Tiziano Rinaldini: La deriva autoritaria ed il problema della dimensione sindacale

| 21 Giugno 2013 | Comments (1)

 


Pubblichiamo questo testo di  Tiziano Rinaldini in uscita il 1 luglio 2013 in Alternative per il socialismo

 

E’ tutt’altro che infondata la percezione che il sindacato sia schiacciato in un ruolo di fatto di accompagnamento nell’affermarsi di dinamiche sociali, economiche e politiche sempre più finalizzate a strutturare in senso autoritario il dominio conquistato dal capitale sul lavoro negli ultimi decenni e caratterizzato da processi di sempre più estesa mercificazione dei vari aspetti della nostra vita.

Questa tendenza, dopo le vicende elettorali, politiche e istituzionali, può persino rafforzarsi anche in questa fase. La pur interessante destabilizzazione che si era determinata con i risultati delle elezioni politiche viene affrontata sul piano politico e istituzionale con sviluppi che ne tentano rapidamente un recupero, con una accelerazione di sbocchi autoritari sui vari terreni.

I poteri e le organizzazioni ai diversi livelli possono in questo essere favoriti dal sentirsi svincolati da una pressione ravvicinata e diretta di cittadini e lavoratori, che, quando riemergono come soggetti attivi, riemergono su specifiche situazioni nel territorio (o anche, ad esempio, nell’azienda in cui operano), mentre paiono accentuare passività e distanza sul piano generale come esito della fondata sensazione di impotenza.

Non credo porti lontano una lettura della situazione con cui ci misuriamo che si limiti ad una dimensione tutta incentrata sul soggettivismo politico, senza cogliere cause fondamentali e strutturali non aggirabili con atti volontaristici. Così facendo, ci si predisporrebbe a giustificare posizionamenti e scelte di adattamento di fatto subalterno (in nome del “meno peggio”) o di consolazione dentro uno sterile isolamento con le proprie presunte ragioni naturalmente frustrate.

Nello specifico, la dimensione sindacale si muove in una realtà del mondo del lavoro (cioè uomini e donne, gli insostituibili soggetti/protagonisti per qualsiasi percorso di alternativa) che sta subendo le conseguenze di una drastica accelerazione che determina pesanti negativi effetti sulla condizione di lavoro e la possibilità di reagire.

Basti qui richiamare la drammatica crisi occupazionale, l’indebolimento qualitativo e quantitativo delle coperture sociali, il possibile crollo irreversibile dell’industria manifatturiera, con un cosiddetto terziario sempre più generico e indistinto, in gran parte privo di reale qualificazione (e anche non marginalmente connesso con attività in tutto o in parte relative alla economia illegale).

Ne risulta, nel senso comune, una diffusa percezione di grande insicurezza accompagnata ad una non infondata sensazione di non essere nelle condizioni di porvi rimedio se non affidandosi a improbabili strategie individuali o di difesa di gruppo a prescindere dagli altri.

Tutto ciò si colloca in un quadro di avvenuta devastazione sul piano sia legislativo che contrattuale che agli uomini e alle donne di fronte al lavoro (quando lavorano e quando lo cercano) rende arduo tentare (insieme fra di loro) una pratica autonoma e critica nei confronti delle condizioni a cui si chiede di sottostare. Ne consegue una sorta di impotenza che comprensibilmente spinge a rendersi disponibili per qualsiasi condizione, con scarsa resistenza verso la pretesa di adesione acritica e subalterna all’attività imprenditoriale dentro la quale si opera o si cerca di entrare.

Alla distratta cultura politica ( e non solo) italiana è il caso di ricordare almeno alcuni connotati di fondo.

Sul piano legislativo sono stati eliminati tutti i principali vincoli che rappresentano l’affermazione di un interesse generale e unificato dei lavoratori e delle lavoratrici nei confronti dell’arbitrio del comando economico (cioè del capitale).

Manomissione dell’art.18; apertura totale alla possibilità delle più svariate forme di lavoro precario (ora persino senza i leggeri condizionamenti introdotti dalla Fornero); legislazione sul piano fiscale che discrimina le quote salariali derivanti dai contratti nazionali e percepite da tutti i lavoratori, e premia invece quote aziendali del tutto variabili (ora ci sono domani non più) legate all’aumento delle ore di lavoro quando sono comandate dall’impresa e calcolate sul risultato di meccanismi attraverso cui l’impresa misura il conseguimento di obiettivi da lei stessa definiti; una legislazione inoltre che premia scelte aziendalistiche di copertura sociale, a fronte della caduta delle coperture universalistiche dello stato sociale.

