Cristina Biondi: 14. Nuovo dizionario delle parole italiane. Da Elimina a Infelicità

| 7 Maggio 2019 | Comments (0)

ELIMINA

Stamattina ho eliminato dalla mia posta elettronica l’annuncio dei prossimi incontri reumatologici calabresi, tre pubblicità di viaggi low cost (destinazione Barcellona o Malaga, Praga o Danzica, Londra o Parigi) ma soprattutto l’annuncio di un sito di vendite che ha esordito con la fatidica domanda: “Ti è piaciuto?”. Io, sessantacinquenne agguerrita e incavolata, non ho nemmeno letto la pubblicità dell’oggetto sul quale ora dovrei esprimere il mio gradimento e non intendo leggerlo, in ogni caso non mi è piaciuto. Per principio, perché non ho più l’età perché chicchessia mi rivolga la domanda più ingenua del mondo. NON MI È PIACIUTO e la prossima vacanza la farò ad Almaty o a Tashkent.

Non sono disponibile né ad accettare la mela offerta dalla strega di Biancaneve, né a cogliere i grappoli cresciuti dove non ho nessuna voglia di arrivare, sono pronta a dichiarare che l’uva è trop-po matura, adatta solo a diventare uva passa. Il passato è passato: alla mia età non ho più nessuna motivazione per cercare in modo assillante opportunità e sfide, tantomeno per accettare che siano loro a cercare me.

Domanda per Esopo: cosa se ne fa una volpe dell’uva, matura o acerba che sia?

 

VIETATO VIETARE

Prima che fosse vietato vietare ci venivano proibite un sacco di cose. Una ferrea disciplina richie-deva di inibire i desideri, reprimere gli istinti e contrastare le preferenze alimentari. Per amore della trasgressione i bambini si mettevano le dita nel naso, appoggiavano i gomiti sulla tavola, rubavano le mele del vicino e si rifiutavano di mangiare gli spinaci. Nel braccio di forza educativo gli adulti minacciavano di stravincere mandando i ragazzini in collegio, la contromossa consisteva nello scappare di casa. Il gusto del proibito ci suggeriva di fare tutto quello che non avremmo dovuto fare e gli educatori, implacabili, continuavano a tenerci d’occhio, diffidando di ogni nostra iniziativa. La virtù consisteva nel non fare questo, quello e nemmeno quest’altro e una volta che si erano ottempe-rati gli obblighi verso Dio, Patria e Famiglia non restava più trippa per gatti.

Oggi è permesso permettere tutto, i bimbi possono decidere cosa mangiare, cosa indossare, dove andare e il loro maggior timore è che siano i genitori a scappare di casa. A ogni età si può scegliere di scegliere e, dal momento che tanta scelta invita all’acquisto, si è moltiplicata all’infinito la varietà di qualsiasi prodotto, tanto che una trentina di tipi di cialde per il caffè della stessa marca ci sfidano a riconoscere una pur minima differenza di aroma, mentre è facile distinguerle dal colore della confezione. Anche i biscotti secchi che vi ricordano l’infanzia adesso esistono in versione modificata, potete acquistarli ricoperti di cioccolata, con o senza granella di mandorle, mentre pandori e pa-nettoni vengono farciti con creme al pistacchio, al liquore, alle nocciole etc…

Solo un tenace e atavico spirito di contraddizione può salvarci dall’obesità. Se qualcuno, invece di blandirci, gestisse d’autorità l’obbligo di acquistare tutto il possibile, vietando di non spendere, forse potremmo con un guizzo d’orgoglio liberarci dalla schiavitù dei consumi e scapparcene a casa con lo stretto necessario.

 

DRAGHI E FORMICHE

C’è una formica in bagno: grandissima. La notizia va comunicata alla maestra che, ascoltando il messaggio sussurrato con voce strozzata, di primo acchito aveva ipotizzato un’inondazione. No: una formica, una formica enorme. La notizia necessita di una verifica quindi, basandosi su un radicato preconcetto sulle proporzioni degli insetti, la donna segue il bimbo senza chiedere rinforzi. Lui ha quattro anni, l’età giusta per temere gli esseri piccoli e striscianti, se fosse stato più piccolo non si sarebbe sentito minacciato e i rischi li avrebbe corsi tutti la formica.

