era nata nel 1931 a Mulhouse, è morta il 10 agosto 2011. Proveniva da una famiglia ebraica: nella sua casa di Meudon, rue President Paul Doumer, c’era il pianoforte di suo cugino morto ad Auschwitz.

 

2. Storia singolare di Janine Cahen.

Schiva e riservata, Janine Cahen non amava troppo parlare di sé. Di sicuro era laica, e una laica incinerazione è stato anche il suo funerale; ricordo le sue battute di allegra irriverenza, la sua insofferenza verso ogni forma di bigotteria e di clericalismo.

Con tutto questo, è Janine che mi ha fatto scoprire quell’appartata attestazione di spiritualità cristiana che è Port Royal des Champs, e l’intensità straordinaria del Christ aux outrages di Philippe de Champaigne che vi si trova. Quando l’ho incontrata per la prima volta nel 1994, si era appena prepensionata da correttrice di bozze a Le Monde (il blogscorrecteurs del giornale fra l’altro le ha dedicato un commosso ricordo), ma nella sua vita aveva fatto tante altre cose, era stata insegnante, traduttrice, redattrice, aveva fra l’altro vissuto in Italia lavorando al Saggiatore.

Soprattutto, nel ’60 Janine è stata una “porteuse de valise” del reseau Jeanson, la rete che appoggiava l’FLN: un’attività che le era valsa una condanna a otto mesi di prigione. Alla durezza della condanna, spropositata rispetto alle accuse, pare non fosse estraneo lo scandalo per il fatto che un’ebrea aiutasse gli arabi della resistenza algerina.

In prigione aveva conosciuto Micheline Pouteau, altra militante del reseau Jeanson che aveva avuto una condanna a dieci anni e che, dopo essere evasa con cinque compagne, l’aveva raggiunta a Milano, dove insieme avevano scritto un’articolata cronistoria dell’opposizione alla guerra d’Algeria, Una resistenza incompiuta: la guerra d’Algeria e gli anticolonialisti francesi (Il Saggiatore, 1964). Micheline, che avevo incontrato vent’anni fa a casa di Janine, è morta nel maggio del 2012.

C’è da chiedersi che fine ha fatto oggi la speranza e l’utopia che induceva quelle ragazze di allora a militare in quella causa pagando prezzi così gravosi. Ma che cosa è successo nel mondo in questi cinquant’anni?

Uno che se lo era lucidamente chiesto era il libanese Samir Kassir, assassinato nel 2005: credo dovremmo oggi rileggere attentamente quel suo libro sull’infelicità araba (Einaudi 2006) che è stato anche il suo testamento spirituale.

Janine era una pluralità vivente. Ogni creatura umana lo è, come dimenticano gli assassini che oggi si trasformano in impersonali e atroci strumenti di morte, e che trattano come cose, come meri oggetti del loro sadismo perverso le loro vittime.

Janine aveva infantili occhi chiari. Mi raccontava che quando era bambina la minaccia incombente su di loro non aveva tolto a lei e ai suoi fratelli la voglia di ridere e di giocare.

E oggi rivediamo la scena di bambini ebrei minacciati di morte, al supermercato kosher di Porte de Vincennes. Non credevamo fosse possibile, dopo oltre settant’anni dalla rafle du vél d’Hiv, il rastrellamento che nel luglio del ‘42 a Parigi avviò allo sterminio, fra i quasi tredicimila ebrei catturati,  oltre quattromila bambini.

 

3. Definizioni.

“Sono come i nazisti”, mi ha detto mio padre, che ha ottantasette anni e certe cose le ha viste, commentando l’azione del commando jihadista di Parigi. Mi sembra tutt’altro che una definizione generica. Ripercorriamo la sequenza: un primo commando stermina una redazione inerme di anarchici libertari, e il secondo che vi è collegato va a caccia di ebrei. Non capisco davvero perché si esiti a definire il terrore jihadista con il termine che più gli si attaglia.

E le parole più dure che si sono finora sentite di condanna degli assassini sono venute dall’imam di Drancy, tra i primi ad accorrere sul luogo dell’eccidio: “Il loro odio, la loro barbarie non hanno niente a che fare con l’Islam” (Islam vuol dire pace, come ben ci rammenta Vito Mancuso). “Sono barbari che hanno perduto la loro anima. Hanno venduto la loro anima all’inferno”.

