Matteo Gaddi e Nadia Garbellini: Le relazioni industriali tra Italia e Germania

| 1 Luglio 2016 | Comments (1)

Diffondiamo da www.puntorosso.it del 1 luglio 2016

Premessa

Finalmente, nella sinistra italiana, è cominciato un lavoro di studio sulle relazioni italo-tedesche in ambito economico globale ed industriale per approfondire e cercare di capire quali processi sono in corso, quali sono le strategie di governo e industriali, quali sono i principali settori industriali coinvolti.

Una prima ipotesi di base da verificare è che una parte consistente del sistema industriale italiano, in particolare quello localizzato nelle regioni settentrionali del paese, stia evolvendo verso ruoli di subfornitura di componenti e prodotti intermedi a favore delle industrie tedesche, collocate come produttrici dei beni finali.

Questa riorganizzazione del sistema industriale italiano avviene sia attraverso rapporti contrattuali di fornitura di tipo commerciale al sistema tedesco, sia attraverso acquisizioni di industrie italiane da parte di quelle tedesche (tra i cui effetti c’è un gratuito trasferimento di tecnologia italiana all’industria tedesca).

Si tratta di un processo che già da tempo determina pesanti conseguenze negative sul sistema industriale italiano e, di conseguenza, pesanti conseguenze in termini di qualità e organizzazione del lavoro, di condizioni salariali, di diritti sui luoghi di lavoro, ecc.

Per questo è necessario approfondire:

  • le caratteristiche dei due sistemi industriali;
  • il confronto del modo in cui concretamente si strutturano le relazioni tra imprese italiane e tedesche;
  • l’analisi delle forme e modalità della presenza di imprese tedesche in Italia e viceversa;
  • il confronto dei sistemi di relazioni sindacali;
  • le possibili proposte di politica industriale in tema di organizzazione del lavoro e di diritti sindacali nei luoghi di lavoro;
  • le relazioni tra i sindacati italiani e tedeschi da un lato e tra le rispettive sinistre politiche;
  • i possibili ambiti di cooperazione sia sul piano politico che su quello sindacale.

È inoltre necessario chiedersi se esista, ed eventualmente in quali forme, un progetto dell’establishment politico, finanziario e industriale tedesco teso all’integrazione subalterna di larga parte delle economie europee all’economia tedesca – in altre parole, un progetto teso alla creazione di una sorta di Germania allargata economicamente a mezza Europa, per raggiungere quella dimensione più o meno continentale indispensabile ad ottenere una capacità competitiva nel mercato mondiale che possa tener testa a quella delle principali potenze economiche, emergenti e non.

La tendenza attualmente in corso pare svilupparsi in due direzioni fondamentali: la subordinazione da parte tedesca di economie industriali sviluppate come quella italiana – non solo attraverso la subordinazione industriale e il prelievo tecnologico ma anche attraverso pesanti operazioni competitive di varia natura – e la subordinazione di economie europee meno sviluppate, che ben si prestano a essere destinazione di forti delocalizzazioni produttiveche consentano di fruire del basso costo del lavoro per la produzione di beni intermedi che l’industria tedesca possa importare e lavorare per produrre i beni da esportare. Dal punto di vista delle operazioni competitive interne, gli ultimi anni hanno visto una forte deflazione salariale (ad esempio attraverso l’introduzione dei cosiddetti mini-jobs) che – unitamente alla delocalizzazione di fasi produttive in paesi caratterizzati da basso costo del lavoro – ha consentito alla Germania di accumulare un enorme surplus commerciale.

Con questo articolo vengono affrontati soltanto alcuni di questi temi, rimandando l’approfondimento degli altri a successivi lavori di studio e inchiesta.

1. Introduzione

L’Europa si trova oggi tra l’incudine e il martello.

Mentre sul versante Occidentale proseguono le trattative, in larga misura segrete e sottratte pertanto al controllo democratico, per la realizzazione del TTIP (Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti), da Est preme la richiesta di riconoscimento dello status di MES (economia di mercato) alla Cina. In questo modo per la UE verrebbe meno, pressoché completamente, la possibilità di ricorrere a dazi o a misure antidumping per contrastare forme di concorrenza sleale. Le conseguenze in termini occupazionali e industriali sarebbero pesantissime: secondo uno studio dell’Economic Policy Institute (Scott and Jiang2015), sono a rischio tra 1.7 e 3.5 milioni di posti di lavoro, di cui tra 780000 e 1.5 milioni circa nella manifattura. Germania e Italia pagherebbero il conto più salato: nel caso della prima si rischierebbe la perdita da un minimo di 320mila ad un massimo di 640mila posti di lavoro; nel caso del nostro perdita tra 200mila e 415mila.

Inoltre l’Europa, dal punto di vista delle Politiche Industriali si trova con le armi spuntate. Le Politiche Industriali comunitarie, se così si possono chiamare, sono infatti caratterizzate da:

  • Un approccio esclusivamente orizzontale che esclude la possibilità di interventi di tipo verticale. In altre parole la UE si limita a costruire le condizioni migliori per consentire agli investimenti e agli interventi industriali di dispiegarsi; viene dunque meno la possibilità di interventi sui settori industriali. L’approccio orizzontale enfatizza elementi quali il sostegno alla ricerca, l’infrastrutturazione materiale e immateriale dei territori, l’eliminazione di ostacoli legislativi e regolamentari, l’armonizzazione delle norme ecc. In realtà, spesso, dietro questa retorica si celano attacchi al mondo del lavoro in tema di salari, contrattazione, regolazione sociale;
  • Una pesante limitazione dell’intervento pubblico, soprattutto con la regolazione in materia di aiuti di Stato e di tutela della concorrenza, di cui, nel dogma comunitario, va evitata qualsiasi forma di distorsione. E così mentre altre regioni (non solo la Cina, ma anche Giappone e Corea) hanno attivamente sostenuto interi comparti industriali, l’Europa ha assistito passivamente allo smantellamento di interi settori come la siderurgia, la cantieristica navale, per certi versi la chimica ecc.;
  • La liberalizzazione dei mercati dei settori strategici, quali l’energia, i trasporti, le telecomunicazioni, spingendo sulla via della privatizzazione delle aziende pubbliche;
  • La creazione di un mercato unico: l’estensione delle dimensioni del mercato (che diventa, appunto, unico) incide sull’organizzazione della produzione attraverso una maggiore specializzazione produttiva. L’organizzazione della produzione e la divisione del lavoro fanno perno sulla complementarietà delle diverse imprese, che si specializzano. Con l’estensione geografica del mercato, ciò modifica la divisione del lavoro: all’interno della singola impresa, di ciascun comparto industriale, e del territorio europeo.

Le condizioni dell’Italia, nell’ambito del già debole quadro europeo, sono per certi versi ancora peggiori. Innanzitutto l’Italia è, dopo il Giappone, il paese occidentale che tra il 1992 e il 2005 ha privatizzato di più: una furia privatizzatrice che non ha risparmiato nulla, dalle banche alla siderurgia, travolgendo l’Iri, le partecipazioni statali e ogni forma di proprietà pubblica.

Inoltre, l’Italia è il Paese che ha attuato nella maniera più liberista possibile le Direttive Europee nei servizi, con il risultato di ritrovarsi con energia, comunicazioni, trasporti fortemente deregolamentati e quasi senza possibilità di intervento pubblico (e spesso preda di grandi player stranieri).

Il nostro Paese sconta la mancanza di strumenti di programmazione: l’ultimo tentativo di Piano che orientasse lo sviluppo dell’industria chimica è datato 1973, il piano energetico è del 1991, quello della mobilità e dei trasporti risale al 2001, in materia di siderurgia si perde nella notte dei tempi (Piano Sinigaglia).

