Antonino Drago: La non violenza e la scienza (vista attraverso la psicoanalisi, la logica, la fisica)

| 10 gennaio 2013 | Comments (0)

 

 

 

 

La scienza, specie la scienza “dura”, quella matematizzata, pone un problema di fondo al pensiero dei nonviolenti. Essi hanno una grande difficoltà a confrontare la nonviolenza, che si basa sulla vivacità e sulla creatività delle relazioni interpersonali, con la scienza, che è una grande struttura intellettuale formale. Davanti ad essa essi devono elevarsi ad una critica di strutture intellettuali molte astratte.

E’ più facile criticare i militari: questi usano le bombe, che chiaramente fanno violenza; lo stesso vale per l’esercito, l’autoritarismo della caserma, ecc.; queste sono tutte chiare espressioni di violenza. Invece, quando si tratta della scienza è difficile averne una visione critica, perché la scienza è una struttura intellettuale che ha anche un suo linguaggio specifico, che fa da barriera ai semplici.


1. Non violenza e psicoanalisi

Ma c’è un insegnamento che ai nonviolenti può fare da chiave di ingresso nel castello della scienza; esso viene da Freud, il padre della psicanalisi; questa scienza è più abbordabile delle altre, perché non è matematizzata. Le opere di Freud formano molti volumi: se dovessimo leggerli tutti sarebbe come smuovere un macigno. Però tra queste opere, c’è n’è una di poche pagine; che può leggere anche chi non è specialista della materia.1 Mentre le altre opere descrivono tanti casi clinici, quelle pagine spiegano il metodo della Psicanalisi; cioè qui Freud dice come funziona la analisi di un paziente. E’ molto interessante: è raro che da così poche pagine si ricavi così tanto contenuto. Lo scritto si intitola “Sulla negazione” ed è del 1925. Egli dice: ”Che cosa facciamo noi analisti? Quando ci si presenta un paziente, gli diciamo di stendersi sul lettino e raccontarci tutto quel che ha fatto, tutto quel che gli passa per la mente: sogni etc.. Il paziente comincia a raccontare e dice di aver fatto un sogno. Era passato tanto tempo da quando non aveva rivisto sua madre. Finalmente dopo tanta attesa, la rivede. La madre era invecchiata, è diventata acida, noiosa, penosa. Addirittura, gli ha detto pure una cattiveria. Lui si è arrabbiato. Stavano in cucina e lì c’era un coltello sul tavolo. Lo stava per prendere ed ammazzare la madre. Aggiunge il paziente: “Ma io non volevo ammazzare mia madre”.” Allora Freud insegna: “L’analista deve cogliere al volo quel Non”. E ne deve aggiungere un altro: “Non è vero che lui non voleva ammazzare sua madre”. Dice Freud che questa frase ci dà la chiave per entrare nell’intimo del paziente perché la negazione linguistica è l’espressione di una negazione psichica. Il paziente ha avuto un trauma da piccolo con la madre e, non riuscendo a scioglierlo, lo ha compresso nel suo profondo. Però, quando nel sonno le sue coerenze interne si allentano, cioè quando il suo “io” non si impone al resto della sua personalità, la pulsione che proviene dal trauma gli viene a galla e così esce fuori l’idea di uccidere la madre. Ma il paziente, cosciente della negatività di questa intenzione, rimette subito il coperchio sopra al suo trauma, dicendo: “No, non è vero, io non volevo ammazzare mia madre”.

Questa di Freud, secondo me, è una grande lezione. Che cosa è la nonviolenza? E’ un indirizzo su come comportarsi in tutti i tipi di conflitti. Che cosa è la psicanalisi? È una precisa terapia per alcuni conflitti, quelli interni. In questo ambito più ristretto, al tempo di Gandhi (1925) Freud, pour non essendo nonviolento, ha dato una indicazione precisa sul metodo per superarli. Freud dice: quando ci si presenta una negatività, dobbiamo negare a nostra volta.

Estendiamo questo metodo anche ai conflitti interpersonali. Per es., se uno mi assalta, mi viene in mente che lui è un nemico, perché mi vuole uccidere; quindi mi è negativo. Allora l’insegnamento di Freud dice che io devo negare a mia volta: “Non è vero che quello è mio nemico”; o anche “Non è possibile che quello mi vuole ammazzare.

Questa frase doppiamente negata mi dà l’indicazione di scavare dentro l’animo della persona per cercare un lato con cui agganciarlo e così proporgli un dialogo, un colloquio, un superamento della situazione di scontro. Se invece io, davanti alla negatività (nemico) mi difendessi con una mia negatività (“Io lo ammazzo”) stabilirei una catena di violenze reciproche tra lui e me. La nonviolenza è esattamente il rompere la catena delle violenze. L’indicazione di metodo di Freud suggerisce con precisione come cominciare a rompere la catena delle violenze, almeno nel pensiero: di fronte ad una negatività, occorre passare alla doppia negazione.

C’è un detto comune: “Due negazioni affermano”. E’ vero, spesso due negazioni affermano; ma non sempre! Ad esempio, il tribunale può assolvere un imputato per “insufficienza di prove di colpevolezza”. Questa frase contiene due negazioni. Essa non vuole dire che l’accusato è onesto; piuttosto significa che il tribunale non è riuscito a raccogliere tutte le prove per decidere se l’imputato è colpevole o innocente. Ricorderete sicuramente una frase ricorrente al tempo di Tangentopoli: “Nessuno ha le prove della mia colpevolezza”; non significa che quel politico è onesto, come crede la gente che cerca di capire la frase, un po’ complessa, con la regola usuale (che due negazioni affermano); essa significa che quel politico ha nascosto talmente bene le prove da impedire a tutti di capire come è veramente la situazione.

