Giovanni Mottura: La sindacalizzazione dei lavoratori immigrati

| 23 Giugno 2014 | Comments (0)

 

 

 

NOTA SULLA SINDACALIZZAZIONE DEI LAVORATORI IMMIGRATI IN UNA SOCIETÀ IN PROFONDA TRASFORMAZIONE. IL CASO ITALIANO PRIMA DELLA CRISI.

 

L’aumento di lavoratori di origine straniera occupati nelle imprese e presso le famiglie italiane si presenta da oltre due decenni come una tendenza di carattere strutturale della quale neppure la crisi economica in corso sembra finora determinare l’arresto, nonostante i pesanti effetti negativi su livelli di occupazione e sugli equilibri del mercato del lavoro che hanno caratterizzato in particolare l’ultimo quadriennio (Papademetriou et alt. 2009; Rogers et alt. 2009; Mottura 2010; Galossi 2013; Cillo e Perocco 2013).

Parallelamente a quella, un’altra tendenza è andata negli anni prendendo corpo ed affermandosi agli occhi degli osservatori italiani e di altri paesi come un aspetto peculiare della “nuova immigrazione” che interessa l’Italia: l’aumento costante di iscrizioni ai sindacati confederali di lavoratori stranieri, via via che nuovi flussi d’ingresso per ragioni di lavoro si sono succeduti e i protagonisti si sono distribuiti sul territorio nazionale seguendo itinerari che ben presto hanno evidenziato l’esistenza di una domanda di forza lavoro (in larga misura non sostitutiva) originata da settori, comparti e fasce di aziende delle diverse regioni, e più tardi anche da famiglie.

Contemporaneamente al venire alla luce di una realtà che nel corso degli anni ’90 è maturata anche come dato di consapevolezza tra gli imprenditori (il generarsi attraverso l’immigrazione di un bacino diversificato di offerta di forza lavoro in grado di corrispondere a necessità già in precedenza espresse dal tessuto produttivo e di servizi del paese), i sindacati confederali hanno mostrato la capacità di intercettare i nuovi lavoratori. Nella seconda parte degli anni ’80 le prime esperienze di contatto con soggetti o gruppi immigrati da parte di strutture sindacali in aree territoriali dove si registrava una quantità di nuove presenze e nelle città sedi di aeroporti e/o porti, avevano già nutrito dibattiti nelle Confederazioni e generato esigenze di miglior conoscenza del fenomeno in atto. Ma come ha mostrato una ricerca promossa dall’Ires Cgil nel biennio 1992-93 (Mottura, Pinto 1996), in quella fase l’ampio respiro strategico delle riflessioni e delle analisi politiche dedicate dalle dirigenze delle tre maggiori Confederazioni alla questione migratoria travalicava di gran lunga i limiti concreti dei rapporti già in atto con lavoratori immigrati. Si trattava infatti di esperienze in assoluta prevalenza di servizio e di risposta a bisogni primari; limitate ai territori nei quali le presenze immigrate erano di qualche rilievo in sostanza descrivibili come iniziative di supplenza, rese necessarie dai ritardi delle istituzioni pubbliche ad elaborare e mettere in atto le linee e gli strumenti di una politica migratoria.

 

1. Lo strutturarsi dell’iniziativa sindacale

Cambiamenti assai rilevanti si sono succeduti nell’arco del ventennio seguente, su molteplici livelli: nell’entità numerica delle presenze immigrate; nella loro composizione in termini demografici, di provenienza, di nazionalità, di diritti formali (diversi tra cittadini o non di paesi appartenenti all’U.E., ad esempio), nonché di possesso o meno di regolare permesso di soggiorno; e soprattutto – per l’influenza che esercitano sui percorsi e le opportunità degli immigrati – nella normativa italiana in materia e nelle politiche via via messe in atto.

Di tutti questi cambiamenti i sindacati sono stati non soltanto testimoni privilegiati, ma per molti aspetti attori e coprotagonisti.

