Alvaro Garcia Linera: Cinque proposte dalla Bolivia per la sinistra europea

 

 

 

Su segnalazione di Franco di Giangirolamo riproduciamo, per la sua attualità, l’intervento di  Alvaro Garcia Linera, Vice Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, al IV Congresso del Partito della Sinistra Europea (PSE) che il 13-15 dicembre 2013 ha riunito 30 formazioni europee  a Madrid  con l’intento di unificarne le strategie di fronte alle politiche di austerità e di sottomissione di Bruxelles alle esigenze dei mercati. Segue un profilo Alvaro Garcia Linera scritto da Salvatore Rizzi corrispondente per il quotidiano Latina Oggi

 

 

1. Alvaro Garcia Linera: Cinque proposte per la sinistra europea e mondiale

 

Permettetemi di congratularmi per  questo incontro della Sinistra Europea e a nome  del nostro Presidente Evo,  del mio paese del nostro popolo, ringraziarvi per l’invito che ci avete fatto per condividere un insieme di idee, riflessioni in questo importante congresso della Sinistra Europea

Permettetemi di essere diretto,  franco….. ma anche propositivo.

Cosa vediamo dell’Europa, noi, da fuori? Vediamo un’Europa che si indebolisce una Europa abbattuta, una Europa egocentrica e soddisfatta di sé, in certo modo apatica e stanca. So che sono parole molto brutte e molto dure ma è questo che noi vediamo. È rimasta indietro l’Europa delle luci, delle rivolte, delle rivoluzioni. È rimasta indietro, molto indietro, l’Europa dei grandi universalismi che mossero e arricchirono il mondo, che ha spinto popoli di molte parti del mondo ad acquistare una speranza e a mobilitarsi intorno a questa speranza.

Sono rimaste nel passato le grandi sfide intellettuali. È quella interpretazione che facevano e fanno i postmoderni per cui sono finite le grandi narrazioni; alla luce dei recenti avvenimenti sembra che si occupi  solo dei grandi affari delle corporazioni e degli interessi del sistema finanziario.

Non è il popolo europeo che ha perso la virtù o la speranza, perché l’Europa a cui mi riferisco, quella stanca, l’Europa esausta, l’Europa egocentrica non è l’ Europa dei popoli, ma questa Europa quase in sordina, chiusa, asfittica. L’unica Europa che vediamo nel mondo di oggi è l’Europa dei grandi agglomerati, l’Europa neoliberista, l’Europa dei grandi affari finanziari, l’Europa dei mercati e non l’Europa del lavoro. Carente di grandi dilemmi, di orizzonti e di speranza, si sente solo – parafrasando Montesquieu – il deplorevole rumore delle piccole ambizioni e dei grandi appetiti. Permettetemi di essere diretto,  franco….. ma anche propositivo.

Democrazie senza speranza e senza fede sono democrazie sconfitte, democrazie fossilizzate. In senso stretto non sono democrazie. Non esiste democrazia valida che sia solo un attaccamento noioso a istituzioni fossili con cui si compiono rituali ogni ter, quattro o cinque anni, per eleggere coloro che decideranno ( malamente ) i nostri destini.

Sappiamo tutti e nella sinistra più o meno condividiamo un pensiero comune di come siamo arrivati ​​a uma simile situazione.  Gli studiosi, gli accademici, i dibattiti politici offrono un insieme di linee interpretative sulla situazione in cui ci troviamo e come ci siamo arrivati​​.

Un primo criterio condiviso su come siamo arrivati ​​a questo è che abbiamo capito che il capitalismo ha acquisito – senza alcun dubbio – una dimensione geopolitica planetaria assoluta. Esso copre il mondo intero.  Il mondo intero è diventato um grande laboratorio globale. Una radio, una televisione, un telefono non hanno più una fonte di creazione. Il mondo intero è diventato questa origine. Un chip è realizzato in Messico, il disegno proviene dalla Germania, la materia prima è latino-americana, i lavoratori sono asiatici, la confezione è americana e la vendita è planetaria. Questa è , senza dubbio, una caratteristica del capitalismo modernoed è a partire da questa realtà che dobbiamo agire.

