Francesco Garibaldo: La crisi europea e la costruzione di una alternativa sociale

| 22 Aprile 2012 | Comments (0)

 

 


 

In primo luogo stiamo assistendo a una disarticolazione complessiva di quello che andava sotto il nome di modello sociale europeo; i punti di riferimento sono i processi che sono in corso negli Stati Uniti e in Inghilterra. Questa tendenza è ovviamente connessa al tema specifico che riguarda il lavoro, e il sindacato e la possibilità di un’alternativa. Prima di passare a un contributo analitico rispondo in modo schematico alla seconda questione posta da Gianni Rinaldini.

Il movimento sindacale nella sua infanzia, si trovò di fronte al fatto che, a livello nazionale, il padronato, scaricava su ogni singola realtà che tentasse di costruire una resistenza sindacale, tutto il potere dello Stato e tutto il potere di coalizione della classe capitalista.

Lo scontro si svolgeva sempre nello stesso modo: una rivolta, un progetto di costruzione del sindacato in un piccolo settore, in una singola azienda sul quale si scaricava progressivamente tutta la forza d’urto del potere dello Stato e della coalizione dei capitalisti.

La situazione cambiò quando il movimento sindacale riuscì ad invertire il gioco e cioè a costruire una coalizione che scaricasse tutto il potere di coalizione in ogni singolo punto in cui ci fosse in atto un confronto tra i capitalisti e i lavoratori. Solo a quel punto iniziò una diversa storia politica e sociale da cui nasce in buona misura l’Europa attuale e le sue differenze interne: non è un caso che la differenza fondamentale tra noi e gli inglesi è che nell’Europa continentale si sono costruiti dei sindacati industriali mentre gli inglesi ci hanno sempre provato e non ci sono mai riusciti. Tutte le volte che gli inglesi ci hanno provato c’è stato contemporaneamente un tentativo di tipo socialista di costruzione di un’alleanza politica; quando è fallito il disegno di costruire il sindacato industriale è fallita anche la prospettiva di tipo socialista. C’è in ciò un insegnamento e cioè che per il sindacato il problema originario è come superare la frammentazione; purtroppo la storia non ci fornisce una vera e propria ricetta.

Torniamo alla storia più recente. In Europa in questi trent’anni vi è stata una fortissima frammentazione sociale che non è riassumibile nella formula “noi siamo il 99%, voi siete l’1%”. In questa formula s’indica un problema reale, cioè la diseguaglianza dei redditi, c’è, infatti, una parte della società che sequestra per sé la maggior parte della ricchezza sociale, però non si dice ancora nulla su com’è quel composto 99%. Il processo di frammentazione che è avvenuto in Europa è un processo di frammentazione che non è descrivibile nei termini di garantiti e non garantiti, perché una rappresentazione così è ridicola rispetto a quanto realmente avvenuto. Quello che è effettivamente avvenuto è la costruzione, in qualche misura prevista e progettata perché fa parte della costruzione dell’Europa, come è stata pensata da Delors in poi, di un’industria europea. In altri termini la precedente base industriale è stata rivoluzionata attraverso un processo di acquisizione e fusione che ha determinato una serie di nuovi raggruppamenti industriali. Questi nuovi raggruppamenti industriali a loro volta sono stati composti attraverso delle reti d’impresa, che sono collegate a cascata, le une alle altre, per realizzare un determinato filone di attività produttive. Queste reti, sono reti nelle quali ci sono segmentazioni continue del lavoro, e in questo ci sono segmenti che hanno dei trattamenti migliori e segmenti che hanno trattamenti peggiori, ma dentro ad ogni segmento si ricostruiscono elementi di polarità per cui si ha una frammentazione, non dico infinita, ma molto spinta.

 

 

La frammentazione sociale non è solo una descrizione sociologica, perché si determinano di volta in volta delle dinamiche da parte dei lavoratori di quello che può accadere che sono differenti. Si hanno casi nei quali un gruppo di lavoratori vota che i nuovi assunti prendano il 25% in meno di loro oppure situazioni nelle quali due operai che alzano le stesse lastre tutto il giorno, uno a destra e uno a sinistra, prendono due paghe differenti, uno con una garanzia contrattuale e l’altro senza. Di casi come questo è piena l’Europa, non solo l’Italia; anche in Germania, infatti, abbiamo situazioni del genere e lavoratori che guadagnano 5 euro all’ora, senza alcune garanzia. Questo è il frullatore sociale al quale l’Europa è stata sottoposta in questo processo di ristrutturazione industriale.