Al culmine di questa devastazione del diritto del lavoro e di uso extra costituzionale del fisco per spostare a livello aziendalistico le aspettative del lavoratore si colloca inoltre l’art.8 della legge Sacconi con cui si rende praticabile per le aziende la possibilità di scegliere di volta in volta sindacati di comodo, di considerare valido ciò che viene sottoscritto anche quando deroghi dalle leggi, ignorando contratti nazionali o sistemi generali di relazioni industriali.

Sul piano poi contrattuale e pattizio, attraverso la pratica degli accordi separati ed il ricatto dell’unità delle organizzazioni al di fuori di un esercizio democratico sia interno alle organizzazioni sia nel rapporto con i lavoratori, si è determinata una situazione di sempre minore credibilità dello strumento del contratto nazionale come difesa vincolante a cui si possano riferire tutti i lavoratori.

In particolare nel corso degli ultimi 20 anni il salario contrattuale nazionale ha abbassato il suo valore reale e sono state peggiorate molte normative; sugli orari vincoli e limiti sono stati di molto allentati con estese flessibilità a disposizione del comando dell’impresa (ed anche in alcuni casi con un vero e proprio aumento dell’orario contrattuale normale di lavoro); sopratutto sono state rese praticabili (e praticate) deroghe peggiorative a livello aziendale su quasi tutto.

Ne deriva una sempre più radicale aziendalizzazione dello spazio in cui il lavoratore è costretto ad affrontare i suoi problemi.

Questi sono i connotati di fondo che si sono determinati (con una drastica accelerazione negli ultimi cinque anni) nell’equilibrio che precipita sul lavoro nell’intreccio tra la dimensione legislativa a quella contrattuale.

La evidente finalità a cui tutto questo mira ha avuto poi un percorso favorito da limiti molto importanti non affrontati in altre fasi anche quando i rapporti di forza erano ben diversi.

Basti citare la tutt’altro che efficace traduzione a livello sociale del tema dei diritti civili e di cittadinanza. Non è certo casuale che sia mancata una legislazione che affermasse il diritto dei lavoratori di vincolare al loro voto rappresentanza, piattaforme e accordi a partire del contratto nazionale, rendendo questo insieme la base delle relazioni sindacali e dell’unico processo unitario possibile in quanto democratico.

Se consideriamo quanto descritto, a me pare che risulti evidente capire quanta forza abbia la tendenza allo schiacciamento del sindacato e della dimensione sindacale nel senso prima dichiarato, tanto più nell’attuale fase. E’ impressionante osservare lo stravolgimento stesso che sta assumendo l’uso della parola “lavoro” per cui la necessità di lavoro viene isolata , separata e contrapposta a diritti e democrazia, e in questo senso usata da gran parte di opinionisti, intellettuali, politici e sindacalisti. Viene lasciato intendere che ciò è necessario perché i diritti e la democrazia vengono dopo, lasciando quindi ancora più soli gli uomini e le donne già per conto proprio spinti/costretti a cercare lavoro a prescindere.

Lo stesso obiettivo di sconfiggere l’austerity e determinare sviluppo viene assunto rinviando a dopo la qualità democratica dello sviluppo da ricercare. Difficile in questo quadro distinguere sinistra e destra se non precipitando in una dinamica tutta interna all’attuale modello di cosiddetta globalizzazione, identificandosi con questa o quella parte delle sue anime interne senza un’anima propria. Da questo punto di vista il disorientamento a “sinistra” è tale, dal non vedere neanche quale significato in questa fase viene ad assumere la parola d’ordine “lavoro è democrazia”, assunta dalle Confederazioni per la mobilitazione nazionale del 22 giugno.

Se questo è il quadro della realtà in cui oggi si trovano i lavoratori e le lavoratrici, giovani e anziani, occupati e disoccupati, precari e cosiddetti garantiti, non può certo sorprendere che nelle grandi organizzazioni storiche prevalga un istinto di sopravvivenza, che assolutizza il valore in sé dell’organizzazione stessa determinando una prevalente tendenza a cercare uno spazio di adattamento passivo, che quindi non metta in discussione i connotati fondamentali della realtà che si è venuta affermando.