La mancanza di strumenti di programmazione, tuttavia, non ha impedito allo Stato italiano un atteggiamento assai generoso nei confronti delle imprese fatto di aiuti diretti e indiretti sotto forma di riduzione dell’imposizione fiscale (IRAP, ecc.), di sussidi per l’acquisto di macchinari (Legge Sabbatini), nonché di una miriade di sovvenzioni che annualmente ammontano a svariati miliardi.

L’Italia è da tempo impegnata in un’opera sistematica di smantellamento dei propri campioni nazionali (da ultimo il caso Eni con la separazione delle attività di Saipem; la pesante riduzione della capacità di raffinazione; il progetto di vendita delle attività chimiche ad un fondo finanziario speculativo).

2. Perché il confronto Italia – Germania

Secondo una elaborazione della Fondazione Edison e Confindustria Bergamo (Fortis and Kockerbeck2015) su dati Eurostat, riportata nella Tabella 1, tra le prime 23 province europee più industrializzate, 13 sono tedesche, 9 italiane, 1 polacca.

Tabella 1: Principali province europeee specializzate nell’industria per livelli di valore aggiunto. Anno 2011. Industria escluse le costruzioni

 

Rank

Paese

Province NUTS-3

% di valore aggiunto nell’industria

% di occupati

Numero di occupati (migliaia)

Valore aggiunto per occupato (euro)

Valore aggiunto totale (migliaia di euro)

1

ITALIA

Brescia

30.7

31.1

167.7

60268

10107

2

ITALIA

Bergamo

34.1

34.2

156.3

62254

9730

3

GERM.

 

Wolfsburg, Kreisfreie Stadt

73.2

47.8

55.6

155315

8636

4

ITALIA

Vicenza

35.4

38.3

161.8

53259

8617

5

GERM.

Böblingen

50.2

34.1

72.4

106086

7681

6

ITALIA

Monza a Brianza

32.1

32.6

114.1

65555

7480

7

ITALIA

Treviso

30.7

34.0

136.0

52608

7155

8

ITALIA

Modena

33.7

34.2

120.5

57825

6968

9

GERM.

Ingolstadt, Kreisfreie Stadt

67.6

38.9

41.4

168181

6963

10

GERM.

Ludwigshafen am Rhein, Kreisfreie Stadt

67.9

37.6

43.2

159368

6885

11

ITALIA

Varese

30.4

31.7

111.7

60088

6712

12

GERM.

Esslingen

38.0

30.0

75.7

76322

5778

13

GERM.

Heilbronn, Landkreis

48.4

37.6

58.0

98310

5702

14

GERM.

Markischer Kreis

48.4

39.5

81.5

68563

5588

15

GERM.

Gẗersloh

40.9

32.2

64.0

80788

5170

16

ITALIA

Reggio nell’Emilia

33.3

33.5

82.5

58562

4831

17

POLONIA

Legnico-Glogowski

63.8

31.0

58.2

78414

4554

18

GERM.

Ostalbkreis

44.9

33.4

51.7

83325

4308

19

ITALIA

Mantova

33.3

32.5

61.3

63532

3895

20

GERM.

Rastatt

52.2

39.0

41.9

89406

3746

21

GERM.

Bodenseekreis

48.4

33.0

37.3

96295

3592

22

GERM.

Biberach

50.0

37.5

38.3

86279

3305

23

GERM.

Dilgonfing-Landau

67.5

47.0

28.2

111986

3158

Fonte: elaborazioni Edison e Confindustria Bergamo su dati Eurostat

 

 

Utilizzando gli stessi criteri adottati da Fortis e Kockerbeck (2015), la Tabella 2 presenta la classifica dei paesi europei più industrializzati. Come si vede, Italia e Germania sono due tra le economie più industrializzate dell’Europa Occidentale.

 

Tabella 2: Classifica dei paesi europei specializzati nell’industria per livelli di valore aggiunto. Anno 2011. Industria escluse le costruzioni

 

Rank

Paese

% di valore aggiunto industria

% di occupati industria

Numero di occupati industria (migliaia)

Valore aggiunto per occupato industria (euro)

Valore aggiunto totale industria (migliaia euro)

1

Germ.

26.0

18.9

7850.0

80360

630825

2

Italia

18.1

17.9

4439.9

68056

266930

3

Francia

13.7

11.4

3083.0

85804

254065

4

Regno U.

14.6

9.7

2830.7

74487

210853

5

Spagna

17.4

12.9

2474.6

71487

172183

6

Olanda

17.2

9.7

857.0

127051

99481

7

Polonia

25.4

22.4

3458.9

24328

84148

8

Svezia

22.5

14.7

676.1

118642

80214

9

Austria

22.2

16.3

679.4

98208

60999

10

Belgio

17.6

13.0

589.4

101864

60039

11

Repubblica Ceca

28.9

28.2

1423.7

29999

42709

12

Irlanda

26.0

13.1

242.3

169336

41027

13

Danimarca

18.9

11.5

316.3

126517

40021

14

Finlandia

22.5

15.9

400.7

95683

38340

15

Romania

32.5

21.6

1961.5

19352

37959

16

Portogallo

16.6

16.3

776.9

32934

25588

17

Ungheria

26.1

23.1

938.2

23622

22199

18

Grecia

10.9

10.3

451.9

43826

19805

19

Slovacchia

26.8

24.0

529.7

32219

17065

20

Bulgaria

23.8

20.2

712.8

11646

8301

21

Slovenia

25.0

22.8

216.0

37218

8040

22

Lituania

24.6

17.8

222.6

31084

6918

23

Lettonia

18.1

16.6

142.2

22675

3224

24

Estonia

22.2

23.1

135.0

23608

3187

25

Lussemb.

7.3

10.1

37.3

74783

2789

26

Cipro

8.3

9.7

37.9

38944

1476

27

Malta

14.5

14.1

23.7

36850

874

Fonte: elaborazioni proprie su dati AMECO

 

 

La Germania, inoltre, ha adottato una particolare strategia di investimenti diretti esteri (IDE) in Italia.

Secondo il rapporto “Gli investimenti diretti italiani in Germania e tedeschi in Italia” (Mutinelli2011), basato su dati Istat 2002-2008, a fine 2008 operavano in Italia oltre 2100 imprese a controllo tedesco, con oltre 169mila occupati e un volume d’affari di circa 76,5 miliardi di euro. In base a questi dati, la Germania rappresentava il secondo Paese investitore dopo gli USA per numero di imprese controllate e fatturato, ed il terzo per numero di addetti dopo USA e Francia. Ma dal punto di vista dell’incidenza italiana rispetto agli addetti totali delle imprese tedesche nel Mondo, il nostro Paese figurava soltanto in dodicesima posizione (superato da paesi europei come Regno Unito, Francia, Polonia e repubblica Ceca; questi ultimi due Paesi fanno parte del cosiddetto “Gruppo di Visegrád”, alleanza – che prende il nome dall’omonima città ungherese – stretta nel 1991 tra i capi di stato di Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di favorire l’integrazione unitaria del blocco nell’Unione Europea. Anche se in questo campo l’accordo non ebbe successo, e si passò presto ai rapporti diretti bilaterali di ciascun paese con Bruxelles, la cooperazione tra i paesi – diventati quattro dopo la scissione della Cecoslovacchia – continuò ad esistere, rafforzandosi nel 1999 con l’istituzione del Fondo di Investimento Internazionale di Visegrád, con sede a Bratislava).