Mio padre, cattolico, e l’imam di Drancy sono, spontaneamente, del tutto concordi nell’inorridire di fronte alla disumanità del massacro, e nel definirlo chiaramente e nettamente per quello che è. Alla faccia dei farneticanti, chiassosi e non disinteressati banditori dello Scontro di Civiltà e della Guerra di Religione.

C’è un maestro e un amico della cui voce sentiamo particolarmente la mancanza in questi giorni, Pier Cesare Bori. Fra i testi che proponeva nel suo gruppo di lettura, anche con i detenuti del carcere della Dozza a Bologna, c’erano il Corano e la Bibbia, Platone, le fonti buddhiste, Confucio e Laozi, e tanti altri ancora. Era alla ricerca di un consenso etico fra culture(così si intitola un suo libro importante, del 1991), le cui risorse riconosceva nelle fonti di molteplici tradizioni. In mezzo a tutto il fragore di chiacchiere che ci sommergono, sono le sue pagine che andrebbero soprattutto rilette oggi, per ritrovare, per noi e per i nostri fratelli umani, il quieto centro di verità, di amore e di giustizia, di ragione e di sentimento, di religio e di laicità, da cui ripartire. Ripartiamo da quelle parole autentiche, che custodiscono la speranza e la promessa di un’umana communio, e che sono così diverse dalle urla sguaiate di coloro che nella loro arroganza blasfema si impossessano del sacro nome di Dio per i loro scopi di morte, lo sviliscono come se fosse un giocattolo di loro proprietà, lo profanano asservendolo ai loro biechi interessi di prevaricazione e di dominio.

Come dice l’imam di Drancy: al di là di quello che sbraitano, è dalle loro opere, da quello che fanno, che potete chiaramente capire chi sono davvero.

 

4. Ma chi è che bestemmia?

Adesso c’è una gran discussione su fino a dove si può spingere la satira, una discussione che a quanto pare ha fra l’altro attraversato e attraversa anche Charlie Hebdo. C’è però un punto che mi sembra resti in ombra, e che è invece importante, come ha messo in luce l’intervento di Vittorio Capecchi su inchiestaonline, dal titolo apparentemente paradossale: quelle vignette ci avvicinano a Dio. La vignetta del Profeta che piange, altro che irriverente, non è forse la lucida denuncia di una profanazione?

Mi chiedo, e vi chiedo: ma come può dirsi credente chi si scandalizza per un disegno, e osa trasformare Dio nel caricatore del suo kalashnikov?

Chi è davvero il bestemmiatore? Chi è davvero l’empio profanatore?

E oltre a questo, c’è un’altra cosa da dire.

Credo che ogni religione abbia bisogno della dialettica della laicità – e anche delle sue provocazioni – per salvarsi dalla possibile hybris: per salvarsi dalle tentazioni della superbia, dell’arroganza, della violenza, per evitare il rischio di trasformarsi in apparato di potere o in opaca idolatria. Che abbia bisogno di questa vitale dialettica per trovare quanto di meglio, quanto di più intimamente e veracemente le appartiene.

Paradossalmente, ma forse non troppo, uno dei discorsi più teologicamente profondi  che ho sentito in questi giorni è quello del disegnatore Gipi: io sono ateo, ha detto, ma se Dio ci fosse non potrei conoscerlo, la sua infinità eccederebbe la mia mente e le mie parole.

Ai credenti si chiede: ma che idea di Dio è mai quella che non ne rispetta il mistero?

E’ al mistero della trascendenza del Padre che rinviava l’apologo dei tre anelli – quella straordinaria favola medievale sulla fraternità delle religioni abramitiche che circolava nel  Mediterraneo sulle rotte cosmopolite dei mercanti, che Boccaccio ha trascritto nel Decameron, che la cultura dell’illuminismo con Lessing ha poi ripreso, e che Ulrich Beck additava come modello sempre attuale. Quella parabola ci ricorda una trascendenza che non si può ridurre a possesso, e di cui nessuno si può impadronire, arrogandosene il monopolio.