Non basta denunciare la miopia di questa attitudine, anche per la effettiva difficoltà oggi esistente se si cerca di guardare lontano in modo positivo. Prevale la ricerca di qualche cura riferita al guardare vicino, difendersi dall’impotenza di fondo con tentativi di reciproco aiuto tra rappresentanze generali in crisi (sindacati e Confindustria) scambiando l’assuefazione all’impotenza con la copertura (bilaterale e sussidiaria rispetto allo stato) sul piano dei servizi sulla base delle conseguenze dell’arretramento dello stato sociale.

Questo assetto delle organizzazioni sindacali, nelle sue caratteristiche di fondo, non ritengo possa essere più di tanto disturbato dall’insorgenza in questa o quella realtà di pur significative situazioni di contraddizione come quelle su cui si caratterizza l’attività del sindacalismo autonomo. L’estraneità ad una credibile dimensione di sindacalismo confederale e generale può portare queste esperienze ad essere in realtà parte complementare dello stesso quadro generale.

D’altra parte, se è vero che il modello sociale ed economico che si è andato affermando è quello americano (peraltro a sua volta degradato) anche queste contraddizioni ne fanno storicamente parte.

Da questo punto di vista è in parte meno comprensibile la passività con cui la CGIL (per le apparenti potenzialità derivanti dalla sua natura e storia) ha subito e subisce la tendenza in atto; sta in questo una sua maggiore responsabilità.

Appare quindi straordinaria la capacità che ha avuto la FIOM di contraddire esplicitamente e di tenere aperto dall’interno del movimento sindacale il problema di un futuro che sappia confermarne la natura contrattuale e di strumento per affermare un’idea di autonomia e unificazione degli uomini e delle donne a partire dal lavoro. E’ questo (unitamente al fatto che resta forte la sua pratica contrattuale e la ricerca, nonostante tutto, di sbocchi contrattuali) che dà un significato di particolare contrasto fuori dal quadro prevalente alle specifiche situazioni di lotta di cui la FIOM è parte promotrice.

Se la FIOM fosse riducibile ad una dimensione movimentista e di fatto scarsamente interessata allo sbocco contrattuale, il problema FIOM non ci sarebbe più e tutto sarebbe conforme al quadro tratteggiato.

Ovviamente non so se questo perdurerà o meglio per quanto potrà perdurare senza uno sviluppo coerente più generale sul piano politico, sindacale e culturale. Certamente però oggi ci consente di guardare ai problemi della dimensione sindacale senza che si possa considerare, almeno per questa fase conclusa e acquietata all’interno di una conclusiva subalternità.

Non a caso è la FIOM ed i suoi appuntamenti che di fatto finiscono per essere punto di riferimento nazionale per le varie realtà di movimento su specifiche questioni e anche per gran parte delle dinamiche politiche e culturali coinvolte sul problema del futuro della sinistra. In questa fase più che mai ciò appare di assoluto rilievo, in quanto è proprio nella dimensione sindacale il banco di prova di qualsiasi ripartenza della politica e per delineare un non occasionale futuro dei movimenti.

È su questo terreno che precipitano i nodi decisivi sui cui si decide se esiste la possibilità o meno di provare ad uscire da un vicolo cieco non solo per la dimensione sindacale, ma anche per quella politico istituzionale e dei movimenti, che possa tentare di contrastare efficacemente la accelerazione in corso della deriva autoritaria.

La natura del sindacato è geneticamente messa in discussione se il sindacato non può tentare di essere strumento affinché ognuno di noi con i propri bisogni e desideri si coalizzi solidalmente con gli altri per tradurli in vincoli a cui costringere l’economia capitalistica. Nel contempo, per quanto si pieghi all’esistente, il sindacato è una struttura intermedia esposta in permanenza ad un rapporto ravvicinato con lavoratori e lavoratrici e non può rendersi indipendente dalle conseguenze di questo rapporto.

Non è così per quanto riguarda altre strutture intermedie come le strutture politico partitiche (come dimostrano le stesse dinamiche in atto e sviluppatesi in questi anni). La crisi drammatica delle strutture intermedie e quindi di una democrazia che sia concepita e costruita per consentire e non per impedire l’esercizio democratico, passa necessariamente attraverso le risposte alla crisi della dimensione sindacale.