Le partecipazioni tedesche in Italia presentano alcune caratteristiche peculiari: nella gran parte dei casi sono partecipazioni di controllo, cioè che detengono il pacchetto di maggioranza del capitale sociale; si tratta di imprese di dimensioni medie o PMI; alle acquisizioni fatte ben difficilmente seguono cessioni delle stesse imprese acquisite; è riscontrabile una forte specializzazione settoriale. Le partecipazioni tedesche in Italia presentano una forte specializzazione sia rispetto al totale delle partecipazioni tedesche all’estero, sia rispetto all’insieme delle partecipazioni estere in Italia in tutta la filiera metalmeccanica ed elettromeccanica (siderurgia – prodotti in metallo – macchine e apparecchi meccanici, macchine ed apparecchi elettrici) con gruppi come Thyssenkrupp, Bosch, Siemens, Linde, Korber. Una presenza significativa (rispetto al totale di partecipazioni straniere in Italia) si risocntra nella filiera chimico-farmaceutica (Bayer, Basf, Beierrsdorf, Henkel, Bohringer, Merck, Schering, Corden Pharma e Haupt Pharma). Stessa situazione nel settore automotive con la presenza di Bosch, Getrag, Mahle, Continetal, Audi, Volkswagen.

La presenza tedesca in Italia si rafforza a partire dagli anni 80 e soprattutto 90; questo fenomeno sembra essere coerente con il modello di riorganizzazione del sistema produttivo tedesco, che ha risposto con la robotizzazione negli anni ’70, e con le delocalizzazioni negli anni ’90.

Tuttavia se si osserva il numero complessivo di operazioni di Merger & Acquisitions (M&A) negli ultimi anni, la Germania sembra avere un ruolo marginale in Italia. Come si vede in un grafico  tratto dal rapporto sulle operazioni di M&A di KPMG (2014) – la Germania non brilla certo per numero di operazioni o per il valore delle stesse a confronto di Paesi come gli Usa, la Francia, il Regno Unito.

Tuttavia, guardando oltre i dati immediati ci si rende conto che le operazioni tedesche rispondono ad una strategia ben precisa: innanzitutto punta al settore industriale e, nello specifico, a produzioni di qualità, inserite nelle filiere internazionali e il più delle volte complementari all’industria tedesca. Come già precisato in precedenza, si tratta in genere di medie aziende del settore auto, meccanica, farmaceutica, alimentare, elettronica; buona parte di queste impegnate nella produzione di componenti (intermedi) che vengono prodotti per essere esportati in Germania dove vengono utilizzati nelle fasi finali della produzione, per l’assemblaggio dei beni finiti che a sua volta la Germania esporta.

Marco Alfieri, in un articolo comparso su L’Huffington Post del 6 dicembre 2014 da cui è tratta la Tabella 3,[1] cita un’inchiesta pubblicata dal Financial Times nel febbraio dello stesso anno avente come oggetto lo ‘shopping strategico’ tedesco. Cita inoltre Marcel Fratzscher, capo dell’istituto economico DIW, che parla di “IDE in saldo”, vale a dire del fatto che l’attenzione delle imprese tedesche si sta “concentrando sulla cosiddetta zona di crisi, dove possono venire in aiuto delle medie imprese italiane che spesso devono lottare per ottenere l’accesso al credito”. Questo aspetto è stato rilevato soprattutto dall’unione Industriale di Bologna, secondo la quale “Senza una strategia industriale nazionale molte Pmi finiranno integrate in cicli di business all’estero, perderemo fiscalità, buoni posti di lavoro, competenze, catene di fornitura e know-how sapiente”.[2] In molti casi infatti i tedeschi, inglobando i propri partner italiani – fornitori o distributori in difficoltà ma con buoni servizi da offrire – comprano gli utili di intermediazione e chiudono la filiera. Se hanno sempre compraro da noi molta componentistica meccanica, adesso invece dei prodotti mid tech acquisiscono direttamente le aziende.

 

Tabella 3: Le acquisizioni strategiche tedesche in Italia (2014)

 

Target (Italia)

 

Bidder (Germania)

Quota

Macro Settore

Azienda

 

Macro Settore

Azienda

 

Industrial Markets

Pietro Carini SpA

 

Industrial Markets

Krahn Chemie GmbH

n.d.

Industrial Markets

Teca 25 Srl

 

Industrial Markets

Schuberth GmbH

n.d.

Consumer Markets

Isal Srl

 

Consumer Markets

Alfred Kaarcher GmbH & Co KG

100.0%

Industrial Markets

Acciai Speciali Terni SpA

 

Industrial Markets

ThyssenKrupp AG

100.0%

Industrial Markets

Kemet Electronica Italia Srl

 

Industrial Markets

Manz AG

100.0%

Industrial Markets

Stelvio Kontek SpA

 

Industrial Markets

Wuerth Elektronik GmbH & Co KG

100.0%

IT & Media

Media Logic Snc

 

IT & Media

Datacolor AG

100.0%

Industrial Markets

Garbuio SpA (Garbuio Dickinson)

 

Industrial Markets

Hauni Maschinenbau AG

100.0%

Industrial Markets

CFP Flexible Packaging SpA

 

Industrial Markets

Domo Chemicals NV

100.0%

Industrial Markets

S.P.D. SpA – Gressel AG

 

Industrial Markets

SCHUNK GmbH & Co KG

100.0%

Consumer Markets

Le Terrazze Shopping Centre

 

Support Serv. and Infrastr.

Union Investment Institutional GmbH

90.0%

IT & Media

Farma3tec Srl

 

IT & Media

CompuGroup Medical AG

80.0%

SSI

Mazzocco Srl

 

SSI

PAPP Internationale Lebensmittellogistik KG

25.0%

Fonte: Database M&A Kpmg Corporate Finance

 

 

Citando nuovamente l’articolo di Alfieri, “Secondo un recente report dello studio legale e tributario Roedl & Partner, l’Italia è al secondo posto (19%) fra i paesi in cui le imprese familiari tedesche investono fuori dai confini della Germania, subito dopo gli Usa (24%) e prima di Francia e Polonia (16%). La maggior parte delle acquisizioni riguarda imprese con fatturati fra i 10 e i 100 milioni di euro. Ma soprattutto: “più che andare alla ricerca del mercato di sbocco italiano, cercano aziende con personale qualificato e prodotti, marchi o brevetti di eccellenza da commercializzare altrove”, dov’è più facile avere credito da banche straniere”.

Solo nei settori meccanica e automotive, la banca dati dell’Unioncamere al 31 ottobre 2014 conta ben 152 imprese con azionista di riferimento tedesco. Un numero destinato a crescere – come dimostra l’accelerazione di questi ultimi mesi – in tre modi: (i) direttamente tramite acquisizioni; (ii) indirettamente con operazioni di finanziamento di Kfw (la Cassa Depositi tedesca); (iii) con operazioni mascherate da partnership strategiche dove i rapporti di forza sono tutti a vantaggio tedesco.

3. La divisione del lavoro

La modifica degli assetti proprietari che consegue alla strategia di M&A adottata dalle imprese tedesche ha effetti potenzialmente dirompenti sulla divisione internazionale del lavoro, attraverso i suoi effetti sulla composizione delle filiere produttive. Per comprendere come ciò possa accadere, è utile ricorrere a due esempi: la filiera del tessile e quella dell’automotive.

La filiera tessile viene giustamente definita dall’Osservatorio provinciale del settore tessile (2005) della Provincia di Bergamo come una “unica grande azienda produttiva”. E’ possibile descrivere le varie fasi del processo produttivo (fornitura di materie prime, filatura, tessitura, tintoria, confezionamento, logistica distribuzione) corrispondano altrettante aziende. Addirittura questa frammentazione aziendale risulta accentuata anche dalla presenza, nei vari segmenti della filiera in cui è stato scomposto il processo produttivo, di contoterzisti sia nei tessuti che nelle confezioni.

