Alberto Cini: Arredamenti letterari in balia di Munari e Stevenson

| 21 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

Di solito parlo delle mie esperienze lavorative, oggi mi sono preso una vacanza. Sono a casa, e la vacanza è scrivere di libri significativi e di circostanze di vita, cercandone il filo che lega il tutto, specialmente quando i frammenti sembrano non avere attinenza l’uno con l’altro. Il pensare è un’attività estremamente economica e non dispendiosa come fare ad esempio vacanze in paesi esotici. Casa bolognese ed esotismo, però possono non essere in contrasto, possono essere unificati da alcuni libri, poiché ci sono artisti e scrittori, che viaggiano trasversalmente alle età della vita, autori creativi che sono presenti sia nell’infanzia sia nell’età adulta, utili come riferimento, contemporaneamente nella vita professionale di un educatore, come pure nella sua vita privata.

Mi voglio limitare all’ambiente domestico, e solo ad alcuni e precisi temi dell’ambito domestico. Aspetti conflittuali nella mia fantasia, piaceri immaginativi opposti che si annullano reciprocamente, ma che nella contemplazione del design e delle vetrine dei negozi, rappresentano due tratti della mia personalità, quella Barocca piena di ori decorati ed orpelli vari e quella essenziale dello stile nipponico.

La moneta autobiografica che può unificare queste due tendenze e che voglio spendere nella mia scrittura, ha due facce prevalenti, una dedicata a Bruno Munari e l’altra a Robert Louis Stevenson.

 

Narrazione domestica

A Bologna cominciavano a vedersi anche prima del 1980 i primi negozi d’arredo, completamente in stile giapponese. Ma dopo un certo successo il mercato si è stabilizzato su alcuni, forse ne è rimasto solo uno ora, che io sappia. Del rivenditore dove ho acquistato i miei oggetti non ne ho più sentito parlare.

Attualmente non c’è più traccia di questo arredo passato nella mia casa, ma quel tipo di design lo conservo nei ricordi, e visto che la letteratura giapponese di tipo autobiografico che ho letto si avvale di autori che parlano poco della propria casa e quelli che lo fanno sono maggiormente propensi allo stile occidentale, non posso che legarmi al design come “Ultimo metrò”, che può portarmi a contatto con il sol levante.

Il design che nel mio caso, (con l’orgoglio creativo del mio comodino artigianalmente autoprodotto), è riferito a Bruno Munari, il grande creativo, che si affaccia al posto delle disperate narrazioni degli autori giapponesi.

Munari, colui che mi offrirà veramente una mano nel far riecheggiare il valore dell’arredo nipponico, poi non la lascerà così facilmente quella mano, la mia mano, e mi porterà oltre fino a cancellare totalmente quello stile.

Perché dico questo, in soliloquio pubblico, perché sempre caro mi è stato il famoso libro di Munari “Arte come mestiere”, possiedo il volume pubblicato da Laterza Editore, non so se ci sono altre edizioni, penso di sì. Un libro storico per i creativi e i grafici, molto esaustivo, molto didattico, ma soprattutto molto piacevole e completo, poiché ci sono non solo contenuti di tipo tecnico, ma la gratificazione tecnico stilistica prende un senso esistenziale e si fa cultura diffusa, quella qualità della cultura delle cose e delle loro forme, che riesce a mettere in contatto il mondo interiore con quello esteriore.

Munari attraverso il segno e la creatività parla di sé e del mondo che lo circonda. In questo mondo nasce la sua passione per il Giappone. Non a caso riceva un premio dalla Japan Design Foundation “per l’intenso valore umano del suo design”. Tralaltro, curiosamente, visto che le autobiografie le mangio come il pane. Dicevo appunto, curiosamente questa informazione la si trova citata nella particolare autobiografia sintetica di Munari, che è un tocco di genio nel design autobiografico. Munari ha scritto trentasei momenti di “Quello…” concludendo in questo modo, sostiene il fatto che ogni persona può conoscere un Munari diverso. Ne condivido alcune righe:

 

Parte dell’autobiografia di Bruno Munari

Quello nato a Milano nel 1907

Quello delle Macchine inutili del 1930

Quello dei nuovi libri per bambini del 1945

Quello dell’Ora X del 1945

Quello delle Scritture illeggibili di popoli sconosciuti del 1947

Quello dei Libri illeggibili del 1949

Quello delle Pitture negative-positive del 1950

Quello delle Aritmie meccaniche del 1951

…..

Ecc. Ecc. Continua in questo modo la descrizione, come se fosse citato da altri, in terza persona. La trovo una idea molto carina, da provare, per tutti gli estimatori dei giochi di scrittura autobiografica.