Per queste stesse ragioni è evidente che la centralità qui richiamata della dimensione sindacale oggi è da intendersi come l’opposto dell’idea di un’autosufficienza del sindacato e della sua azione o invece come un problema laterale della politica. Tanto meno è da intendersi come una scansione temporale per cui prima viene l’azione sindacale e poi l’azione politica o viceversa. Lo stesso linguaggio ereditato dalla tradizione rischia di confonderci.

Ciò che vogliamo qui affermare è che sulla dimensione sindacale (coalizione e contrattazione collettiva) e sulle caratteristiche della sua profonda crisi si situano i problemi di fondo della crisi democratica più generale, che ovviamente non rinviano né solo né prioritariamente alla pratica sindacale, ma coinvolgono contemporaneamente i vari livelli (senza primato dell’uno o dell’altro) su cui si produce la responsabilità di mettere in campo e di affermare una complessiva dialettica democratica che consenta di aprire strade al cambiamento, e non di retorica del cambiamento.

Sono consapevole che il passaggio (qui sei qui salti) è tutt’altro che scontato e molti dati della realtà inducono a metterne in discussione oggi la praticabilità. Non vedo però alternative, se non la rinuncia alla politica (vuoto che, come è noto, non è consentito, se non scontando che il vuoto verrà riempito da altro, come pure già avviene).

Le valutazioni qui espresse possiamo ancora meglio verificarle se proviamo ad approfondire i terreni su cui ci si presenta la crisi della dimensione sindacale e il rapporto con la crisi della democrazie e della politica. Vogliamo qui soffermarci su alcuni tra i più rilevanti, assumendo come paradigma a cui riferirsi il problema di rimettere in campo condizioni che aprano spazio ad una dialettica sociale democratica come condizione di partenza a cui ricondurre la stessa dialettica politica.

Per questa stessa ragione quindi assume valore e importanza non rinviabile ad altri tempi perseguire obiettivi che chiamino in causa, non ostacolino e favoriscano la possibilità che uomini e donne di fronte al lavoro si mettano insieme e affermino un loro punto di vista, autonomo da questa economia, irriducibile una volta per tutte all’unico comando generale dell’interessa capitalistico.

Senza o negando questo spazio, la democrazia non è apprezzabile dalla gran parte di uomini e donne e le stesse battaglie di difesa democratica e costituzionale che saranno più che mai necessarie in questa fase resterebbero senza corpo che le sostenga.

 

1. Il Sindacato e la crisi della democrazia e della rappresentanza

È ormai senso comune diffuso il riconoscimento della crisi della rappresentanza e della democrazia rappresentativa. Spesso il problema viene aggirato pensando di assumere la democrazia diretta come alternativa o, all’opposto facendo ricorso alla speranza di una risposta esterna fondata su un leader decisionista (una Thatcher di sinistra) con una organizzazione forte.

La dimensione sindacale ci aiuta a collocare il tema su un piano di realtà. Se da un lato rende del tutto illusorio pensare di poter fare senza la rappresentanza, dall’altro impone la ricerca di un nuovo equilibrio tra rappresentanza e democrazia diretta che nella costruzione delle rivendicazioni nella pratica contrattuale vincoli la rappresentanza a forme di democrazia diretta ed esiga organizzazioni con vita interna democratica e partecipata.

Tutto ciò apre il problema della democrazia nelle e delle organizzazioni e della democrazia sociale con il nodo decisivo della relazione fra questi due livelli, come nodo senza sciogliere il quale la dimensione sindacale non è in grado di fare i conti con lo schiacciamento sull’esistente.

Sempre in questo ambito si pone il problema di rendere possibile ai lavoratori di contrastare la pressione che li porta a chiudersi in dimensioni aziendalistiche o comunque contrapposte a dimensioni universali di interesse comune dei lavoratori stessi.

Il contesto prima descritto, accelleratosi in questi anni, rende evidente la necessità di definire quale nuovo equilibrio sia da costruire tra dimensione legislativa e dimensione contrattuale che corrisponda ad una finalità politica sociale e democratica. La ricerca delle risposte su questo punto si riferisce alla costruzione legislativa di diritti di cittadinanza sociale nel lavoro come base non negoziabile, dotazione non scambiabile sul piano pattizio, valorizzando nel contempo e favorendo la difesa di una dimensione pattizia e contrattuale che affermi per l’insieme dei lavoratori tutti, o di questa o di quella categoria, il carattere vincolante di conquiste da cui non derogare sotto ricatto nella specifica situazione articolata (ad esempio aziendale).