La maestra non informerà i suoi alunni dell’esistenza delle formiche di fuoco, presto presenti anche sul territorio italiano, ma narrerà di dinosauri e di draghi: estinti o virtuali, servono a padroneggiare la paura. Se la prossima volta il bimbo scoprirà un tirannosauro in bagno, dovrà cavarsela da solo, infatti alla sua richiesta d’aiuto non verrà dato alcun peso.

La paura va gestita: va ridimensionata, smontata, razionalizzata, negata. Possiamo cercare una rassicurazione, contrapporvi la speranza, cercare di distrarci. Possiamo sfidarla, combatterla, rasse-gnarci, amplificarla, lasciarci ossessionare e travolgere. Ci sono paure a breve termine e a lungo termine, paure inconsce e somatizzate, motivate e immotivate. Chi pensa di esorcizzarle dovrebbe per prima cosa valutare attentamente le credenziali dell’esorcista.

 

CANTAMI O DIVA

Integrazione o disintegrazione: that is the question. Pensando ai disintegratori ci vengono in mente i terroristi, che sono l’eccezione, invece bisogna guardare alla regola, a quella regolare, programmata opera di distruzione della diversità operata dai programmi scolastici ministeriali, che andrebbero considerati alla stregua di leggi razziali.

A migliaia di bambini che giungono da noi senza conoscere la nostra lingua viene concessa la stessa offerta formativa proposta, o meglio imposta, agli italiani. Si riconosce la priorità di apprendere il significato di: diva, Pelide, ira funesta, addurre, lutti, achei, alme di eroi. Arrivati a “d’augelli orrido pasto” per non cadere preda di teorie complottistiche, verificate se ricordate il trapassato remoto del verbo studiare: “io ebbi studiato” e il suo futuro anteriore: “io avrò studiato”. Se li abbiamo imparati noi e ce li ricordiamo ancora, perché non dovrebbero saperli loro, con un pelino in più di difficoltà?

La domanda è retorica e negazionista e non vi fa uscire dalla paranoia, ormai panico da quando immaginate che nei bagni della scuola possano un giorno venir installate delle docce: nulla è stato, né verrà mai predisposto, per eliminare fisicamente i ragazzini stranieri e non c’è nemmeno un pro-getto cosciente di perderseli per strada, ma è quello che sta succedendo per inerzia e stupidità. Gli insegnanti si trovano a loro agio quanto gli ufficiali di un esercito in rotta. “Un ufficiale ha sempre ragione, soprattutto quando ha torto”: ma questo adagio vale per le proprie truppe, altra cosa è gestire i prigionieri.

I professori sono stanchi e scoraggiati, istruire gli stranieri seguendo i programmi è come farli gua-dare il fiume Niagara nel punto delle cascate, passare le Alpi scalando in inverno la parete nord del Cervino, andare in Ciad attraversando il Sahara, dare loro paletta e secchiello perché scavino il tunnel del Brennero.

 

LASCIARE

Verbo transitivo: ti (complemento oggetto) lascio; ti (complemento di termine) lascio la casa. Cioè in caso di divorzio ti lascio, ma NON ti lascio la casa, in caso di morte invece te (complemento di termine definitivo) la (oggetto non trasferibile in sfere ultraterrene) lascio, dal momento che a qual-cuno devo pur lasciarla.

Un tempo l’uomo che lasciava la donna era di nuovo libero, la donna che lasciava l’uomo era una gran mignotta. Adesso tutto è più facile e anche sulle decisioni rapide e tumultuose viene gettato un ponte e potete sciogliervi dai vincoli con la velocità di Houdini. C’è chi si ritrova in Purgatorio e presto sarà in Paradiso (siamo così sicuri dell’ascesa a una vita migliore?), e chi, coltivando rancore, risentimento, odio, rabbia e follia muore per mancanza di alimenti e si trova all’inferno, immerso nell’acqua gelata insieme al proprio avvocato.

 

TRINE E MERLETTI

Chi ritiene che trine, merletti siano oggetti destinati a scomparire con le nostre madri o nonne, ha la sua parte di torto e la sua parte di ragione. Non è l’arredamento minimalista ad aver decretato la morte del centrino: minimalismo e consumismo sono incompatibili e le case spoglie ed eleganti ap-partengono solo agli straricchi che hanno abitazioni di 500 metri quadri, parchi di qualche ettaro e molte proprietà, di modo che ville e palazzi restano deserti per la maggior parte del tempo (gli spazi liberi e vuoti come piazza Tiananmen sono simboli di potere). Più gli spazi sono angusti e più ven-gono stipati (guardate nello sgabuzzino). Le trine delle nobildonne richiedevano una vita di lavoro di merlettaie professioniste, le ragazze si preparavano per anni il corredo da sposa. Oggi chi può permetterselo compra un diamante: perché indossare un colletto realizzato in centinaia di ore, quan-do il diamante si è formato più di un miliardo di anni fa ed è per sempre? Il corredo da sposa ha perso senso perché il matrimonio non è per sempre. Le trine antiche vengono svendute via internet ma sul nostro miglior abito sarebbero un vistoso anacronismo; farebbero lo stesso effetto di una coppia di pavoni nel giardinetto condominiale

