Raimondo Bultrini: Hong Kong quindici anni fa e oggi

| 3 Ottobre 2014 | Comments (0)

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i tornare a Est per un progetto di documentario sulla transizione di Hong Kong Nel 1996 lavoravo per La Repubblica, nella sezione di politica nazionale. Ma l’attrazione verso l’Oriente, dove mi recavo dagli anni 80, era già forte come lo è rimasta finora, a 14 anni dal mio trasferimento comNel 1996 lavoravo per La Repubblica, nella sezione di politica nazionale. Ma l’attrazione verso l’Oriente, dove mi recavo dagli anni 80, era già forte come lo è rimasta finora, a 14 anni dal mio trasferimento come collaboratore dall’Asia. All’inizio, in particolare, ero attratto dai cambiamenti della Cina e dei suoi satelliti, primo tra tutti Hong Kong, che nel 1997 sarebbe tornato tra le braccia della “Madrepatria” dopo un secolo e mezzo di liberalismo britannico. Quando andai a incontrare Giovanni Minoli, allora uno dei pochi referenti per la televisione pubblica intelligente, oggi semi-defunta assieme alla privata, fu per me un regalo inatteso la possibilità che attraverso di lui la Rai mi offriva di tornare a Est per un progetto di documentario sulla transizione di Hong Kong.

Oggi che leggo le cronache delle rivolte nel distretto finanziario di questa metropoli isolana cresciuta in verticale, circondata da isole tropicali ancora in parte selvagge, vedo negli studenti di Occupy Central uno sguardo di coraggio e allo stesso tempo irriverenza che non c’era nei volti degli studenti incontrati 18 anni fa, durante quel periodo di attesa del passaggio di poteri. Gli studenti di oggi, a quel tempo erano appena nati, ed è la generazione precedente che ho incontrato nelle scuole, nelle strade, durante le esibizioni d’arte anche “trasgressiva” che si tenevano qua e là con circospezione, o nell’unico parco cittadino dove si potevano tenere assembramenti politici autorizzati e celebrare la luna nuova. Di loro ricordo l’ironia e lo scetticismo alla prospettiva di vivere in un regime totalitario, abituati com’erano al lassimo della colonia britannica, ma anche il fatalismo, dicendosi convinti che comunque non potevano fare niente per modificare un destino segnato dai mandarini pechinesi e dai loro alleati sull’Isola. Che una gran massa di abitanti fosse comunque timorosa e consapevole dei rischi, me lo fece capire uno dei personaggi intervistati a quel tempo, oggi un uomo chiave dietro le quinte della rivolta.

Si chiama Jimmy Lai ed è un tycoon dei media nonché imprenditore di successo, fuggito dalla Cina del sud nella stiva di una barca con la sua famiglia che non voleva far crescere i figli sotto un regime comunista. Come lui, i genitori e i fratelli, migliaia di immigranti vennero a cercare protezione e lavoro a Hong Kong, quando la possibilità di un ritorno dell’Isola sotto il controllo cinese era ancora remota e incerta. Lai ha finanziato gran parte dell’organizzazione degli studenti che sta oggi dando filo da torcere a Pechino, ed è membro autorevole della finanza di Hong Kong che vuole totale autonomia, se non l’indipendenza.

Al tempo delle riprese del documentario, il successo del cervello finanziario di Hong Kong sembrava la garanzia che sarebbero state le istituzioni e le banche dell’isola a determinare lo slancio economico della mastodontica Madrepatria in cerca di sbocchi commerciali per le sue imprese, e non viceversa. Sembrava semplicemente impensabile agganciare Hong Kong come un vagone e non come un locomotore dello sviluppo cinese, viaggiando a velocità infinitamente maggiori rispetto alla stessa Shenzen e alle zone economiche speciali dell’interno. Anche Lai sembrava convinto che l’isola dalla quale ha ottenuto ricchezza e benessere avrebbe saputo come evitare i peggiori effetti del patto col Grande Fratello. La sua decisione di finanziare i ragazzi con gli ombrelli potrebbe essere parte del suo piano, appoggiato da quanti come lui si battono sul fronte dei diritti civili anti comunisti. Ma potrebbe anche esserci stato costretto da eventi che oggi non siamo ancora in grado di comprendere in tutta la loro portata.