Il quadro indicato da assumere è quindi una idea, un progetto della struttura delle relazioni sociali che punti ad una dialettica sociale democratica a partire dai rapporti tra capitale e lavoro. È più che mai in questa fase il connotato da affermare per contrastare l’attuale situazione, nella consapevolezza che ciò è indispensabile per tentare credibilmente di rendere possibile una modifica degli attuali rapporti di forza, mentre a me pare di scarso interesse pensare che tutto vada lasciato a ciò che si determina o determinerà in relazione a contingenti rapporti di forza .

È probabile che lo scenario descritto non si possa conquistare a breve, ma è la sua assunzione come obiettivo della propria azione che può aprire una prospettiva credibile sia per chi si muove sul piano sindacale che politico. È il riferimento che può consentire di valutare anche conquiste parziali a breve come apprezzabili, in quanto passaggi di un’azione che si proponga di affermare questo scenario.

Così come consente di averne chiari i limiti e di essere invece nettamente all’opposizione rispetto a scelte che vadano nel senso di stabilizzare e rendere sempre più autoritario e arbitrario il governo delle questioni politiche e sociali.

Proprio mentre sto scrivendo ho appreso dell’intesa tra Confindustria e Confederazioni sulle relazioni industriali. Il fatto merita una verifica del ragionamento precedente e mi conduce ad una prima riflessione e valutazione.

In primo luogo a me pare evidente che negli ultimi mesi anche in relazione alle vicende politiche è cresciuta nella Confindustria e nelle Confederazioni sindacali (nella stessa Cisl) la preoccupazione sulla ferita rimasta aperta, soprattutto grazie alla FIOM, sul piano della democrazia nel rapporto tra organizzazioni e lavoratori. Una ferita aperta mentre nel contempo tende ad accrescersi una vera e propria crisi di rappresentanza, che coinvolge pesantemente la stessa Confindustria.

Risiede in questo, unitamente alla capacità della FIOM di tenere dall’interno il coltello piantato nella ferita, la ragione per cui si è accelerata la ricerca di una regolazione pattizia, condivisa, (riferita alla contrattazione nazionale) con alcuni contenuti sorprendenti e imprevedibili sino ad alcuni mesi fa.

Nel ritenere che l’intesa possa costituire un passaggio positivo e importante, la valutazione discende dal considerare l’intesa prioritariamente rispetto al fatto che realizzi o meno un recupero di una contrattazione nazionale su cui i lavoratori e le lavoratrici siano in grado di intervenire, non assegnata arbitrariamente (come ora avviene) alle organizzazioni sindacali ed inoltre con la (praticata) possibilità di escludere quella organizzazione che non fosse in sintonia con le altre e la controparte.

In questo senso non mi pare difficile cogliere il significato di alcuni punti principali: la validità dei contratti nazionali “previa consultazione certificata dei lavoratori con maggioranza semplice del voto”; la composizione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie sulla base dei risultati delle elezioni e l’eliminazione della quota garantita paritariamente e arbitrariamente alle organizzazioni; la misura della rappresentanza sulla base della certificazione degli iscritti e del voto delle RSU.

Risalta particolarmente che per la prima volta le organizzazioni sindacali confederali e la Confindustria accettano che la validità del contratto nazionale richiede il voto dei lavoratori.

Nella situazione data, è evidente (per chi la conosce davvero) che sia la FIOM con le sue posizioni sulla democrazia sindacale (e altre parti del sindacato che le condividano), sia i lavoratori rispetto alla volontà di intervenire sulla contrattazione, si trovano in condizioni migliori per esercitare un loro ruolo.

E’ utile ricordare l’affermazione da cui è partita la svolta radicalmente democratica della FIOM: “mai più un accordo senza il consenso dei lavoratori”. Questa considerazione non vuole negare limiti tutt’altro che irrilevanti e fondati interrogativi sugli sviluppi che ne discenderanno. Semplicemente ritengo che è meglio affrontarli con questa intesa che senza.

I limiti sono evidenti, e non di poco conto, soprattutto se si tiene conto che essendo una dimensione pattizia, il suo sviluppo è molto esposto alla volontà delle parti che lo hanno sottoscritto e alle parti (categorie) a cui sono rinviate delicate scelte di applicazione. Da questo punto di vista un rilevante banco di prova sarà la contrattazione articolata, che tra l’altro risente di quanto stabilito in precedenti intese (a partire da quella del 1993).