 

5. Salvare i bambini.

In un suo scritto famoso, quasi cent’anni fa lo scrittore cinese Lu Xun, nel contesto di una dura polemica contro quella che egli definiva come la ferocia cannibalesca della società in cui viveva, esortava “Salvate i bambini”. A ripeterlo negli scenari di oggi, quello slogan viene ad acquistare una inedita risonanza. Di fronte ai bambini ebrei minacciati a Parigi, alle bambine violate e massacrate in Nigeria dalle orride gesta di Boku Haram, ai bimbi di Gaza, a ogni bambino di questo mondo, e anche ai bambini inermi che tutti hanno dentro di sé.

Di salvare i bambini aveva parlato, duemilaquattrocento anni fa, un maestro della Cina antica, Mencio, in un passo che PierCesare Bori ha commentato in pagine dense, additandone tutta la profondità e l’attualità. Mencio sosteneva che la sollecitudine per loro, l’insopportabilità della vista della loro sofferenza, è precisamente quanto ci fa umani.

Dobbiamo oggi, credo, ripartire da questo: riascoltare, ritrovare la pregnanza di quelle semplici, profonde e antiche parole, che ci aiutano a distinguere, al di là delle fragorose retoriche troppo in voga sui Grandi Feticci delle Civiltà e delle Culture, quanto davvero accomuna, nella loro pluralità irriducibile, i fratelli umani, fatti di carne e di sangue, di respiro e di coscienza, sotto il Cielo. E farne programma condiviso del nostro agire quotidiano.

 

 

 

2. Amina Crisma: Libertà di religione. Una questione oggi più che mai cruciale

Che cosa significa oggi per noi “libertà di religione”? Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, e dopo la manifestazione che ne è stata la grande, bella, plurale e pacifica risposta, dovremmo essere tutti consapevoli della sua cruciale importanza: è una questione vitale che ci riguarda tutti da vicino, che riguarda le forme concrete che vogliamo dare alla nostra civile convivenza di oggi e di domani. La libertà di religione non è un lusso: è parte costitutiva e ineludibile di un autentico vivere da cittadini in una libera polis, e chiunque a qualsiasi titolo ha responsabilità politiche dovrebbe prendersene debita cura. In questo mio intervento, propongo una riflessione su due aspetti: il nesso fra libertà di religione e laicità, e la problematica situazione della libertà religiosa nel nostro Paese, in questi giorni additata all’attenzione da un dibattito significativo.

 

1. Libertà di religione è che ognuno possa praticare liberamente la propria, ed è anche libertà di non averne nessuna.

27 gennaio 2015. Il tema della libertà religiosa è tornato a imporsi con una pregnanza particolare al centro dell’attenzione in questi giorni, in tutta la densità delle sue implicazioni, teoriche e pratiche, politiche e giuridiche e culturali, individuali e collettive, esistenziali e sociali…Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, torniamo a pensarla non come un’entità scontata, astratta e remota, ma come qualcosa che ci riguarda da vicino, tutti e ciascuno, nel rapporto con l’intimità della nostra coscienza e del nostro destino creaturale come nel legame solidale che ci unisce ai nostri simili, nel nostro rapporto con la polis, con lo spazio pubblico del nostro essere cittadini, come nel vissuto della nostra esperienza individuale.

Questa istanza di libertà rinvia, immediatamente e necessariamente, alla pluralità: una pluralità che per me, laica e credente, non ha il volto astratto di Entità Metafisiche (le Religioni), ma innumerevoli volti concreti, dalle anziane pellegrine tibetane incrociate camminando sulle piste del Qinghai ai giovani seminaristi cinesi che mi raccontano storie delle loro famiglie, cattoliche da cinque generazioni. Sono persone incontrate in molteplici luoghi: dalla chiesa della mia infanzia alla sinagoga di Verona dove per la prima volta ho scoperto, da ragazzina, che non c’è un solo modo di pregare un unico Dio, dalla moschea di Xi’an all’ombra delle pagode alla Nantang di Pechino  fondata da Matteo Ricci, dal ristorante cinese nel Veneto che una volta alla settimana diventa estemporanea sede di culto evangelico, alla veneziana chiesa dei Greci con le sue fulgide icone e la sua splendida liturgia, alla sala valdese di Padova nella sua spoglia nudità. Il luogo che più di ogni altro mi ha dato l’idea della universalità della Umma è stata forse la moschea della Niujie di Pechino; e quello che più di ogni altro mi ha dato l’idea della cattolicità è stato forse un minuscolo campanile diroccato, scoperto in un angolo remoto del Sichuan (e non casualmente mi vengono in mente esempi riferiti alla Repubblica Popolare Cinese, la cui situazione, benché nell’insieme decisamente migliorata rispetto all’epoca maoista, presenta tuttora aspetti ambivalenti e paradossali, e se da un lato la Costituzione vigente solennemente enuncia il diritto alla libertà religiosa, dall’altro rispetto al suo esercizio, tuttora soggetto a forme stringenti di controllo governativo, permane una diffidenza delle autorità che nella dura repressione del movimento Falungong all’inizio degli anni Duemila ha conosciuto una delle sue più palesi manifestazioni).