Il loro intervento ha rappresentato per molti immigrati un supporto importante nei processi (mai agevoli, spesso resi ancor più faticosi dalle regole stesse che dovrebbero garantirne il decorso) di inserimento nel nuovo contesto sociale.

In generale la loro azione si è svolta su diversi terreni:

  • Quello dell’elaborazione giuridica e dell’attività legislativa in materia di immigrazione negli ambiti nazionali e regionali, esercitando per quanto possibile funzioni di orientamento, di pressione e di proposta a favore di una normativa che privilegiasse un approccio promozionale, anziché assistenziale o, peggio, custodialistico/difensivo nell’azione dei poteri pubblici in tale materia (Ambrosini e Colasanto 1993);

  • Quello della mobilitazione antirazzista e dell’organizzazione di manifestazioni di protesta e di solidarietà con gli immigrati in casi particolarmente gravi e clamorosi di esercizio di violenza o misure repressive nei loro confronti, oppure di impedimento potere dell’esercizio di diritti loro formalmente riconosciuti;

  • Quello dell’erogazione di servizi di orientamento, informazione, formazione, patrocinio legale, ecc.

  • Quello delle azioni di tutela e contrattazione sia a livello territoriale, ovvero nelle sedi della governance locale delle aree di resistenza, sia nei luoghi di lavoro.

All’esercizio di queste molteplici funzioni ha corrisposto, come s’è detto, un costante incremento degli iscritti stranieri alle confederazioni sindacali italiane, il cui ritmo e le cui dimensioni hanno destato l’interesse di diversi commentatori di altri paesi europei.

Per i sindacati, tutto ciò ha implicato nel tempo l’acquisizione di competenze e l’assunzione di responsabilità differenziate. In termini generali, ciò è dovuto alla duplicità di problematiche che la questione migratoria presenta alle confederazioni sindacali italiane, ovvero al proporsi di due livelli distinti di analisi, di riflessione, di elaborazione e di compiti operativi, i quali però costituiscono le parti inseparabili dell’insieme di problemi e di vincoli che concorrono a definire le identità dei protagonisti, ovvero dei migranti come soggetti sociali concreti.

Più semplicemente: i lavoratori immigrati dei quali stiamo parlando non possono essere considerati – secondo un approccio che si ritrova nei lavori di alcuni economisti – semplicemente come una componente (aggiuntiva o sostitutiva che la si voglia considerare) delle forze di lavoro italiane occupate nei medesimi settori, comparti o imprese.

Nonostante le analogie che si possono riscontrare – ad esempio – tra i percorsi e le difficoltà di inserimento nei nuovi contesti sociali e lavorativi dei lavoratori immigrati di oggi e quelli dei protagonisti della migrazione di massa di lavoratori italiani verso il triangolo industriale a metà del secolo scorso (Fofi 1964), oppure della recente ripresa dei flussi di forza di lavoro dal Mezzogiorno verso il nord del paese, l’esser stranieri presenta un netta differenza di qualità.

In altre parole, farsi carico dei problemi e rappresentare gli interessi di quella nuova componente della forza lavoro attiva implica sin dall’inizio per i sindacati italiani attrezzarsi per affrontare due nodi di questioni. Quelle attinenti la condizione degli immigrati in quanto lavoratori e l’insieme di diritti che vi è connesso; e quelle attinenti lo status di immigrato e l’insieme di diritti e doveri, oltre che di bisogni, che vi è connesso.

In breve, da un lato si tratta della necessità di tenere in debito conto l’influenza che il complesso di norme, regolamenti, vincoli procedurali che costituisce la politica migratoria esercita sulla determinazione dei percorsi dei migranti, sulle opportunità di stabilizzazione occupazionale e sulle probabilità di successo (o di scacco) dei loro progetti. (Carchedi, Mottura, Pugliese 2003; Galassi 2003; Piccirilli 2003; Mottura, Rinaldini 2009; Rinaldini 2010).