Oggi il lavoro a maglia e all’uncinetto ha ripreso vita come simbolo (striscioni e fiori rossi sono sta-ti realizzati a mano per protestare contro i femminicidi) e come sfida. La sfida consiste nel contra-stare l’abitudine al tutto pronto, diffidando di troppe facilitazioni: non importa se non sapete fare un maglione, un dolce, un bucato a mano, un figlio; andate a lavorare in ufficio, al resto non ci dovete pensare. Comprate merendine in sacchetto, vi sollevano da una fatica, non escono mai dal forno bruciacchiate, non manca mai un ingrediente (e nemmeno un additivo), lievitano sempre bene, si conservano mesi in dispensa. Comprate la torta dal pasticciere, con un bel centrino di carta tutto merlettato che butterete via senza dovervi occupare delle macchie di cioccolata.

Oggi le nonne stanno andando a lezione di uncinetto dalle nipotine, si erano dimenticate come si fa, ma ora, capita l’antifona, hanno voglia di ricominciare.

 

CHE FARE?

È riduttivo pensare che il contributo delle donne al progresso dell’umanità consisterà nel riposizio-nare i centrini sotto i soprammobili. La responsabilità delle sorti del pianeta è ancora nelle mani de-gli uomini che hanno scritto miliardi di parole, milioni di trattati, proclami, equazioni, dichiarazioni di guerra e trattati di pace. Hanno consumato fiumi d’inchiostro, mentre le donne ne hanno utilizza-to poche gocce. Visti gli arsenali militari che non promettono nulla di buono, un progetto sensato potrebbe mirare non tanto a contendere il potere, quanto a depotenziare chi ce l’ha. Gli uomini han-no anche le armi chimiche: la pillolina blu rende granitica la loro virilità e, se oggi Dalila tagliasse i capelli a Sansone, lui si metterebbe un toupet.

Rosa Luxemburg ha ritenuto il militarismo un investimento irrinunciabile per il capitalismo (nemici dappertutto? Servono soprattutto a consumare le armi in fase di scadenza, per poter produrne e ven-derne altre). Lei prevedeva: “O socialismo o barbarie” e noi non siamo diventati socialisti.

 

PROVA

Proviamo a fare un maglione, un dolce, un arrosto. Possono venirci male: le maniche sono troppo lunghe, la torta non è cotta bene, la carne è un po’ stopposa, ci siamo avventurati su un terreno peri-coloso per la nostra autostima. Abbiamo molte altre possibilità e, se non desideriamo mettere in campo le nostre capacità e verificare le nostre attitudini, ci conviene diventare abili nelle scelte: ap-profittiamo delle alternative, delle occasioni, delle novità, delle torte del pasticcere. Nella società moderna ogni cosa deve esser fatta da chi la sa vendere, a noi viene richiesta solo la capacità economica e forse un giorno nemmeno quella deriverà dal lavoro e il denaro ci verrà dato semplicemente perché esistiamo e siamo consumatori.

Oggi solo la sventura e il caso possono metterci alla prova. Per noi è inconcepibile aver fame o freddo e chi si trova nel bisogno ci sembra minaccioso come uno zombie. In effetti con lui riappare la miseria, ben conosciuta dai nostri nonni (che riposino in pace). Gli zombie ci fanno paura perché sono l’immagine di noi, privati di cibo, vestiti, casa e saponette.

La morte verrà a prenderci anche se ci disinfetteremo le mani e terremo chiusi i porti: mai sentito parlare del memento mori? Chi non conosce il latino sappia che mori va tradotto “devi morire”, anche se a Venezia è un sostantivo plurale e vuol dire un’altra cosa. Respice post te, hominem te memento: “Guarda dietro a te, ricordati che sei un uomo”.