Una seconda caratteristica degli ultimi 20 anni è una sorta di ritorno ad una accumulazione primitiva perpetua. Gli scritti di Karl Marx che raffigurano l’ascesa del capitalismo nei secoli XVI e XVII si ripredentano oggi come testi del XXI secolo. Abbiamo una permanente accumulazione originaria che riproduce meccanismi di schiavitù, meccanismi di subordinazione, di  frammentazione che sono stati ritratti da Marx in modo straordinario. Il capitalismo moderno riattualizza l’ accumulazione originaria. La espande, la irradia ad altri territori per estrarre più risorse e più denaro. Ma c’è qualcosa che arriva con questa accumulazione primitiva perpetua – che definisce le nuove caratteristiche delle classi sociali contemporanee, sia nel nostro paese, che nel mondo, perché riorganizza la divisione del lavoro locale, territorialmente, e la divisione del lavoro planetario.

Insieme a questo abbiamo una sorta di neo-accumulazione per espropriazione.  Abbiamo un capitalismo predatorio che accumula in molti casi producendo nelle aree strategiche : la conoscenza,  le telecomunicazioni, le biotecnologie, l’industria automobilistica, ma in molti dei nostri paesi accumula per espropriazione. accumula occupando spazi comuni : biodiversità, acqua, conoscenze ancestrali, foreste, risorse naturali. Si tratta di una accumulazione per espropriazione – non attraverso la crezione di ricchezza – ma attraverso espropriazione della ricchezza comune che diventa ricchezza privata. Questa è la logica neoliberista. Se critichiamo tanto il neoliberismo è per sua logica predatoria e parassitaria. Più che un creatore di ricchezza o di sviluppo delle forze produttive, il neoliberismo è un espropriare di forze produttive capitaliste  e non capitaliste, collettive, locali. Di intere società.

Ma la terza caratteristica dell’economia moderna non è solo    l’accumulazione    perpetua primitiva, l’accumulazione per espropriazione, ma anche per subordinazione – Marx direbbe sussunzione reale della conoscenza e della scienza all’accumulazione capitalistica. Quello che alcuni sociologi chiamano la società della conoscenza. Senza dubbio queste sono le aree più potenti e di maggiore allargamento delle capacità produttive della società moderna.

La quarta caratteristica, sempre più conflittuale e rischiosa, è il processo di sussunzione reale del sistema integrale della vita sul pianeta, vale a dire, dei processi metabolici esistenti tra uomo e natura.

Queste quattro caratteristiche del capitalismo moderno ridefiniscono la geopolitica del capitale su scala planetaria, ridefiniscono la composizione di classe  della società, delle classi sociali nel pianeta.

Non stiamo parlando solo di esternalizzazione verso le estremità del corpo capitalista della classe operaia tradizionale, che abbiamo visto emergere nel XIX e all’inizio del XX secolo e che ora si sposta verso le zone periferiche: Brasile, Messico, Cina, India, Filippine,  ma, anche, dell’emergere nelle società più sviluppate di un nuovo tipo di proletariato, un nuovo tipo di classe lavoratrice. Docenti, ricercatori, scienziati, analisti che non si percepiscono come classe lavoratrice,  ma come piccoli imprenditori, ma che nel fondo costituiscono una nuova composizione sociale della classe lavoratrice degli inizi del XXI secolo.

Ma allo stesso tempo abbiamo anche una creazione nel mondo di ciò che chiamiamo proletariato diffuso. Società e nazioni non capitaliste che vengono formalmente sussunte alla accumulazione capitalista.  America Latina, Africa, Asia; parliamo di società e di nazioni non strettamente capitaliste, ma che appaiono nell’ insieme sussunte e articolate come forme di proletarizzazione diffusa. Non solo per la forma economica, ma anche per le stesse caratteristiche di unificazione frammentata o di difficile unificazione, per la loro dispersione territoriale.

Abbiamo così non solo una nuova modalità di espansione capitalistica, ma anche una ristrutturazione delle classi, del proletariato e delle classi non proletarie nel mondo. Il mondo di oggi è più conconflittuale. Il mondo oggi è più proletarizzato; solo che le forme di proletarizzazione sono diverse da quelle che abbiamo conosciuto nel secolo XIX e agli inizi del ventesimo secolo. E queste forme di proletarizzazione, di proletari diffusi, di liberi professionisti proletarizzati,  non assumono necessariamente la forma di un sindacato. La forma sindacato in qualche modo ha perso la sua centralità in alcuni paesi e sono sorte altre forme di unificazione del popolare, del lavoro, dell’operaio.