Sotto un secondo aspetto, quell’impostazione ha trovato un’occasione di verifica nella fase in cui il crescere di ricongiungimenti familiari è intervenuto ad evidenziare che una parte considerevole dei lavoratori immigrati aveva progetti di lunga (quando non definitiva) permanenza nel paese. Ciò infatti ha comportato aumento delle presenze, modificarsi della composizione della parte immigrata della popolazione, incrementi della domanda di beni e servizi e ampliamento del ventaglio di relazioni sociali e di rapporti con le istituzioni nelle aree di residenza.

Si sono avviati così processi di ulteriore cambiamento che si sono andati assommando a quelli già da tempo in corso nella società di approdo dei migranti, mostrando l’impossibilità di confinare le nuove presenze nella sola sfera della produzione. Anche nell’esperienza quotidiana si sono moltiplicate occasioni che evidenziano gli stretti legami intercorrenti fra diritti dei lavoratori immigrati e diritti di cittadinanza esigibili dagli immigrati.

È su questo terreno che si va dunque precisando nei sindacati, con il crescere delle presenze e del numero di lavoratori di origine e/o nazionalità straniera iscritti, la problematica della rappresentanza come partecipazione piena a tutte le istanze e ad ogni livello della vita e dell’attività dei sindacati ai quali essi aderiscono.

Ma prima di entrare nel merito di questo aspetto, che probabilmente è una delle questioni politicamente rilevanti nella fase che le Confederazioni stanno attraversando, conviene dedicare ancora un po’ di attenzione alle strutture di cui esse si sono dotate nel tempo per sviluppare i rapporti con i lavoratori immigrati e le inizative che li riguardano.

 

2. Le scelte organizzative: esiti positivi e contraddizioni.

Nell’anno 2009 le iscrizioni di lavoratori immigrati (regolarmente soggiornanti) alle tre maggiori confederazioni sindacati italiane raggiungono una cifra complessiva ormai vicinissima al milione, soglia che risulta poi superata se si aggiungono gli iscritti all’U.G.L. ed alle varie organizzazioni sindacali autonome.

Si tratta di un dato di assoluto rilievo: tale cifra – rapportata all’ammontare degli immigrati in possesso di permesso di soggiorno per lavoro – evidenzia un tasso di sindacalizzazione degli stranieri superiore a quello degli italiani. A conferma di ciò va osservato che si tratta di iscrizioni in assoluta prevalenza a federazioni di categoria, cioè di soggetti non soltanto appartenenti (in qualità di occupati o disoccupati) alla popolazione attiva, ma che già fanno in maggioranza riferimento a specifici settori di occupazione.

E non sembra inutile ricordare che si tratta di soggetti di età media inferiore a quella dei lavoratori italiani. Nei cinque anni successivi, pesantemente caratterizzati dagli effetti della crisi economica sui livelli di occupazione, la tendenza non sembra essersi modificata. Senza addentrarci oltre sugli sviluppi e gli aspetti quantitativi del fenomeno, ai fini del discorso che stiamo conducendo sembra dunque utile considerare le strutture il cui funzionamento e le cui iniziative hanno garantito alle confederazioni l’avvio ed uno sviluppo di tali dimensioni delle relazioni con il composito modo dell’immigrazione.

Superata la fase delle prime iniziative spontanee mese in atto da strutture periferiche dei sindacati, nella pratica analoghe e non di rado collegate a quelle di gruppi di volontariato nei territori a già sensibile presenza di immigrati, già nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, come si è ricordato, le confederazioni si sono dotate di strutture la cui azione incrementasse e desse continuità a quelle relazioni. Lo schema organizzativo adottato risulta bipartito, coerentemente con la volontà e la necessità di corrispondere alle esigenze, ai bisogni ed ai problemi che si presentano sui due livelli di cui s’è detto.

Da un lato si sono attivate nei territori strutture specificamente dedicate a fornire assistenza, consulenza, orientamento e tutela ad una utenza immigrata in generale, a tal fine giovandosi anche delle competenze degli istituti assistenziali e di patronato nonché degli uffici legali, collegati a ciascuna confederazione.

