Tiziano Rinaldini e Francesco Garibaldo: La rottamazione dei capisaldi della civilta’ del lavoro

| 20 Maggio 2012 | Comments (0)

Partiamo dai fatti. Il primo che domina le prime pagine dei giornali è la decisione del governo su come modificare il mercato del lavoro. Di decisione si tratta e se una trattativa c’è stata essa è avvenuta in sede politica. Al tavolo con i sindacati il governo ha ribadito che solo a lui spetta decidere e che si ritiene responsabile verso, nell’ordine di importanza, i mercati e le istituzioni finanziarie, il futuro del paese, il parlamento. Penosa è la rivendicazione del segretario generale della CISL che dice di avere ottenuto che non vi sia un accordo formale per non rompere l’unità sindacale; in realtà tutti si sono sottoposti all’esame del verbale secondo la formula concorda, non concorda. Mentre scriviamo queste note è aperta la questione sollevata dal PD sul rifiuto di un diktat. Non sapendo come finirà una cosa si può già dire; la resistenza del PD appare di pura difesa dell’onore poiché quanto si dice[1] che rappresenterebbe il “punto di caduta” sulla quale il PD e quindi la CGIL, e non viceversa, converrebbero, nulla modificherebbe dello scasso prodotto. Il punto di caduta, infatti, non è più neanche la proposta originale del PD, il cosiddetto modello tedesco, ma al massimo più modesti addolcimenti. Il nodo del licenziamento per ragioni oggettive, cioè economiche, senza reale possibilità di reintegro, infatti, rimarrebbe percorribile.

Questo nodo peraltro è già stato leso nel punto chiave dell’articolo 18 sull’obbligo della reintegra se il licenziamento è privo di giustificazione. E’ utile ricordare che si tratta di uno dei pochi vincoli sopravvissuti che limitano la considerazione della persona all’interno del lavoro come pura merce di cui potersi disfare al massimo prevedendo risarcimenti monetari. Altro che problema ideologico di puro valore simbolico. Dovrebbe essere piuttosto tra le discriminanti da cui ripartire per tutte le forze che guardano ad un futuro democratico e alternativo.

In un colpo solo quindi sono stati esplicitamente “rottamati” due capisaldi del sistema di relazioni industriali e del diritto del lavoro italiano.

La fine della concertazione

Il primo, sul quale è festa grande nella borghesia illuminata e cosmopolita italiana, è la fine anche formale della concertazione, di un ciclo cioè che risale molto più indietro nel tempo del governo Ciampi, sia quella più nobile negli intenti del 1993, sia quella sgangherata e corporativa del ministro Sacconi. La fine della concertazione (dopo che da molti anni per la verità era apparsa priva di concreto significato) è stata dichiarata dal presidente del consiglio dei ministri al momento del suo insediamento. Perché? La ragione, di là dall’indubbia propensione dei nuovi ministri e di Monti ad una centralizzazione del potere statale, sta nella previsione di quanto occorre fare nel prossimo futuro. La camicia di forza rappresentata dal patto europeo di stabilità costringerà, infatti, l’Italia a dare inizio ad un vero e radicale processo di ristrutturazione industriale che comporterà certamente fallimenti e chiusure di aziende e forse la nascita di nuove imprese con un ruolo rilevante dei capitali europei e extraeuropei come le cronache quotidiane già annunciano. Il processo deve potere avvenire senza ostacoli sostanziali e/o formali. Di qui anche la durezza sui contenuti dell’accordo rispetto agli ammortizzatori sociali. Al di là, infatti, della questione sulla possibilità o meno di trovare fondi sufficienti a sostenere il nuovo modello di soi-disant flexsecurity, il punto è quello che, il vicesegretario del PD, Letta, ha ben detto, rivendicandolo come una conquista strategica, alla televisione: il passaggio nelle crisi aziendali dalla responsabilità dell’impresa a quella del bilancio pubblico, parzialmente, e a veri e propri meccanismi assicurativi pagati anche dai lavoratori. Questo spiega anche alcune resistenze della Confindustria che plaude al passaggio, ma vuole garanzie che non sia un costo per le imprese. In ogni caso, quindi, il costo dei prossimi processi di ristrutturazione industriale verrà ampiamente socializzato. Si consideri inoltre che non vi sono solo i processi di ristrutturazione industriale, con i loro effetti occupazionali, ma anche quelli di asciugamento della pubblica amministrazione con la feroce stretta sui bilanci, di riduzione del ruolo del pubblico con le privatizzazioni che puntano ad andare molto oltre la tradizionale sfera dei servizi economici verso l’istruzione la sanità.