Con ciò abbiamo visto un legame tra nonviolenza e una scienza, la psicoanalisi. E’ un legame positivo, ne abbiamo guadagnato un contributo alla nonviolenza.

 

2. Non violenza e logica

Adesso faccio entrare in scena una seconda scienza: la logica. Infatti la negazione e anche le doppie negazioni sono affari di logica; è questa scienza che può chiarire la storia precedente della doppia negazione che affermare e non affermare.

Da un secolo e mezzo la logica si è resa sicura di sé perché si è costruita come un intero sistema (ben più di più di semplici sillogismi), senza più usare l’infido linguaggio naturale, ma si è dato un linguaggio preciso che quando espone un ragionamento non lascia dubbi sulle deduzioni. Ora la logica è logica matematica (del tutto autonoma dalla vecchia logica filosofica).

Dopo la metà del secolo scorso la ricerca in logica matematica ha stabilito un risultato di grande importanza. Nonostante che la logica sia stata blindata dentro il linguaggio matematico, si è dovuto ammettere che anche la logica matematica non è unica, ma ci sono molti tipi di logiche. C’è sia la logica dove il Vero e il Falso sono contrapposti specularmente, e quindi quando si nega due volte si torna al punto di partenza; cioè qui due negazioni affermano; e però, a seconda delle situazioni in cui ci si trova, sono di importanza pari alla prima altre logiche, nelle quali il Vero e il Falso non sono in opposizione netta. Queste logiche possono essere unificate con la dizione “logica non classica”.2

In questa situazione di pluralità di logiche matematiche, un altro risultato molto importante è il seguente. Per distinguere la logica classica dalla logica non classica, è bene usare la legge della doppia negazione (piuttosto che la legge del terzo escluso.3 Con questa discriminante allora possiamo affermare che quando due negazioni affermano, siamo in logica classica; quando due negazioni non affermano siamo in logica non classica.4

Ciò ha conseguenze formidabili. Se la logica è non classica, significa che il modo di ragionare è del tutto diverso; quindi siamo in un mondo logico completamene diverso da quello classico. Ci sono due mondi intellettuali distinti!

Ora consideriamo la parola “nonviolenza”. Di fronte ad essa, Gandhi si è sforzato di trovarne un’altra sostitutiva, perché gli sembrava vicina alla passività. Capitini ha cercato di porre rimedio al “non” iniziale che gli dava fastidio perché gli sembrava tipico di uno spirito di contrapposizione.

Ma in realtà “Non violenza” non è una sola negazione, quella del “non”; invece è una doppia negazione. Riflettiamo su ad es.: “Non mangiare”. Il “mangiare” è positivo; allora la espressione “Non mangiare” ha una sola negazione, quindi è semplicemente negativa; infatti la frase proibisce una cosa buona. Ma “Non violenza”, o per dire meglio, passando dalla idea al verbo: “Non violentare”, chiaramente è una doppia negazione, perché è evidente che “violentare” è negativo. Mi permetto di dire che neanche Gandhi e Capitini l’avevano capito (anche perché ovviamente non conoscevano la logica matematica).

Allora in questa parola le due negazioni affermano? La risposta è no; non affermano perché non c’è nessuna altra parola che si può sostituire alla parola “Nonviolenza” con pari significato. Anche quella che ha trovato Gandhi, Satyagraha (cioè: “fermezza nella verità”) non ci dice granché rispetto a quanto ci dice la doppia negazione di Nonviolenza; la quale, non affermando alcunché, ci spinge a cercare.

Notiamo che il Vangelo (Mt 5, 39) dice: “Non vi opponete al male”; questo è anche il primo insegnamento di Tolstoj. Qui ci sono tre negazioni; si sa che sono equivalenti ad una sola; quindi, in totale, quella espressione è una sola negazione, è una negatività. Infatti significa “resistenza”, che non è una soluzione ad un conflitto. Così come non lo è la “resistenza passiva”; dove il “passiva” indica solo un rafforzamento psicologico della resistenza (che di per sé è sempre più o meno passiva).

La nonviolenza invece dice che in una situazione di conflitto dobbiamo agire; ma agendo, c’è una cosa che non dobbiamo fare, la violenza agli altri. Quindi la parola “Nonviolenza” non è un fatto, né una precisa azione da ripetere sempre, né un precetto da obbedire; ma è un principio di metodo.

I messicani hanno tradotto “Nonviolenza” con: “E’ possibile”. Questa traduzione è molto interessante. Infatti davanti ad un conflitto duro, una reazione facilissima è quella di concludere: “Non mi è possibile”; e così chiudere la partita o con la separazione, o addirittura con la soppressione dell’altro. Invece il dire: “E’ possibile!” (ad es.: il vincere la lotta contro una dittatura spietata) è un grande atto di coraggio, anche se in quel momento la ragione non ci aiuta a vedere la via d’uscita.

Ma notiamo che la frase “E’ possibile!” è affermativa; quindi afferma la esistenza reale di quella possibilità. Cioè significa che, se io non ho ancora scoperto questa possibilità, almeno qualcuno altro l’ha già scoperta. Ma non l’ho scoperta io! Che ancora non ci arrivo e perciò mi sento incapace. Allora questa mia incapacità mi scoraggia e mi spinge a lasciare fare ad altri. Invece lo stesso concetto è detto meglio così: “Non è impossibile!” Questa espressione è molto più forte; mi coinvolge direttamente ed internamente, anche se né io né gli altri sanno ancora trovare la via d’uscita. Essa esprime proprio lo spirito della nonviolenza; la quale spinge a trovare qualcosa che non è dato a priori, qualcosa di creativo rispetto alla situazione apparentemente disperata.