La messa in moto di soggettività e di comportamenti tra di loro contraddittori e differenti pone, quindi, un primo problema.

Finché tutto filava sul piano economico questa frammentazione era un’ingiustizia palese ma veniva compensata da meccanismi di mobilità sociale funzionanti, per cui si diceva che essere precari era un prolungamento del periodo di assunzione, dato che alla fine si arrivava molto spesso all’assunzione a tempo indeterminato. Nel momento in cui l’ascensione sociale non funziona più il problema diventa non tanto quanti verranno recuperati ma quanti verranno esclusi. E per gli esclusi si aprono le strade prima indicate: palesi differenze a parità di lavoro, una condizione di continua insicurezza, ecc.

In tale clima si sviluppa il sindacalismo aziendale, quello che gli inglesi chiamano business unionism. Non si tratta di un sindacato giallo, ma della risposta alla rottura della solidarietà nel disperato tentativo di difendere la posizione lavorativa in cui ci si trova; ecco perché a quel punto si vota perché sia l’altro stabilimento a chiudere quando si ha, com’è successo negli ultimi anni, la lotteria. La grande impresa internazionale, infatti, quando ha problemi di taglio degli organici e di chiusura di stabilimenti apre una lotteria interna, un’asta in cui, ad esempio, dice “devo chiudere due stabilimenti e devo mandare via 5000 lavoratori, non so dove, ma voi fatemi delle offerte al ribasso e chi farà le offerte migliori sopravviverà, mentre gli altri no”; e così è poi effettivamente accaduto. Questo è oggi il lavoro in Europa.

Tutto ciò è stato permesso per via di interventi politici e di governo, alla faccia del neoliberismo. Si è costituito un doppio regime, uno per la libertà dei capitali e l’altro per i lavoratori cui è stato proibito per un certo periodo di tempo emigrare all’interno dell’Europa perché si temeva che “votassero con i piedi”, come dice Meardi. Cosa che è puntualmente avvenuta nell’est europeo, con la migrazione di massa appena sono state aperte le frontiere.

La legislazione nazionale di ogni paese è stata differente ma ha prodotto dei sostituti funzionali della stessa soluzione: depotenziare il contratto nazionale, possibilmente liquidarlo, a favore di soluzioni aziendali e magari anche individuali. In Italia non vi una legge siffatta ma l’articolo 8, del decreto legge 201, consente di derogare tutto, compresi i contratti e le leggi, e quindi arrivare al rapporto individuale non è difficile. Siamo di fronte ad una situazione in cui vi è un progetto politico per frammentare il mondo del lavoro.

Non se ne esce solo dichiarandolo c’è bisogno di prassi che superino gli elementi di divisione. Il sindacato può avere due fonti possibili di potere: una è quella di essere ammesso al gioco istituzionale, che è il gioco che si è giocato in Europa in tutta la fase neo-corporativa, l’altra è quella di avere il massimo di rappresentatività e legittimità da parte di coloro che si vuole rappresentare e costruire il proprio potere a partire da questo. In Italia si è giocata una partita sull’ammissione del sindacato nella stanza del potere, nel senso di diventare compartecipe di un processo di regolazione che originariamente aveva la nobiltà di pensare che fosse l’unico modo di potere difendere l’interesse del mondo del lavoro. Questa nobiltà originaria s’è persa per strada nel senso che di fronte a una dura verifica dei fatti, è evidente che quella strada non porta da nessuna parte. Se si sceglie la strada istituzionale allora, di fronte alla frammentazione sociale, una prima opzione è l’intervento dello Stato, che paradossalmente è il caso dell’Inghilterra di Tony Blair che tanto abbiamo disprezzato o della Francia dove non c’è più un potere negoziale contrattuale ma c’è uno Stato che, introducendo dei diritti individuali, consente al lavoratore di fronte alla pura pretesa di intervento dell’impresa di potersi tutelare. Oppure si ha il puro smantellamento, come in Spagna, in Grecia, in Italia, cioè la guerra di tutti contro tutti, il modello anglosassone.