Un altro tema si riferisce al problema di condizioni che rendano il sistema delle relazioni sindacali realmente aperto ad altre formazioni sindacali che siano rappresentative e non pregiudizialmente ostili a condividere le responsabilità inevitabili in qualsiasi sistema di relazioni da pattuire. In un recente articolo Nanni Alleva ha con precisione ed equilibrio ricostruito un quadro complessivo di valutazione e analisi dell’intesa che condivido e a cui rinvio.

In modo straordinario di particolare centrale rilievo sono i limiti che si aggiungono all’esterno dell’intesa derivanti dall’assetto legislativo che si è affermato e dai contenuti già descritti dei contratti nazionali di questi anni.

Il valore quindi di questa intesa cambia sostanzialmente se viene utilizzata per illudersi di tentare di chiudere così la questione democratica della dimensione sindacale (tra l’altro di interesse politico generale, non delegabile ad una sorta di autosufficienza nel definirla da parte delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali) o viceversa, come un passaggio che può essere utile e favorire il rilancio della iniziativa sulla democrazia sindacale come problema dirimente, sia nell’operare sul piano della attività sindacali, che sul piano politico.

 

2. Problemi di unificazione di fronte alla crisi

Appare assai poco credibile pensare di contraddire la progressiva affermazione di una deriva autoritaria nel governo dei processi a tutti i livelli (particolarmente accentuata in questa fase, anche sul terreno delle modifiche costituzionali) senza contraddire una condizione sociale che produce isolamento e solitudine dei singoli o divisione tra i lavoratori nel rapportarsi con le conseguenze della crisi.

Per chiunque si proponga di agire e non limitarsi a “parolare” diviene decisivo verificare la capacità di costruire concreti processi di unificazione. Anche su questo piano la riflessione sul terreno della dimensione sindacale consente di chiamare in causa scelte da operare che coinvolgono necessariamente la responsabilità sia a livello dei sindacati, che dei partiti che dei movimenti.

Vi sono parti del sindacato che in questi anni si sono opposte al degrado prima descritto del contratto nazionale, storicamente uno strumento centrale per affermare l’unificazione dei lavoratori; hanno anche posto la necessità di ridisegnare i confini dei contratti e delle stesse articolazioni dei sindacati confederali (ad esempio il contratto dell’industria, quello del terziario) rispetto all’attuale estesa settorializzazione merceologica che ne favorisce debolezza e subalternità al mercato; hanno aperto il problema di costruire un contratto europeo.

Tutto questo (e anche altro) costituisce uno scenario da precisare, da assumere con chiarezza e da perseguire. Nel contempo però i processi reali hanno portato al degrado del quadro contrattuale e legislativo che tutti conosciamo (o meglio dovremmo conoscere) con inoltre la sempre più estesa esternità di grandi parti del mondo del lavoro da ciò che rimane ricompreso nella contrattazione collettiva.

A questo punto la stessa credibilità dello scenario di riferimento da perseguire è affidata al costruire e praticare obiettivi di unificazione che già in questa fase affermino vincoli generali che i lavoratori impongono al mercato. Non mancano obiettivi che possono rispondere a questa esigenza.

Ne citiamo alcuni, scelti non casualmente, ma per la loro evidente caratteristica unificante, pur nella loro parzialità. Sono obiettivi che richiedono piattaforma, movimento e iniziative nei confronti sia delle controparti sociali che dello Stato. Un reddito minimo da lavoro generale e non derogabile; forme di reddito che consentano la cittadinanza per qualsiasi situazione si trovi ad essere estromessa; drastiche misure che favoriscano la riduzione degli orari e inoltre sostengano i contratti di solidarietà contemporaneamente sbarrando la strada ai licenziamenti, anche evitando che siano resi troppo facili attraverso cassa integrazione. Sono obiettivi (questi ed altri di analogo significato) che richiedono svolgimenti contrattuali e legislativi, chiamano in causa organizzazioni sindacali, partiti e movimenti, contengono in sé un forte potenziale di unificazione e raccordo con gli uomini e le donne interessate.Tra l’altro hanno caratteristiche di respiro lungo e vasto, in grado di parlare alla stessa dimensione europea da costruire.