Capitini, nonostante si sia impuntato sul “non” di “nonviolenza”, ha poi dato una indicazione di grande importanza. Egli dice che in una situazione conflittuale, anche disperata, dobbiamo portare una “aggiunta”.5 In una situazione di scontro, chi vuole essere nonviolento deve sforzarsi di trovare quell’aggiunta, quell’apertura culturale: un sorriso, un atto generoso o anche solamente imprevisto (il Vangelo, Mt 5, 39, dice “ Porgi l’altra guancia”), che riapra la situazione ampliandola a nuove variabili.

Per me è stato sorprendente ritrovare questa stessa parola nella scienza: nella analisi e nella meccanica di Lazare Carnot, nella teoria dei gruppi di Galois; e sempre con lo stesso ruolo: cercare la chiave per risolvere una situazione complessa. E’ da notare che qui essa esprime innanzitutto la genialità della analisi infinitesimale, l’avanzamento matematico più importante della storia della scienza; L. Carnot generalizza la genialità di questo metodo a tutta la scienza. Ebbene, la aggiunta è sempre una doppia negazione; ad es. l’infinitesimo è “quel numero che non ha numeri inferiori”; nei conflitti l’aggiunta è quella doppia negazione che ci suggerisce il metodo di Freud.

Come vedete, qui si ragiona in tutt’altra maniera che per affermazioni certe e assicurate; peperò si ragiona così bene che ci si costruiscono teorie scientifiche importanti.

Sono trent’anni anni che esamino testi, scientifici e letterari sotto questa luce. L’ultimo scritto che ho esaminato con questa chiave di lettura è uno di Gandhi. Debbo dire che non credevo che egli svolgesse i suoi ragionamenti coerentemente nella logica non classica; perché lui sulla parola nonviolenza non ha visto giusto e poi, come indiano che tradizionalmente mischia tante culture assieme, poteva facilmente cumulare maniere diverse di ragionare senza farci molta attenzione. Invece Gandhi ragiona proprio bene con le doppie negazioni, anche se non sempre.

Ho preso un libretto famoso, il primo che egli ha scritto, quello che è stato il “libretto rosso” della rivoluzione indiana, sempre bandito dagli inglesi: Hind Swaraj;6 in particolare il capitoletto “Resistenza passiva”. Anche se Gandhi usa questo termine antiquato invece della doppia negazione “nonviolenza”, qui ragiona con le doppie negazioni.

Infine, per ragionare rigorosamente in logica non classica, si deve concludere i ragionamenti con ragionamenti per assurdo. Ecco un esempio di ragionamento per assurdo: “Se quello non è mio fratello, *non vale la pena vivere*” (i due asterischi indicano l’assurdo).7 Ebbene anche Gandhi conclude con ragionamenti per assurdo (che il linguaggio usuale di solito copre con parole che semplificano il giro del ragionamento).8 “Se la storia dell’universo avesse cominciato con le guerre, *non un solo uomo sarebbe vivo oggi*.” (p. 91) “Chi di spada ferisce, *di spada perisce*.” (p. 92; cioè: chi fa il male, arriva all’assurdo di raddoppiarselo su di sé) “*Se il governo ci chiedesse di andare in giro svestiti*, lo faremmo? [implicitamente: No]”. (p. 92) “*Se in una banda di ladri è obbligatorio la conoscenza di rubare*, un uomo pio deve accettare quell’obbligo? [implicitamente: No]” (p. 94) “Tu credi che *un codardo potrebbe mai disobbedire* ad una legge che non condivide? [implicitamente: No]” (p. 95) e così via.

Concludiamo che questo punto delle doppie negazioni è cruciale. Gandhi ha realizzato una rivoluzione politica che ormai è diventata evidente a tutto il mondo; ma ha realizzato anche una rivoluzione intellettuale per ora poco nota. Possiamo ben dire che quando ha ripreso dalla tradizione indiana la parola ahimsa e l’ha posta a fondamento della religione e della politica, egli ha insegnato al mondo a ragionare in tutt’altra direzione da quella occidentale. Semplicemente insegnando a ragionare (anche nella politica) secondo la logica non classica, ha fatto uscire il mondo dalla violenza culturale dell’Occidente, quella di ragionare solo nella logica classica. Proprio per questo motivo le sue azioni politiche sono state innovative; così tanto da apparire stupefacenti a chi continuava a ragionare con la logica classica.

 

3. Non violenza e fisica

Ora introduco un’altra scienza, quella che è superba dei suoi risultati perché sono incomparabili con quelli di ogni altra scienza e di ogni altra cultura: la Fisica. Ma non vi spaventate, solo la fisica del liceo. E per di più attraverso un solo esempio, anche se un po’ più difficile dei precedenti. Prendiamo in considerazione la sua teoria più importante: la meccanica; e di essa, solo il primo principio, quello di inerzia.

Newton lo enuncia così: “Ogni corpo in quiete o in moto rettilineo ed uniforme persevera nel suo stato di moto fino a che una forza non cambia il suo stato.”9 Lo abbiamo ripetuto tutti, senza il minimo dubbio! Ma perché, che c’è di male? Intanto l’idea è detta in una maniera enfatica che non è affatto adeguata alla fisica: qui si parla di “ogni” corpo; non di un corpo determinato, così come fa la fisica sperimentale. Con “ogni corpo” la frase pretende di avere una visione totale sul mondo e di poterlo controllare; ma è veramente questo lo scopo della fisica? Così, essa sembra assomigliare alla filosofia e alla metafisica.