 

Quindi, un medesimo processo produttivo può essere frazionato in tante fasi, a ciascuna delle quali corrisponde una lavorazione svolta da una specifica azienda. Nel caso del lavoro di approfondimento svolto dall’Osservatorio della Provincia di Bergamo, che aveva come oggetto la filiera tessile della Val Seriana, sono state individuate – senza tenere conto della fornitura di materie prime e delle fasi di logistica e distribuzione – ben 15 aziende diverse che compongono la fase produttiva vera e propria.

Il settore dell’automotive è invece l’oggetto di uno studio realizzato da Unioncamere e Prometeia (2015) nell’ambito di una ricerca promossa dalla 10a Commissione Industria, Commercio, Turismo del Senato.

Come si può  vedere dai grafici allegati la filiera dell’automotive comprende:

  • Siderurgia, fonderie, ingrosso di metalli quale primo passaggio della catena di produzione;
  • Pittura, vernici, vetro, gomma-plastica e lavorazione metalli come prime lavorazioni;
  • Carrozzerie, motori e componenti meccaniche, componenti elettronici e batterie, pneumatici come lavorazioni intermedie (che possono a loro volta essere ulteriormente scomposte nelle singole componenti di ciascun bene intermedio);
  • Produzione di autoveicoli come lavorazioni finali.

 

Quindi, molte filiere industriali possono essere agevolmente scomposte in tante fasi – e ciascuna di queste, a sua volta, in tante altre sotto-fasi – che possono essere svolte da aziende diverse. Negli anni ’70, in Italia, questo fenomeno ha preso la forma di ‘decentramento produttivo’: la grande fabbrica, anche per rispondere alle spinte delle lotte operaie e alla cosiddetta rigidità della forza lavoro, esternalizzava singole lavorazioni verso imprese esterne, in genere di piccole dimensioni. Le aziende esterne, quindi, producevano singoli componenti che poi convergevano verso la grande fabbrica, dove avvenivano le lavorazioni finali di assemblaggio e di completamento del prodotto.

Nel corso del tempo le cose sono cambiate dal punto di vista geografico, soprattutto a seguito degli interventi normativi che hanno consentito la più ampia libertà di movimento dei capitali (una delle caratteristiche principali del processo di globalizzazione neo-liberista), con la possibilità, quindi, di effettuare ingenti investimenti in paesi stranieri. Questa libertà di movimento dei capitali è particolarmente garantita in Europa, dove l’articolo 63 del “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea” (TFUE) dispone che “sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi”. Si tratta di uno dei pilastri su cui è stata costruita la UE.

Anche grazie a questa pressoché totale libertà di movimento dei capitali è stata possibile una radicale riorganizzazione del sistema industriale europeo, a partire dalla Germania – ma anche il modello italiano, per certi versi, è simile a quello tedesco.

Come sottolineato da Simonazzi et al. (2013), tra le principali determinanti del boom dell’export tedesco successivo al 2005 figura anche la formazione di piattaforme regionali di fornitura realizzate grazie alle delocalizzazioni produttive. Dal 1999 il modello di crescita della Germania non è stato guidato solo dalle esportazioni, ma anche dalla composizione delle sue importazioni, in particolare di parti e componenti prodotte da stabilimenti esteri. Inoltre, a partire dal 2001 si è registrata in Germania una caduta degli investimenti domestici (in rapporto al PIL), a fronte di un aumento degli investimenti diretti all’estero guidati dalle delocalizzazioni.

Questa riorganizzazione del modello industriale tedesco ha prodotto effetti sui Paesi dell’Est, dell’Ovest e del Sud Europa. Buona parte dei Paesi europei sono stati integrati nelle catene di fornitura di Germania e Austria, riflettendo in ciò la composizione del commercio: i beni intermedi sono stati la componente più dinamica. Verso Est si sono spostate le catene produttive di Germania e Austria, mentre le aziende italiane sono state più attive verso i Paesi del Sud. La Germania ha investito molto nei Paesi vicini, integrandoli nelle proprie catene produttive. A essere delocalizzate sono state soprattutto attività a basso profilo professionale e alta intensità di lavoro (in parte anche alti profili), mentre quelle medie sono rimaste in patria.

Questo ha contribuito ad aumentare la produttività in casa e ad abbassare il costo per unità di lavoro (unit labour costs). Il modello di delocalizzazione è stato diverso tra Italia e Germania: la Germania ha mantenuto in casa la fasi finali della produzione; l’Italia invece in alcuni casi ha delocalizzato l’intero processo. In alcuni settori, tuttavia, il modello di delocalizzazione italiano ha seguito quello tedesco.

Il modello di riorganizzazione tedesco ha avuto un impatto diverso sui vari Paesi europei: ne hanno tratto vantaggio quei paesi vicini (Centro ed Est Europa) che producono intermedi che poi la Germania importa. Al contrario, con i Paesi mediterranei questa catena non è ancora molto avanzata, ad eccezione delle regioni del Nord Italia. Quei Paesi che hanno stretti legami con la Germania hanno tassi di sviluppo più elevati e buone bilance dei pagamenti. I Paesi mediterranei, invece, hanno ridotto la loro quota di esportazioni verso la Germania (di nuovo con l’eccezione del Nord Italia) e hanno accresciuto la loro quota di importazioni dalla Germania.

 

Tabella 4: Germania: esportazioni, importazioni e bilancia commerciale per area geografica, valori assoluti e proporzione sul totale, 1999 e 2008 (Simonazzi et al.2013)

 

 

German exports to

German imports from

German trade balance

 

 

Percentage

Percentage

Absolute values

Percentagea

 

1999

2008

1999

2008

1999

2008

1999

2008

Southern EU

14.8

13.5

12.6

9.7

16788

73751

39.1

30.8

EC

8.3

12.6

8.5

13.6

2999

19339

7.0

8.1

Eurozone

48.9

46.2

52.4

49.5

4911

74129

11.4

30.9

EU27

69.4

68.4

70.6

69.5

24358

152585

56.8

63.7

RoW

30.6

31.6

29.4

30.5

18560

87064

43.2

36.3

Total

100.0

100.0

100.0

100.0

42918

239648

100.0

100.0

Notes: EC, Eastern countries; RoW, rest of world.

 

Southern EU: Greece, Italy, Portugal and Spain.

 

EU eastern countries: Estonia, Latvia, Lithuania, Czech Republic, Slovenia, Slovak Republic,Hungary, Poland, Bulgaria and Romania.

 

Eurozone: to avoid distortive effects, data for 1999 include the countries entering EMU afterthat date (Greece, 2001; Slovenia, 2007; Cyprus and Malta, 2008; Slovak Republic, 2009; andEstonia, 2011). The same applies for EU27.

 

aThe values in the first three rows show each group of countries’ share in the total tradebalance. Only the last two rows add up to 100.

 

Source: Eurostat.

 

 

Tabella 5: Proporzione sul totale del commercio con l’area euro degli scambi con la Germania, Europa del Sud e Francia, 1999 e 2008 (Simonazzi et al.2013)

 

 

Esportazioni verso la Germania

Importazioni dalla Germania

 

1999

2008

1999

2008

Grecia

32.7

24.3

33.3

36.6

Italia

33.1

28.9

49.4

54.0

Portogallo

29.1

20.6

25.2

24.9

Spagna

21.5

19.1

33.5

38.8

Francia

31.1

29.2

53.4

54.7

Source: UN Comtrade.