Ognuno di quei luoghi rinvia a tanti altri, diversi e fraterni, ai quali è legato. Uno dei posti dove questo legame risulta più intensamente percepibile è il monte Nebo, dove può accadere di far memoria di Mosé in un’eterogenea compagnia di frati francescani, preti ortodossi, rabbini, pastore, teologhe femministe e musulmani; e altrettanto intensamente lo si può avvertire davanti ai piccoli mucchi di sassolini bianchi che in Tibet usano mettere ai passi, in omaggio alle potenze dell’invisibile.

L’esigenza insopprimibile della libertà di religione si lega indissolubilmente alla fraternità umana che tutti ci accomuna, e insieme alla nostra irriducibile pluralità, come ben ci rammenta il manifesto della municipalità di Parigi che si vede qui sotto, con tutta l’icastica forza testimoniale che i drammatici fatti di questi giorni vi hanno conferito.

La libertà di religione è fondativa dei diritti universali, come ci ha fra l’altro ricordato in questi giorni (gennaio 2015) Stefano Allievi, direttore del Master in Studi sull’Islam in Europa, in un incontro su questo tema svoltosi al Dipartimento di Storia dell’Università di Padova a cui ho partecipato, che in tempi normali avrebbe interessato solo un’esigua pattuglia di addetti ai lavori e che in questo frangente si è trasformato in un’affollata assemblea. E don Albino Bizzotto, fondatore di Beati i costruttori di pace, sottolineava a sua volta: “la libertà religiosa è la libertà,” un processo dinamico  e aperto, che infinitamente si compie.

E’ dall’istanza della libertà religiosa che si è originata, storicamente, l’epopea dei diritti. Dovremmo rileggerla insieme, quella storia così istruttiva, e ripercorrerne le concrete vicende: questo ci aiuterebbe a liberare il campo dalle rappresentazioni apologetiche di un mitizzato Occidente, immaginato come da sempre e per sempre consacrato, dalla Grecia in poi, a una perpetua religione della libertà che farebbe parte del suo Fato originario e immutabile. Dovremmo ricordarci piuttosto quanto l’esigenza della libertà religiosa sia nata e cresciuta attraverso vicende cruente e prolungate di sopraffazione e di persecuzione (valga per tutti l’esempio dell’antisemitismo sistematicamente praticato per secoli dall’Europa cristiana, prima di diventare l’efferato programma di “soluzione finale” inventato e attuato dal totalitarismo nazista), e quanto concretamente dobbiamo, di questa conquista, prima ancora che all’Illuminismo, agli eretici, al Rinascimento e alla Riforma, alle tenaci e coraggiose battaglie di minoranze perseguitate.

E ancora, libertà di religione si lega necessariamente e indissolubilmente a laicità: “è in quanto credente che rivendico la laicità dello Stato”, ha detto nell’incontro padovano Caterina Griffante, pastora valdese.

Una riflessione che credo sia ben più ampiamente condivisa di quanto generalmente non si pensi. Credo davvero che siano in tanti, non solo in quanto  laici, ma anche e precisamente in quanto credenti a rivendicare ovunque la libertà religiosa, nella profonda convinzione che la coatta adesione a una fede, indotta con la costrizione e con la sopraffazione, non merita il nome di “religione”, ma anzi della religione rappresenta una grottesca caricatura e un’indegna profanazione, che la strumentalizza e la perverte a biechi scopi di dominio. n questo senso, “laicità” non si oppone a “religione”, ma ne costituisce il necessario correlativo dialettico: è precisamente quanto le permette di serbare la propria più autentica natura e vocazione.