La pragmatica via confuciana di Pechino accolta dai tecnocrati e banchieri locali ha di certo favorito una progressiva e completa epurazione dei residui di mentalità britannica nell’amministrazione e negli organismi di collegamento tra le istituzioni finanziare e il potere centrale. Un’impresa che non deve essere stata semplice, e che è probabilmente riuscita ancora a metà. Perché Hong Kong era e resta un universo lontano, per mentalità, lingua e tradizioni, da quello dei cinesi del nord.

Il Sud della Cina parla parecchie lingue nettamente distinte dal mandarino, che e’ quella ufficiale, e a Hong Kong ormai si parla principalmente il ceppo cantonese, per via dei flussi sempre maggiori di uomini e donne specialmente del Sud sbarcati negli ultimi decenni nell’isola del miracolo economico, che ha anticipato di gran lunga quello della madrepatria. Era questo il tema del documentario girato per Mixer all’inizio del boom cinese, ai tempi in cui il villaggio di Deng Xiao Ping era ancora privo di elettricità e la grande città satellite di Shangai, Pudong, si ergeva ancora semivuota con le finestre chiuse come occhi spenti, una sfida al futuro, in attesa di riempirsi – com’è successo – di uffici e uomini d’affari che trovano qui l’anticamera del grande mercato cinese e un pied a terre durante i loro transiti migratori. A Pudong sono finiti anche molti residenti delle vecchie case residenziali circondate dai nuovi edifici, demolite per costruire shopping mall, metropolitane, strade, così che Shanghai ha preso a somigliare a Pudong e non viceversa.

Il documentario, dal titolo “La caduta del muro di Pechino”, dopo aver attraversato a tappe il percorso della nuova Cina verso Hong Kong, dalla roccaforte di Mao di Ya’an al villaggio di Deng, da Chonqgin alle Tre gole sullo Yangtse in via di inondazione, si chiudeva con una immagine proprio di Shanghai e delle picconate alle pareti delle vecchie abitazioni, simbolo della Cina che cedeva il passo alla nuova. Trovai appropriato inserire come sottofondo una canzone rivoluzionaria cinese cantata con lo spirito patriottico giusto, anche se la modernizzazione e il progresso stavano per riprodurre modelli capitalisti occidentali e non certo socialisti. Pur allarmato dal ritmo forsennato della crescita, con la natura domata e le famiglie spinte a cercare lavoro lontano dalle proprie terre, espressi dei fondati timori sull’eventualità che, dopo quello di Berlino – con gli effetti relativamente traumatici ancora presenti – crollasse l’ultimo vero muro tra Oriente e Occidente, quello di Pechino appunto.

Come tutti hanno ricordato in questi giorni, il problema di mantenere la compattezza del regime – e quindi del Paese che dipende esclusivamente dai suoi vertici – prima che a Hong Kong si pose a Tien An Mien, con le manifestazioni di giovani spinti, come oggi, dall’ardore e dal sentimento di giustizia contro un regime totalitario e inflessibile. I rivoluzionari cinesi del 1989 li avevo incontrati e intervistati l’anno precedente durante un lungo soggiorno in una stanza dell’università di Beidà. Erano educati, gentilissimi, dall’inglese stentato ma una gran voglia di comunicare e conoscere. Spesso provenivano da famiglie dell’apparato che potevano permettersi di farli studiare senza lavorare e di genitori generalmente benestanti, impauriti ma anche orgogliosi di vedere i propri ragazzi in tv a battersi per una Cina migliore. Pochi ricordano forse che, all’inizio, le tv di Stato riportavano spesso cronache dalla piazza occupata, grazie al regime più liberale subentrato a un certo punto con la benedizione indiretta del riformatore Deng Xiao Ping.