Diciamo che vi è una propensione centralistica e autoritaria nella cultura di Monti e dei suoi ministri. Si obietterà che essa contraddice l’assunto che essi vogliano imprimere una spinta liberista di stampo anglosassone, poiché essa dovrebbe coincidere con un minor ruolo dello Stato. Come ripetutamente ha ben spiegato Gallino e, per altri versi, Bellofiore questa è un’idea ingenua di cosa è stata ed è la “rivoluzione liberista”; è avvenuta infatti a colpi di leggi per deregolamentare e per modificare il funzionamento dello Stato in modo da renderlo, come ha argomentato Sassen, funzionale al nuovo regime globale che è, in primo luogo “ un progetto politico” (Gallino).

Oggi la borghesia “globalista” italiana ha ritenuto che l’unica possibilità di ottenere i suoi obiettivi fosse quella di assumere direttamente il controllo dello Stato, come non si vedeva dai tempi di Minghetti, e di usarlo in modo forte per ridisegnare la società italiana. Essa non recederà facilmente da questo progetto e, probabilmente, non tornerà facilmente a cedere il potere acquisito. Si vuole, infatti, sottoporre l’Italia a una vera e propria rivoluzione passiva, contando sulla paura, largamente diffusa, di un fallimento dello Stato. I messaggi del governo, e del concerto di accompagnamento dei partiti e della quasi totalità della stampa e della televisione, sono molto espliciti e chiedono l’acquiescenza, la passività: lasciateci lavorare, lasciatelo lavorare.

Il diritto a licenziare

Molti giuslavoristi hanno spiegato cosa significhi il nuovo regime, sia esso nella versione attuale o sia esso un po’ addolcito.

Anche in questo caso il passaggio decisivo è quello di liberare l’impresa di ogni responsabilità. L’insistenza sul mantenimento della norma contro la discriminazione è “pelosa”. Solo un provocatore motiverebbe il licenziamento in base ad una delle figure giuridicamente riconosciute di discriminazione ed esso sarebbe nullo comunque, perché contrario alla legge, a prescindere dall’esistenza o meno dell’articolo 18. La forza dell’articolo 18 sta nel fatto che ogni licenziamento individuale, che non sia cioè collettivo per ragioni economiche e già regolato altrimenti, deve essere giustificato e il giudice è autorizzato a sottoporre tali giustificazioni a verifica. Nel momento in cui si può procedere per ragioni economiche a un licenziamento individuale, allora il carattere deterrente della norma non esiste più; se poi si può risolvere con un risarcimento economico allora la porta ai licenziamenti individuali mirati è ulteriormente spalancata. Nel pieno di una seconda recessione, non avendo ancora recuperati i livelli di attività economica e di livelli occupazionali precedenti la prima, e alla vigilia di ristrutturazioni industriali e di una feroce austerity dei bilanci pubblici tale scelta è di fatto una “licenza di uccidere”. Vedremo come finirà la questione dell’inclusione o meno dei dipendenti pubblici nel nuovo schema, ma il fatto stesso che un ministro trovasse ovvio che vi dovessero rientrare la dice lunga sull’ideologia che caratterizza il governo.

D’altra parte è difficile prevedere che il diritto stravolto per i lavoratori privati possa essere davvero difeso per i pubblici.