Ma andiamo avanti; l’aspetto più importante è la parola “persevera”. Come si fa a dire in fisica che un corpo persevera? La parola “persevera” appartiene alla morale; mentre invece un corpo è inanimato. Ma come si dovrebbe dire allora? Su questo problema sono stato illuminato dalla scoperta, nella storia della Fisica, di una seconda versione di quel principio: essa ha lo stesso contenuto del principio, però lo formula in altri termini. E’ quella di un altro fisico teorico, Lazare Carnot; che è stato una persona straordinaria e complessa:10 geometra, matematico, e fisico. La sua versione dice così: “Una volta che un corpo è in quiete, da solo non si muove; una volta che è in moto, da solo non cambia né velocità né direzione”.11 Il contenuto fisico sostanziale è lo stesso, ma le parole sono molto diverse.

Perché sono diverse? “Non cambia”, “Non si muove”. Le due parole “cambiare” e “muoversi” sono negative per il fisico teorico; infatti non è naturale che un corpo cambi; quindi il suo cambiamento richiede una spiegazione del perché lo fa, cioè impegna il fisico, lo sfida, gli pone un problema. Quindi in questa nuova versione ci sono due frasi doppiamente negate.

Per le quali vale o no la legge della doppia negazione? Proviamo a trovare la parola positiva corrispondente (che vale per ognuna delle due doppie negazioni): è “persevera”! Proprio la parola di Newton. O se volete, “insiste” o “continua” (così alcuni libri di testo dicono pudicamente). In definitiva, qui le doppie negazioni non sono equivalenti alle parole affermative, che essendo idealistiche, morali, non appartengono alla fisica. Quindi il primo principio della meccanica (cioè il primo principio della prima teoria scientifica) ha due maniere completamente diverse di essere visto. D’altronde la prima è una affermazione sperimentale precisa; l’altra, invece usa due parole idealistiche, metafisiche. Quindi le differenze di logica si ripercuotono anche in fisica fino a dare due versioni del tutto differenti del principio d’inerzia.

Perché la gente non se ne accorge? La Fisica si presenta innanzitutto con la matematica e con essa chiude la bocca a tutti gli estranei, che non conoscono questo linguaggio.

Chi poi impara la fisica ed il suo linguaggio matematico, deve imparare queste formule astratte e filosofiche come quella di Newton, dimenticando tutto il concreto. D’Alembert, a chi aveva dubbi sul calcolo dell’analisi dell’infinito e degli infinitesimi, disse: “Calcolate, che vi verrà la fede!” Perché il fare i calcoli fa vedere che tutto il procedimento torna bene; e questo, a chi studia il mondo sorprendente e meraviglioso della Fisica, basta. Però non si chiede da che premesse esso è iniziato (usare l’infinitesimo? Quando mai lo abbiamo avuto in mano?).

Allora chi studia Fisica non nota che essa ha un tallone di Achille, di cui è un esempio il principio d’inerzia: il “persevera” e il “non si muove” corrispondono a due logiche diverse che danno due basi diverse alla fisica teorica. (Ben si intende che nessuno mette in discussione una legge sperimentale, ad esempio quella della caduta dei gravi; sono le affermazioni ideologiche della fisica che qui contestiamo; proprio perché ideologiche, esse servono a indirizzare tutte le altre affermazioni sperimentali)

Però uno studioso aveva già visto da tempo questo tallone d’Achille. Anche se non l’ha specificato granché, però ha capito la sua natura, caratterizzandolo con questo periodo folgorante: “Gli scienziati, nella misura in cui hanno potuto, hanno spurgato la scienza da ogni metafisica; ma per quel poco di metafisica che è rimasta, l’hanno usata come chiave di volta per interpretare l’universo”; cioè la matematica fa da corazza protettiva verso ogni critica che le si possa rivolgere e le idee metafisiche che le sono rimaste dentro possono dare la direzione di lavoro per costruire la struttura stessa della Scienza in maniera addirittura precostituita.

Allora concludo che la scienza che ci presentano è una struttura violenta. Perché violenta? Primo perché non sempre le sue affermazioni corrispondono ai fatti: dice che un corpo “persevera”, anche se ciò non corrisponde ai fatti, alla realtà; inoltre usa la parola “Ogni corpo..” che non corrisponde a ciò che fa il fisico sperimentale. Quindi la scienza, nei suoi principi, è violenta perché è astratta, mentre invece viene sempre presentata come concreta, concretissima. Sull’Enciclopedia Francese, colui che ha scritto la voce Chimica, si è ribellato giustamente ai fisici, perché essi “raccontano romanzi”.12 Secondo, perché ancora dopo due secoli da L. Carnot, la fisica presenta il principio di Newton come l’unico principio valido. Quindi la scienza compie la violenza di presentare volutamente una situazione parziale, per di più neanche la più adatta al metodo scientifico. Lanza del Vasto ha scritto questa periodo luminoso a proposito della parzialità della scienza: “Ma la verità è tutto. Avere un pezzo di verità, è non avere la verità per niente. Prendere il pezzo per il tutto, fa perdere il tutto.”13

Inoltre ricordiamo che Galtung ha sottolineato che la violenza è di tre tipi: 1) personale o diretta; 2) culturale; 3) strutturale.14 Quella culturale, dice Galtung, è la giustificazione della violenza strutturale. Io credo che c’è di più: la violenza culturale arriva anche a monopolizzare la verità e con questo compie la massima violenza. Ad esempio, nel secolo XI la Chiesa ha monopolizzato la vita spirituale: o sei cristiano come dico io, o ti ammazzo. Si ricordi la persecuzione di Pietro Valdo perché leggeva il Vangelo in lingua volgare, o quella subita da Frà Dolcino, Giordano Bruno, Savonarola, Giovanna d’Arco, ecc.) perché si imponeva l’appartenenza ad una sola chiesa, cioè una sola via di salvezza.15 Oppure la violenza del trattato di pace di Westfalia (1648): Cuius regis eius religio; ogni nazione (Re) ha la sua religione e chi non è di quella religione è messo fuori. Poi l’URSS, con l’ideologia marx-leninista, ha inquadrato la gente in un binario unico di vita sociale, che in più eliminava la vita interiore di ogni persona. Questa violenza enorme venne imposta in nome del progresso del proletariato, mentre la Chiesa l’aveva fatto in nome di Gesù Cristo. Oggi abbiamo la violenza dei mass-media che deformano la mente, se non altro dei bambini, in maniera spesso irreversibile. In più, ci si dice che bisogna convivere con i costi umani del progresso perché la scienza deve andare avanti senza intoppi sull’unica via possibile; si dice: non ci sono alternative! Questa violenza è culturale, ed è violenza al massimo grado. Dobbiamo prendere coscienza di questi terribili fenomeni sociali e premunircene collettivamente!