Ma non è solo come sfondo ineludibile della libertà religiosa e come garanzia di pluralismo che conviene evocare la laicità. La laicità è anch’essa, a sua volta, una peculiare forma di religio, capace di costituire la “solidale catena” della fraternità umana, come sosteneva, ad esempio, quel grande pensatore materialista che risponde al nome di Giacomo Leopardi. E dunque non si può dare effettiva libertà di religione senza il contestuale riconoscimento anche della libertà di non avere religione alcuna.

La difesa della libertà di religione non può che essere, al contempo e indissolubilmente, difesa della laicità. Una difesa che abbisogna di buone pratiche, e di impegno concreto, oltre che di riflessioni non affrettate. E in questo senso voglio ricordare il “Manifesto in difesa della laicità” che undici anni fa, il 16 febbraio 2004, apparve su Libération, e che qui da noi è stato praticamente ignorato (se non ricordo male, solamente il quotidiano Il Manifesto ne parlò). Era firmato da “donne e uomini di cultura musulmana” di ogni orientamento, “credenti, agnostici, atei”; si intitolava “Retrouver la force d’une laïcité vivante”, e si pronunciava senza mezzi termini contro l’antisemitismo, l’omofobia, la misoginia, denunciando fermamente l’Islam politique, ossia la strumentalizzazione della religione islamica in chiave integralista, violenta e intollerante. Lo firmarono 1932 persone: insegnanti, medici, avvocati, studenti, impiegati, funzionari, prevalentemente residenti in Francia, ma anche in altri Paesi europei, negli USA, in Turchia, Algeria, Marocco, Pakistan… E non si limitavano alle enunciazioni di principio; esprimevano anche la preoccupazione che le parole d’ordine violente e intolleranti trovassero udienza nel disagio, nella povertà, nella frustrazione dei giovani, in Europa e altrove: disagio, povertà, frustrazione a cui oggi più che mai occorre prestare attenzione e dare ascolto, cercando e trovando risposte diverse da quelle che offre lo spaccio a buon mercato della propaganda del fanatismo.

Retrouver la force d’une laïcité vivante: mi sembra si possa ben riassumere così oggi il programma condiviso di coloro, di ogni fede e orientamento, età e condizione, che hanno partecipato domenica scorsa alla grande manifestazione di Parigi. Auspico che possa essere il programma condiviso da chiunque percepisca la minaccia per tutti costituita dal terrore jihadista. Ma se penso sia giusto individuare oggi in questa speciale forma di fascismo il pericolo principale per la libertà religiosa di tutti, non per questo dovremmo trascurare, o considerare con distratta indifferenza, le tante, troppe situazioni in cui essa è violata: dal pericolo a cui sono esposti in tutto il Vicino Oriente i cristiani, la cui presenza rischia di essere cancellata, che è cosa nota benché, a quanto pare, ampiamente sottovalutata, alle – forse meno note – persecuzioni e intimidazioni che in svariati luoghi del mondo, dall’India alla Birmania, solo per citarne qualcuno, subiscono i musulmani dove sono minoranze.

Un piccolo atto concreto in difesa della libertà di religione si può, ad esempio, compiere firmando due appelli che si trovano sul sito di Amnesty International, entrambi riferiti all’Arabia Saudita: riguardano il blogger Raif Badawi, condannato nel settembre 2014 a dieci anni di carcere e a mille frustate per aver “offeso l’Islam” attraverso i contenuti liberali e le istanze di laicità del suo forum online, e il religioso sciita Sheikh Nimr al-Nimr, condannato a morte nell’ottobre 2014 con accuse generiche di “slealtà e sedizione” in seguito a un processo iniquo [l’esecuzione della condanna a morte del leader sciita, insieme a quella di altre 46 persone il 2 gennaio 2016 ha tragicamente inaugurato questo nuovo anno].

Le forme efferate di persecuzione violenta non sono d’altronde le sole modalità di negare la libertà religiosa. Ve ne sono anche altre, incruente, che la limitano e la circoscrivono, ma non per questo sono minimizzabili e sottovalutabili.  E’ opportuno chiedersi, ad esempio: che ne è della libertà religiosa da noi?