 

 

Della strategia di internazionalizzazione della Germania si sono occupati anche Breda and Cappariello (2012). Come sottolineato dagli autori, di fronte alla forte riduzione del valore aggiunto manifatturiero tedesco, Hans-Werner Sinn (2003) ha usato l’espressione bazaar economy per descrivere il ruolo giocato dalla frammentazione internazionale della produzione nell’economia tedesca. La rilocalizzazione internazionale della produzione è stata particolarmente intensa in questa Paese, specialmente a seguito dell’integrazione dei Paesi dell’Est nella seconda metà degli anni ’90, ma l’etichetta di bazaar economy non è corretta: la Germania è ancora un paese a forte vocazione manifatturiera, ma ha cambiato la natura dei suoi processi produttivi. Le sue fabbriche utilizzano prevalentemente intermedi prodotti all’estero.

L’analisi svolta da Breda and Cappariello (2012) dimostra che sia in Germania che in Italia è cresciuto il livello della delocalizzazione internazionale tra il 1995 e il 2007: questo non riflette tanto il picco raggiunto dal commercio internazionale, ma piuttosto corrisponde ad una precisa strategia di costruire processi di produzione integrati a livello internazionale. Gli autori giungono a questa conclusione calcolando una serie di indicatori del grado di internazionalizzazione dei processi produttivi, a partire da dati input-output:

  1. 1. Contenuto di importazioni della produzione domestica: valore degli inputs intermedi importati come proporzione del valore della produzione lorda. Questo indicatore si pone l’obiettivo di misurare la delocalizzazione all’estero, da parte delle imprese, di fasi della catena produttiva. Gli autori calcolano l’indice in due modi alternativi: includendo esclusivamente le importazioni dirette (ICP) e includendo le importazioni sia dirette che indirette (DIICP) – vale a dire tenendo conto dell’integrazione verticale, ossia tenendo conto del fatto che qualunque bene o servizio importato può essere utilizzato in un settore il cui output è a sua volta un intermedio che partecipa alla produzione di altri settori, e così via.
  2. 2. Proporzione degli inputs importati: valore degli inputs importati come proporzione del totale degli inputs utilizzati. Serve a misurare il grado di sostituzione, da parte delle imprese, di inputs prodotti domesticamente con inputs importati. Anche in questo caso, gli autori utilizzano due formule alternative: una ampia (IITI broad) – che considera gli inputs provenienti da tutte le industrie – e una ristretta (IITI narrow) – che considera solo gli inputs acquistati da imprese che appartengono allo stesso settore, sia nazionali che straniere.
  3. 3. Contenuto di importazioni delle esportazioni, valore dei beni e servizi intermedi utilizzati per la produzione delle esportazioni come proporzione del valore delle esportazioni stesse. Si tratta di una proxy del livello di globalizzazione, ponendosi l’obiettivo di individuare la frammentazione internazionale delle catene produttive. Come nel caso del primo indice, se ne calcolano due versioni: una considera solo le importazioni dirette (ICE), una quelle totali, cioè sia dirette che indirette (DIICE).
  4. Valore aggiunto domestico come proporzione della produzione totale (VAP)

I risultati per il 2007 per il caso di Italia e Germania sono mostrati nella Tabella 6. La conclusione degli autori è che il grado outsourcing internazionale dei due paesi nel 2007 appariva piuttosto simile.

 

Tabella 6: Indici di internalizzazione, Italia e Germania, 2007 (Breda and Cappariello2012)

 

Italia

 

 

Settori

ICP

DIICP

ICE

DIICE

IITI

IITI

VAP

 

 

 

 

 

broad

narrow

 

Tot. Manifattura

21.3

31.1

22.8

33.0

31.4

47.6

27.1

Low-tech

18.6

28.0

21.3

31.0

27.7

38.2

27.5

Med-tech

25.1

35.7

23.7

34.7

35.6

62.8

24.8

High-tech

25.0

33.4

25.1

33.4

39.5

58.0

33.0

Germania

 

 

Settori

ICP

DIICP

ICE

DIICE

IITI

IITI

VAP

 

 

 

 

 

broad

narrow

 

Tot. Manifattura

20.4

29.5

22.4

31.4

31.3

41.2

30.0

Low-tech

19.3

27.0

23.7

31.3

30.2

42.7

29.7

Med-tech

20.9

31.4

21.1

31.4

31.1

38.3

28.7

High-tech

21.4

29.3

24.4

32.0

34.6

47.2

35.8

Fonte: Elaborazioni degli autori su dati ISTAT ed EUROSTAT (tavole input-output nazionali).

 

 

I primi tre indicatori (ICP, IIT e ICE) possono essere calcolati, nella loro versione ampia, cioè includendo tutte le importazioni sia dirette che indirette, utilizzando i dati WIOD (World Input-Output Database) al posto delle tavole input-output nazionali. Questo database fornisce delle tavole input-output multiregionali, che includono quindi anche tutti gli scambi di beni e servizi tra ogni singola industria di ogni singolo paese – mentre nel caso delle tavole nazionali abbiamo solo una matrice che specifica il valore delle importazioni di ogni industria domestica distinguendo il comparto, ma non il paese, di provenienza. In questo è possibile ricostruire le catene produttive in maniera molto più dettagliata, e quindi calcolare le importazioni indirette in modo più preciso che utilizzando la sola matrice delle importazioni totali. I risultati per Italia e Germania, in valori percentuali per il 2007 e come variazione in punti percentuali dal 1995 al 2007, sono presentati nella tabella 7.

 

Tabella 7: ICP, IIT e ICE, Italia e Germania, 1995 e 2007

 

 

IIT

ICP

ICE

 

2007

1995-2007

2007

1995-2007

2007

1995-2007

 

(1)

(2)

(1)

(2)

(1)

(2)

Germania

25.1

3.8

15.3

2.7

24.2

6.0

Italia

48.4

15.1

22.5

7.5

22.4

1.6

(1): Valore percentuale

 

(2): Variazione, punti percentuali

 

Fonte: calcoli propri su dati WIOD

 

 

Come mostrato chiaramente dalla Tabella, si osserva una differenza fondamentale tra i due paesi. L’Italia presenta infatti, nel 2007, un valore estremamente elevato – e significativamente maggiore di quello relativo alla Germania – del rapporto tra input importati e totali (IIT, 25.1% per la Germania, 48.4% per la Germania) e del peso degli input importati sul valore della produzione lorda (ICP, 15.3% e 22.5% rispettivamente). Osservando la colonna relativa alle variazioni tra il 1995 e il 2007, si può notare come questa divaricazione sia dovuta a un incremento del processo di internazionalizzazione molto più rapido nel nostro paese (+15.1 p.p. nel caso dell’IIT, +7.5 p.p. in quello dell’ICP) rispetto alla Germania (+3.8 p.p., +2.7 p.p., rispettivamente). La tendenza è però invertita nel caso del contenuto di importazioni delle esportazioni: il valore dell’indicatore nel 2007 è più elevato in Germania (24.2%) che in Italia (22.4%) e anche la crescita è stata maggiore nel primo paese rispetto al secondo (+6.0 p.p. e +1.6 p.p. rispettivamente). Ciò ci porta alla conclusione che il sistema economico tedesco è caratterizzato da una maggiore dualità per quanto riguarda la strategia di internazionalizzazione, che riguarda prevalentemente i beni e servizi destinati all’esportazione più che quelli destinati al mercato domestico. Come sappiamo, tale dualità del sistema tedesco si concretizza anche in termini di diverse condizioni contrattuali e salariali per i lavoratori impegnati nella produzione delle due categorie di beni e servizi.