Quindi, concludendo, la violenza della scienza dominante è culturale, ed è la violenza massima perché presenta come uniche e senza alternative quelle verità (come ad esempio il principio di inerzia) che possono essere concepite in maniere diverse. Questa scienza è la violenza massima, per il fatto che inquadra le menti in una direzione sola, quella di una razionalità sola: la razionalità della sola logica classica. Su questa sua unicità si gioca tutta la vita della umanità.16 La sua violenza, anche se di tipo solo culturale, è di una potenza tale da causare una quantità di violenze sulle persone; prima di tutto facendo giustificare ogni conseguenza della scienza, anche se disumana, come inevitabile, semplicemente perché fa ragionare in una dimensione sola; e da queste conseguenze inevitabili seguono sia violenze strutturali (ad esempio inflazione che colpisce i più poveri) che violenze dirette (ad es., uccisioni in guerra).

Invece la scienza intera, per come l’ho indicata in precedenza (in particolare sulla logica e sul principio di inerzia), non ha una unica verità scientifica. Perciò al suo interno, sia nella logica matematica, sia nella fisica c’è in modo essenziale un conflitto.

La scienza dominante, che si attribuisce il monopolio della verità scientifica, si presenta alla società come “la sicurezza” della ragione umana. Quindi si presenta come lo strumento principe per risolvere tutti i problemi; in particolare per risolvere i conflitti. Tutti si ricorderanno di Zichichi che per risolvere il problema della guerra nucleare tra Est ed Ovest, chiedeva finanziamenti per mettere a colloquio gli scienziati (cioè le persone massimamente razionali) dell’Est e dell’Ovest. Perché, secondo l’atteggiamento degli scienziati principali, è la Scienza che suggerisce le soluzioni migliori, quelle più razionali. Calculemus!; cioè facciamo i conti e così troveremo la soluzione del conflitto. Infatti, secondo la concezione dominante, che cosa è più razionale della scienza?

In questa sua violenza la Scienza dominante è all’opposto della Nonviolenza. La prima fa fare dei calcoli sulla carta; la seconda fa impegnare tutta la propria persona: sia lo spirito nel fare attenzione estrema all’altro, sia il corpo nel sopportare gli eventuali colpi.

In particolare, la Scienza che si presenta come unica possibile, si pone al di sopra di ogni dilemma morale e della morale tutta. Ma se invece nella scienza vediamo un pluralismo di razionalità, chiediamoci: viene prima la scienza o la morale? Se noi dobbiamo scegliere ad es. quale principio d’inerzia seguire, allora questa scelta non è di natura scientifica, perché è una scelta sulla scienza. Analogamente possiamo dire per la scelta sul tipo di logica. Quindi prima di fare scienza, dobbiamo fare delle scelte, che sono argomenti di morale.

Allora prima viene la morale, poi la scienza. Con ciò il rapporto stabilito dalla scienza trionfante, la quale per tre secoli si è imposta su tutto, si ribalta: al primo posto va la nonviolenza come impegno morale, cioè il risolvere i conflitti senza violentare l’altro.17

 

4. Appendice pedagogica

Questo cambiamento intellettuale (andare a concepire una pluralità nei fondamenti della scienza) è profondo e richiede un ripensamento della nostra didattica, intesa come trasmissione delle acquisizioni fondamentali della vita umana alle nuove generazioni. Questo ripensamento fa apparire una ampia strada da percorrere, che riguarda tutta la educazione scolastica. Offro qualche suggerimento per il livello didattico minimo.18

La canzone è un ottimo strumento educativo: il cantarla fa interiorizzare in profondità i contenuti, il suo eventuale messaggio. In Italia c’è una bella canzone a proposito della logica. E’ intitolata “Napoleone”. Il testo, molto intelligente, è di Gianni Rodari; e la musica, molto allegra e sbarazzina, è di Sergio Endrigo.

(http://www.lyricsmode.com/lyrics/s/sergio_endrigo/napoleone.html)

 

NAPOLEONE

[Voce recitante: Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente. Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore. Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!]

C’era una volta un imperatore, si chiamava Napoleone.

E quando non aveva torto, di sicuro aveva ragione. . .Napoleone

Napoleone era fatto così

Se diceva di no, non diceva di sì

Quando andava di là, non veniva di qua

Se saliva lassù, non scendeva quaggiù

Se correva in landò, non faceva il caffè

Se mangiava un bigné, non contava per tre

Se diceva di no, non diceva di sì

Napoleone andava a cavallo e la gente lo stava a vedere E quando non andava a piedi, era proprio un cavaliere.. .Napoleone!

Napoleone era fatto così:

Se diceva di no, non diceva di sì

Quando andava di là, non veniva di qua

Se cascava di lì, non cascava di qui

Se faceva popò, non diceva però

Quando apriva l’oblò, non chiudeva il comò

Se diceva di sì, non diceva di no

Di tutti gli uomini della terra, Napoleone era il più potente.

E quando aveva la bocca chiusa, non diceva proprio niente…Napoleone! .