Sotto questo profilo si rileva una differenza di scelte organizzative tra CGIL e UIL da un lato e CISL dall’altro. Nelle prime, tali strutture sono state create come organi operanti nell’ambito dei Centri Servizi delle Camere del Lavoro territoriali, ovvero come parte integrante degli organismi confederali operanti nel territorio. La CISL invece ha scelto di creare un’associazione di volontariato dotata di statuto proprio e con proprio tesseramento (l’Associazione Nazionale “Oltre i Confini” – ANOLF) collegata alla confederazione, in ciascun territorio provinciale, mediante la partecipazione del proprio presidente al Comitato direttivo della CISL.

Dall’altro lato, tutti i compiti che attengono alla contrattazione ed alla tutela individuale e collettiva degli interessi degli immigrati in quanto lavoratori sono in tutte e tre le confederazioni affidati alle federazioni di categoria.

Nel corso del ventennio trascorso da quando tale disegno organizzativo fu tracciato e posto in atto, è però gradualmente venuta alla luce una contraddizione di rilievo, la quale – sebbene sia stata in più occasioni e scadenze presa in considerazione e discussa anche in sedi congressuali – non sembra a tutt’oggi aver trovato la via di una conclusione risolutiva né sul piano di una analisi condivisa, né su quello della prassi organizzativa e politica quotidiana.

Si tratta delle contraddizione già segnalata nelle conclusioni d’un precedente rapporto – fra “il crescente numero di lavoratori immigrati iscritti alle federazioni di categoria e il perdurare di una delega di fatto alle strutture di servizio della funzione di sede privilegiata dei rapporti fra sindacato e immigrati” (Mottura 2002).

In altre parole, nella prassi quotidiana delle strutture territoriali del sindacato quella “delega di fatto” ha favorito il generarsi all’interno del sindacato stesso di una serie di distorsioni di prospettiva sulla gestione migratoria. In generale, il concentrarsi delle conoscenze in merito (e di conseguenza del saper fare) soprattutto nelle strutture di servizio ha rallentato e in certa misura appannato la comprensione del valore strategico della questione. In tal modo ritardando la diffusione nell’intera organizzazione – come elemento condiviso di cultura sindacale, oltre che come dato politico – della consapevolezza razionale della necessità di confrontarsi con un “che fare” reso incalzante dall’avanzare di un processo di carattere e dimensioni strutturali che veniva ad incrociarsi e ad interagire con quelli che già andavano modificando da tempo gli assetti e gli equilibri del mercato del lavoro, dell’economia e della società.

Nella dimensione del lavoro quotidiano dei sindacalisti, ciò ha spesso significato ritardo a riflettere adeguatamente sui nessi concreti (che non sono semplici analogie) tra le difficoltà e i problemi di comunicazione che incontrano nel corso di interventi in contesti territoriali o d’impresa a forte presenza di immigrati e quelli che incontrano in situazioni apparentemente più “normali” nelle quali si percepisce la crescente inadeguatezza di ipotesi, procedure e tecniche di contrattazione già sperimentate, ma oggi messe in forze dai corposi cambiamenti intervenuti tanto nelle condizioni e nelle relazioni di lavoro quanto, in specie, nei regimi contrattuali.

Nel corso di una ricerca di campo può capitare così di incontrare in un medesimo territorio da un lato sindacalisti responsabili di strutture decentrate, impegnati in iniziative organizzative e di contrattazione in imprese a forte presenza di lavoratori stranieri, che dichiarano carenze di informazione e di formazione specifica, e dall’altro Centri servizi per lavoratori immigrati i cui operatori, nell’esercizio dei loro compiti, hanno maturato patrimoni di conoscenze e saper fare in materia.