 

2. Quale pluralismo e quanta libertà religiosa oggi in Italia?

Questa domanda, in particolare, è stata al centro del dibattito all’Università di Padova del 16 gennaio 2015 a cui, come sopra accennavo, ho partecipato, dal titolo “Libertà religiosa e pluralismo culturale. Incroci di civiltà e forme di disagio” (lo documenta il sito di Immaginafrica). Come ho detto, gli eventi di Parigi vi hanno conferito una pregnanza del tutto speciale. Promosso da Adone Brandalise e Silvia Failli, direttore e vicedirettore del Master in Studi interculturali, ha visto fra l’altro la partecipazione di Stefano Allievi, direttore del Master sull’Islam in Europa, di don Albino Bizzotto (Beati i costruttori di Pace), della pastora valdese Caterina Griffante, i cui interventi si sono già menzionati, e inoltre degli avvocati Marco Ferrero (Università di Venezia, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Marco Paggi (esperto di diritto degli stranieri e richiedenti asilo), di Don Elia Ferro (responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Padova), di rappresentanti delle comunità immigrate fra cui Mounya Allali (Nuovo Orizzonte) e Chaibia Elafti (Mediatis), dello studioso di Filosofie orientali Marcello Ghilardi, di Vincenzo Pace (direttore del Centro Studi delle Migrazioni e coordinatore del Gruppo di ricerca LABREL, Laboratorio Religioni).

Ne è emersa un’articolata riflessione sulla situazione dell’Italia, un Paese che non è più cattolico – “ormai diversamente cattolico”, come Pace l’ha definito – e che peraltro per molti versi sembra ostinarsi a non volerne prendere atto, insistendo nel rappresentarsi tramite una mappa monocolore che ormai appartiene al passato, e non corrisponde per nulla a una realtà fatta di oltre 650 luoghi musulmani, 37 templi sikh, per non dire dei siti buddisti d’ogni sorta, e poi pentecostali, induisti, taoisti… un proteiforme caleidoscopio in continua espansione in cui hanno fra l’altro un significativo spazio i cristiani ortodossi dell’immigrazione dall’Europa orientale, ulteriore e cospicuo tassello che si aggiunge al quadro delle minoranze storiche, ebrei, valdesi, luterani, testimoni di Geova… Questo multiforme panorama di diversità religiosa è in stridente contrasto con un quadro normativo decisamente obsoleto, staticamente definito in termini di rapporti con la Chiesa cattolica  e con quelli che nel lessico pre-costituzionale si chiamano “culti ammessi”: un’impostazione di fondo che la rimodulazione del Concordato nell’84 non ha, in sostanza, intaccato. C’è un progetto di legge sulla libertà religiosa fermo da vent’anni, e il regime delle intese rivela in crescente misura tutti i suoi limiti, risultando oggettivamente, a dir poco, paradossale. Ad esempio, nel 2011 si è siglata l’intesa con la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, ossia  i mormoni, ma non c’è intesa per molte chiese evangeliche, e così pure per i testimoni di Geova. E ancora, il plurale Islam italiano attende un riconoscimento, tuttora assente anche per gli ortodossi rumeni e moldavi, oggi molto più numerosi degli aderenti alla Chiesa greco-ortodossa, che lo ha ricevuto a fine 2012.

L’assenza di una moderna normativa capace di riconoscere compiutamente l’attuale pluralismo e di dare piena, effettiva e concreta attuazione alla libertà religiosa dà luogo a un’applicazione selettiva delle norme e a un’oggettiva discriminazione. In particolare, lede il diritto ai luoghi di culto, e offre spazi all’arbitrio di amministratori locali che ricorrono a ogni cavillo ed espediente per impedirne l’apertura (iniziative, queste, in cui, com’è ben noto, particolarmente si distinguono gli esponenti della Lega Nord). Ma la libertà religiosa, come ha sottolineato Stefano Allievi, non è un lusso, e negare la moschea o il cimitero equivale a un’intrinseca delegittimazione delle nostre leggi. A questo proposito, egli ha rilevato, è opportuno distinguere fra le reazioni della gente, che possono essere anche di ostilità e di comprensibile diffidenza nei confronti di una situazione nuova, non ancora né spiegata né compresa, e che troppo spesso si ha fretta di rubricare tout court come xenofobe e razziste (ottenendo così di esasperarle anziché di decostruirle attraverso l’ascolto, il dialogo paziente, la promozione di iniziative opportune, che favoriscano l’interazione e l’incontro nella dimensione quotidiana) e il ruolo di coloro che hanno invece responsabilità istituzionali, e che non possono né devono farsi banditori dell’intolleranza e della discriminazione.

