Margherita Romanelli: Migrazione e tratta. Il muovo sfruttamento globale del lavoro

| 30 luglio 2018 | Comments (0)

Dopo aver firmato un importante Memorandum of Understanding con il National Committee for Counter Trafficking cambogiano, GVC ha presentato a Bangkok la ricerca “Migrazione Lavorativa e Tratta”, realizzata insieme all’Asian Institute of Technology di Bangkok. Il testo è di Margherita Romanelli Policy Advisor e Responsabile Asia GVC

È un intreccio di parole, concetti, attori quello che lega la tratta di esseri umani alle nuove schiavitù e alla migrazione. Infatti, sempre più spesso questi temi si confondono o si sovrappongono: nel parlare di uno si finisce inevitabilmente per parlare dell’altro. Ma è anche un affare internazionale che unisce – nella nuova globalizzazione – Nord e Sud del mondo, Occidente e Oriente.

Negli ultimi anni, la Tailandia è stata rimproverata più volte dalla comunità internazionale per non aver profuso sufficienti sforzi nella soluzione della tratta di esseri umani. Il Dipartimento di Stato americano nel 2015 e nel 2017 ha assegnato al paese un ranking Tier 2 per non aver fatto il minimo necessario per bandire la tratta. Lo sfruttamento della manodopera dei migranti è particolarmente rilevante in diversi settori come nell’industria del pesce. Con 5,8 miliardi di dollari di export nel 2017, la Tailandia è tra i maggiori esportatori mondiali di pesce, quel tonno e quei gamberetti che finiscono anche sulle nostre tavole. Nel 2015, l’Unione Europea ha chiesto alla Tailandia di abolire il lavoro forzato nel settore ittico, minacciando di bandire l’importazione dei suoi prodotti secondo il programma IUU (Illegal, Unreported and Unregulated fishing) contro la pesca illegale. In risposta, la Tailandia ha promosso una serie di iniziative di contrasto. Tuttavia i risultati non sono ancora sufficienti e sono talvolta contrastanti. Ad esempio nel Decreto regio del 2017 sulla Gestione dei Lavoratori Migranti, sebbene si inaspriscano le multe per i datori di lavoro, ad essere maggiormente penalizzati risultano essere ancora i migranti, poiché per loro é prevista anche la detenzione.

Per questo GVC ha promosso lo studio “Migrazione lavorativa e tratta”, condotto insieme all’Asian Institute of Technology di Bangkok, per identificare i cortocircuiti e le mancanze nel quadro di leggi e politiche thailandesi e cambogiane.

Ma cos’è la tratta di esseri umani? Secondo la Nazioni Unite, il fenomeno prevede lo sfruttamento perpetrato attraverso una forma di costrizione fisica o psicologica e ha a che fare con lo sfruttamento della prostituzione altrui, con il lavoro forzato, la schiavitù e l’asservimento, il prelievo di organi. Colpisce sia i migranti che i cittadini stessi di un paese.

Globalmente, la tratta di esseri umani è in crescita. Nel 2017, secondo le stime di ILO, l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro, 40.3 milioni di persone nel mondo sono state trafficate. Di queste 10 milioni sono bambini. Circa 25 milioni sono vittime di lavoro forzato (4,8 nella prostituzione), con un profitto illecito pari a 150 miliardi di dollari l’anno.

Oggi, i migranti che non hanno accesso a canali regolari si affidano a un “facilitatore della trasmigrazione”, che spesso appartiene a una rete criminale. Se più facilmente identifichiamo come trafficanti gli sfruttatori che costringono i migranti alla prostituzione, lo stesso non avviene per imprenditori senza scrupoli che riducono migliaia di persone al lavoro forzato. Tra queste ultime, anche i pescatori e i pulitori di gamberetti del Sud Est asiatico. Ed è proprio in Oriente che si trova il 62% delle vittime con oltre 15 milioni di persone ridotte ai lavori forzati.

Attualmente, circa 1,5 milioni di cambogiani vivono in Tailandia, la maggior parte viene dalle aree del Nord povere: si tratta di persone poco scolarizzate e che non hanno specifiche competenze professionali.

Attorno all’inizio del millennio si è assistito al risveglio delle tigri asiatiche. Erano gli anni in cui la globalizzazione economica godeva dei più ottimistici consensi. La crescita, non accompagnata dal riconoscimento dei diritti e dal contrasto alle diseguaglianze, è stata senz’altro uno dei driver della migrazione e dello sfruttamento, fenomeno che oggi investe come un boomerang anche le nostre economie e le nostre società.

La crescita economica della Tailandia richiede manodopera esterna, non essendo sufficiente quella già presente nel paese. I salari minimi stabiliti per legge sono il doppio di quelli cambogiani e finiscono per attrarre i giovani in cerca di occupazione e i lavoratori poveri delle campagne. Tuttavia, solo il 31% dei migranti, secondo i dati ILO (2017), entra nel paese per vie regolari. Infatti, nel 2003 i due paesi hanno firmato un accordo per stabilire un meccanismo di migrazione regolare, legata a contratti di lavoro, servendosi di agenzie che mettono in contatto i lavoratori cambogiani con i datori di lavoro thailandesi. I costi che dovrebbero essere ufficialmente di circa 100 dollari lievitano di 5-7 volte, per arrivare fino a 5-700 dollari, e i tempi fino a 6 mesi. Inoltre, la migrazione regolare non necessariamente offre maggiori garanzie rispetto a quella irregolare. Infatti, la probabilità di essere oggetto di tratta è molto alta ed è data da una connivenza di interessi tra le agenzie di reclutamento e gli imprenditori, agevolati da un sistema generalizzato di corruzione o scarse capacità di controllo ed esercizio della legalità da parte delle istituzioni e della polizia, dai due lati del confine. Per i migranti irregolari il rischio di essere vittima di tratta – sotto forma di prostituzione, schiavitù domestica, nell’edilizia, nell’agricoltura e sui pescherecci – è ancora maggiore. Riguarda donne e uomini e non risparmia una quota crescente di minori. Lavoro sotto-pagato, extra lavoro, non riconoscimento dei diritti, discriminazioni subite da donne e madri, violenze, minacce, requisizione di documenti ed altri abusi riguardano il 75% dei migranti regolari e l’82% di quelli irregolari (ILO 2017).