L’Italia è un paese cattolico e la Chiesa sta benedicendo questa operazione, il vescovo di Bologna ha appena fatto un intervento a favore della supplenza basata sulla carità e la disponibilità dei cittadini alla riduzione dello stato sociale. L’’unica possibilità che resta è il ricorso di nuovo alla costruzione del rapporto di rappresentanza sociale come radice di un potere politico e sociale.

Non è vero che mentre il processo di ristrutturazione e le istituzioni giocano questo gioco al massacro, dall’altra parte ci sarebbe una struttura della società civile sana che reagisce all’assalto ricostruendo dei meccanismi di solidarietà in modo naturale, di vicinato, di comunanza.

La ricostruzione della soggettività non avviene per via naturale, se non ci sono degli interventi materiali che intervengono su questo. Gli interventi materiali sono in primo luogo la riassunzione del punto di vista di quelle persone: se non c’è questa mossa iniziale della ricostruzione di un rapporto di rappresentanza e di fiducia nel rapporto con la gente, non può accadere nulla. Di qui la rilevanza che la Fiom attribuisce al problema della democrazia sindacale. Non è solo un problema di fare in conti con il gruppo dirigente, perché se questo fosse il problema sarebbe un problema interessante per i leader del sindacato ma forse non di così drammatico interesse della stragrande maggioranza delle persone sottoposte a quel frullatore sociale che tentavo di descrivere.

Oggi l’assunzione del rapporto con la gente significa che non si può che essere per una fase più o meno lunga puramente all’opposizione. Essere puramente all’opposizione non significa essere solo reattivi e difensivi. Vuol dire che non si accettano le compatibilità che oggi sono presentate, perché altrimenti si entra immediatamente in un’altra storia. Non essere puramente reattivi e difensivi vuol dire anche tentare di conquistare un’egemonia sociale. I fenomeni sociali prima descritti non producono solo la distruzione dell’antica classe operaia; ho usato apposta l’espressione antica classe operaia, ma di tutto il mondo del lavoro dipendente, compreso il mondo che apparentemente non è di lavoro dipendente. Il punto è che uno dei processi sociali che sta avvenendo in tutto l’occidente capitalistico, l’oriente è in una situazione differente, è il processo di progressiva proletarizzazione e liquidazione della classe della piccola e media borghesia, che è, come si diceva con alcuni, è sempre un fenomeno pericoloso perché prelude normalmente a delle rivolte ma spesso di destra. Riaprire la discussione, come veniva proposto questa mattina, sulle ragioni di cosa sia da produrre, quali sono i bisogni a cui si deve dar risposta, riaprire una discussione di questo genere in un momento come questo può anche rappresentare un tentativo di fornire a una parte della società, che viene progressivamente proletarizzata, degli elementi di risposta. Sul problema della disoccupazione, infine occorre molta precisione. Oggi non è più come nel passato, dove i protagonisti del mondo del lavoro regolare avevano interesse a ridurre l’area di quello nero e illegale, visto come un free raider. Nel corso di questi decenni, è accaduto che l’ultimo livello di illegalità lavorativa è direttamente funzionale e direttamente integrato nel processo di valorizzazione di quella specifica catena lavorativa. L’illegale fa parte del processo. Quelli che credono che sia uno scontro tra i garantiti e i non garantiti nascondono, diciamo, un pezzo della verità. Essendo la struttura perfettamente integrata, il problema è che o si smonta la logica del meccanismo, oppure non si è mai garantiti da nessuna parte, perché la garanzia dura un attimo, come dimostrano il fatto che anche nel centro Europa, molto degli accordi recenti che garantivano l’occupazione a distanza di anni, sono messi in discussione e cancellati, perché appena nasce il problema vengono cancellati. L’idea è che esista oggi la possibilità di costruire, nel pieno della crisi, sistemi di ancoraggio e che questi ancoraggi rappresenterebbero i garantiti e i salvati contro i sommersi, oggi è irrealistica. Per questa ragione credo che si debba anche partire dalla considerazione che un atteggiamento oggi radicale sorretto non da un atteggiamento puramente difensivo ma da un atteggiamento di contestazione del progetto, sia un modo tutto sommato ragionevole di rispondere alla situazione e che, e ha ragione chi dice che può darsi che un atteggiamento così porti a dei risultati modesti nell’immediato, dei piccoli spostamenti della situazione, ma oggi ognuno di quei piccoli spostamenti della situazione, nel momento in cui inverte il processo e ricostruisce degli elementi di solidarietà, è di per sé un elemento non assorbibile nel processo, cioè di per sé costituisce un’alternativa.