Ma oltre agli irrinunciabili motivi di principio che ci devono indurre a considerare la lotta per il diritto ai luoghi di culto come una nostra comune rivendicazione, ce ne sono anche di assai pragmatici, come ha rilevato Mounya Allali. Respingere in un’incontrollata e incontrollabile clandestinità i luoghi di culto è dissennato dal punto di vista della nostra sicurezza: equivale a fare un gran bel regalo ai violenti, agli intolleranti, ai predicatori di odio, contro i quali lo spazio trasparente di una moschea riconosciuta e legittimata potrebbe costituire invece un bastione efficace. “Non vogliamo che i nostri figli apprendano la religione dalle versioni stravolte e mostruose reperibili su Intenet”, ha detto Mounya, che si è detta inoltre convinta che la presenza degli imam nelle carceri potrebbe essere un valido antidoto alla propaganda jihadista, prevenendone la possibile diffusione fra i detenuti.

Per molti versi, dunque, la libertà di religione si impone oggi come un tema prioritario di dibattito e di iniziativa di cui sarebbe davvero auspicabile che coloro che hanno responsabilità di governo a ogni livello si prendessero debita cura. Su questo, il dibattito padovano ha mostrato che tutto un mondo attivo, dialogante e plurale – nelle associazioni, nell’università, nelle chiese e quant’altro – è pronto a mobilitarsi, e a formulare un’agenda condivisa, fatta di riflessioni articolate come di buone pratiche: ma a quest’agenda occorrerebbe, oggi più che mai, il supporto di un’iniziativa politica attenta e incisiva, lungimirante ed efficace. Non so proprio se, da chi e in quale misura si riuscirà a ottenerla; come che sia, è in ogni caso chiaro che su questa strada occorrerà comunque continuare. Nella consapevolezza che le religioni non sono entità univoche, ma campi di tensioni e di conflitti; non sono immobili e immutabili, ma realtà dialettiche e viventi, attraversate da riforme e da trasformazioni. Se è vero che esse ospitano le potenzialità di bene e di male dell’uomo, ciò che diventeranno dipenderà, domani come oggi e come ieri, da ciò che gli esseri umani ne sapranno e ne vorranno fare.

 

 

 

 

3. Amina Crisma:  I musulmani di Oslo proteggono la sinagoga e in Francia un manifesto per la riforma dell’Islam

 

1. I musulmani di Oslo proteggono la sinagoga

28 febbraio 2015. A Copenhagen il 14 febbraio 2015 si è avuta un’inquietante ripetizione delle sequenze del copione di gennaio a Parigi, con l’attacco al Krudtttoenden dove di teneva un dibattito sulla libertà di espressione in omaggio alle vittime di Charlie Hebdo, e poi con l’aggressione alla sinagoga; il tragico bilancio, l’uccisione di una vittima inerme, e la morte dell’attentatore.

Ma dopo Copenhagen, c’è stata Oslo – un episodio che i grandi media, credo non casualmente, hanno trascurato, e di cui si possono trovare i dettagli sul sito di Religions for Peace.

Dopo l’attentato terroristico di Copenhagen, mano nella mano centinaia di musulmani norvegesi hanno formato, fra il venerdì e lo shabat, un ‘anello di pace’ a protezione della principale sinagoga di Oslo in risposta all’appello lanciato sui social network da una diciassettenne ragazza musulmana, Hajdar Ashrad. E il suo invito è stato raccolto e rilanciato anche da tanti altri, che si riconoscono pienamente nelle parole dei giovani promotori della manifestazione:

“Se i jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell’Islam dovranno prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l’Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l’odio… Noi musulmani vogliano dimostrare che rifiutiamo e respingiamo ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio a protezione della sinagoga”.