Che fare? – la vecchia domanda di Lenin. Che facciamo? Condividiamo le diagnosi di ciò che è sbagliato, di cosa sta cambiando nel mondo e di fronte a questi cambiamenti non sappiamo rispondere – o meglio – le risposte che avevamo prima sono insufficienti;  se non fosse così, la destra non starebbe governando qui in Europa. Manca qualcosa nelle nostre risposte e nelle nostre proposte. Permettetemi di dare, in maniera modesta,  cinque idee per questa costruzione collettiva che si propone la sinistra europea.

La sinistra europea non può accontentarsi di fare solo diagnosi e denunce. Diagnosi e denunce servono a generare indignazione morale, ed è importante l’espansione della indignazione morale, ma essa non genera da sola la volontà di potere. La denuncia non è una volontà di potere. Può essere solo l’anticamera di una volontà di potere. La Sinistra europea e la sinistra mondiale di fronte a questo turbine distruttivo, predatore della natura e degli esseri umani, che viene avanti spinto dal capitalismo contemporaneo, deve venire fuori con proposte, con iniziative.

Abbiamo bisogno di costruire un nuovo senso comune. In fondo, la lotta politica è una lotta per il senso comune. Per formare l’insieme di giudizi e pre-giudizi. Per la maniera come, in maniera semplice,  la gente – il giovane studente, il professionista, la venditrice, il lavoratore, l’operaio, ordinano il mondo. Questo è il senso comune. E ‘ la concezione basilare del mondo con la quale diamo um senso alla nostra vita di tutti i giorni. Il modo in cui valutiamo il giusto e l’ingiusto, il desiderabile e il possibile, l’impossibile e il probabile. La sinistra mondiale deve lottare per un nuovo senso comune, progressista, rivoluzionario, universalista. Ma, è necessario un nuovo senso comune.

In secondo luogo, abbiamo bisogno di recuperare – come il primo oratore ha detto brillantemente – il concetto di democrazia. La sinistra ha sempre sostenuto la bandiera della democrazia. E’ la nostra bandiera. E’ la bandiera della giustizia, dell’uguaglianza, della partecipazione. Ma per questo dobbiamo sbarazzarci del concetto di democrazia come un fatto puramente istituzionale. La democrazia sono le istituzioni? Sì sono le istituzioni. Ma è molto più di questo. La democrazia è votare ogni quattro o cinque anni? Sì, ma è molto di più di questo. È eleggere il Parlamento? Sì, ma è molto di più. E ‘ rispettare le regole dell’alternanza? Sì, ma non solo. Questo è il modo liberale, fossilizzato di intendere la democrazia in cui a volte ci si blocca. La democrazia sono valori? Sono valori, principi organizzativi e di comprensione del mondo : la tolleranza, il pluralismo, la libertà di opinione, la libertà di associazione. Certo, sono principii, sono valori, ma non sono solo  principi e valori. Sono istituzioni ma non sono solo le istituzioni.

La democrazia è pratica, è azione collettiva. La democrazia, in fondo, è la crescente partecipazione alla gestione dei beni comuni che uma società possiede. C’è democrazia se i cittadini partecipano a questa amministrazione. Se abbiamo l’acqua come patrimonio comune, allora la democrazia è partecipare alla gestione dell’acqua. Se abbiamo come patrimonio comune una lingua, la democrazia è lagestione comune della lingua. Se abbiamo come patrimonio comune le foreste, la terra, la conoscenza, democrazia è la gestione comune di questi beni. Crescente  partecipazione comune nella gestione delle foreste, delle acque, dell’aria, delle risorse naturali. Avremo democrazia nel senso vivo non fossilizzato del termine se la popolazione ( e la sinistra deve lavorare per questo) partecipa a una gestione comune delle risorse comuni, delle istituzioni, del diritto e della ricchezza.