Fu filmata perfino la partecipazione emotiva durante una visita in piazza dell’ex segretario del Partito Zhao Zyiyang, che era stato anche primo ministro, e subito dopo venne esonerato e messo agli arresti domiciliari per tradimento. Ma le richieste di quei ragazzi erano evidentemente eccessive per un Paese che stava appena cominciando ad aprirsi con estrema diffidenza e cautela, e la scelta di issare una statua della Libertà in piazza Tien An Men fu la provocazione non certo geniale che diede l’inizio all’ultima fase della repressione. L’inizio della fine di un sogno di riforma che, forse, con un po’ di pazienza avrebbe potuto portare magari a un compromesso, maturare dei frutti che potevano – chissà –  evitare questo nuovo confronto, a suo modo epico, in atto nelle strade di Hong Kong.

La differenza tra ieri e oggi è che i giovani della rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong non usano simboli dell’Occidente, bensì rivendicano la loro identità autonoma, di hongkongesi tout court. Nonostante tutto, stanno sfidando nello stesso modo lo stesso sistema granitico che nel 1989 spezzo’ le illusioni dei martiri di Tien An Men, e che regge oggi le sorti di un miliardo e 300 milioni di persone, oltre ai 6 milioni di cittadini dell’Isola, privati di reali organi locali di rappresentanza popolare.

Anche gli attuali rivoluzionari di Hong Kong, come i predecessori di Pechino, sono largamente appoggiati dalle famiglie che ne condividono i timori, benché nessuno di loro avrebbe avuto il coraggio di mettersi in mostra come hanno fatto i propri figli. Nonostante la simpatia, pero’, gran parte degli abitanti vuole preservare il benessere più o meno garantito dalle regole di porto franco che vigono sull’isola, comunista o capitalista che sia il governo. Gendarme di questa maggioranza silenziosa è l’attuale governatore CY Leung. Quando 18 anni fa lo intervistai per il documentario, parlo’ nella sua veste di imprenditore e membro di associazioni industriali miste cinesi-honkonghesi. Era un uomo ambizioso, ma non avrei mai immaginato di vederlo un giorno a capo dell’Isola, principale bersaglio dei manifestanti per i suoi rapporti – già allora formidabili – con Pechino.

Molti analisti hanno intravisto nella disfida di Hong Kong il rischio di una crisi del modello “Un Paese due Sistemi”, e dunque della possibilità per Pechino di dire sempre l’ultima parola su ogni questione delicata che riguarda l’amministrazione e le finanze di questo Paese con uno dei redditi pro capite più alti del mondo. Una crisi del modello basato sulle elezioni “pilotate” – rifiutato decisamente dalla rivoluzione gli ombrelli – potrebbe avere ripercussioni anche in regioni della Cina tradizionalmente autonomiste come Tibet e Xinjiang. Ma uno scenario del genere è allo stato dei fatti poco più che un’illusione.

Quello che sembra rendere precario lo stallo, con la Cina in posizione dominante ma forse per la prima volta timorosa di agire davanti agli occhi estremamente attenti del mondo, è il peso delle reciproche debolezze, come una bilancia con i due piatti in continua altalena. Gli studenti certamente non possono rendersi conto fino a che punto le sorti dell’economia di Hong Kong sono già incrociate a quelle di Pechino, e del vuoto che si creerebbe in settori fondamentali per il benessere delle loro stesse famiglie se la Cina dovesse scegliere un altro punto d’appoggio per le sue attività finanziarie e commerciali nel sud est asiatico. Di fianco a Hong Kong c’è Macao a sua volta rientrata sotto le ali di Pechino da pochi anni dopo il periodo coloniale portoghese, e oggi grande cassaforte di liquidità legale e illecita, grazie anche al riciclaggio che avviene nei grandi casino’ di questa Las Vegas d’Oriente. Ma le Tigri dell’Asia sono sempre di più, da Taiwan a Singapore, dalla Malesia agli altri Stati del Sud est che sarebbero ben felici di veder accrescere gli affari con la Cina.

I vertici del partito e le imprese che hanno accompagnato lo sviluppo di questi ultimi tre lustri, dal canto loro non possono rendersi conto ancora appieno delle conseguenze di una repressione sul modello di Tien An Men al cuore di una delle società più avanzate tecnologicamente e commercialmente della regione, portata al successo dalla sua stessa natura di “economia più libera del mondo”, snodo vitale sulle rotte tra Occidente e Oriente per capitali, imprese, joint venture e messaggi via social network.