Verosimilmente non si tratta di un’ostruzione casuale della comunicazione ma del frutto di una sfasatura del grado di impegno e di interesse dedicato dai due tipi di strutture in questione, nel corso di un ventennio, ad un processo in due sensi sempre più chiaramente rilevante: sia come apporto di nuove energie attivabili (a condizione di non sottovalutare i problemi e le esigenze dei soggetti) dal sindacato stesso in una fase delicata della propria evoluzione (Baglioni e Garibaldo 2010); sia come ulteriore elemento di complessità che si inserisce nel corso di cambiamenti degli assetti e degli equilibri del mercato del lavoro.

Quella sfasatura ha mostrato essere in alcuni casi anche foriera di malintesi e contrasti relativi alla definizione e attribuzione dei compiti delle diverse strutture; sembra comunque destinata, se perdura, a generare – nel caso di un’organizzazione complessa qual è un sindacato – disfunzioni e tensioni tra strutture destinate invece ad interagire positivamente.

L’elemento in grado per così dire di produrre (direttamente o indirettamente) degli anticorpi rispetto a quel rischio e di favorire l’instaurarsi di modalità relazionali che facilitino il dispiegamento pieno delle opportunità che la sindacalizzazione dei nuovi lavoratori può comportare sembra rappresentato oggi dal cospicuo numero di collaboratori immigrati nelle strutture di servizio delle Camere del Lavoro, dall’aumento dei delegati di origine straniera eletti nelle imprese e dai rapporti di interazione che essi stabiliscono con i funzionari sindacali con cui hanno contatti, e infine dall’auspicato aumento – ancora relativamente modesto rispetto al costante incremento delle iscrizioni di lavoratori – di funzionari e di dirigenti di origine straniera ad ogni livello dell’organizzazione. Su questi specifici aspetti, le cui potenzialità (anche oltre il nesso immediato con la questione migratoria) risultano ancora in larga misura inesplorate, la ricerca finora è stata scarsa.

Alla luce delle considerazioni svolte, nelle pagine che seguono si prendono in esame alcuni aspetti connessi alla questione “rappresentanza” che richiedono di essere più attentamente considerati sia in termini di approfondimenti di ricerca sia – probabilmente – nel dibattito tra le confederazioni sindacali e interno a ciascuna di esse.

 

3. La precarietà come condizione diffusa.

Si può considerare opinione corrente che l’immigrazione verso i paesi dell’Europa occidentale (ivi comprese l’Italia e la Spagna, prima esportatrici di braccia) dagli anni ’70 dello scorso secolo abbia giocato un ruolo importante, ma per molti versi differente da quello del cinquantennio precedente, risposta ad una domanda di forza lavoro originata da settori dell’economia e della società; domanda non di rado – almeno per ciò che concerne l’Italia – espressa come necessità inevasa già prima che l’immigrazione dall’estero si avviasse e fosse avvertita la sua portata potenziale.

Per altro verso sembra non essere più dubbio che uno degli effetti della fase critica, alcune delle cui lontane radici si possono rintracciare già nella crisi petrolifera dei primi anni ’70, sia stato l’espandersi della fascia dell’occupazione precaria in un mercato del lavoro caratterizzato da un crescente dualismo (Böhning 1974).

Il fenomeno della crescente precarizzazione del lavoro, che nel decennio successivo è stato registrato e sistematizzato anche in termini formali da riforme dei regimi contrattuali, corrisponde a precise esigenze delle imprese e del sistema produttivo nel suo complesso: fronteggiare le incertezze di una congiuntura economica sempre meno stabile e più imprevedibile; ridurre e/o rendere variabili i costi del lavoro e quelli degli investimenti; adottare le misure necessarie di adeguamento in un contesto di rapidi mutamenti economici e tecnici. Gli sforzi per ottenere una maggiore flessibilità del lavoro e del sistema organizzativo sono stati un modo di rispondere a tali esigenze.

Nel dibattito al quale crisi riferisce, particolare rilevanza si attribuisce alla distinzione tra flessibilità quantitativa e flessibilità qualitativa.