La rilevanza delle catene produttive transnazionali nella strategia di internazionalizzazione di Italia e Germania può essere meglio compresa calcolando il rapporto tra input intermedi domestici e importati in alcuni settori high-tech il cui output è prevalentemente destinato all’esportazione. La tabella 8 mostra, per gli anni 1995 e 2011, la proporzione di acquisti domestici sul totale degli acquisti intermedi da imprese nazionali. La prima parte della tabella prende come riferimento i soli inputs diretti, mentre la seconda considera gli acquisti sia diretti che indiretti. I settori considerati sono Macchinari nca, Gomma e plastica, Apparecchi ottici ed elettronici e Mezzi di trasporto. Come si vede dalla Tabella, in entrambi i casi e per tutti e cinque i settori la proporzione di inputs prodotti domesticamente è maggiore in Italia che in Germania sia nel 1995 che nel 2011. Lo stesso vale per la diminuzione della componente domestica degli acquisti intermedi, che è stata più intensa in Germania tranne che per il settore dei mezzi di trasporto.

 

Tabella 8: Produzione intermedia, acquisti diretti e totali da imprese domestiche

Produzione intermedia, acquisti diretti da imprese domestiche

 

 

 

Chimica

Macchinari

Gomma

App. ottici

Mezzi di

 

 

 

 

plastica

elettronici

trasporto

Germ.

1995

73.2

79.0

71.6

75.5

73.8

 

2011

61.0

68.2

58.0

57.8

66.0

 

Diff

12.2

10.8

13.6

17.7

7.8

 

 

Italia

1995

76.6

86.5

80.5

82.6

86.0

 

2011

68.0

80.8

73.6

71.3

75.7

 

Diff

8.6

5.7

6.9

11.3

10.3

 

 

Produzione intermedia, acquisti totali da imprese domestiche

 

 

 

Chimica

Macchinari

Gomma

App. ottici

Mezzi di

 

 

 

 

plastica

elettronici

trasporto

Germania

1995

59.2

63.0

56.6

60.1

57.6

 

2011

47.5

49.4

44.0

40.8

47.8

 

Diff

11.7

13.6

12.6

19.3

9.8

 

 

Italia

1995

61.8

72.8

66.0

69.2

72.0

 

2011

51.7

62.4

56.7

54.2

57.9

 

Diff

10.1

10.4

9.3

15.0

14.1

Fonte: calcoli propri su dati WIOD

 

 

I dati utilizzati ci permettono anche di scomporre le importazioni, sia dirette che totali, a seconda del paese di provenienza. Per due dei cinque settori appena considerati – Macchinari nca e Mezzi di trasporto – le Tabelle 912 riportano i primi paesi fornitori di beni e servizi intermedi, per Germania e Italia (1995 e 2011).

 

Tabella 9: Importazioni dirette e totali per area geografica di provenienza, Macchinari nca, Germania (1995 e 2011)

Importazioni dirette

 

Importazioni totali

 

1995

2011

 

 

1995

2011

CHN

1.3

9.6

 

CHN

1.9

13.8

ITA

9.7

8.6

 

ITA

9.1

7.5

FRA

11.1

7.0

 

FRA

10.6

6.8

USA

7.3

5.7

 

USA

9.2

6.0

CZE

2.8

5.7

 

JPN

6.0

4.2

AUT

5.5

5.6

 

NLD

5.8

4.1

POL

2.5

5.1

 

AUT

3.9

3.9

NLD

7.0

5.0

 

POL

2.4

3.8

BEL

7.4

4.3

 

GBR

7.3

3.8

GBR

7.6

4.0

 

CZE

2.4

3.7

JPN

4.5

3.6

 

BEL

6.2

3.5

ESP

2.3

2.7

 

ESP

2.5

2.9

HUN

1.0

2.7

 

RUS

2.8

2.7

SWE

2.7

2.0

 

KOR

2.2

2.2

SVK

0.7

1.7

 

SWE

2.6

2.0

TUR

0.7

1.5

 

HUN

0.9

1.6

IND

0.3

1.5

 

IND

0.4

1.6

KOR

2.1

1.4

 

BRA

1.0

1.4

RUS

2.1

1.3

 

TUR

0.6

1.4

Altri

21.3

21.1

 

Altri

22.1

23.2

Fonte: Calcoli propri su dati WIOD

 

 

 

Tabella 10: Importazioni dirette e totali per area geografica di provenienza, Macchinari nca, Italia (1995 e 2011)

Importazioni dirette

 

Importazioni totali

 

1995

2011

 

 

1995

2011

DEU

24.5

22.2

 

DEU

20.1

15.2

FRA

14.3

9.1

 

FRA

13.0

7.9

GBR

6.8

3.4

 

USA

7.7

4.8

USA

5.9

4.0

 

GBR

6.4

3.1

BEL

5.1

3.8

 

BEL

4.7

2.9

NLD

4.2

3.9

 

NLD

3.9

3.2

ESP

3.7

5.9

 

ESP

3.6

5.1

AUT

2.8

2.9

 

JPN

3.3

2.1

SWE

2.3

1.4

 

RUS

3.3

4.9

RUS

2.3

1.1

 

AUT

2.3

2.3

JPN

2.0

1.2

 

SWE

2.1

1.3

LUX

1.2

0.4

 

CAN

1.6

0.9

CHN

1.2

8.4

 

CHN

1.6

10.6

CAN

1.1

0.4

 

BRA

1.0

1.6

TUR

0.9

2.7

 

KOR

0.9

2.3

ROM

0.9

1.0

 

ROM

0.9

0.7

FIN

0.8

0.6

 

FIN

0.9

0.6

SVN

0.7

0.7

 

TUR

0.8

2.2

BRA

0.7

1.1

 

AUS

0.8

0.9

Altri

18.5

25.9

 

Altri

21.1

27.4

Fonte: Calcoli propri su dati WIOD

 

 

 

Tabella 11: Importazioni dirette e totali per area geografica di provenienza, Mezzi di trasporto, Germania (1995 e 2011)

Importazioni dirette

 

Importazioni totali

 

1995

2011

 

 

1995

2011

FRA

14.4

10.2

 

CHN

1.6

11.2

AUT

11.1

8.0

 

FRA

13.4

8.8

ITA

10.4

7.6

 

ITA

10.0

7.3

POL

2.3

7.3

 

POL

2.2

5.2

CHN

1.0

6.6

 

USA

8.4

5.2

CZE

2.4

5.9

 

AUT

6.7

4.8

GBR

7.6

5.6

 

GBR

7.3

4.7

HUN

1.1

4.6

 

CZE

2.2

4.1

NLD

6.2

4.6

 

JPN

6.3

3.9

ESP

4.2

3.7

 

NLD

5.3

3.9

BEL

6.2

3.7

 

ESP

3.8

3.6

USA

6.2

3.6

 

BEL

5.6

3.2

JPN

4.6

2.6

 

KOR

1.6

3.1

KOR

1.3

2.4

 

HUN

0.9

2.6

TUR

1.1

2.4

 

RUS

2.4

2.3

SVK

0.8

2.0

 

TUR

0.8

1.9

SWE

1.9

1.6

 

SWE

2.1

1.8

BRA

0.9

1.3

 

BRA

1.1

1.5

RUS

1.6

0.9

 

SVK

0.8

1.4

Altri

14.8

15.2

 

Altri

17.5

19.4

Fonte: Calcoli propri su dati WIOD

Tabella 12: Importazioni dirette e totali per area geografica di provenienza, Mezzi di trasporto, Italia (1995 e 2011)