Allorchè dunque, giungiamo alla meta… nel libro “Arte come mestiere” dedica un capitolo all’arredamento giapponese, con quel gusto e quel piacere che avrei voluto trovare nei testi originali di autori moderni nipponici.

Il suo incipit a pag.114 è il seguente: “Ho sempre sognato fin da ragazzo, di vivere in una casa giapponese fatta di legno e carta ed ora, nel mio recente soggiorno a Tokyo e a Kyoto, ho potuto abitare per tre giorni in una casa tradizionale, usarla, osservarne i particolari, gli spessori, le materie, i colori; guardarla da di dentro e annusarla, cercare di capirne le ragioni costruttive e pratiche”. E finalmente dedica alcune righe alla pavimentazione, che non posso non citare. “L’interno della casa è determinato dal tatami, in senso orizzontale e da altri elementi modulati in senso verticale. Il modulo, la prefabbricazione, la produzione in serie, e tutte le altre innovazioni che andiamo predicando come una novità necessaria, sono già applicate da centinaia di anni nella casa tradizionale giapponese. Il tatami, è una stuoia di paglia sottile intrecciata molto stretta, il suo colore è quello dell’erba quando sta per seccare; è bordata di stoffa scura, spesso nera ed ha la misura di circa un metro per due: la misura di un uomo sdraiato. Il pavimento delle stanze è fatto con questi tatami, da muro a muro, come una moquette, morbido e piacevole al tatto. Lo spazio abitabile si esprime in tatami per cui una stanza di due tatami è una stanza di due metri per due, una stanza di otto tatami, è una stanza di quattro metri per quattro, eccetera.”

Ecco che almeno, i miei amati tatami che ho avuto tanto tempo in casa (tre per la precisazione, creavano una pedana rettangolare di  due metri e cinquanta centimetri per due metri) hanno avuto la loro dignità letteraria di citazione e sono emersi dalla mia sola esperienza personale. Il tatami crea nella casa uno spazio polivalente, poiché così è concepita l’abitazione giapponese, uno spazio vuoto e confortevole che a seconda degli oggetti utilizzati prende la funzione utile in quel momento. Gli oggetti essenziali e quando possibile pieghevoli, posti all’interno di un mobile, fanno dello stesso spazio, ora la cucina, lo studio, ora la stanza da letto, ecc.

Munari continua la descrizione degli interni confrontandola con quelli occidentali, declinando nella comparazione le conseguenze dei costumi e delle abitudini comportamentali che ne derivano. La vittoria ovviamente spetta al Giappone nel campionato del rispetto e del decoro del dentro casa. Parla dell’igiene, dell’abitudine di togliersi le scarpe all’entrata per non portare lo sporco delle strade fino alla camera da letto. Quello sporco delle suole che non si vede nei film americani, i primi film a volte ancora in bianco e nero, ambientati dai primi anni venti in poi, dove si possono vedere impiegati e detective, alle loro scrivanie con i piedi appoggiati sopra e le suole grigie in primo piano. Siamo all’opposto della cultura nipponica, dall’altra parte del sol levante…

Ma nel libro, Munari aggiunge un altro capitolo dove introduce l’argomento casa, utilizzando un’altro concetto, un concetto che ci porta vicino all’occidente, il concetto di “Lusso”. Quello che cito di questo capitolo da lui scritto, è a pagina 146 per chi interessa.

Incipit da “Case signorili con finiture di lusso”: “Non c’è una casa nuova che non abbia questo cartello: si vendono (o si affittano) Appartamenti signorili con Finiture di Lusso. Non è quindi tanto, l’intimità, l’abitabilità di un appartamento che interessano al pubblico, quanto il lusso. Gli italiani hanno il complesso del lusso.

In che cosa consiste per la grande massa che compera o affitta queste case, il lusso? Generalmente viene confuso valore con il prezzo e le cose che costano di più, quelle sono di lusso. Se un tizio è abituato ad usare il pitale di ferro smaltato, per lui il lusso consiste nell’avere un pitale d’oro”.

Si deve considerare che la parola lusso solo apparentemente la si può associare alla parola “luce”, dalla quale sembra discendere etimologicamente dato che in latino Lux significa luce, poiché sempre in latino la parola Luxus significa “Eccesso”, quindi ad ognuno l’arda sentenza se vuole intendere il lusso come lo sfavillio della bellezza e del pregio o come un esagerato possesso di un bene esclusivo.