I vecchi socialisti degli anni ’70 dicevano che la democrazia doveva bussare alla porta delle fabbriche. E ‘una buona idea, ma non è sufficiente. Deve bussare alla porta delle fabbriche, alla porta delle banche, delle imprese, delle istituzioni, alla porta delle risorse, alla porta di tutto ciò che è comune alle persone. Il nostro delegato della Grecia mi chiedeva sul tema dell’acqua. Come abbiamo iniziato in Bolivia? Per um  tema basilare, di sopravvivenza, l’acqua ! E  intorno all’acqua, che è una ricchezza comune che veniva espropriata, il popolo ha intrapreso una “guerra” e recuperato l’acqua per la popolazione. Recuperammo non solo l’acqua. Dopo abbiamo iniziato un’altra guerra sociale e abbiamo recuperato il gas ed il petrolio, le miniere e le telecomunicazioni e manca ancora molto da recuperare. Ma l’acqua fu il punto di partenza per aumentare la partecipazione dei cittadini nella gestione dei beni comuni,  di una società, di una regione.

In terzo luogo, la sinistra deve recuperare la rivendicazione dell’universale, delle idee universali. Dei beni comuni. La politica come bene comune.  Come partecipazione alla gestione dei beni comuni. Il recupero dei beni comuni come un diritto : il diritto al lavoro, il diritto alla pensione, il diritto all’istruzione gratuita, diritto alla salute, all’aria pulita, il diritto alla tutela della madre terra, il diritto alla protezione della natura. Sono diritti. Ma sono universali,  sono beni comuni universali, sui quali la sinistra rivoluzionaria deve proporre misure concrete, oggettive e di mobilitazione. Stavo leggendo sul giornale come in Europa si stanno utilizzando fondi pubblici per salvare  proprietà private. Questa è un’aberrazione. Hanno poi usato soldi dei risparmiatori europei per salvare le banche. Si usano beni comuni per salvare il settore privato.  Il mondo va alla rovescia! Bisogna fare l’opposto! Usare la proprietà privata per salvare e aiutare il bene comune. Non i beni comuni per salvare la proprietà privata. Le banche devono subire un processo di democratizzazione e di socializzazione della loro gestione. In caso contrario esse finiscono per prendersi non solo il vostro lavoro, ma la vostra casa, la vostra vita, la vostra speranza, tutto; e questo è qualcosa che non possiamo permettere.

Dobbiamo anche affermare nella nostra proposta, come  sinistra, un nuovo rapporto metabolico tra uomo e natura. In Bolivia, per tradizione indigena, noi chiamiamo questo un nuovo rapporto tra uomo e natura. Come dice il presidente Evo, la natura può esistere senza l’uomo, ma l’uomo non può esistere senza la natura. Ma non bisogna cadere nella logica della green economy, che è una forma ipocrita di ambientalismo

Ci sono aziende che si presentano a  voi europei come protettrici della natura, come se fossero pulite, ma queste stesse aziende provocano un sacco di sprechi e danni in Amazzonia, in America e in Africa. Qui sono sostenitori e là diventano predatori. Hanno ridotto la natura in un altro business. La conservazione ecologica radicale non è una nuova attività, una nuova logica imprenditoriale. È necessario ripristinare una nuova relazione, che è sempre tesa. Perché la ricchezza che deve soddisfare i bisogni umani richiede di trasformare la natura e nel fare questo la modifichiamo, modifichiamo la biosfera. Quando cambiamo la biosfera spesso distruggiamo anche la natura e anche gli esseri umani. Il capitalismo non si preoccupa di questo perché per lui non è altro che un affare. Ma per noi sì, per la sinistra, per l’umanità, per la storia dell’umanità. Abbiamo bisogno di rivendicare una nuova logica di rapporto non direi armonioso, ma bensí metabolico, reciprocamente vantaggioso, tra ambiente naturale e essere umano.

Infine. non c’è dubbio che abbiamo bisogno di rivendicare la dimensione eroica della politica. Hegel vedeva la politica nella sua dimensione eroica. E penso che, seguendo Hegel, Gramsci diceva che nelle società moderne, la filosofia, un nuovo orizzonte di vita si devono convertire in fede nella società. Questo significa che abbiamo bisogno di ricostruire la speranza, che la sinistra deve essere la struttura organizzativa, flessibile, sempre più unificata, per essere in grado di riabilitare la speranza nelle persone. Un nuovo senso comune, una nuova fede – non nel senso religioso del termine – ma una nuova credenza generalizzata per la quale le persone dedicano eroicamente tempo, sforzo, spazio e dedicazione.

