Massimo Canella: Invito alla lettura 6. Adriano Prosperi. Un tempo senza storia

| 18 Maggio 2021 | Comments (0)

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Invito alla lettura 6 – Adriano Prosperi: UN TEMPO SENZA STORIA. LA DISTRUZIONE DEL PASSATO – 2021

I resti del passato costituiscono “il nostro contenuto spirituale”. L’io vive “solo nell’istante, avendo dietro di sé il vuoto senza fine di ciò che è passato, dinanzi a sé il vuoto senza fine di ciò che verrà […] Quel vuoto dietro di sé, l’io lo riempie con le rappresentazioni di ciò che fu, con ricordi in cui il passato, per lui, non è tramontato; e il vuoto in avanti se lo riempie con le speranze e i disegni, con le rappresentazioni di ciò che vuole realizzare con la sua volontà, o che si aspetta di vedere realizzato da altri.” “Tutta la serie delle forme vissute si assomma in risultati progressivi, e ognuna di esse appare come un momento della totalità in divenire.”

In “Un tempo senza storia. La distruzione del passato”, edito da Einaudi, Adriano Prosperi ricorda queste parole di un grande storico prussiano, Johann Gustav Droysen, che sembrano cogliere nel segno dal punto di vista della psicologia individuale, e insieme indicare la via per cui si realizzerebbe il percorso ascensionale dello spirito: i risultati progressivi di cui parla non sono frutto meccanico dell’estensione documentaria, ma salti qualitativi, metabolizzazione e rinvigorimento in vista dell’azione e del progresso conoscitivo, e anche in questo senso come diceva Benedetto Croce la storia che viene scritta è sempre storia contemporanea. Più o meno consciamente a questo modello idealistico si ispirava chi, al di là degli interessi specialistici, riteneva importante costruirsi una “buona cultura” borghese, aperta più o meno fiduciosamente alla possibilità del progresso: un modello compatibile con la conoscenza classica delle invarianti dell’anima umana, con una speranza in un senso o una direzione degli avvenimenti, con la possibilità di reinterpretare e assimilare le conoscenze derivate dalle scienze e dal rapporto con mondi diversi passati o presenti, interni od esterni alla società di appartenenza.

Questo orizzonte costituzionalmente mobile, ma fondamentalmente rassicurante, in grado di mitigare ed includere anche la critica di chi come Nietzsche rammentava che “per ogni agire ci vuole oblio”, viene ora oscurato da un concorso di processi cui Adriano Prosperi, importante storico dell’età moderna con una feconda predilezione per le “cause perse”, come recita il titolo di un suo libro, ha dedicato riflessioni dense, che si prolungano e si completano in uno schizzo veramente illuminante, e non ulteriormente riassumibile, di una materia chiave come la storia della storiografia, “historiae rerum gestarum”, da Erodoto a Marc Bloch.

La crisi odierna nel rapporto con quel che Droysen considerava il nostro contenuto spirituale può esser vista da almeno tre punti di vista diversi: il processo fisiologico dell’oblio, le conseguenze della rivoluzione informatica e globalizzante, la difesa delle parti di memoria collettiva che si ritengono essenziali per la difesa dai pericoli di involuzione sociale. Partiamo dal primo, tenendo ben presente la distinzione fra memoria come funzione psichica solo relativamente affidabile e storia come risultato dell’azione conoscitiva intenzionale: “… la storia si può definire come una macchina per dimenticare. Lo strato del ricordato – ci rammenta Prosperi –[…] galleggia come una sottile zattera sull’oceano del dimenticato: La si potrebbe considerare l’equivalente dello strato del rimosso che nella memoria individuale nasconde una gran quantità di ricordi. Ora, è pur vero che quello che si riesce a riscattare del passato è una parte minima. Ma è di questi affioramenti che si sostanzia da un lato la memoria come facoltà umana e dall’altro la storia come deliberata immersione nelle profondità del dimenticato. Forse l’oblio fa organicamente parte del racconto della storia”. Dalla selezione di quanto si vuol ricordare e dai nuovi elementi che la pratica incessantemente fornisce esce il frequente mutamento del paradigma del racconto, dell’impianto dell’esposizione della materia: non si tratta “di quel progresso lineare e tranquillo che procederebbe idealmente sostituendo all’errore la verità, come immaginava Karl Popper […]”; secondo Thomas Samuel Kuhn, storico della scienza americano, le rivoluzioni scientifiche si hanno quando le assunzioni teoriche fondamentali del sapere scientifico si rivelano non più in grado di reggere davanti a numero e quantità di insorgenti anomalie.