Se vogliamo avere oggi l’idea di un mondo abitabile, la semplice iniziativa di questa ragazza e il gesto spontaneo dei musulmani di Oslo che vi ha corrisposto ce ne offrono l’immagine più limpida, pregnante ed esemplare

 

2. Per una riforma dell’Islam

Manifesto 11 gennaio 2015 di intellettuali laici di cultura islamica

L’11 gennaio 2015 è stata pubblicata su internet (www.petition24.net) una Dichiarazione intitolata “La nostra responsabilità nei confronti del terrorismo che si richiama all’islam” sottoscritta da intellettuali laici di ascendenza musulmana  che vivono e lavorano in Francia, Marocco, Tunisia, Algeria, Turchia, Siria, Irak, Libano, Egitto. Ne offriamo qui la traduzione, a cui fa seguito l’elenco dei primi firmatari. Sono docenti universitari, scrittori, giornalisti, medici, psicanalisti, pittori, cineasti, militanti dei diritti umani e dei movimenti di emancipazione delle donne; fra loro vi sono, ad esempio, il vicepresidente del Comitato dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite e il presidente dell’Istituto arabo dei Diritti dell’Uomo.

Oltre a condannare il terrorismo islamista, il testo riafferma i diritti umani, l’uguaglianza, la libertà di coscienza in nome della ribadita appartenenza “all’umanità una e indivisibile”; esso formula inoltre un appello rivolto alle autorità civili e religiose e alla società civile del mondo islamico a promuovere un’autentica riforma religiosa e politica, giuridica e culturale tale da contrastare ogni possibile terreno di coltura dell’odio, dell’intolleranza e del fanatismo. (trad. di Amina Crisma)

La nostra responsabilità nei confronti del terrorismo che si richiama all’islam

Il mondo sta vivendo una guerra scatenata da individui e gruppi che proclamano di richiamarsi all’islam. In Siria, in Irak, in Libia, in Tunisia, in Nigeria, in Francia e altrove, questa guerra è sempre la stessa: una guerra condotta in nome di una certa lettura dell’islam.

Questa guerra interpella tutti noi, laici del mondo islamico. E’ nostra responsabilità agire e opporci a tutto ciò che la alimenta.

Per contrastare questa guerra sono indispensabili delle riforme nel mondo musulmano. La cittadinanza, l’uguaglianza, la libertà di coscienza, lo stato di diritto e i diritti umani sono degli antidoti indispensabili.

Oggi per rispondere a questa guerra non basta dire che l’islam non è questo. Perché è in nome di una certa lettura dell’islam che tali atti sono compiuti. Dunque la risposta consiste nel riconoscere e nell’affermare la storicità e l’inapplicabilità di un certo numero di testi che la tradizione musulmana contiene, e a trarne le conclusioni.

Le truppe nemiche che conducono questa guerra mondiale non sono costituite da gente smarrita, ma da combattenti determinati e fanatici. Questi combattenti si richiamano a testi che fanno appello alla violenza, che esistono anche in altre religioni e che appartengono a un altro contesto, a un’altra epoca, oggi superati. A tale corpus fanno riferimento i gruppi jihadisti. Tutti i soggetti interessati a questo problema, a cominciare dai religiosi e dalle autorità di ogni paese, devono dichiarare che tale corpus è sorpassato e inapplicabile. Questa posizione deve costituire l’avvio di una vera riforma nell’ambito religioso di ogni paese, e al di là di tale ambito, deve rappresentare la premessa di un conseguente adeguamento della legislazione.

L’attivazione e la strumentalizzazione di tale corpus, quale che ne sia la ragione, devono essere denunciate in modo esplicito dalle autorità, dai religiosi, dalla società civile, come pure nei manuali scolastici e sui media.

Noi abbiamo la responsabilità di contrastare l’attivazione di tale corpus e tutti i processi che vi conducono. Tutte le iniziative e i discorsi miranti a incoraggiare o a promuovere le radicalizzazioni, l’odio, il razzismo devono essere stigmatizzati. I programmi scolastici e i discorsi dei media pubblici così come i sermoni nelle moschee devono essere conformi agli ideali universali della libertà di coscienza e dei diritti individuali.

Non c’è una religione superiore a un’altra. L’umanità è una e indivisibile.

Ciascuno dei firmatari si impegna ad adoperarsi attivamente per l’affermazione del diritto, dei diritti umani e della cittadinanza.

 

 

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Category: Culture e Religioni, Osservatorio internazionale

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About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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