Voglio sottolineare l’osservazione della compagna,  che ci diceva che oggi abbiamo qui riunite 30 organizzazioni politiche. Eccellente. Questo significa che è possibile incontrarsi, è possibile uscire dai recinti. La sinistra così debole oggi in Europa non può permettersi il lusso di stare lontano dai suoi compagni. Ci può essere differenza su 10 o 20 punti ma siamo d’accordo su 100. Questi 100 devono essere i punti di accordo, di vicinanza, di lavoro. E lasciamo gli altri 20 per dopo. Siamo troppo deboli per darci il lusso di continuare con dispute dottrinali e di piccoli feudi, allontanandoci dagli altri. Dobbiamo ripristinare nuovamente la logica gramsciana per unificare, coordinare e promuovere azioni comuni.

È necessario prendere il potere dello Stato, lottare per lo Stato, ma non dobbiamo mai dimenticare che lo Stato, piuttosto che una macchina, è una relazione. Più che materia è idea. Lo stato è fondamentalmente idea. È materia in quanto relazione sociale,  forza, pressioni, bilancio, accordi, regolamenti, leggi. Ma è fondamentalmente idea, in quanto credenza in un ordine comune, in un senso di comunità. In fondo, la lotta per lo stato è una lotta per un nuovo modo di stare insieme, per um  un nuovo universalismo. Per una sorta di universalismo che unifichi volontariamente le persone.

Ma questo richiede prima una vittoria sul terreno delle convinzioni, una vittoria sui nostri avversari nelle parole, nel senso comune; avendo già battuto i concetti dominanti della destra, nei discorsi, nella visione del mondo, nella percezione morale che abbiamo delle cose. E questo richiede un lavoro arduo. La politica non è solo una questione di rapporti di forza, capacità di mobilitazione. In un dato momento sarà questo. Ma è fondamentalmente persuasione, organizzazione, senso comune, convinzione, idee condivise, giudizio e visione condivisa rispetto all’ordine mondiale. E qui la sinistra non si  può accontentare soltanto con l’unità delle sue organizzazioni. Deve allargarsi verso lo spazio sindacale, dei sindacati che sono il sostegno della classe lavoratrice e la sua forma organica di unificazione.

Bisogna dare attenzione, compagni e compagne, anche a altre forme inedite di organizzazione della società, alla riconfigurazione delle classi sociali in Europa e nel mondo, alle diverse forme di unificazione, più flessibili, meno organiche, forse più territoriali che per luoghi di lavoro. Tutto è necessario. L’unificazione per luoghi di lavoro, l’unificazione territoriale, l’unificazione per temi, l’unificazione ideologica. Si tratta di un insieme di forme flessibili di fronte a cui la sinistra deve avere la capacità di articolare, proporre e andare avanti.

Permettetemi, a nome del presidente e mio, di fare i miei complimenti, di rallegrarmi per questo incontro, di  augurarvi e chiedervi – in modo rispettoso e affettuoso – combattete, combattete e combattete !. Non ci lasciate soli, noi altri popoli che stiamo lottando in isolamento in alcuni luoghi, in Siria, in Spagna, in Venezuela, in Ecuador, in Bolivia. Non lasciateci soli. Abbiamo bisogno di voi. Più ancora! Abbiamo bisogno di un’Europa che non veda soltanto da lontano quello che succede in altre parti del mondo, ma, ancora una volta, un’Europa che torni a  illuminare il destino del continente e il destino del mondo.

(Traduzione di Giuseppe La Barbera)


 

2. Salvatore Rizzi: Una biografia politica di Alvaro Garcia Linera

[Eurasia, 6 febbraio 2013]

 

La vita dell’attuale vicepresidente della Bolivia tracciata nel segno della continuità teorico-politica marxista: dagli esordi nelle comunità rurali fino al governo del Paese in simbiosi con Evo Morales. Il sintetico profilo biografico di Alvaro Garcia Linera ricalca le orme di una Bolivia che, varcando il millennio, ha adottato un modello sociale multietnico fondato su una struttura economica social-sindacalista.