Napoleone era fatto così:

Se diceva di no, non diceva di sì

Quando andava di là, non veniva di qua

Se saliva lassù, non scendeva quaggiù

Se correva in landò, non faceva il caffè

Se mangiava un bigné, non contava per tre

Se faceva pipì, non faceva popò

Anche lui come te, anche lui come me:

Se diceva di no, non diceva di sì

Mi sembra che questa canzone esprima molto bene, a livello infantile, il concetto fondamentale della logica classica: il Vero come contrapposto al Falso, secondo una loro contrapposizione netta. Mi sembra che esprima bene anche l’origine di questa contrapposizione: il potere assoluto sulle cose della realtà; in particolare, il potere di decidere con assoluta certezza la situazione data. Il mito storico della persona col più grande potere sulla realtà è quello di Napoleone. E infatti la premessa indica la sua conquista, secondo tappe travolgenti, di sempre più potere sociale, fino al massimo possibile. Queste tappe sono bene espresse con la parola “promozioni” (ad un sempre più alto livello); mentre l’alunno che non saprà anche una sola cosa di quanto detto, subirà l’opposto della “promozione” (scolastica): la bocciatura. Tutto ciò insegna bene quale è la maniera di parlare così autoritaria da dividere la realtà nella dicotomia: sì e no, Vero e Falso, promozione e bocciatura contrapposti tra loro.

Dopo questa canzone si può spiegare il ‘mistero’ della parola “nonviolenza”, quella che durante un conflitto funziona esattamente all’opposto, come “non certezza assoluta” sul che fare. Credo che si possa indicare anche a bambini piccoli che quella parola è così speciale perché ha una doppia negazione. Come?

I bambini, come ben si sa, passano per la fase specifica del “no organizzatore”,19 cioè di quel loro dire “No” per capire l’opposto di quello che l’adulto dice loro. Anche dopo questa fase il dire “No” è un loro privilegio al quale non vogliono assolutamente rinunciare. Quindi è un grande esercizio di autoriflessione il dirigere la loro attenzione al “No” e al negativo.

E’ anche un grande insegnamento su come i grandi usano anche loro il “No”. Che non è preciso, perché ci sono tante ambiguità. La prima è quella che i bambini stessi ripetono spessissimo: “A me non dai niente?”; dove l’ultima parola vuole rafforzare psicologicamente la privazione subita. D’altronde anche gli adulti dicono: “Non c’è nessuno”, dove l’ultima parola negativa aggiunge solo la delusione. A Napoli si dice: “Il resto di niente” per enfatizzare la parola “Nulla”; oppure “Ma quando mai? [sottinteso: Mai]” per escludere assolutamente. Qui si può andare a caccia, assieme ai bambini, delle negazioni enfatiche psicologicamente, cioè dell’uso improprio delle doppie negazioni.

Al contrario delle precedenti doppie negazioni, che tutte calcano il pessimismo, si può insegnare piuttosto l’ottimismo. Invece di dire “Meno male”, dire “Molto bene!”; cioè negare la negazione pessimistica. E’ un insegnare il mezzo bicchiere pieno, invece del mezzo bicchiere vuoto.

Si può proseguire giocando ad aggiungere l’avverbio “in pace” ai verbi “stare”, “vivere”, “affaticarsi”, “uccidere”, ecc.. Allora si capisce che la parola “pace” viene usata poco appropriatamente dal linguaggio comune; dove in realtà significa “senza sforzi”, o “senza conflitti interiori”. Si noti che queste ultime espressioni sono doppie negazioni. Il linguaggio comune le ha schiacciate nella parola affermativa “pace”; ma il risultato è una parola vaga, che non fa capire che cosa essa significhi esattamente. Questo dà la prima scoperta della doppia negazione che non afferma, cioè della logica non classica. L’esercizio di prima insegna pure la differenza tra le parole che indicano uno cosa astratta, uno stato ideale (appunto: “pace”) e le parole che indicano un processo; ad es. “stare senza sforzo” mantiene chiara, nonostante l’aggiunta, l’idea di un processo.

Se non altro tutto questo lavoro educativo insegna ad usare appropriatamente il linguaggio.20

Si può proseguire insegnando doppie negazioni in casi molto importanti: quelli in cui c’è da insegnare principi che organizzino la vita in comune; perché l’uso di doppie negazioni dà chiari princìpi di metodo. Ad es., dire: “Alla fine della giornata [all’asilo] nessun giocattolo fuori posto”, invece di dire: “Tutti i giocattoli al loro posto “. Oppure “Nessun male agli altri”, invece di “Sii buono”; oppure “Nessuno escluso”, invece di “Tutti”, ecc..

A questo punto si può ben spiegare perché la parola nonviolenza funziona esattamente all’opposto di un comando o di un precetto, o di una ricetta (cioè, essa esprime giustamente la “non certezza assoluta” di che cosa sia meglio fare durante un conflitto); essa indica che sì bisogna reagire, ma che c’è una cosa precisa che non bisogna fare: la violenza. “No alla violenza”.

Il massimo di questo insegnamento (ed è anche il suo completamento) è quello di portare i bambini a ragionare per assurdo, cioè a sfruttare l’assurdo per ricavarci avanzamenti. Vi sembra assurdo insegnare ciò a dei bambini? Allora si ricordi il teorema della fisica che riguarda quanto di più concreto ci possa essere nella fisica, la massima efficienza dei motori termici. Esso è stato dimostrato per assurdo: dall’assurdo, un fisico (il figlio di Lazare, Sadi Carnot) ha ricavato un teorema di ingegneria (e tuttora lo si insegna così all’Università)! I bambini, istruiti dall’insegnamento precedente (che il negativo non è il buio dove non si vede niente, perché no sempre il negativo è il Falso, il non esistente assoluto) possono ben concepire che per assurdo si possa giungere a qualcosa di concreto, perché si può mostrare loro che negandolo ulteriormente si possono ottenere importanti indicazioni di metodo e di crescita).