Per questo il Golia cinese trema nonostante la rigidità delle dichiarazioni pubbliche dei portavoce, di fronte al David incarnato da questi ragazzi diciassettenni che non hanno paura di paralizzare un anello vitale del processo di globalizzazione, sia per ignoranza delle conseguenze che per la eccessiva consapevolezza dell’ineluttabilità di uno scontro finale. Una forma di martirio per la guerra santa della libertà. Purtroppo allo stato attuale ogni eccessivo ottimismo è prematuro e critico. Se anche un piccolo regno come la Thailandia ha usato i generali per riportare la calma nelle strade dei distretti finanziari di Bangkok invase prima dai “rossi” e poi dai “gialli” filo-realisti, Pechino non avrà alla fine troppe remore a far scendere in campo un esercito potente come il PLA. A meno di non cedere, per la prima volta, accettando un compromesso elettorale inedito con dei ragazzi destinati a formare, comunque, la società della Hong Kong di domani. Sarebbe la fine del modello di Paese con due sistemi, ma anche l’inizio di una nuova era in fondo non troppo diversa da quella attuale. Hong Kong ha infatti bisogno della Cina più che di qualunque altro Paese al mondo, e a Pechino basterebbe tendere la mano invece del fucile per continuare a fare affari con chiunque verrà eletto a suffragio universale tra i grattacieli della metropoli oggi in rivolta.

Ma come in Thailandia, dove la nazione si identifica da sei decenni e mezzo con un re oggi 86enne e con i suoi angeli difensori, i soldati della Corona, l’ideologia comunista dello status quo dura in Cina da un periodo altrettanto lungo ed è altrettanto improbabile vederla cambiare a breve. Ogni decisione è presa con ponderazione, ma il risultato finale non puo’ che essere uno: lo status quo, il restauro di un ordine pubblico che costituisce la maggiore garanzia di governabilità per ogni Paese, dittatoriale o democratico che sia. Per questo, temo, le rivolte di Hong Kong rischiano di fare la fine di quelle di Bangkok, lasciando spazio, purtroppo, solo alla debole speranza che non ci saranno anche qui delle vittime.

Come è successo durante e dopo Tien An Men, il mondo non potrà comunque che restare impotente alla finestra. Forse a milioni scenderanno in piazza altrove, ci saranno delle sanzioni, ma ben poche nazioni del pianeta se la sentiranno di sperimentare il crollo di quest’ultimo muro. Il muro di un regime che – coi suoi discutibili ma efficaci metodi – controlla più di un settimo della popolazione mondiale.

 

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Category: Movimenti, Osservatorio Cina

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About Raimondo Bultrini: Raimondo Bultrini, giornalista de La Repubblica, ha lavorato all’«Unità» e a «Paese Sera», occupandosi di temi politici, giornalismo investigativo e di denuncia sociale. Successivamente il suo interesse si è spostato alle filosofie orientali, alle politiche asiatiche e al buddhismo, diventando direttore delle riviste «Oriente» e «Merigar Letter». Dopo un anno trascorso in Cina e in Tibet seguendo il professore e maestro Choegyal Namkhai Norbu, ha scritto il libro In Tibet. Ha prodotto documentari per Samarcanda, Mixer, Format e La7 tra i quali La caduta del Muro di Pechino. Dal 2000 è collaboratore dal Sud-est asiatico del gruppo editoriale la Repubblica /L’espresso e ha pubblicato oltre 500 articoli sull’Asia, seguendo gli eventi più importanti per «la Repubblica», «L’espresso», «il Venerdì», «Limes» e «D donna». Dopo l’11 Settembre 2001 è stato inviato in Pakistan e Afghanistan. Nel 2002 ha diretto il film documentario Madre Teresa, una santa indiana. Fra le sue più importanti interviste, ci sono quelle effettuate nei numerosi incontri con il Dalai lama. Vive in Thailandia. Ha pubblicato: I prefetti e la zarina (1995); Il demone e il Dalai Lama: Tra Tibet e Cina. Mistica di un triplice omicidio (Baldini e Castoldi, 2008); Il diario di un viaggio in Tibet con Chögyal Namkhai Norbu (Edizioni Shang-shung)

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