 

3. La caduta occupazionale; la crisi dell’industria manifatturiera

Occupazione e crisi industriale sono oggi utilizzati per schiacciare il lavoro, nel ruolo di pura merce a disposizione, escludendo così donne e uomini dal poter svolgere un ruolo autonomo, attivo ed efficace nel partecipare a costruire risposte che siano coerenti con un’idea di sviluppo di qualità democratica, sociale ed ambientale (e quindi in contrasto con la compatibilità del modello che ci ha condotto all’attuale situazione)

Qualsiasi idea di opposizione efficace che voglia contrastare (e che voglia aprire ad alternative) questo utilizzo passa attraverso risposte su questo terreno che siano in grado di rendere i lavoratori tra i protagonisti indispensabili.

La loro resistenza a processi di cambiamento che sconvolgono la loro vita in nome di ragioni imposte dall’esterno (mercato o altro che sia) a cui dovrebbero sottomettersi e affidarsi, la loro difesa dell’industria manifatturiera (grande o piccola che sia) va vista come una potenziale risorsa su cui costruire un cambiamento, e non lasciata a sé, di volta in volta utilizzata o combattuta dai poteri che li sovrastano a seconda della convenienza dell’attuale mercato globalizzato.

Anche in questo caso la dimensione sindacale costringe a coerenza, concretezza e rigore nel costruire e praticare scelte che siano incisive. Iniziative che richiamino alla responsabilità i vari livelli coinvolti, da quello dei sindacati a quello delle formazioni politiche a quello dei movimenti. Si pone quindi il problema di uscire dalla genericità: una finalizzata politica industriale; un piano straordinario di lavori di manutenzione e risanamento del territorio; costruire le basi di difesa e di rilancio dell’industria e della manifattura coerenti con l’avviare un diverso rapporto tra sviluppo, lavoro e natura.

E’ una scelta che richiede chiarezza sulle conseguenze che coinvolge a partire dalla necessità di un pesante intervento pubblico, anche diretto (alternativo alla spese per grandi opere).

In questo quadro la stessa risorsa del territorio e dell’iniziativa territoriale può finalmente evitare di essere caricata di un illusorio carattere salvifico alternativo all’iniziativa sul piano generale e divenire parte di un insieme, così come lo sviluppo della struttura industriale e manifatturiera (grande e piccola impresa) diviene parte indispensabile di un futuro da costruire e non essere vissuta (come spesso accade anche in una parte della cultura della sinistra di opposizione) come un problema da cui difendersi.

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Infine sarebbe di partenza ingannevole nasconderci che i temi così impostati rimettono sui piedi il problema di come rapportarsi con la questione Europa e il problema della governabilità. Non rendono possibili semplificazioni volontaristiche o elusive, retoriche eversive o alibi compatibilistici.

La realtà osservata dal punto di vista della crisi della dimensione sindacale riconduce i sindacati e più complessivamente la politica ad un punto di verifica di partenza dirimente: la capacità e possibilità di uscire qui ed ora da un quadro costruito e basato su un lavoro reso impotente rispetto al capitale. Se questo non avviene il sindacato, più o meno provvisoriamente, defunge, e con esso la possibilità di un processo di trasformazione democratica della società.

 

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Category: Lavoro e Sindacato

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About Tiziano Rinaldini: Tiziano Rinaldini è nato nel 1947 a Reggio Emilia. Ha partecipato alla Fgci e alla Sezione comunista universitaria di Bologna negli anni '60. È entrato nella Fiom a partire dal 1970, prima a Reggio Emilia e poi a Varese. Dal 1976 al 1981 è stato responsabile del settore auto della Fiom nazionale. Dal 1982 ha partecipato al Cres e all'Ires ER. Dal 1986 al 1989 ha fatto parte della Cgil ER nel settore trasporti e dal 1989 al 1995 ha fatto parte della segreteria della Cgil regionale ER. Dal 1995 al 2000 ha fatto parte della segreteria nazionale dei chimici. Attualmente fa parte dell'apparato Cgil ER. Ha scritto numerosi saggi e interventi per «Il Manifesto», «Alternative per il socialismo» e «Inchiesta».

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  1. Avatar Massimo Luppi ha detto:

    Più’ di 140 caratteri per periodo ma….meglio di Twitter.Prosa cristallina,chiarezza,concisione.Che importa che su TED un miliardo di persone ascolta McAfee.Qui siamo gente seria.Non si parla di sciocchezze come la scomparsa del lavoro,O il salario sociale,difeso non dalla sinistra ma dagli economisti del MIT.E poi può’ avvenire un cambiamento epocale se prima non c’è’ stata la riunione di redazione?Se Matilde Callari Galli odia la fantascienza?

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