Qui si determinerebbe la rottura rivoluzionaria e l’avvento di un nuovo paradigma”. Luciano Canfora ha osservato in merito che “lo storico della scienza ha una realtà esterna che fa emergere le anomalie e le aporie. Lo storico delle società umane non può osservare nella realtà del presente figure e contesti ormai cancellati dal passare del tempo” (pp.54-55); ma quanto meno, come è stato scritto, “i dati di fatto che l’autore ha creduto di accertare costituiscono un vincolo con cui l’interpretazione deve pur fare in qualche modo i conti.” Secondo l’egittologa Aleida Assmann, edita in Italia da Il Mulino, ”la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi” (p. 8). Ciò che sfugge all’oblio automatico entra nel canone in quanto “destinato a far parte del ricordo attivo della vita sociale delle generazioni future” (p. 9), oppure viene custodito negli istituti della cultura (musei, biblioteche, archivi), pronto per essere eventualmente reinterpretato dai posteri. Qui si pongono enormi problemi, relativi, in Italia, all’inconsapevolezza, soprattutto al livello politico, della crucialità della funzione conservativa, e in generale nel mondo alla precarietà della conservazione della memoria informatica, non assicurata tecnicamente nel lungo termine e attualmente, per quanto già si sa fare, non agevole, non sempre affrontata con l’impegno economico e organizzativo necessario. Così come si pone il problema di rivalutare nelle scuole il pensiero storico e l’approccio diacronico, che “ha offerto tradizionalmente l’asse maggiore di riferimento per le altre materie scolastiche, dalla letteratura alla filosofia: la cronologia degli eventi e la storia dei rapporti di forza sono state come le coordinate cartesiane necessarie per individuare la collocazione di personaggi e conquiste scientifiche e culturali” (pp. 55-56): cosa di cui i decisori politici non sembrano avere coscienza, vuoi per disinteresse e impreparazione, vuoi anche, secondo Prosperi, per il “prevalere di una pedagogia che ha distaccato una presunta scienza dell’insegnare dalla conoscenza di ciò che si insegna” (p.p. 24-25).

Molto più che dalle inadeguatezze istituzionali, comunque, la trasmissione della memoria collettiva viene minacciata dall’evoluzione tecnologica e dai processi sociali. Secondo Maurice Halbwachs, autore (non ebreo) della teoria della memoria collettiva morto nel campo di concentramento di Buchenwald, “la storia comincia quando si estingue la tradizione vivente, quando si estingue il gruppo sociale che quella memoria aveva conservato e trasmesso. Ma dai tempi di Halbwachs molte cose sono cambiate, i gruppi sociali sono diversi e non hanno più una memoria che li leghi o che possa essere trasmessa come lascito vivente all’interno della famiglia e dell’ambiente di lavoro. L’eredità culturale è qualcosa che ogni individuo si fabbrica grazie alla scuola, alle letture, ai casi e agli incontri della sua vita essendosi dissolti ben presto dietro di lui eredità e ricordi che le generazioni precedenti non hanno avuto modo di trasmettergli” (p. 8). “Al posto della voce narrante degli anziani della famiglia è subentrato un consumo personale di racconti, immagini e informazioni fornite di continuo e in grande abbondanza dai mezzi di comunicazione di massa, disponibile sempre e dovunque a richiesta come le merci dei supermercati […] prevale l’assetto verticale e il contatto individualizzato, veicolato da cellulari e messaggi di posta elettronica, sganciato dai luoghi della vita quotidiana e dai contesti ambientali […] oggi il termine più usato è quello di “memoria storica”, qualcosa che fonde insieme l’informazione storica slegata, ideologizzata e in pillole anonime (“lo ho visto su Internet”) e brandelli di vissuto individuale. Spesso si tratta di una zuppa indigesta, cucinata da cuochi che non sono in genere disinteressati né innocenti” (p. 16-17). “E quello che si è conquistato è nell’ordine della velocità orizzontale più che in quello della profondità […] tutto il nostro sistema è orientato verso il fare più che verso l’agire. E, come ha detto il filosofo Salvatore Natoli, il fare è orientato al prodotto, l’agire è orientato al soggetto. Quanto l’informatica faciliti il prodotto, lo si sperimenta nella pratica di lavoro – di ogni attività, dal lavoro intellettuale a quello della fabbrica, dell’artigianato, delle attività commerciali: la rivoluzione informatica ha cambiato l’orizzonte sociale e ha reso del tuto remoto da noi il mondo del secolo scorso, ben più di quanto possa misurarsi col conteggio degli anni e decenni trascorsi […] Si è passati dall’artigianato faticoso e costoso che riserbava a pochi addetti il privilegio del sapere a un mondo che si è aperto davanti agli occhi di chi vuole” – anche se ancora nel campo della ricerca “i veri frutti dipendono dalla qualità e non dalla quantità, dalla pazienza dell’analisi, dalla mediazione di un maestro, dall’intelligenza dei testi, in una parola dalla filologia” (pp. 18-19)l. Ma al di là di questi indubbi vantaggi a livello di massa si perde la distinzione fra verità e falsità: “il bombardamento continuo di informazioni che hanno l’inconsistenza, l’atemporalità e l’impersonalità dello schermo su cui le si leggono ne è l’aspetto più visibile e socialmente più deleterio. Il falso e il finto assediano il vero, lo intimidiscono e lo rendono flebile e soprattutto noioso, quando non insorge perfino una reazione infastidita contro il principio di autorità del dotto” (pp. 25-26). Di conseguenza “la maggior parte dei giovani […] è cresciuta in una sorte di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono” (Hobsbawm), asserzione sostenibile anche dopo trent’anni da quando fu scritta, relativamente a una realtà per altri versi molto diversa.