Importazioni dirette

 

Importazioni totali

 

1995

2011

 

 

1995

2011

DEU

27.0

24.1

 

CHN

1.7

18.0

FRA

16.6

9.3

 

DEU

19.7

14.8

CHN

0.9

8.8

 

RoW

11.6

13.9

RoW

8.7

7.8

 

FRA

15.1

8.0

ESP

4.1

6.7

 

ESP

2.8

4.9

POL

0.8

4.2

 

USA

8.9

4.5

KOR

0.7

4.1

 

RUS

2.3

3.9

GBR

7.4

4.0

 

NLD

4.6

3.4

USA

6.0

3.9

 

GBR

8.1

2.9

BEL

4.6

3.0

 

BEL

4.1

2.4

NLD

3.9

3.0

 

KOR

1.3

2.4

TUR

0.9

2.9

 

JPN

3.9

2.1

JPN

2.4

2.6

 

IND

0.5

1.7

AUT

2.8

2.2

 

POL

0.6

1.7

CZE

0.4

1.6

 

AUT

1.7

1.6

IND

0.4

1.4

 

TUR

0.6

1.5

HUN

0.4

1.0

 

TWN

1.0

1.5

TWN

0.7

1.0

 

BRA

0.8

1.2

SWE

1.8

0.9

 

CZE

0.5

1.1

Altri

9.5

7.6

 

Altri

10.3

8.4

Fonte: Calcoli propri su dati WIOD

 

 

 

Come si vede dalle Tabelle l’Italia è il secondo paese fornitore di beni e servizi intermedi per il settore Macchinari nca tedesco, e il terzo per il comparto dei Mezzi di trasporto. In entrambi i casi, il peso relativo del nostro paese come subfornitore di entrambi i settori tedeschi si è ridotto tra il 1995 e il 2011 per effetto del fortissimo aumento della presenza cinese. La Germania invece è il primo fornitore di beni e servizi intermedi per il settore dei macchinari italiani, e il secondo per quello dei mezzi di trasporto (dietro la Cina).

Tra Italia e Germania c’è tuttavia una profonda differenza: mentre in alcuni settori, come quello dell’automobile, le esportazioni italiane verso la Germania sono costituite prevalentemente da componenti (beni e servizi intermedi), quelle tedesche verso l’Italia sono costituite prevalentemente da prodotti finiti. I dati relativi al 2011 per i cinque settori di cui sopra (e per il totale di tutti i settori) sono riportati nella Tabella 13. Come si vede, nel 2011 il 52.5% dell’output del settore dei mezzi di trasporto italiano esportato in Germania consiste di prodotti finiti, mentre in senso inverso tale proporzione è del 35.3%.

 

Tabella 13: Esportazioni tedesche in Italia e italiane in Germania, composizione, 2011

 

Esportazioni tedesche in Italia

 

 

Chimica

Macchinari

Gomma

App. ottici

Mezzi    di

Totale

 

 

 

plastica

elettronici

trasporto

 

Beni intermedi

74.7

39.2

86.1

55.1

35.3

59.9

Beni finali

25.3

60.8

13.9

44.9

64.7

40.1

Totale

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

 

Esportazioni italiane in Germania

 

 

Chimica

Macchinari

Gomma

App. ottici

Mezzi di

Totale

 

 

 

plastica

elettronici

trasporto

 

Beni intermedi

64.3

46.5

83.9

64.9

52.5

57.3

Beni finali

35.7

53.5

16.1

35.1

47.5

42.7

Totale

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

100.0

Fonte: calcoli propri su dati WIOD

 

4. Frammentazione internazionale della produzione e produttività del lavoro

La questione della frammentazione internazionale delle catene produttive è legata a doppio filo con quella dell’evoluzione della produttività del lavoro. La delocalizzazione all’estero di certe fasi delle catene produttive, tipicamente a basso valore aggiunto ed alta intensità di lavoro, ha infatti come conseguenza quella di far aumentare la produttività interna, senza che abbiano effettivamente luogo dei miglioramenti tecnologici o organizzativi. Inutile dire che tali processi di rilocazione internazionale sono agevolati dalla cosiddetta flessibilizzazione del mercato del lavoro, che consente di liberarsi velocemente della manodopera in eccesso, così come dal crescere degli investimenti diretti esteri.

Per restare al caso di Italia e Germania, possiamo calcolare le variazioni di produttività domestica – vale a dire le ore di lavoro necessarie per produrre quella parte delle componenti e del relativo assemblaggio di ciascuna unità di domanda finale che avviene esclusivamente entro i confini nazionali – e internazionale – tenendo quindi conto della quantità di lavoro svolta complessivamente, sia domesticamente che all’estero, per completare le fasi produttive che hanno la loro testa (cioè l’assemblaggio e quindi la vendita del prodotto finale) in ciascun paese. Nel caso di Italia e Germania, i risultati sono presentati nelle Tabelle 14 e 15, rispettivamente.

 

Tabella 14: Variazioni della produttività del lavoro domestica, Italia e Germania, 1995-2007

 

 

Italia

 

 

95-98

98-01

01-04

04-07

95-07

Gomma e plastica

2.5

1.2

2.2

0.4

1.6

Chimica

3.5

1.0

2.3

0.7

1.9

Macchinari nca

0.3

2.1

1.2

1.7

1.3

App. ottici ed elettronici

1.7

2.9

2.0

0.8

1.9

Mezzi di trasporto

2.0

2.5

0.2

1.4

1.5

 

Germania

 

 

95-98

98-01

01-04

04-07

95-07

Gomma e plastica

3.9

1.4

3.7

3.5

3.1

Chimica

4.7

3.7

2.5

3.2

3.5

Macchinari nca

3.8

2.3

1.6

5.1

3.2

App. ottici ed elettronici

5.1

5.1

6.1

11.0

6.8

Mezzi di trasporto

4.3

2.1

2.9

5.9

3.8

Fonte: calcoli propri su dati WIOD

 

 

Tabella 15: Variazioni della produttività del lavoro internazionale, Italia e Germania, 1995-2007

 

 

Italia

 

 

95-98

98-01

01-04

04-07

95-07

Gomma e plastica

1.9

2.0

0.2

-0.3

0.9

Chimica

1.8

1.8

0.7

-0.3

1.0

Macchinari nca

0.1

2.4

-0.6

0.2

0.5

App. ottici ed elettronici

1.6

2.9

-0.5

0.0

1.0

Mezzi di trasporto

1.1

1.0

-2.0

-0.3

-0.1

 

Germania

 

 

95-98

98-01

01-04

04-07

95-07

Gomma e plastica

2.5

2.0

0.2

1.4

1.5

Chimica

2.3

3.3

0.3

0.5

1.6

Macchinari nca

3.3

1.4

-2.3

1.9

1.0

App. ottici ed elettronici

4.4

1.9

-0.9

7.3

3.1

Mezzi di trasporto

2.2

2.1

-2.7

3.1

1.2

Fonte: calcoli propri su dati WIOD

 

 

Come si vede dalle Tabelle, gli aumenti della produttività del lavoro tedesca sono molto maggiori di quelli italiani soprattutto nel caso domestico – e soprattutto in corrispondenza dell’introduzione del cosiddetto Piano Hartz che ha modificato la regolamentazione del mercato del lavoro tedesco. Osservando invece le variazioni della produttività internazionale, si nota come le divergenze siano meno marcate, a dimostrazione del fatto che parte degli aumenti di produttività domestici sono in realtà dovuti a cambiamenti della divisione internazionale del lavoro. La riduzione della divergenza è particolarmente marcata nel caso di due settori: Macchinari nca – +3.2% annuo in media per la Germania e +1.4% per l’Italia per la produttività domestica, +1.0% contro +0.5% nel caso della produttività internazionale – e Apparecchi ottici ed elettronici – +6.8% contro +1.9% nel caso domestico, +3.1% contro +1.0% in quello internazionale.