Qui ancora una volta ci viene in aiuto una bella canzone, che tutti conosciamo; è sempre di Endrigo: “C’era una casa molto carina,/ senza soffitto, senza cucina/…/ in via dei matti, numero 0!”. http://www.lyrics007.com/Sergio%20Endrigo%20Lyrics/La%20Casa%20Lyrics.html .

Da essa i bambini imparano che è assurda una casa in cui manchino le cose che la canzone elenca. Il testo della canzone dice per assurdo quello che gli adulti esprimono con il detto apparentemente affermativo: “Due cuori e una capanna”; che in realtà esprime che in una casa insufficiente (capanna) ci si può vivere solo se si è innamorati pazzi, cioè irragionevoli, ovvero razionalmente assurdi.

Questa canzone dà un grande insegnamento: è meglio parlare per parabole che per cose concrete. E’ tradizione antichissima raccontare ai bambini non gli episodi di guerra o i viaggi compiuti in auto; ma le favole, che volutamente fanno escursioni nel mondo della irrealtà, o meglio dell’assurdo; ma un assurdo coerente, tanto coerente che alla fine se ne ricava una morale. E che morali si ricavano dalla fiabe! Basti pensare alle fiabe di Esopo, o a quelle di Perrault o quelle dei fratelli Grimm. Ciò ci invita a capire meglio le fiabe; cioè quanto esse contengano una coerenza e quanto esse siano irrealistiche.

 

Note

1 Me l’ha segnalata un amico analista. Con lui ho discusso e interpretato l’articolo di S. Freud: Opere, Boringhieri, Torino, 11, 541-548. A. Drago e E. Zerbino: “ Sull’interpretazione metodologica del discorso freudiano”, Riv. Psicol., Neurol. e Psichiatria, 57 (1996) 539-566. Nel seguito semplifico il discorso di Freud, che è meno preciso di come dico, ma che ha come frase cruciale: “La negazione è il modo di prendere coscienza del rimosso”, L’articolo precedente chiarisce quanto Freud dice.

2 D. Prawitz and P.-E. Malmnaess: “A survey of some connections between classical, intuitionistic and minimal logic”, in A. Schmidt and H. Schuette (eds.): Contributions to Mathematical Logic, North-Holland, Amsterdam, 1968, 215-229; J.B. Grize: “Logique” in J. Piaget (ed.): Logique et connaissance scientifique, Éncyclopédie de la Pléiade, Gallimard, Paris, 1970, 135-288, pp. 206-210; M. Dummett: Elements of Intuitionism, Claredon, Oxford, 1977. Per la importanza di ciò nella scienza, si veda il mio Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta, 1991, 164-167.

3 Così come si usava in precedenza e come faceva anche Hegel in logica filosofica; il quale proponeva una tesi, una antitesi e infine, per negazione della negazione, una sintesi; per lui chiaramente non valeva il terzo escluso, perché il terzo è la sintesi, la quale è diversa dalla tesi iniziale; e quindi, come lui aggiungeva, la negazione della negazione dava una sintesi diversa dalla tesi.

4 Si noti che queste proprietà sono quasi ignorate dagli studiosi di linguistica, benché essi abbiano scritto una grande quantità di libri sulla negazione. In effetti in questo settore di ricerca (e non solo) subiamo il dominio della cultura anglosassone, la quale ha una prevenzione di fondo rispetto alle doppie negazioni: ritiene che esprimersi con esse sia una maniera sfuggente di presentarsi agli altri; in definitiva sia un giocare sull’ambiguità. La prevenzione di questa cultura arriva al punto tale da avere per ‘dogma’ il cancellarle passando sempre alla affermativa corrispondente, e da considerare primitive le lingue che usano le doppie negazioni. Vedasi quanto dice L. Horn: “The Logic of Logical Double Negation” Proc. Sophia Symposium on Negation, Tokyo, U. of Sophia, 2001, 79-112, pp. 79ss… Per una panoramica degli studi su Linguistica e Pace vedasi P. Friedrich: “Peace Studies and Peace Linguistic Now: What has Language got to do with it”, Peace Forum, 24 n. 34 (2009) 23-28.

5 Capitini si riferisce allo sviluppo della filosofia occidentale, nella quale Kant ha riconosciuto che non possiamo conoscere l’essenza delle cose (noumeno); ma possiamo riprendere il contatto diretto con la realtà con un atto morale, che egli stesso chiama “aggiunta” (Sopra il detto Comune, 1793, in Scritti Politici, UTET, Torino, 1956, p. 243 nota). In Hegel questa aggiunta diventa l’Aufhebung dello Spirito Assoluto che così trascende la storia. In Capitini tutto viene riportato a livello di rapporti personali (“pan-personalismo”, come l’ha definito Bobbio). Cosicché Capitini rappresenta la sinistra umanistica di Hegel.

6 L’indipendenza dell’India, tradotto in italiano nel 1984 col titolo: Civiltà occidentale e rinascita dell’India, ed. Mov. Nonviolento, Perugia e riproposto dalle Edizioni Gandhi di Pisa con il titolo: Vi spiego i mali della civiltà occidentale, 2009.

7 Quando si ragiona con le doppie negazioni, non essendoci certezze, anche la conclusione del ragionamento per assurdo è solo una doppia negazione; cioè non si può concludere affermativamente senza passare alla logica classica.

8 Ho presentato in “Una rapida antologia sull’etica di Gandhi come etica universale”, Arca Notizie, 25 (2010) n. 1, 24-28 una piccola antologia di doppie nazioni e di ragionamenti per assurdo ripresi dal ben noto libro M.K. Gandhi: Antiche come le montagne, Comunità, Milano, 1973.