L’economia, le leggi, la regolazione

A questo punto del nostro ragionare è bene fare una dura analisi di realtà, nello stile che recentemente ha ben illustrato Carniti. La maggioranza parlamentare e il governo sembrano condividere l’idea, o almeno così dicono, che la regolazione del mercato del lavoro produca di per sé degli effetti sui livelli occupazionali. Questa idea viene direttamente dai job studies dell’OCSE e suppone che modificando l’occupabilità del singolo lavoratore, rendendolo più adatto all’offerta del sistema delle imprese, si genera occupazione. Il presupposto implicito di quegli studi era un ciclo economico espansivo. Nel momento di una crisi storica come quella che viviamo l’idea che modificando le regole del mercato del lavoro si generi occupazione e che, come ormai si dice ovunque, inserendo degli incentivi si produca la stabilità contro la precarietà, mantenendo legalmente la possibilità di utilizzare qualsiasi forma di rapporto di lavoro, equivale a credere nella magia. Ciò che si ottiene è di rendere fortemente pro-ciclico il livello di occupazione, di aumentare cioè la volatilità del mercato del lavoro.

Se il “cavallo non beve”, qualunque quantità e qualità di acqua gli si metta davanti, nulla succede. Il cavallo cioè, fuor di metafora, l’economia reale assorbe o non assorbe lavoro in funzione del livelli di attività; dopo di che le leggi e i regolamenti selezionano la natura prevalente di tali rapporti. Ecco perché il fatto stesso di mettere al centro del “salva Italia”, come pomposamente si chiama il piano del governo, la riforma del mercato del lavoro ha un solo significato. Essa (insieme al drastico indebolimento dei diritti e dei poteri contrattuali dei lavoratori) destina l’Italia a un ruolo nella divisione internazionale del lavoro di paese “ cacciavite”, un paese cioè nelle quali le opportunità di investimento sono in funzione dell’abbassamento della protezione del lavoro e del suo costo complessivo; ruolo che è assolto peraltro molto meglio da altri paesi europei e extraeuropei.

La conclusione di un processo

Queste due rottamazioni vengono dopo i colpi assestati all’esistenza stessa del contratto nazionale di lavoro, al diritto di sciopero e al diritto alla rappresentanza sindacale di propria libera elezione. Siamo quindi alla conclusione di un processo che nato dalla convergenza tra un pensiero neo-corporativo maturato in ambito cattolico (Sacconi e la CISL) e largamente sottovalutato dalla stessa CGIL, oltre che dalle forze politiche democratiche, ha aperto in realtà la strada, via la FIAT di Marchionne e il governo dei tecnici, a una americanizzazione dell’Italia.

Non è un caso che sia iniziata la crisi organizzativa della Confindustria. Se infatti il sistema di Relazioni Industriali italiano si sfarina verso il lobbismo di gruppo e l’aziendalismo, allora non entra in crisi solo il sindacalismo dei lavoratori ma anche le forme di rappresentanza delle imprese, come le abbiamo conosciute.

Che cosa ciò implica per il sindacalismo italiano?

L’insieme del quadro che si delinea comporta più conseguenze.

La prima è una inevitabile deriva aziendalistica; contrariamente a quanto viene detto sul rapporto finalmente riequilibrato tra insider, protetti, e outsider, esclusi, si determinerebbe una strenua difesa, azienda per azienda e azienda contro azienda, lavoratori contro lavoratori nella stessa azienda, del proprio posto di lavoro a qualunque costo, generando così un arretramento contemporaneo degli insider e degli outsider. In questa deriva il sindacalismo confederale non avrà più la risorsa della foglia di fico della concertazione, i contratti nazionali si svuoteranno di contenuto e perderanno di appetibilità per i lavoratori e le lavoratrici, si avrà cioè una deriva verso l’irrilevanza politica e sociale, come ormai accade in molti paesi, in primo luogo negli USA. La CISL e la UIL sperano ancora di poter aver in cambio uno spazio per un sindacato dei servizi ma se la nuova frontiera della società italiana è la lotta, selettiva si intende, ai privilegi non è difficile immaginare che anche alcuni servizi odierni sindacali potranno cadere sotto la mannaia di tale lotta.

La seconda è che le ragioni del malcontento e della protesta, se non la vera e propria emergenza sociale che i licenziamenti di massa comporteranno, non spariranno ma cresceranno. La domanda quindi è chi e come si rappresentano questi fenomeni?

Un sindacato che fosse “complice” di tale processo non sarebbe palesemente in grado di potere rappresentare tale area di sofferenza sociale. Viceversa un sindacato che, pur non in grado di fermare o rovesciare il processo nell’immediato, si opponesse e si candidasse a costruire un’alternativa avrebbe tale possibilità.