La prima forma di flessibilità si associa alla mobilità esterna dei lavoratori, dunque all’esternalizzazione dell’impiego e come conseguenza all’aumento del lavoro precario nel quadro del mercato secondario. La seconda invece, riguarda la mobilità interna del lavoro, dunque la stabilità di impiego nel quadro del mercato primario. “La prima è organizzazione di una flessibilità che concerne i rapporti dell’impresa con il mercato del lavoro esterno, ingressi e uscite dall’impresa (…). L’altra è una flessibilità che non mette in discussione il posto di lavoro e riguarda unicamente il mercato interno: trasferimenti di manodopera da un posto a un altro o modificazione dei contenuti dell’impiego.

Si noti come, in questa forma, le definizioni dei due tipi di flessibilità richiamino le categorie marxiane, rispettivamente, di sovrappopolazione relativa stagnante e fluttuante (così come, in altra parte dell’analisi citata, la sottolineatura del passaggio dal lavoro contadino nelle società di provenienza a quello salariato in società industrializzate come condizione comune a gran parte dei migranti, ricorda la definizione marxiana della sovrappopolazione latente).

Se si ricordano – appunto – i nessi non soltanto cronologici che intercorrono tra ricerca di flessibilità e processi di precarizzazione del lavoro nelle economie delle società europee che nell’ultimo trentennio sono state meta di una immigrazione apparsa nuova anche nei paesi con vecchia esperienza al riguardo, l’interesse di quella particolare ottica risulta notevole, specie nella fase attuale che vede aggravarsi le ripercussioni della crisi economica globale sui mercati del lavoro. Qui infatti appare superato il concetto di segmentazione del mercato del lavoro come chiave per comprendere e definire il ruolo riservato agli immigrati, dal momento che l’accresciuta precarietà coinvolge pesantemente anche fasce più ampie della popolazione autoctona ancora occupate o almeno definibili come attive, senza peraltro che il criterio della nazionalità e dell’origine dei lavoratori risulti di alcuna utilità al fine di distinguere nel concreto coloro il cui lavoro precario rientra nella casella “flessibilità qualitativa” da chi lavora in condizioni di flessibilità “quantitativa”.

In altri termini, in aree nelle quali quei processi sono già in corso avanzato – tanto più se si tratta di un paese nel quale quote di disoccupazione si coniugano con la persistenza di accentuati squilibri tra le regioni che lo compongono (Ambrosini 2001) e nel quale risulta particolarmente difficile distinguere una immigrazione “regolare” destinata al mercato “ufficiale” da un’altra, “irregolare”, destinata all’economia sommersa (Mottura e Rinaldini 2004) – i lavoratori stranieri si trovano a doversi fare strada in una società nella quale sono già in corso trasformazioni che coinvolgono il mercato del lavoro, i livelli e la struttura dell’occupazione, la gamma e la gerarchizzazione delle professioni (ovvero i meccanismi che regolano anche i processi di inclusione/marginalizzazione/esclusione sociale) e in un mondo del lavoro nel quale le differenze di colore, nazionalità, lingua, cultura, ma anche di età, di genere, ed altre, si presentano contemporaneamente come socialmente drammatiche e come economicamente irrilevanti (Mottura e Pinto 1996).

Riflettere su tutto questo appare utili come premessa per un approfondimento adeguato della tematica della rappresentanza se il terreno di riflessione è quello della partecipazione di delegati degli immigrati ai tavoli della governance locale in territori nei quali i “nuovi venuti” sono una presenza strutturata e consolidata (Mottura 2003). Ma è sufficiente quando si tratta invece di come il problema si presenta al sindacato? In altri termini: riprendendo il filo delle considerazioni svolte nel paragrafo precedente, in che senso l’aumento di delegati stranieri nei luoghi di lavoro e di collaboratori e funzionari stranieri nelle varie strutture del sindacato può presentarsi come generazione di “anticorpi” rispetto alla contraddizione individuata nello squilibrio di saperi e competenze creatosi nel tempo tra organi di servizio e federazioni di categoria?