Non che la mia casa si sia trasformata nel tempo da una casa semplice del sol levante ad una casa di lusso del sol morente, ma col passare del tempo mi sono necessariamente alzato da terra, dall’orizzontalità del materasso Fouton a terra, con letti da trentacinque centimetri d’altezza, più il materasso, chiaramente ora in lattice naturale. Il passaggio è stato quel tentativo, ancora romantico, di traghettare verso l’eco-compatibile con tutti gli annessi e connessi, con quei strani fenomeni energetici legati al feng shui

Munari continua a descrivere tutti i finimenti di lusso delle case signorili, dai cristalli dei lampadari alle suppellettili e accessori vari, porte e finestre… “Se chi la abita è un signore, la casa sarà signorile, discreta, silenziosa, accogliente, con tutte le comodità, senza sfarzo.” Così dice il Maestro… ma… allora io non sono un gran signore, la mia casa sembra più un laboratorio, ci sono i miei quadri sparsi ovunque, per terra, libri da ogni parte, doppia, tripla fila, accatastati verso l’alto, i telai di mia moglie, tessuti e fili distribuiti liberamente. Tutte le parti del nostro io, vengono espanse e materializzate nell’ambiente domestico, e mi appaio come uno specchio esploso nei miei frammenti, i frammenti del fare più che dell’essere contemplativo. Allora non sono un signore, mi sembro un “di tutto un po’”. Un signore lo sono forse fuori casa, dove il “di tutto un po’” si condensa in una sola mente e un solo corpo, per qualche ora. Evidentemente solo fuori casa mi atteggio il “signore” di cui parla Munari nel suo libro.

Progettisti, artisti, designer, illustratori… Avevo affittato una cantina nel mio palazzo dove mi ero fatto lo studiolo da pittore, avevo anche una libreria laggiù, dove stava in primo piano il libro di Munari. Poi quest’anno mi hanno sfrattato, e adesso sono fermo… ho dovuto rimettere tutto il materiale nella mia cantina d’appartenenza, che si è riempita come un uovo. Qualcosa riesco a fare, per questo sto scrivendo di più. La scrittura occupa meno spazio, per me la pittura è esplosione, la scrittura è ordine, vorrei avere un castello, anche se so che ci sarebbe il problema del riscaldamento.

La mia casa laboratorio ha lasciato un posticino dove posso tenere un tavolino speciale, dove contengo i lavori di grafica, di piccolo formato. Un tavolino con le rotelle, i cassetti, il piano a ribalta, molto carino e in legno chiaro. Qualche illustrazione riesco a farla, e ho qualche bel progettino in mente. Nella casa comunque, lo spazio non basta mai. Dovrei fare il miniaturista.

Un altro artista e illustratore che mi piace molto è Tullio Pericoli. Mi piace anche la sua definizione dei ritratti che ha fatto dei più conosciuti romanzieri moderni (Becket, Borges, Calvino, Joyce, Kafka, Montale, Proust e Stevenson), chiama quelle opere, “Biografie visive”, perché attraverso l’espressione del volto e la sua capacità espressiva grafica, cerca di descrivere la sintesi della vita anche emozionale di quell’artista che viene depositato sulla superficie cartacea del ritratto.

Ma Pericoli, non si limita ai ritratti dei questi letterati. Al caso nostro, proprio per andare incontro alla casa non lussuosa, ma sicuramente signorile, non possiamo non citare una sua opera significativa, cioè l’illustrazione della “Casa ideale di Louis Stevenson”, la seconda faccia della moneta della mia scrittura casalinga, seconda faccia che dipende di volta in volta dal lancio e dalla fortuna,

Il libretto simpatico illustrato da Tullio Pericoli, di Stevenson, nella piccola biblioteca di Adelfi, con una sovracopertina chiara, elegantina, anche se le sovracopertine a parte l’estetica di facciata rompono le scatole e risultano scomode nella lettura, spesso il libro scivola in basso, poi si scompiglia, che problema è la sovracopertina? chissà cosa ne pensano i giapponesi tradizionali della sovracopertina?

Stevenson ha immaginato questo luogo ideale assemblando le varie immagini delle sue visitazioni pellegrine, un assemblaggio eccentrico, una creazione descrittiva di ambienti che vivono nella fantasia ma sono sufficientemente precisi per trasformarsi in illustrazioni. La descrizione anche se signorile della casa a mio avviso è sicuramente lussuosa. Alcuni tratti e le istruzioni sono chiare: “La tua casa non dovrà dominare una gran vista, dovrà essere incassata nel verde…” d’accordo, “Una casa alta più di due piani è un casermone; l’ideale sarebbe ad un piano solo” sono ancora d’accordo, “definisce il salotto, la camera da pranzo, perfino che i coniugi devono avere una camera studio personale, e qui allora mi viene da scrivere. “Magari!!”, un necessario dipinto di Canaletto alle pareti, afferma l’autore, e a questo punto è pura speculazione oggigiorno, altro che sobrio signore. Nel confrontarmi con la casa ideale di Stevenson mi paragono alla caduta di ideale immaginario che ho avuto precedentemente con le abitazioni nei romanzi degli autori giapponesi, la loro realtà contro la mia fantasia, la mia realtà contro la fantasia di Stevenson.