Garcia Linera nacque nel 1962 a Cochabamba, nel centro-sud della Bolivia, città dove è maggioritaria l’etnia dei quechua, che parla l’omonima lingua indigena e discende dal nucleo etnico più importante dell’Impero Inca. Il sottogruppo etnico di Linera, stanziatosi in Bolivia, rappresenta il più numeroso del Paese (1), superando per pochi punti percentuali gli aymara, insediatisi nei pressi del Lago Titicaca, e ora gruppo dominante nella capitale La Paz. Quella nella quale Linera è cresciuto è una zona a netta predominanza indigena, e dove è forte la persistenza delle tradizioni tramandate, nonostante l’affermazione, nei secoli, di una cultura economica, prima coloniale, e poi capitalista-liberista. Un aspetto, quello dell’importanza del consolidamento delle tradizioni secolari indigene, che marcò nettamente la formazione del Linera, futuro difensore dei diritti dei popoli autoctoni boliviani. Dopo gli studi superiori in Bolivia, Linera si trasferì in Messico per studiare matematica presso l’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México). Parallelamente agli interessi accademici, incominciò a formarsi sul piano politico leggendo i grandi classici del pensiero marxista e, in particolare, concentrandosi su Lenin e Gramsci. Soprattutto quest’ultimo fu  fonte d’ispirazione primaria per Garcia Linera, su quelle che sarebbero state le proprie specifiche teorie sui rapporti di forza necessari per un cambio di potere in chiave indigena.

Come Gramsci, Linera condivideva la necessità di eliminare i blocchi corporativi delle classi subalterne, per liberarne le capacità di affermazione politica. Garcia Linera formò, già dal periodo universitario, la sua personale visione di un cosiddetto “indigenismo-marxista”, volto all’autodeterminazione indigena. Tuttavia, la politica di emancipazione indigena così come immaginata da Linera, attraverso un concentrato teorico eterodosso, non trovò ancore all’interno del teatro della politica istituzionale. <<En ese periodo hallé otra veta – disse lo stesso Linera, riguardo all’impossibilità di collimare i propri bisogni politici con le esigenze dei partiti – Encontré explicaciones a muchas cosas que no pude con la izquierda boliviana de la Unidad Democrática Popular (UDP), del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), del Partido Socialista 1>>(2).

Le sue idee trovarono sfogo, pertanto, nei movimenti e nelle comunità parastatali indigene, nostalgiche ed evocative di un passato glorioso e florido. Il primo esempio di ciò fu l’organizzazione delle comunità di Ayullus Rojos, ideate da Linera assieme a Felipe Quispe nel 1985. Dal nome dato a questi insediamenti di contadini e minatori indigeni, si capisce facilmente come il fulcro del pensiero politico di Linera fosse sempre quello di affermare un socialismo di stampo etnico, dal marcato tratto indigeno. Ayullus è il nome delle unità familiari, sia quechua che aymara, del periodo Inca: la base istituzionale, quindi, della società precolombiana; Rojos è un chiaro riferimento al colore emblematico socialista e comunista. I gruppi di famiglie organizzate furono il primo esempio di fusione pratico-ideologica del marxismo con il katarismo, il movimento politico indigenista di autodeterminazione dei popoli boliviani, ispirato al rivoluzionario indigeno Tupaj Katari: un panettiere che nel 1781, alla testa di 40 mila uomini, cercò di conquistare La Paz per liberare la Bolivia dai colonizzatori spagnoli e finì giustiziato. Il movimento katarista boliviano attraversò varie fasi, nel corso della seconda metà del XX secolo: prima gruppo di pressione universitario per il bilinguismo ufficiale castigliano-aymara, poi forza politica organizzata contro le forze governative e leader del sindacato unitario dei contadini (il Csutbc); infine, diviso tra varie forze partitiche populiste o radicali fattesi portavoce del nazionalismo aymara.