Dopo l’attenzione al dato trascendentale della conoscenza storica e a quelli delle circostanze ambientali odierne, si pone, in un senso molto diverso da quello di Lenin, il problema sintetico del “Che fare?” Si pone evidentemente sul piano della divulgazione, anche istituzionale. Prosperi ci rammenta a ragione che “la scuola e l’insegnamento della storia insieme a quello della lingua sono stati tra i fattori principali del senso di appartenenza a una nazione italiana nella coscienza collettiva: fattori positivi, diversi da quelli penosi e violenti della fiscalità e della leva militare” (p. 29). Si trattava però, quando veniva insegnata, soprattutto nei corsi inferiori, di una storia fondamentalmente mitologica e pedagogica, foscolianamente intesa ad accendere gli animi a “egregie cose” patriottiche, che proprio dell’impatto della fiscalità e della leva non intendeva parlare – cose di cui ci han parlato meglio i romanzi. Del resto è necessario che sia così, la storia della storiografia che in questo libro viene così acutamente riassunta è anche storia delle concezioni e delle intenzioni degli storici, in modo più evidente quando si dedicano a grandi divulgazioni o a semplificazioni didattiche, in modo più sottile e meno incidente quando attendono al lavoro di ricerca: si tratta di mantenere a livello individuale la massima lucidità su ruoli che son sempre insieme, quello di ricercatore e quello di attore sociale, attenti nei limiti del possibile a che il secondo non infici l’attendibilità nell’esercizio del primo, ma consapevoli anche della loro reciproca influenza. L’acume critico e la spinta a comprendere e a diffondere possono essere aiutati anche dal rimpianto soggettivo per militanze passate: Lukàcs individuava una fonte della capacità di critica della società borghese del romanziere Balzac nelle sue nostalgie reazionarie e monarchiche, e probabilmente Hobsbawm nel 1994, tirando genialmente le somme della sua esperienza di scienziato della storia, era ulteriormente motivato dalla sua “resilienza”, per seguire la moda linguistica, rispetto al brusco crollo di un mondo cui aveva aderito. Prosperi, che ha dedicato i suoi studi alle eresie, alle inquisizioni e alle classi rurali, a proposito del pensiero sociale di papa Francesco esprime “il dubbio che solo una grave sconfitta delle classi subalterne nella lunga lotta per il loro riscatto abbia potuto determinare tale passaggio dalla paura e dalle scomuniche del passato a questo emergere dei toni della pietà” (p. 121): pensiero dal tono molto “partigiano”, e che insieme è come una pulce nell’orecchio – uno stimolo a pensarci, dai pensionati russi ai minatori così ben raccontati dalla cinematografia inglese, ma anche ai nuovi ceti medi del resto del mondo.