Si sostiene, come ad esempio dice Bronzini che l’Europa sociale esiste attraverso la definizione dei diritti di cittadinanza previsti dai trattati. Per rendere chiaro il mio punto di vista su questa tesi recupero un concetto di Marshall che appartiene alla tradizione culturale europea.

Secondo Marshall ci sono tre tipi di diritti che sono i diritti politici, i diritti civili e i diritti sociali; essi hanno percorsi storici tra di loro autonomi, non è neanche vero che siano in una successione logica e storica precisa. In una società capitalistica in cui c’è uno squilibrio di potere ineliminabile tra il potere di chi ha in mano il controllo dei processi economici e produttivi e il singolo lavoratore, tale squilibrio non può essere risolto per via individuale.

Questo è un passaggio chiave della cultura europea senza il quale noi torniamo al pensiero liberale puro, il pensiero liberale dell’800, non il pensiero liberale dell’900 che assimila questo problema.

Si possono quindi avere i diritti civili e i diritti politici come diritti individuali del cittadino, ma quando si arriva ai diritti sociali, quei diritti per i quali gli esseri umani non siano costretti a dipendere in modo passivo dall’andamento dei cicli economici della società, allora una garanzia individuale non esiste e quindi ci vuole un nuovo concetto di diritto.

Bisogna introdurre un concetto di diritto radicalmente nuovo, rivoluzionario che è il diritto del lavoro. Un diritto, cioè, basato sulla costruzione di diritti esigibili in forma collettiva.

Nel momento in cui inizia la rivoluzione neoliberista in Europa, a partire dalla Thatcher, c’è una pianificazione deliberata, come racconta Harvey, (L’enigma del capitale) citando uno dei consiglieri fondamentali della Thatcher, di liquidazione del diritto del lavoro, la sua trasformazione cioè in diritto individuale.

Non a caso, secondo Meardi, un ricercatore che ha studiato tutta l’Europa dell’Est, nel passaggio di quei paesi all’Europa a 27, uno degli effetti positivi è stato l’aumento dei diritti civili ma i diritti sociali sono diminuiti.

A livello europeo vi è stata una prevalenza di un pensiero liberale moderno, che fissa dei diritti individuali civili più avanzati; questo è indubbio.

Può il problema del lavoro essere ricondotto a un’estensione di questi diritti individuali? Questo è il problema.

Chi sostiene tesi come quella di Bronzini ritiene che fissando i diritti del cittadino europeo, lo si garantisce in tutte le sfere della sua vita, quella privata, quella politica e quella del lavoro. Se questo non è vero, se non è possibile fissare attraverso una normazione individuale una tutela effettiva del cittadino come lavoratore, allora abbiamo bisogno di qualcosa che possiamo chiamarlo come vogliamo, a me piace il termine coalizione, che consenta di uscire dalle secche dal pensiero liberale.

Significa necessariamente recuperare quello che hanno fatto tra 800 e 900? Si possono scegliere nuove strade ma devono fare i conti col fatto che si costruisca un potere collettivo che permetta di riequilibrare i rapporti. A quel momento si possono normare i nuovi rapporti di potere anche con norme legislative.

Non è un caso che la possibilità principale di tale normazione sia costituita dalle norme costituzionali e non è un caso che vogliano cambiare la costituzione.

Allora perché attribuisco tanta importanza a questa questione? Penso vada spiegato perché mi rendo conto che uno che oggi ha 30 anni è diventato persona consapevole senza mai uscire dal pensiero neoliberale, è diventato adulto dentro ad un pensiero neoliberale ed è cresciuto solo dentro ad un messaggio che è sistematicamente fondato sulla individualizzazione di tutti i rapporti.