É proprio su quest’ultimo versante che Linera, abbandonata la via pacifica delle comunità sperimentali andine, diventò figura di spicco dell’Ejército Guerrillero Tupaj Katari (l’EGTK) fondato da Quispe, e nel quale Linera ricoprì il ruolo di ideologo. Il gruppo guerrigliero, dalla vocazione rivoluzionaria, ricalcò, in parte, la voglia che fu di Che Guevara di far cooperare il maggior numero di boliviani per una sollevazione generale, con lo scopo di portare al potere le classi lavoratrici più povere e più numerose nel Paese. Della guerriglia facevano  parte una galassia di piccole entità partitiche, di movimenti sociali e studenteschi, nonché di sigle sindacali minori. La presa sulla popolazione da parte dell’EGTK fu maggiore rispetto a quella che ebbe però il Che: la chiave di volta era l’indipendenza indigena, che a suo tempo Guevara non colse, sottovalutando l’aspetto etnico rispetto a quello economico e di classe. L’EGTK fu, quindi, oggetto della repressione dei governi boliviani, che si succedettero tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: governi che nascevano con maggioranze allargate e senza una forte identità politica, se non quella di sposare un liberismo  che permetteva esportazioni danarose per le compagnie straniere. Il carcere toccò anche Linera: nel 1992, a seguito di un tentativo di sabotaggio di un palo elettrico nei pressi della capitale, venne arrestato con l’accusa di terrorismo e detenuto nel carcere di Chonchocoro per cinque anni. Nell’arco di tempo che intercorse prima della sua liberazione per prescrizione, studiò e conseguì una laurea in sociologia. Tornato libero, vinse una cattedra universitaria di sociologia e riprese a occuparsi di politica.

Proprio in ambito accademico formò il gruppo di intellettuali “Comuna”, che si pose in netta antitesi con le idee neoliberali che stavano conducendo alla privatizzazione delle risorse naturali della nazione. È durante una rivolta contro la privatizzazione dell’acqua nel 2000, nel distretto nel quale era nato, che Linera iniziò a entrare in contatto con Evo Morales, dirigente allora affermato di Seis Federaciones del tropico di Cochabamba, sigla sindacale contadina in prima linea per l’emancipazione dei cocaleros. Linera, tuttavia, evitò di iscriversi subito alMovimiento al Socialismo (Mas), il partito che Morales portò, con l’alleanza al Movimiento Indigena Pachakuti di Felipe Quispe (Mis), a dare una svolta alla rappresentanza indigena in parlamento. Nel 2002, il Mas e il Mis si attestarono sul 22% dei voti, non vincendo per poco le elezioni che decretarono presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, espressione del Movimento Nazionale Rivoluzionario che aveva nazionalizzato l’estrazione dello stagno nel 1952 e che, mezzo secolo dopo, si era dato alla capitalizzazione dei giacimenti più disparati. In quel periodo, Garcia Linera non mancò di iniziare a farsi conoscere sotto un’altra veste, quella dell’opinionista, scrivendo su giornali e dibattendo in tv comeopinion maker influente.

Ma il passo decisivo a livello istituzionale non tardò ad arrivare. Solo tre anni più tardi, infatti, candidandosi su richiesta di Morales, Linera e il partito ottennero la vittoria elettorale più clamorosa nella storia della Bolivia. Trainato dall’incredibile fuga negli Stati Uniti di Lozada  – che aveva scatenato la rivolta popolare, dopo aver deciso di ristrutturare un gasdotto con il Cile verso il quale pendevano contenziosi per i confini –  il Mas ottenne il 53% dei voti, portando ai vertici della Bolivia due esponenti fondamentali alla causa indigena. Dal 2005, e poi ancora nel 2009 con una maggioranza ancora più schiacciante del 67%, Morales e Garcia Linera guidano il Paese, con quest’ultimo che ricopre la carica di ideologo e braccio destro del presidente. L’emancipazione politica degli indigeni raggiunta con il Mas ha avuto, ovviamente, risvolti importanti impensabili solo un lustro prima.

Dal 2009, la Bolivia è uno Stato plurinazionale che non si riconosce più in una sola lingua ufficiale e una sola comunità, ma dà valore giuridico, con relative protezioni, a un ampio numero di etnie, nuclei linguistici e tradizioni culturali. Morales e Linera hanno voluto inserire nella carta costituzionale una vera personalità giuridica per le comunità indigene: così facendo, queste ultime possono con diritto chiedere autonomie specifiche nel territorio in cui risiedono, fino a utilizzare norme tradizionali per dirimere questioni di diritto privato. Non solo, quindi, protezione delle tradizioni, ma salvaguardia del territorio, delle risorse naturali e del diritto di sfruttamento. L’istituzionalizzazione del potere indigeno ha (e avrà), per Garcia Linera, la forza di rompere i vecchi vincoli di potere e sfruttamento delle comunità andine.