Ciò premesso il semplice fatto di non essere complici, se costituisce premessa necessaria (conditio sine qua non),  non porta necessariamente a esiti positivi. Se infatti la lotta di classe si ripresenta come tale, allora la sfida che viene portata al sindacato è quella di riuscire a esistere come forza significativa in un contesto istituzionale ostile e con rapporti di forza negativi. In uno scenario siffatto due differenti requisiti sono necessari allo stesso tempo.

In primo luogo una forma organizzativa e una forma di governo interno che esaltino gli aspetti di ascolto e democrazia nelle decisioni. Ascolto e democrazia nelle decisioni si combinano in forme di democrazia deliberativa. Un’organizzazione, inoltre, che si candida a rappresentare tutto il mondo del lavoro al di là delle forme giuridiche, palesemente manipolatorie, del rapporto di lavoro, e un sindacato che sia portatore di una risposta innovativa alla crisi della democrazia, fondata sulla dimensione sociale e sui diritti del lavoratore cittadino anche nel lavoro.

Contemporaneamente essa non può pensare di raggiungere i propri obiettivi in una forma di ripiegamento identitario. In una società capitalistica come quella che si profila bisogna riuscire a costruire un nuovo blocco di forze sociali che si coalizzano attorno all’idea di una diversa società e di valori diversi. Il dibattito e la riflessione quindi devono esulare dalla ormai inesistente divisione dei compiti tra sindacalismo e politica. Un sindacato non può essere un partito, può favorire positivi sviluppi ed evoluzioni ma deve certamente essere un attore politico strategico indipendente. Un siffatto dibattito e ricerca richiede, in primo luogo, una revisione critica ed autocritica di questo trentennio è una analisi critica della società europea e italiana, delle sue strutture di potere, dei suoi meccanismi di governo, ecc. Una analisi che a partire dalla attuale composizione sociale sappia criticamente intervenire sulla società europea e italiana, sulle strutture di potere, e sui suoi meccanismi di governo, ecc…. Una analisi di questo tipo richiede anche una chiamata in causa delle forze intellettuali italiane che non siano puramente asservire al nuovo regime.

L’idea mai così forte come in questi mesi di affidare il futuro del sindacato alle dinamiche interne all’esistente quadro politico italiano e, per certi versi europeo, è una strada senza uscita. Se, infatti, il governo Monti arrivasse alla fine della legislatura si può intravedere un gigantesco rivolgimento dell’attuale panorama delle dinamiche politiche. Non mancano al loro interno spinte divaricanti. Ognuna di esse è oggi attraversata da spinte divaricanti. Come esse si ricombineranno dipende anche, in parte da come si giocherà nei prossimi mesi la “partita sociale” e dalla affermazione di una forte presenza di lotte democratiche e di massa che porrebbero un principio di selezione interno a tale processo ricombinatorio, fondato sul metodo di contenuti alternativi e non di generiche aspettative politiciste.

In questo senso, ancora una volta, grande è la responsabilità che si carica sul ruolo che saprà o non saprà assumere la CGIL.


[1] Da esplicite dichiarazioni fatte sia in sede sindacale che politica.

 

Pubblicato su  “Alternative per socialismo”, n. 21, maggio-giugno 2012

Category: Lavoro e Sindacato, Scuola e Università

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About Tiziano Rinaldini: Tiziano Rinaldini è nato nel 1947 a Reggio Emilia. Ha partecipato alla Fgci e alla Sezione comunista universitaria di Bologna negli anni '60. È entrato nella Fiom a partire dal 1970, prima a Reggio Emilia e poi a Varese. Dal 1976 al 1981 è stato responsabile del settore auto della Fiom nazionale. Dal 1982 ha partecipato al Cres e all'Ires ER. Dal 1986 al 1989 ha fatto parte della Cgil ER nel settore trasporti e dal 1989 al 1995 ha fatto parte della segreteria della Cgil regionale ER. Dal 1995 al 2000 ha fatto parte della segreteria nazionale dei chimici. Attualmente fa parte dell'apparato Cgil ER. Ha scritto numerosi saggi e interventi per «Il Manifesto», «Alternative per il socialismo» e «Inchiesta».

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