9 I. Newton: Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, London, 1687, p. 10. Lo si trova in ogni libro di testo di liceo.

10 Fu anche capo delle forze armate difensive francesi; ha istituito la leva di massa e ha diretto la difesa della Francia aggredita dalle armate monarchiche di tutta Europa, conseguendo la “Vittoria” del 1793; è stato il primo a chiedere il diritto alla obiezione per motivi costituzionali. La sua vita è raccontata con ampia dovizia di particolari da M. Reinhard: Le Grand Carnot, Hermann, 1950-51; la sua vita scientifica da C.C. Gillispie: Lazare Carnot Savant, Princeton UP., Princeton, 1971; la sua vita scientifica e militare da J. P. Charnay: Lazare Carnot citoyen-savant, La Henre, Paris, 1984-85.

11 L. Carnot: Principes fondamentaux de l’équilibre et du mouvement, Crapelet, Paris, 1803, 49.

12 F. Venel: “Chymie”, in D. Diderot e J. Le Ronde D’Alembert (edd.): Encyclopédie Francaise, Paris, 1754] p. 388 II: I chimici “… non sono curiosi né dell’infinito, né dei romanzi fisici.” Essi sono esenti “… dagli errori che hanno sfigurato la Fisica.” (p. 389, I)

13 Lanza del Vasto: I quattro flagelli, (orig. 1959), SEI, Torino, 1996, p.225. A questo egli aggiunge: “L’irreparabile mancanza della scienza moderna è la mancanza di uno studioso che la conosca [tutta].” Cioè, essa sovrasta l’umanità.

14 J. Galtung: Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000, “Introduzione”.

15 Un noto filosofo della scienza ha stretto un paragone appunto tra la violenza della Chiesa sulla vita spirituale e la violenza della scienza sulla vita intellettuale. P.K. Feyerabend: “Philosophy of Science 2001”, in R.S. Cohen, M. Wartofsky (eds.): Methodology, Metaphysics and the History of Science, Reidel, 1984, 137-147 (ma vedasi anche P.K. Feyerabend: La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano, 1983). Egli prevedeva per quell’anno il completo monopolio della verità da parte della scienza, in parallelo a quanto nell’anno 1000 aveva fatto la Chiesa. Si può aggiungere che, come la Chiesa esprimeva il suo monopolio con il motto Nulla Salus extra [hanc] Ecclesiam, così oggi la scienza afferma Nulla Ratio extra hanc Scientiam.

16 Per questo motivo Lanza del Vasto applica alla scienza il versetto di Apocalisse 13, 16: “E [la Bestia] fece sì che tutti…ricevessero un marchio… sulla fronte…”. I Quattro Flagelli, op. cit.. cap. 1, in particolare, p. 54.

17 Chi voglia approfondire la concezione della scienza che ne risulta può leggere il mio Le due opzioni, op. cit. e più approfonditamente “A Gandhian Criticism to Modern Science”, Gandhi Marg, no. 2, 31, 2009, 261-276.

18 Proposte didattiche a livelli più alti sono in Le due opzioni, op. cit., Appendici 4 e 5 del Cap. 5; Quaderni CRESM, Mani Tese, 1999, e « Lo schema paradigmatico della didattica della Fisica: la ricerca di un’unità tra quattro teorie », Giornale di Fisica 45 (n°3), 2004, pp.173-191.

19 D. W. Winnicott: Dalla pediatria alla psicoanalisi (orig.1958), Martinelli, Firenze, 1975. A. Phillips I no che aiaiutano a crescere“, Feltrinelli, Milano, 2000.

20 Ricordiamo che nel medioevo l’educazione era basata sul trivio delle arti liberali (cioè dell’uomo libero in contrasto con l’uomo schiavo di sé stesso): grammatica, logica e retorica. La retorica, cioè l’arte di saper parlare è la grande assente della educazione moderna; la seconda grande assente è la logica, benché questa da un secolo e mezzo sia anche matematizzata. Basta questo per indicare che la educazione scolastica attuale è figlia della educazione nata con la presa del potere da parte della borghesia, che ha distribuito sì la educazione ad ampi strati della popolazione, ma a fini tecnici; soprattutto il fine di formare subordinati ed esecutori.

 

Category: Culture e Religioni, Movimenti, Storia della scienza e filosofia

About Antonino Drago: Antonino Drago (Rimini, 1938) è un pacifista italiano. A partire dalla fine degli anni '50 ha vissuto molti anni a Napoli, fornendo un notevole contributo al movimento nonviolento, ai "gruppi spontanei" della seconda metà degli anni '60, e al Movimento delle Scuole Popolari di Quartiere diffuso nei quartieri popolari del Centro Storico e delle periferie della città e rivolto alle persone che non erano riuscite ad ottenere un diploma di Scuola Media. Come docente di Fisica e Laboratorio negli Istituti Tecnici Industriali a Napoli, alla fine degli anni '60, si rifiutò di prestare il giuramento per entrare in ruolo, e perse l'insegnamento. Successivamente insegnò Storia della Fisica all'Università degli Studi di Napoli Federico II, attualmente Drago insegna Strategie della difesa popolare nonviolenta a Pisa e Storia e tecniche della nonviolenza a Firenze. Da sempre impegnato nell'ambito di educazione alla pace e nonviolenza, è stato il primo direttore (2004-2005) del Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nel 2000 ha ricevuto il Premio nazionale Cultura della Pace «per il suo impegno in favore della Difesa Popolare Nonviolenta e per la ricerca di metodologie alternativa alla guerra per la risoluzione dei conflitti». I suoi libri trattano di storia della fisica e di politiche pacifiste.

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