Il concetto gramsciano di egemonia del potere è stato declinato sul paradigma indigeno e aggiornato da Linera, che ha posto lo Stato come alleato delle classi subalterne per rivoluzionare il processo produttivo dei latifondi e, conseguentemente, portare nelle mani degli indigeni il potere economico necessario per imporre quello politico. Ma lo Stato boliviano, secondo lo stesso Linera, deve essere tutt’altro che di stampo sovietico: un Moloch burocratico dal potere vitale sui cittadini.

Con l’esempio dell’ascesa di Garcia Linera e delle mutate prospettive su un futuro legato al nuovo verbo socialista,  si può facilmente intendere come il nuovo corso ha trasformato la Bolivia in un Paese geopoliticamente non allineato con i dettami della macroeconomica occidentale, e le mosse decise ne fanno un attore dal ruolo ben definito nel teatro regionale sudamericano. La nuova nazionalizzazione di quasi tutte le risorse naturali (idrocarburi e petrolio su tutte) comporta una forte accentuazione statalista nella conduzione economica, che allontana in proporzione diretta gli investimenti privati. Che la penetrazione sia forte si intuisce anche dal ruolo sindacale che ricopre lo Stato boliviano nella risoluzione di controversie aziendali e, in questo, la figura di Linera spicca: l’esempio dell’esproprio di un giacimento di stagno a una compagnia svizzera è eloquente (3). L’adesione al progetto cooperativo Alba (4), inoltre, ha tracciato in modo marcato i confini regionali entro cui si muove la politica estera boliviana e i partner con cui Morales e Linera vogliono intrattenere relazioni (il Venezuela in primis, essendo il suo maggior Stato creditore), a discapito dei rapporti con gli Stati Uniti. Quest’ultimi si sono deteriorati già dal 2008, con la fine degli accordi di preferenza tariffaria doganale, a causa delle discordanze sulla lotta al traffico di cocaina. Tali relazioni vivono un’altra fase di tensione da quando, sempre Linera, ha denunciato con toni forti la protezione statunitense all’ex presidente Lozada, processato in Bolivia in contumacia con l’accusa di genocidio (5).

Visto il successo del Mas, la riconferma del partito indigenista alla guida del Paese alle prossime elezioni del 2014 appare più che probabile; e visto che Morales passerà il testimone, il più accreditato a succedergli pare proprio essere Garcia Linera. Le politiche fondamentali saranno per logica le stesse che hanno contraddistinto finora il Mas (uguaglianza sociale, lotta al neoliberalismo con una conduzione statalista dell’economia), ma il prossimo quinquennio dovrà essere il banco di prova sulla resistenza dello Stato integrale, tanto agognato dall’attuale vicepresidente. L’imprescindibile dialettica tra apparato politico e popolazione per la conduzione solidale della macchina statale riuscirà a cristallizzarsi e mantenere quell’equilibrio datogli da questi anni di potere Morales-Linera? L’adattamento di Gramsci in terra andina dovrà mutare forma quando il popolo indigeno chiederà, oltre  a quella politica, anche una emancipazione economica più netta? Quando il contadino quechua o aymara, raggiunta una stabilità economica, chiederà la proprietà di una vasta terra, e non solo la sua solidale ridistribuzione imposta?

 

NOTE:

(1) https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/bl.html, le stime dell’intelligence americana descrivono una presenza indigena nel 60% del totale del paese: 30% quecha, 25%, aymara, 5%, guarnì e chiquitano.

(2)  http://pepitasnews.blogspot.it/2012/04/biografia-de-alvaro-garcia-linera-por.html: <<In quel periodo ho trovato un’altra vena. Ho trovato le spiegazioni per molte cose che non ho potuto con il partito boliviano di sinistra Unità Popolare Democratica (UDP), il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR), il Partito socialista 1>>

(3)http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/06/20/APJaaVlC-svizzera_espropriata_miniera.shtml

(4) http://www.eurasia-rivista.org/che-cosa-e-lalba-1/15738/

(5)http://www.la-razon.com/suplementos/Reportajes/Garcia-Linera-EEUU-criminales-masacre_0_1707429303.html


Category: Osservatorio internazionale

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About Franco Di Giangirolamo: Franco Di Giangirolamo (1946) è il Presidente dell'Auser Regionale dell'Emilia-Romagna.

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