Il meccanismo che induce i migranti a spostarsi fuori dai canali ufficiali in Cambogia e in Thailandia e il loro ruolo di debolezza nei confronti degli sfruttatori ancora non è stato affrontato in modo efficace. E’ corroborato da un sistema giudiziario che non permette un’adeguata identificazione delle vittime, non le protegge sufficientemente e non consente un giusto risarcimento. Ad esempio, se i lavoratori migranti non riescono a dimostrare di aver subito un abuso o violenza, per la legge attualmente in vigore, non possono cambiare datore di lavoro: in tal modo il problema dello sfruttamento non può essere risolto.

In questo quadro, dalla ricerca “Migrazione lavorativa e tratta” è emerso uno scenario complesso sul quale è necessario intervenire. Tre le priorità:

· rendere accessibili i canali legali di migrazione, sconfiggendo corruzione e impreparazione dei funzionari da entrambe le parti per ridurre costi e tempi e offrire percorsi sicuri;
· rafforzare i diritti dei lavoratori migranti, offrire la possibilità di cambiare datore di lavoro, di poter avere un ruolo attivo nel sindacato e permettere a quest’ultimo – insieme alle organizzazioni che difendono i diritti umani – di agire in maniera efficace;
· proteggere le vittime, anche se migrate irregolarmente: assicurare un processo giusto, un sistema che punisca i trafficanti e permetta il risarcimento dei danni perpetrati.
Per questo GVC dal 2012 lavora in Cambogia, e dal 2017 anche in Tailandia, per contribuire a risolvere il problema della tratta dei migranti. Lo fa insieme ai migranti stessi, alle loro famiglie e alla comunità alle quali appartengono, per prevenire a monte i fenomeni di sfruttamento e violenza e rendere consapevoli le persone dei loro diritti e dei rischi cui possono incorrere. Con l’aiuto di tre ONG locali (LSCW, CWCC e LPN) GVC lavora per segnalare alle autorità i casi di abuso, fornisce assistenza legale alle vittime, assicurando loro protezione e reintegrazione sociale con una particolare attenzione alle donne che rappresentano il 70% dei suoi beneficiari. Sono le donne, infatti, che nell’81% dei casi trovano assistenza attraverso le ONG, capaci di costruire un rapporto di maggiore fiducia, comprensione e protezione in un contesto in cui esistono ancora forti disuguaglianze di genere (ILO, 2018).

Ma non basta. È necessario lavorare per risolvere le questioni a monte, far giungere ai livelli nazionali la voce delle vittime, identificare i vuoti legislativi e le carenze nell’applicazione. Ѐ un dovere farlo, coinvolgendo entrambe le parti: la Cambogia e la Tailandia.

Per questo, dal 7 al 9 maggio 2018, GVC ha organizzato a Bangkok tre giorni di conferenze, workshop e visite sul campo. Hanno partecipato 160 persone tra le quali i massimi rappresentanti cambogiani e thailandesi dei Ministeri del Lavoro, dell’Interno, degli Affari Sociali, della polizia, l’Unione Europea e le Agenzie delle Nazioni Unite, oltre alle organizzazioni della società civile, ai rappresentanti dei migranti e del mondo dell’impresa. Hanno discusso i risultati della ricerca “Migrazione Lavorativa e Tratta”, realizzata insieme all’Asian Institute of Technology, e hanno concordato che è necessario fare di più e con un maggiore coordinamento, nonché operare secondo il motto Diritti-Rispetto-Dignità lanciato dal progetto MIG-RIGHT di GVC e finanziato dalla Unione Europea.

È su questa base che l’impegno di GVC va avanti, attraverso una campagna internazionale per sensibilizzare le istituzioni, le associazioni, gli imprenditori, i consumatori e i cittadini, al fine di contrastare l’uso dei prodotti frutto del lavoro forzato. GVC sarà a Bruxelles al Parlamento europeo per sostenere l’attenzione dell’Europa contro lo sfruttamento del lavoro migrante in Tailandia, come in Italia.

Solo proteggendo i diritti dei più vulnerabili potremo assicurare che anche quelli già acquisiti continuino a essere garantiti, bandendo chi fa profitti e concorrenza sleale contro molte delle nostre imprese virtuose e soprattutto sulla pelle dei lavoratori più deboli, dei migranti.

 

Category: Dichiariamo illegale la povertà, Lavoro e Sindacato, Migrazioni, Osservatorio internazionale

About Margherita Romanelli: Margherita Romanelli è nata a Fermo (Marche) nel 1972, laureata a Bologna in Economia e Commercio e ha conseguito numerose qualifiche post universitarie sui temi delle relazioni internazionali. si è inoltre specializzata presso l’Università di Londra (SOAS) sulla lotta alla povertà. Dopo una esperienza di ricercatrice a Nomisma (Bologna) lavora nel GVC (Gruppo volontariato Civile) , una Ong di Bologna dove è responsabile di progetti nel Nord Africa e nel Sud est asiatico. E' stata candidata per la lista L'altra Emilia Romagna

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