Il taglio da dare alle narrazioni implica problemi di scelte e di valori, e quindi non può essere discusso come forma astratta. Prosperi affronta con una lunga e documentata digressione il tema della memoria dell’Olocausto, visto, come ormai è fortunatamente dottrina ufficiale della Repubblica, nella prospettiva di Primo Levi: “Se esiste una necessità politica della memoria, essa va intesa come “uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano” – una indicazione che ci sta ancora davanti, nel senso che non siamo stati capaci di coglierne tutta la straordinaria ricchezza. Gli storici della Shoah hanno in genere cercato quello che Saul Friedlaender ha definito “un giusto equilibrio fra i due approcci”, quello della descrizione della dimensione criminale e politica del Terzo Reich e quello della descrizione delle dinamiche sociali complessive. Ma la proposta di Primo Levi […] voleva rendere avvertiti del pericolo immanente del lager come punto d’arrivo maggiore di una infezione latente, sempre pronta a divampare nei singoli e nei popoli: la convinzione che ogni straniero è nemico” (p. 41). Prosperi ricorda le posizioni negazioniste di Ernst Nolte e dei sostenitori della Vergangenheitsbewaeltigung, del soggiogamento del passato, e anche la risoluzione del Parlamento europeo che ha posto indebitamente al centro della vicenda storica il patto Hitler – Stalin del 1939, che attribuisce alla stessa istanza tedesca di non fare col passato i conti, soprattutto per le responsabilità del sistema industriale; anche se probabilmente sulla sua adozione hanno influito le istanze dei Paesi baltici e della Polonia, che non hanno sperimentato da parte sovietica cortesie particolarmente leggere, e l’impegno democratico della nuova Germania non va sottovalutato. La necessaria memoria di “questo” passato è stata ostacolata anche dalla sbornia ottimistica sulla fine della storia (Francis Fukuyama) o sul superamento di fame e malattie (Yuval Noah Harari). Interessanti anche la considerazioni sulle cause e sulla natura del fenomeno, forse in declino, della valorizzazione di presunte entità chiamate “identità”. In questi tempi in cui dalle viscere dei risentimenti esce la proposta della “cancel culture”, della condanna del passato non corretto politicamente secondo i canoni odierni, cioè di tutta la cultura umana, è interessante la segnalazione di “uno scrittore svizzero, Wilhelm von Scholz (1874 – 1969) che aveva goduto vivente di grande fama e ricevuto i pubblici onori della sua città, Costanza […] la scoperta di una sua poesia scritta in omaggio a Hitler ha determinato misure pubbliche formali di “oblio attivo” per relegarne nome e opera nell’oscurità” (p. 9). Il professor Prosperi è stato allievo di Delio Cantimori, grande storico del Rimascimento e dell’eresia, transitato come molti direttamente al marxismo attorno al 1940 provenendo da una collocazione nella “sinistra” fascista, dall’edizione delle opere di Carl Schmitt e dalla redazione di voci benevole sul nazionalsocialismo: difeso a spada tratta dal PCI come altri che avevano, comprensibilmente e in modo storicamente intrigante, seguito percorsi paragonabili, dai giovani dei Littoriali a un personaggio come Malaparte. Senza togliere nulla alla verità storica, dovremmo rivalutare la sapienza cattolica che insegna a distinguere fra l’errante e l’errore. Privilegiando l’impeccabilità dovremmo per coerenza bruciare i libri di Luigi Pirandello, entrando nella storia secolare, non soltanto europea, dei roghi dei libri.

Molti altri spunti, anche sulla necessità di una storia realmente mondiale – di “provincializzare l’Europa” secondo l’indiano Dipesh Chakrabarty – non possono essere qui riassunti. Il libro va raccomandato anche per un aspetto che sfugge a ogni schematizzazione: l’inseguimento, da parte dello storico, “dell’odore vivo della carne umana” (p. 111). “Nelle “Siete partidas” del re di Castiglia Alfonso X detto il Saggio (1265) si legge che il sovrano nel giorno di Venerdì Santo perdona generalmente a tutti gli uomini incarcerati (“a todos los omes qui tiene presos”) e che quel giorno era detto il giorno delle Indulgenze (el dìa de las Indulgencias”) […] lo diceva la formula del Venerdì santo pronunciata dal re: “Vi perdono perché Dio mi perdoni” (Yo os perdono porque Dios me perdone”)” (pp. 66-67). “Il giubileo ebraico ricorreva al termine di “sette volte ogni sette anni” e garantiva alla scadenza e al suono della tromba (yovel) il ritorno periodico di ciascuno nella famiglia di origine e nel possesso dei beni, cancellando ciò che era avvenuto nei rapporti di proprietà e nei legami” (p. 64). “Dopo quattro secoli di celebrazioni della scoperta di Cristoforo Colombo, nel centenario del 1492 […] si è tenuto un festival “de los no descubiertos” (p. 15). Uno storico come il professor Prosperi potrebbe ben dire ai cultori delle altre discipline: “O caro amico, grigia è ogni teoria, / verde l’albero d’oro della vita” (Johann W. Goethe, Faust parte prima, versi 2038-2039).

Category: Libri e librerie, Storia della scienza e filosofia

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About Massimo Canella: Massimo Canella, laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, è attualmente docente a contratto presso l'Università Ca' Foscari di Venezia: "Strumenti giuridici e ruolo delle istituzioni per i beni culturali" al corso di laurea specialistica interateneo fra Padova e Venezia su "Storia e gestione del patrimonio archivistico e bibliografico". Ha coordinato il Servizio Beni librari e archivistici e Musei della Regione del Veneto con particolare riferimento allo sviluppo di reti informatiche e relazionali, e alla Soprintendenza ai beni librari. Ha realizzato progetti pluriennali sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sull'arte contemporanea. Ha partecipato ai Comitati nazionali del Servizio Bibliotecario Nazionale e del Sistema Archivistico Nazionale e al comitato di redazione del Notiziario bibliografico del Veneto. E' autore di numerose pubblicazioni su i beni culturali (vedi elenco nella rete Linkedin a suo nome)

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