Anna Maria Merlo: Francia in treno verso il voto

| 29 Marzo 2017 | Comments (0)

 

Diffondiamo da ilmanifesto. it del 28 marzo 2017

Rer B, rete express regionale. È la seconda per numero di utenti (dopo la Rer A): una media di quasi un milione di persone al giorno salgono e scendono negli 80 chilometri della linea aperta dalle 5 del mattino all’una di notte, un po’ più di un’ora di tragitto per i treni più rapidi, una cinquantina di convogli circolano contemporaneamente nelle ore di punta. La Rer B attraversa la regione parigina da nord-est fino al sud-ovest, passando per il centro della capitale, con 47 stazioni.

Un viaggio su questa linea, che parte dall’aeroporto di Roissy-Charles-de-Gaulle, equivale a un percorso che concentra praticamente tutte le diversità della Francia, attraversa a nord il dipartimento della Seine-Saint-Denis, tra i più poveri del paese con il tasso di disoccupazione più alto di tutta la regione Ile-de-France, con una forte presenza di popolazione di origine immigrata, mentre a sud arriva a Robinson, periferia della classe media bianca, e a Saint-Rémy-lès-Chévreuse, una cittadina semi-rurale di 8mila abitanti, porta d’entrata del parco naturale della Vallée de la Chevreuse. Tanti luoghi, che progressivamente sembrano chiudersi su se stessi, dove ognuno vive con i propri simili, con una certa paura dell’altro. La frammentazione del paese appare in questo breve viaggio, principale illustrazione della crisi politica che sta vivendo la Francia, malgrado gli enormi sforzi e le tante iniziative sociali e culturali delle associazioni di base (a volte anche degli enti locali e delle istituzioni pubbliche, che però sembrano attraversare una fase di stanca, tra tagli ai finanziamenti e scoraggiamento generale).

 

1. Aulnay-sous-bois, l’estrema tensione tra giovani e polizia

Vicino alla stazione, cominciano le casette unifamiliari, che rappresentano il 44% delle abitazioni del comune e occupano la zona sud, sul bordo del canale dell’Ourcq. Siamo a Aulnay-sous-Bois, a una ventina di chilometri dal centro di Parigi. Sullo sfondo si innalzano i quartieri delle grandi case popolari, verso nord, l’11% dell’habitat. Si è molto parlato di Aulnay nell’ultimo mese, dopo le violenze della polizia di cui è stato vittima Théo, un giovane della cittadina. Qui, terzo comune della Seine-Saint-Denis, il dipartimento 93, 85mila abitanti, nel 2012 il 62% aveva votato per Hollande. Ma già alle regionali del 2015 l’astensione era stata del 65%. Aulnay ha ormai un sindaco di destra, Bruno Beschizza, un ex poliziotto. Come Le Blanc-Mesnil o Saint-Ouen, altri comuni non lontani dell’ormai ex cintura rossa parigina. «C’è una grande delusione, un forte sentimento di tradimento», spiega Oussouf Siby, del Partito socialista locale, che cerca malgrado tutto di fare campagna elettorale. «La gente ci dice: ci avevano promesso il voto per gli stranieri, invece abbiamo avuto la minaccia della privazione di nazionalità», proposta da Hollande come reazione agli attentati, «il nostro elettorato se ne è andato, chi ha bassi salari, gli operai, votano Fronte nazionale, senza complessi».