 

DIECI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE (CENA DI NATALE)

EMMA, sorella minore del mio ex marito, zia allegra e molto presente. Non ha mai capito perché il divorzio mi abbia così addolorata: ha sempre pensato che Nicola, che ha dieci anni più di lei, sia uno stronzo egoista.

ETTORE, mio suocero, oggi praticamente si è autoinvitato, per manifestare tutta la sua indignazio-ne nei confronti di Nicola e della sua nuova compagna. Non ha nemmeno voluto conoscere la sua ultima nipotina.

ANDREA, unico amico di famiglia che abbia retto alla nostra separazione. Celibe, padre morto, madre in casa di riposo, tre sorelle: due all’estero e una in crisi esistenziale. Lui parla poco, è pro-fessore di fisica al liceo e, secondo Emma, presenta tratti autistici (non l’ha mai corteggiata).

EVELINA, madre del mio nuovo compagno, vedova, cattolicissima, un po’ sorda. In silenzio sta pregando per la salvezza delle nostre anime.

ALBERTO, mio nuovo compagno, affabile, ma distante. Immagino che lo addolori l’assenza dei suoi due figli. È protettivo nei confronti della madre, l’unica donna che non lo abbia mai contraddetto.

CARLA, mia figlia, vorrebbe andare a studiare a Singapore, potrei essere d’accordo se avesse voti migliori e tenesse più in ordine la sua stanza.

DONATO, mio fratello. Non può dirlo, ma per lui è un sollievo che i nostri genitori siano in cam-pagna con nostra sorella Martina e i ragazzi, anche se teme che lascino a lei quella casa, dove tutti abbiamo passato l’infanzia. Sua moglie è in viaggio con la propria migliore amica che aveva un as-soluto bisogno di cambiare aria.

SANDRA, collega di Alberto, separata da decenni. Non sono gelosa di lei: non è affatto brutta, ma ha atteggiamenti maschili, è assertiva, quasi saccente. Donna intelligente: non ha più convissuto con nessuno.

SARA, la mia migliore amica, mi ha aiutata a cucinare. La sua famiglia vive in Sicilia e a lei non sono state concesse le ferie. Sono la sola a sapere che non le ha nemmeno chieste.

SALVATORE, marito di Sara. Anche lui siciliano, non ha voluto lasciare Sara da sola. Sua madre crede che lui sia un santo e Sara, povera figlia, una martire del lavoro che al Nord la fa da padrone.

 

INFELICITÀ

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Questo era vero prima del DSM-IV (manuale di psichiatria, caposaldo del fondamentalismo psichiatrico) e dei social e sarà ancor più falso se la genetica dimostrerà che le diverse cause dell’infelicità dipen-dono da geni più o meno diffusi nella popolazione. Si stabilirà una volta per tutte che gli infelici si assomigliano abbastanza tra loro, ognuno all’interno della propria categoria diagnostica.

Un tempo la definizione di psicotico era rigettata dal paziente (non sono mica matto!), oggi la men-talità è cambiata e molte diagnosi, invece di essere stigmatizzanti, giungono come un’assoluzione, giustificando comportamenti devianti e socialmente penalizzati: il dislessico non viene più definito un asino, il bambino iperattivo una peste e l’ossessivo un pignolo, fissato per l’ordine. L’isterica purtroppo rimane un’isterica sia per medico che per i suoi familiari: in linea di massima i difetti femminili sono meno giustificabili di quelli maschili.

Internet aiuta a socializzare chi si ritiene infelice a modo suo e persino gli autistici riescono a dilata-re il campo dei loro interessi e della loro presenza nel mondo. Si moltiplicano le online chat e na-scono nuove categorie, e ognuna aspira a una diagnosi genetica che assolva non solo i soggetti affetti, ma anche quei genitori e quei nonni che agirono contro la ragione, la verità e la retta coscien-za. Alla molteplicità dei peccati si sostituisce la molteplicità dei geni e ben si sa che il peccato nasce da una colpa originale ed ereditaria.

Consiglio per le mogli: se avete un marito che manchi assolutamente di empatia, sia irascibile e passi molto del suo tempo libero a giocare con i soldatini in cantina riproducendo fedelmente la battaglia di Waterloo o v’intrattenga per ore sulla vita delle tartarughe, leggete tutto il leggibile sulla sindrome di Asperger: dopo sarete più comprensive con lui.

 

Il disegno in alto è la locandina giapponese per il film di animazione ” l mio amico Totoro”  di Miyazaki

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