 

4. La questione migratoria come occasione strategica

L’asprezza della crisi in atto e dell’impatto che ha sulle condizioni del mercato del lavoro e dell’occupazione, pur evidenziandosi differenze contingenti significative nei modi di fronteggiarne le conseguenze immediate tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati (Mottura 2010), ha confermato come dato di realtà difficilmente controvertibile che la disponibilità di forza lavoro immigrata è ormai una caratteristica strutturale del sistema economico italiano, e in più ha messo in luce che probabilmente anche nel corso della fase di ripresa post crisi sarà difficile riproporre la distinzione categorica tra lavoratori locali e stranieri in termini di opportunità di accesso al settore primario del mercato del lavoro (sia pure in posizioni “flessibilizzate”) o, all’inverso, di destinazione al secondario.

Apparirebbe però illusoria l’idea che la raggiunta consapevolezza del comune stato di mancanza di garanzie e dell’aggravarsi dell’area della precarietà possa di per sé rimettere in moto meccanismi di solidarietà e di unità fondata sul riconoscimento reciproco (come lavoratori) tra le varie componenti delle forze di lavoro. Nelle opere di molti osservatori, su questa considerazione si fonda l’allarme di una possibile “guerra tra poveri”, e comunque l’opinione che proprio là abbiano origine tutte le odierne forme sociali di paura, di chiusura, di aggressività: in altri termini, non – come si sente dire – dal rifiuto delle “diversità”, reali o inventate, ma da quello dell’analogia di condizione, nascerebbero quei fenomeni.

Per definire in forma sintetica le origini di questa particolare forma di disgregazione sociale che mina l’unità solidale tra lavoratori, nel corso di una riflessione su diversi materiali di ricerca sfociata infine in un saggio (Mottura, Rinaldini 2009) si è coniato al riguardo il termine babelizzazione.

Nelle intenzioni iniziali si trattava di una categoria impiegabile utilmente nello studio dei rapporti tra lavoratori italiani e stranierei nei luoghi di lavoro e negli spazi socio territoriali di residenza, nei quali le occasioni di incontro sono frequenti e possono articolarsi in forme relazionali comprensive di una maggiore varietà di interlocutori sociali ed istituzionali. Nello sviluppo del lavoro però la babelizzazione si è rivelata una categoria di portata più ampia, intesa come risultato atteso di un complesso di decisioni ed atti (comunicativi, politici, amministrativi, legislativi) che hanno avuto l’effetto di incrementare l’eterogeneità nella composizione delle forze di lavoro, ostacolando (o rallentando) l’innesco di eventuali processi di presa d’atto di interessi comuni, dunque della convenienza ad aggregarsi in forme organizzate accrescendo la propria forza contrattuale.

Come si è più volte ripetuto, infatti, l’aumento di occupati stranieri in imprese e presso famiglie italiane è soltanto una delle correnti che hanno alimentato il processo, di dimensioni più complesse, che nel corso dell’ultimo trentennio ha determinato la crescita costante della quota di lavoro precario sul totale degli occupati, di pari passo con le profonde modificazioni intervenute nei regimi contrattuali e ferma restando una massa di lavoro sommerso che non ha paragoni nel resto dell’Europa occidentale. Come si è più volte ricordato, soltanto a partire dagli ultimi anni ’80 i crescenti flussi di offerta straniera sul mercato del lavoro italiano si precisano come fenomeno che interviene a rendere più complesso il quadro di un processo le cui linee essenziali – in termini sociali, economici e giuridici – apparivano già definite. La babelizzazione della sfera del lavoro dipendente è già in atto nelle difficoltà di comunicazione, nei rapporti di crescente estraneità o addirittura di ostilità che molte ricerche hanno registrate nei luoghi di lavoro: ad esempio, tra lavoratori a tempo determinato e giovani assunti con contratti di svariata forma, contenuta e durata; oppure dipendenti di imprese esterne in subappalto, o collocati da agenzie di lavoro interinale, e così via.