I quartieri delle case popolari di Aulnay non si sono ripresi dalla chiusura della fabbrica Psa, nel 2013: qui hanno lavorato fino a 5mila operai, con una produzione che è arrivava a 400mila auto al giorno. Ora parte dei terreni della Citroen sono stati venduti per la costruzione della futura metro circolare della Grande Parigi, la linea 15, che promette sviluppo, investimenti immobiliari, modernità e solleva gli animi della zona delle villette, che spera in una ripresa. Ma per il momento, la zona popolare, il quartiere dei «3000» della Rose des Vents costruito in fretta alla fine degli anni ’60 per alloggiare gli operai Psa, sente l’abbandono. Nel centro commerciale Le Galion, non lontano, i negozi hanno ormai quasi tutti le saracinesche chiuse, perché l’edificio è destinato a essere distrutto, come altri prima, l’abbattimento delle grandi costruzioni degradate è iniziato nel 2005. Alla Citroen di Aulnay il 78% degli operai era di origine immigrata. È qui che è iniziato, già negli anni ’80, il progressivo scivolamento del linguaggio, con la sostituzione del termine «musulmano» a quello di «immigrato». È stata alimentata la voce che Psa avesse scelto di chiudere il sito di Aulnay proprio a causa dell’eccessiva pressione dell’islam dentro la fabbrica. Prima del 2014, a Aulnay c’erano ancora sette uffici di servizi sociali nei quartieri popolari. Oggi ne resta solo uno. «Siamo un laboratorio del lavoro sociale low cost», riassume Boualed Hamadache del sindacato Sud, «hanno fatto la scommessa folle che non ci sarà un’esplosione sociale». Ma la rabbia è venuta fuori con la tragedia di Théo di fronte al sentimento dell’impunità della polizia. Più di dieci anni dopo la morte di Zyed e Bouna a Clichy-sous-bois e la rivolta delle banlieues che aveva fatto seguito, per gli abitanti «non è cambiato nulla». Anzi. Con Sarkozy è stata abolita la polizia di prossimità, le relazioni con gli agenti, ormai dei «Robocop» armati e estranei alla vita dei quartieri, sono molto peggiorate, mentre la popolazione, soprattutto la più debole, subisce i guasti dello spaccio e dei vari «traffici» illeciti, che prosperano. «Se le autorità rifiutano qualsiasi riflessione sulle disparità territoriali, andiamo a sbattere» riassume una professoressa di un liceo di una cittadina non lontana, Sevran, dove di recente ci sono stati gravi incidenti, un commando è entrato nella scuola terrorizzando tutti.

Tra i giovani (meno di 24 anni), a Aulnay la disoccupazione arriva al 36%, ma solo a poca distanza, la media complessiva scende all’11%, grazie alla presenza dell’aeroporto di Roissy, a 5 chilometri. A Aulnay resta anche un centro de L’Oréal. Ma la cittadina vive separandosi in zone sempre più estranee tra loro, tra quartieri di villette e grandi insiemi popolari, che si guardano con paura e sospetto.

 

2. La Courneuve – Aubervilliers, il dramma della casa

La Courneuve e Aubervilliers, le due cittadine servite dalla fermata dell’Rer B (ma in questa zona arrivano anche i terminali di alcune linee del métro, 7, 12, 13), sono limitrofe ai quartieri popolari di Parigi 18, 19. Aubervilliers dal ’45 ha sempre avuto un sindaco del Partito comunista (salvo una breve pausa nel 2008, con la vittoria di un socialista). Su 80mila abitanti, il 40% sono immigrati, la più alta percentuale della Seine-Sant-Denis, tra i giovani i tre quarti sono o stranieri o di origine immigrata. Nelle vie del centro, le macellerie hallal hanno ormai soppiantato quasi del tutto i vecchi traiteurs, molti negozi alimentari sono cinesi, grazie all’ultima ondata di immigrazione. La cittadina, vecchia periferia popolare, artigianale e industriale, è un’area oggi dominata dalle cités, cioè grandi insiemi di case popolari, costruite a partire dalla fine degli anni ’50, che rappresentano il 40% delle abitazioni del comune.

Aubervilliers è rimasta povera, è la più povera del dipartimento 93, con un reddito medio annuo intorno ai 10.600 euro, l’occupazione industriale è crollata, ormai il 77% sono impieghi nei servizi, e la disoccupazione è molto più alta della media francese. Il comune non ha i soldi per intervenire sull’habitat e, con il passare degli anni, le costruzioni si sono degradate. Oggi, il 40% delle case del centro sono in rovina. E c’è chi ne approfitta. Negli anni ’70 c’era stato qui un primo caso di 5 africani morti per asfissia in una baracca. Oggi, stanze fatiscenti continuano a essere affittate a prezzi d’oro – 250-400 euro al mese – a dei sans papiers. L’amministrazione e la giustizia non riescono a reprimere questo traffico, che pare sia molto redditizio, con investimenti che rendono intorno al 20% l’anno. «L’habitat insalubre uccide, nella nostra città in 15 anni abbiamo deplorato la morte di 26 persone, vittime di incendi o d’asfissia in palazzi vetusti», spiega Stéphane Peu, assessore al comune. L’Agenzia nazionale dell’habitat dedica per tutta la Francia solo più 126 milioni di euro l’anno per rinnovare le case, non più di 10mila alloggi l’anno. Aubervilliers ha solo le briciole. A Parigi, città ricca, il comune compra i palazzi degradati e li rinnova, quasi 50mila alloggi rifatti in dieci anni. Ma questo sistema ha effetti perversi a Aubervilliers, dove vengono a rifugiarsi i più poveri, preda dei mercanti di sonno. La Fondation Abbé Pierre denuncia che in Francia ci sono circa 4 milioni di persone mal alloggiate e questo numero «è in crescita», malgrado gli sforzi e le promesse – molte non mantenute – della presidenza Hollande.