Giunto alla fine del libretto, gustatomi le illustrazioni che danno fantasia onirica al tutto con lo stile di Pericoli, si arriva alle ultime righe. In queste righe sono elencati i libri indispensabili nella casa ideale. Stevenson cita, la Bibbia, le Mille e una notte, vari autori classici, tra i quali compare Boswell, che lui chiama “L’immortale Boswell, unico dei biografi, Chaucer, Herrick e i processi di stato.” James Boswell è uno scrittore scozzese nato nel 1740 e morto nel 1795.

Curiosamente Boswell compare anche nella mia libreria col suo “Diario londinese (1762-1763), e quindi sono quasi in linea col “signore” del libro e posseggo anche Bibbia e Le mille e una notte!  Ma è il diario di Boswell che è un caso averlo, visto che è un libro abbastanza sconosciuto. Questo è un diario di un viaggio, quindi nulla di più lontano dalla casa, anzi è l’abbandono della propria casa, quindi il mio fallimento capitolare prosegue con una certa armonia, e alla fine non mi  rimane che compiacermi anziché dolermene… Il diario è un tipo di letteratura a mio avviso rilassante, questo diario poi, insieme alle infinite citazioni di altri documenti di questo scrittore, oltre che rilassante è anche curioso per chi è interessato alle storie di vita. Questo diario è un documento autobiografico prezioso, proprio perché la descrizione a volte ossessiva, che non ha nulla di volutamente artistico, e nemmeno lontanamente creativa, vuole quasi essere un documento di descrizione antropologica personale. In più, la peculiarità di questo diario è che l’autore teneva dei “Memoranda” giornalieri, piccoli elenchi di cose da fare durante la giornata, che vengono confrontati col diario per attestarne la coerenza e la veridicità, questi “Memoranda”, che a volte ho anch’io l’abitudine di usare, data la mia assoluta sbadataggine e inconcludenza, sono veramente particolari. A pagina ottantatre, del libro dell’Einudi, credo esaurito però, in una nota, viene pubblicato questo elenco: per il 4 dicembre. Scrive Boswell” colazione a casa, poi in (cappotto di) Bath e vecchio (vestito) grigio e bastone, a piedi alla City, prendi un caffè, leggi “Auditor”, “Monitor”, “Briton”. Poi Douglas e chiedi della parata. Poi a Leicester (Street), a pranzo. Sii disinvolto ma distinto, e compiaci il tuo amico capitano Erskine. Prendi un tè. Poi a casa, tranquillo, aggiorna il diario della settimana in vestaglia e pantofole, sii sempre a letto prima delle dodici. Non cenare mai fuori. Domenica fa colazione con R. Mackie e prendi le franchigie”.

Questi documenti mi sono sembrati incredibili, anche se già sapevo dallo studio della biografia di Chaplin, che anche lui era ossessionato dal vuoto di impegni del giorno dopo, e aveva la necessità di sapere esattamente come avrebbe riempito il tempo dal mattino seguente alla sera.

Questi memoranda ossessivi di Boswell, potrebbero essere il primo documento autobiografico di stile anticipatorio scritto dallo stesso protagonista, possiamo chiamarla una “autobiografia preventiva”. Chissà se gli abitanti fantastici della casa ideale di Stevenson ci hanno mai pensato leggendo questo libro.

Siccome con Stevenson ho cominciato a stimolare la mia parte signorile, con Stevenson finisco… come si suol dire, chi di romanziere ferisce di romanziere perisce! Nel libro de “l’arte della scrittura” di Stevenson, l’autore cita in un capitolo dedicato ai libri che l’hanno influenzato, alcuni testi che sono contenuti anche nella biblioteca della “casa ideale”, ma ce ne è uno, importante che nella “casa ideale” è assente e che bisogna menzionare.

Questo libro non l’ho mai letto e nemmeno lo posseggo. Quindi lo cito perché è come un aprirsi al futuro, voglio anch’io fare una azione piccola, di autobiografia preventiva… Entro il prossimo settembre, voglio acquistare, il libro citato da Stevenson, “Racconti dell’antico Giappone” di Mitford Algernon B.. chissà se questo autore arrivato in Giappone nel 1886, nella sua antologia non mi possa restituire qualche suggestione nipponica che stavo cercando e non ho trovato in questo errabondo mondo letterario, rimettendomi così circolarmente, di nuovo alla presenza del grande Munari.

 


Category: Fumetti, racconti ecc.., Libri e librerie

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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