Non sto facendo un discorso cattolico che dice che ci vuole l’empatia verso chi soffre, sostengo che questo messaggio non corrisponde al dato di realtà. Noi viviamo nel più grande processo di socializzazione dell’attività umana che la storia abbia mai prodotto.

Nessuno di noi può muovere più uno spillo se non in relazione con un ambiente socializzato, la rete ad esempio. Allora, nel momento in cui noi abbiamo il livello più basso possibile di un individualismo ottocentesco e siamo totalmente socializzati, in alcuni casi anche in modo pericoloso per la nostra libertà individuale, ci viene detto che noi siamo degli individui che ci tuteliamo singolarmente! E’ una contraddizione palese coi dati di realtà non con un pensiero moralisticheggiante.

Il problema delle nuove generazioni, lo risolveranno loro, ma devono fare i conti con questo dato.

In questo vivere in un ambiente che ha un livello di socializzazione estremo ci sono delle grandi potenzialità ma che non possono essere perseguite individualmente.

Non ha importanza su come volete chiamare la modalità per fare i conti con questo nuovo livello di socialità, ma non può che essere una forma di organizzazione di questa socialità. Al dato oggettivo deve corrispondere un dato soggettivo in cui gli esseri umani si riappropriano di questa socialità per loro.

Per non essere frainteso considero la costruzione giuridica importante perché quando devo scegliere tra autoritarismo e pensiero liberale scelgo il pensiero liberale, scelgo le garanzie della tutela del pensiero liberale e, guardate, le scelgo anche nel sindacato.

Quando come si fece per l’articolo 19 dello Statuto un referendum per rafforzare le organizzazioni a dispetto dei lavoratori, io scelgo di difendere il diritto dei lavoratori contro quello delle organizzazioni.

Devo però essere altresì consapevole che per quella via non risolvo il problema di come fare i conti con questo nuovo mondo dal punto di vista di un lavoratore o di una lavoratrice.

Capisco che parlare di unificazione della classe operaia è un modo di parlare tra l’800 e il 900, benissimo, cancelliamolo.

La costruzione del fatto che chi lavora oggi, in qualunque lavoro, si trovi in una rete di relazioni di cui lui è vittima e non è agente e vogliamo trasformarlo in un agente, questo non è un linguaggio ottocentesco ma un problema dell’oggi. Si può fare questo solo per via istituzionale?

No, perché ci vuole un rapporto di fiducia di rappresentanza che può essere garantito solo dal fatto che quelli che si pretende di rappresentare siano davvero rappresentati. In altre parole il rappresentante sia effettivamente un loro agente, anzi penso che in qualche misura ci sia una forma di auto rappresentanza sempre più ampia; si deve cioè ridurre il numero dei rappresentanti a favore dell’autorganizzazione degli agenti.

Questo è il passaggio che bisogna fare. Per fare un passaggio di questo genere, io credo che Casarini – per esempio su un tema come quello del salario – abbia fatto un ragionamento assolutamente, dal mio punto di vista, corretto. Io adopero le mie categorie novecentesche e dico: “Oggi noi siamo di fronte al problema classico che Marx descriveva – scusate il linguaggio ottocentesco – dell’esercito industriale di riserva”.

Che cos’è un esercito industriale di riserva?

Dice Marx: “E’ la costruzione deliberata di un sovrappiù di forza lavoro che serve a deprimere complessivamente il valore della forza lavoro”.

Non è esattamente quello che sta succedendo? Questo esercito industriale di riserva è composto in larga misura di giovani e di donne; il problema è che fare?

La prima cosa è ridurre il numero dei membri dell’esercito industriale di riserva e quindi c’è bisogno di misure a favore dell’occupazione. La norma costituzionale dice che il lavoro è un diritto il che però vuol solo dire che avresti diritto di poter lavorare; tale diritto non è esigibile come un diritto individuale.