La stazione dell’Rer B serve anche La Courneuve, altro comune dove resiste la «cintura rossa». Vicino alla fermata c’è la Cité des 4000, dove Godard nel ’67 ha girato Deux ou trois choses que je sais d’elle («Due o tre cose che so di lei») ed è qui che nel 2005 Sarkozy, allora ministro degli Interni, aveva urlato agli abitanti: «La feccia sparirà, ve lo prometto». Dagli anni ’80 questa Cité è in via di rinnovamento, con alcune barre di alloggi già distrutte.

La fermata dopo dell’Rer B è quella della Plaine Stade de France. Attorno al nuovo stadio c’è stato un enorme rinnovamento urbano. Belle architetture, uffici, alloggi famigliari destinati alla classe media, c’è stata una grande operazione che ha cambiato il volto di quest’area, un tempo molto degradata e dominata dai mercanti di sonno.

A Aubervilliers, dove già ci sono atelier d’artisti (Thomas Hirschhorn, per esempio), è stato promesso un futuro analogo, qui dovrebbero insediarsi persino degli uffici del ministero degli Esteri, mentre c’è già, al campus Condorcet, la nuova sede dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e una sede della Sorbona.

 

3. Gare du Nord, i rifugiati

Gare du Nord è la prima fermata a Parigi, in una delle stazioni più grandi d’Europa, dove partono i treni veloci per Londra e Bruxelles-Amsterdam. Appena fuori, è un punto di incontro dei rifugiati. Molti venuti da Calais, dopo lo smantellamento del campo. Non lontano, su un terreno delle ferrovie il comune ha aperto un hangar sul Boulevard Ney, la «bulle», per ospitare in modo transitorio e decente i rifugiati che arrivano a Parigi e indirizzarli verso i centri di accoglienza. Ma la struttura è subito stata travolta dalla domanda in crescita. A due passi, a Porte La Chapelle, sotto il métro aereo, si sono riformati gli accampamenti. Il comune non ha trovato di meglio che occupare il posto con dei grandi massi di pietra. Un lavoratore della pietra si indigna: «Sovente leggiamo che il nostro mestiere è finito, che non ci sono più soldi per il restauro del patrimonio architettonico, che non ci sono più blocchi da scolpire. È in parte vero, ma il comune ne ha trovati molti di blocchi, delle belle pietre dell’Oise, messe lì per impedire ai rifugiati di riposarsi. Messe lì come pietre tombali senza nome, in memoria di questi uomini donne bambini senza sepoltura nel fondo del Mediterraneo. È un atto indegno dei valori di fraternità universale che contano per la nostra professione. Le pietre sono fatte per costruire ponti, non muri». Questo messaggio è stato pubblicato sulle reti sociali, per rivolgersi agli «amici/amiche della pietra», con la proposta di venire a Porte La Chapelle a incidere i nomi dei migranti sui blocchi di calcare, per creare «un monumento commemorativo per tutti i migranti morti sulle strade e nelle acque dell’Unione europea».

Il comune, intanto, sta sostituendo le panchine della stazione Stalingrad, sempre lì vicino, con sedili che impediscono di sdraiarsi, per evitare i bivacchi. La Francia, che si era impegnata con l’Ue ad accogliere 19.700 rifugiati arrivati in Grecia e in Italia, per il momento ne ha «rilocalizzati» solo 2.758. La questione dei minorenni di Calais che vogliono andare in Gran Bretagna è a un punto morto, visto che Londra non fa avanzare le pratiche e li rifiuta. Le espulsioni sono in aumento, per coloro a cui è stato rifiutato il diritto d’asilo e che sono passati per nuovi centri di accoglienza specifici, aperti un po’ in tutto il paese: stando ai dati della prima metà del 2016, in nome della direttiva Dublino III, la Francia ha rinviato ai paesi di prima entrata più di 11mila persone, una cifra in netto aumento rispetto al passato.

 

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Category: Osservatorio Europa

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About Anna Maria Merlo: Anna Maria Merlo-Poli (laurea in filosofia e dottorato in storia dell'economia) è corrispondente de "Il Manifesto" in Francia dall 1988. Ha collaborato a lungo per "Il Messagero" e ora è anche corrispondente de "Il Giornale dell'Arte". Ha pubblicato, con Antonio Sciotto, "La rivoluzione precaria" (Ediesse, 2006).

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