L’analisi delle variazioni della produttività del lavoro, già molto controversa dal punto di vista teorico ed empirico, assume una rilevanza ancora maggiore nella attuale fase politica, caratterizzata da un attacco ai diritti dei lavoratori che passa anche attraverso la pretesa di collegare gli incrementi salariali e, appunto, l’andamento della produttività stessa. È quindi utile spendere qualche riga per fare alcune precisazioni al riguardo.

Gli indicatori della produttività dal lavoro più comunemente utilizzati sono i costi unitari del lavoro (o ULC, Unit Labour Costs) e il valore aggiunto per lavoratore a prezzi costanti. Si tratta evidentemente di indicatori che includono elementi totalmente svincolati dalla effettiva evoluzione della produttività fisica del lavoro, includendo elementi impositivi e contributivi che dipendono esclusivamente dall’apparato istituzionale del sistema politico ed economico di riferimento. Inoltre, tali indicatori sono quasi sempre calcolati in riferimento all’intero sistema economico, vale a dire implicitamente come media ponderata dell’andamento degli stessi a livello settoriale. Anche utilizzando valori a prezzi costanti, quindi, risulta impossibile ottenere degli indicatori che non risentano delle variazioni dei prezzi, essendo questi ultimi i pesi utilizzati per calcolare tali medie ponderate.

I recenti attacchi di Confindustria al Contratto Collettivo Nazionale si basano su un’analisi, da parte dell’organizzazione padronale italiana, dell’evoluzione del valore aggiunto a prezzi costanti per lavoratore. Come appena precisato, questo indicatore include elementi estranei alla produttività fisica del lavoro. Più nello specifico, calcolato al livello della singola branca, il valore aggiunto è la somma di tre componenti: redditi da lavoro, imposte nette sulla produzione, risultato lordo di gestione. Contabilmente, il concetto di valore aggiunto a prezzi costanti non ha senso, poiché non si tratta della somma del valore di merci ognuna caratterizzata da un proprio prezzo, a cui applicare un indice che ne consenta una deflazione, ma della somma di grandezze distributive.

Per di più, il valore aggiunto include anche i profitti; pretendere di collegare un suo calo a riduzioni salariali significa di fatto pretendere di scaricare il rischio di gestione sui lavoratori invece che sui padroni in termini di minori profitti.

5. E a sinistra?

La Sinistra politica, in Italia, sta cercando di intraprendere un percorso di ricostruzione. Dopo anni di disastri, non ci si poteva certo attendere che già esistesse una collaborazione con la sinistra della Linke. Esiste, invece, una proficua collaborazione tra le organizzazioni italiane Punto Rosso e Fondazione Claudio Sabattini e la Rosa Luxemburg Stiftung.

A livello sindacale esistono alcune interessanti esperienze, in particolare riferite al settore metalmeccanico con la Fiom lombarda e quella emiliana impegnate da tempo in progetti di collaborazione con l’IG Metall. In particolare la Fiom dell’Emilia Romagna ha definito un protocollo d’intesa con la IG Metall di Wolfsburg che ha portato ad iniziative comuni – si vedano ad esempio la contrattazione aziendale alla Lamborghini, e i progetti futuri come la costituzione di un  CAE (Comitato Aziendale Europeo) alla Schnellecke Logistics, una grande azienda di fornitura del Gruppo Volkswagen-Audi. Oltre a questo sarà centrale il tema degli appalti con l’obiettivo di costruire forme di rappresentanza e relazioni sindacali lungo tutta la catena del valore. Questo comporterà, oggettivamente, un ripensamento del concetto di impresa, cioè una ridefinizione dell’unità di analisi sulla quale costruire forme di organizzazione e rappresentanza dei lavoratori.

In generale, tuttavia, ci sembra di poter dire che la sinistra in Italia non ha ancora compreso l’importanza di una relazione organica – e, ci permettiamo di dire, privilegiata – con la sinistra tedesca.

Riferimenti bibliografici

Arrighetti, A., Breda, E., Cappariello, R., Clemens, M., Ninni, A., and Schumacher, D. (2012). Competitivness in manufacturing. Germany vs Italy – A comparison. Facoltà di Economia, Università degli Studi di Parma, WP EP01.

Arrighetti, A. and Ninni (2012). German and Italian manufacturing performances: a premise to a comparison. Economia e Politica Industriale, 2.

Bellofiore, R., Garibaldo, F., and Mortagua, M. (2015). A credit money and structural perspective on the European crisis: why exiting the euro is the answer to the wrong question. Review of Keynesian Economics, 3(4):471–490.

Bianchi, P. and Labory, S. (2009). Le nuove politiche industriali dell’Unione Europea. Il Mulino, Bologna.

Borin, A. and Cristadoro, R. (2014). Gli investimenti diretti esteri e le multinazionali. Questioni di Economia e Finanza, Occasional Papers, 243.

Breda, E. and Cappariello, R. (2012). A tale of two bazaar economies: an input-output analysis for Germany and Italy. Economia e politica industriale, (2):111–137.

Clemens, M. and Schumacher, D. (2012). Manufacturing competitiveness in euro countries. A German perspective. Economia e Politica Industriale, 2.

Fortis, M. and Kockerbeck, A. (2015). Italia e Germania senza rivali nella leadership dell’industria. Fondazione Edison, Approfondimenti Statistici, Quaderno n. 145.

KPMG (2014). Rapporto Mergers & Acquisitions. I mercati preparano la ripresa. KPMG Corporate Finance.

Mutinelli, M. (2011). Gli investimenti diretti italiani in Germania e tedeschi in Italia. Ministero degli Affari Esteri.

Osservatorio provinciale del settore tessile (2005). Ricerca su imprese tessili della Val Seriana. Provincia di Bergamo.

Scott, R. and Jiang, X. (2015). Unilateral grant of market economy status to China would put millions of EU jobs at risk. Economic Policy Institute.

Simonazzi, A., Ginzburg, A., and Nocella, G. (2013). Economic relations between Germany and southern Europe. Cambridge Journal of Economics, 3(37):653–675.

Sinn, H. W. (2003). Bazaar Economy. Ifo-Viewpoint, (50).

Unioncamere e Prometeia (2015). Il settore automotive nei principali paesi europei. Ricerca promossa dalla 10a Commissione

 


[1] Scaricabile a www.puntorosso.it.

[2] La traduzione italiana dell’articolo del Financial Times si può consultare nel sito www.puntorosso.it.

 

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Europa

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About Matteo Gaddi: Matteo Gaddi è nato a Mantova, città nella quale vive e lavora. È stato consigliere comunale dal 1996 al 2010 per il Prc, nel quale ha rivestito il ruolo di responsabile del nord. Attualmente è delegato sindacale nel suo posto di lavoro e tra i coordinatori nazionali delle esperienze di autoconvocazione delle Rsu. Membro del direttivo regionale lombardo della CGIL e del coordinamento nazionale della sinistra sindacale Democrazia e lavoro. Si occupa di politiche industriali e inchiesta operaia. Per le Edizioni Punto Rosso ha pubblicato: “Lotte operaie nella crisi” (2010) e "Crisi industriale e classe operaia" (2015). Ha curato nel 2015 il volume, “Vittorio Rieser. Intellettuale militante di classe”, sempre per le Edizioni Punto Rosso.

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