La seconda cosa è che nel momento in cui non si riesce a dare a tutti un lavoro, sono necessarie delle forme di solidarietà sociale che tutelino quelli che sono fuori ma, come dicono Casarini, esse fanno parte del calcolo del monte salari complessivo.

Ciò non significa teorizzare che si può semplicemente decidere come progetto di vita di lavorare o non lavorare.

Keynes in uno scritto famoso sul futuro e sui nostri pronipoti sosteneva che il fatto che gli esseri umani vivano nella dipendenza e nel bisogno, non è dato per sempre nella storia. Keynes pensava che sarebbero stati necessari cent’anni per liberarci di queste dipendenze, allora si sarebbe lavorato come si lavora in una sorta di servizio sociale dove tutti devono fare qualcosa per poter far sì che la società funzioni..

Io credo che quello che diceva Keynes sia vero; già oggi, se una società fosse una società più equa noi potremmo dare una risposta molto più elevata di quello che si pensi oggi a quasi tutti i problemi esistenti nel mondo perché, come quasi sempre è capitato nelle crisi capitalistica, noi viviamo in una crisi capitalistica dove c’è la miseria nel pieno dell’abbondanza.

Questa è la caratteristica della crisi capitalistica: la miseria nel pieno dell’abbondanza.

Allora, la coalizione, o come volete chiamarla, è un’operazione che richiede una rifondazione del sindacato, una sua nuova vitalità, la capacità cioè di misurarsi con la condizione di larga parte dell’umanità che si trova al centro di una socializzazione delle attività essendone “agiti” e non “agenti”.

Parlo di una larga parte dell’umanità perché questa condizione non riguarda solo il lavoro dipendente ma anche quelle che oggi si consideravano professioni liberali. In Italia siamo ancora agli esordi, ed è uno dei compiti che si è posto il governo Monti, ma in quasi tutti i paesi industriali, vi è la sussunzione di tutte le attività professionali come l’avvocato, il medico eccetera, al modello capitalistico.

Parlare quindi di una nuova coalizione sociale significa praticamente abbracciare una fetta amplissima della società perché il processo capitalistico trasforma in attività capitalistiche quasi tutta l’attività sociale, in un modo crescente, in uno schema di riproduzione allargato di se stesso e allora non si capisce perché noi dovremmo limitarci.

 

Category: Osservatorio Europa

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About Francesco Garibaldo: Francesco Garibaldo (1944) si è 
laureato in Scienze Politiche, Indirizzo Sociologico, all'Università degli Studi di Bologna, con una tesi dal titolo «Dall'automazione di Detroit all'automazione flessibile. Verso quale organizzazione del lavoro?». Dal 1972 al 1991 ha ricoperto incarichi di direzione nel sindacato dei lavoratori metalmeccanici aderente alla Cgil (Fiom), tra cui quello di segretario generale della Fiom della Regione Emilia-Romagna. Nello stesso periodo ha affiancato all'attività di dirigente sindacale quella di ricerca sui temi di sociologia quale l'analisi della struttura produttiva, dell'organizzazione del lavoro e dell'innovazione tecnologica. Dal 1992 al maggio 1998 è stato direttore dell’Ires nazionale, istituto di ricerca della Cgil. È stato membro del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (Cnel) per la consigliatura 1995-2000, sino al maggio 1998, e lo é stato nella precedente consigliatura. Dal maggio 1998 a marzo 2008 è stato direttore dell’IPL Fondazione Istituto per il Lavoro, creata dalla Regione Emilia-Romagna, a Bologna. Da aprile 2008 è uno dei tre liquidatori dell’IPL. Dal 1999 al giugno 2008 è stato direttore della rete Regional and Local Development for Work and Labour (RLDWL) di cui è, dopo il 7° congresso, svoltosi a Pechino, presidente. Con il 6° Congresso il compito di garantire la continuità della rete è passato al Crises di Montreal (Canada) e il Prof. Dr. Denis Harrisson è il nuovo direttore. È stato membro della commissione nazionale d’indagine sul lavoro costituita presso il Cnel tra il 2007 e il 2009. Nel semestre invernale 2009-2010 ha svolto i seguenti seminari alla Università Cattolica di Eichstätt- Ingolstadt: Industrial relations and work organization e Group work in the automotive industry.

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