Gli immigrati, che provengono da molte diverse parti del mondo, non fanno in realtà che apportare una certa quantità di ulteriori significati alla babelizzazione in corso. Contemporaneamente, però, il particolare tipo e insieme di bisogni di conoscenza e di affermazione/costruzione di identità di cui sono portatori si traduce tra l’altro nell’avvio di un processo la cui direzione appare anomala e per molti versi contraddittoria rispetto a ciò che sta accadendo ormai da tempo nel mondo del lavoro: cioè nel ritmo sostenuto di sindacalizzazione considerato nelle pagine precedenti.

In un incontro recente con osservatori di una agenzia dell’Europa comunitaria si è raccolta l’opinione che tale “fenomeno” vada in sostanza spiegato con la cospicua attività di erogazione di servizi per gli immigrati sviluppata dai sindacati italiani.

Come si è visto, tale opinione coglie senza dubbi un aspetto importante di ciò che è avvenuto, ma non fa cenno all’aspetto oggi cruciale (e che forse costituirebbe un argomento interessante di dibattito anche nell’assise dei sindacati europei): l’importanza stessa dei risultati quantitativi così ottenuti può rappresentare la base e l’opportunità per avviare un percorso di rinnovamento e rilancio del sindacalismo confederale come organizzazione non dei soli lavoratori immigrati, ma del complesso mondo del lavoro dipendente del quale essi sono ormai una componente organica come lo furono nei primi anni ’60 del secolo scorso (in condizioni generali certo assai diverse) gli operai di terza categoria immigrati nell’allora “triangolo industriale” dal mezzogiorno e dalle valli del nord-est e divenuti parte non marginale della figura dell'”operaio massa” protagonista del risveglio sindacale in pieno “miracolo economico”.

 

5. Conclusioni

È opportuno sottolineare, sebbene probabilmente sia risultato abbastanza chiaro, che l’uso proposto del concetto di babelizzazione conduce ad analizzare l’attuale stato di frantumazione del mondo del lavoro dipendente in termini di classe, ovvero di rapporti tra le classi. Questo non può però significare riproporre posizioni che in passato hanno concretamente significato rinuncia ad analizzare le complessità della composizione interna delle classi e la loro evoluzione.

Per rimanere al nostro tema, ciò che si è affermato nelle pagine precedenti e che costituisce il filo che collega le varie parti di questo discorso non equivale a sottacere o ignorare l’esistenza e il peso anche di specifici problemi relazionali la cui origine e le cui modalità d’espressione – per usare un termine dal sapore antico – non possono essere interamente interpretate come frutto velenoso dell’uso capitalistico della questione migratoria ma trovano ragioni e alimento materiale nelle differenze stesse sperimentate concretamente nelle relazioni quotidiane. Neppure si può ignorare, però, che considerazioni del tutto analoghe si possono fare riguardo a diverse altre questioni: quella femminile, quella dei rapporti tra generazioni ed altre ancora, meno evidenti, come quella delle differenze tra lavoratori di settori o addirittura di comparti diversi, oppure di provenienze regionali e così via.

Come in tutti questi casi, il raggiungimento di una lucida consapevolezza della distinzione tra differenze reali ed uso strumentale delle stesse allo scopo di ostacolare lo stabilirsi e lo sviluppo di rapporti solidali tra lavoratori non sembra ipotizzabile come risultato di una evoluzione spontanea; al contrario, costituisce il primo passo su un percorso che punti programmaticamente ad invertire il percorso di babelizzazione attraverso una valorizzazione delle differenze e la mobilitazione delle energie ad esse sottese.

In questa luce, e con riferimento alle considerazioni sin qui sviluppate, il rischio più grosso che sembra presentarsi per il sindacato è che la esigenza di una presenza più adeguata di lavoratori immigrati tanto tra i delegati eletti nei luoghi di lavoro, quanto negli organi dirigenti ad ogni livello dell’organizzazione, continui – nonostante le dichiarazioni espresse anche in sedi congressuali – ad essere considerato un problema meramente organizzativo, invece che una scadenza di rilevante importanza politica. Rimanendo in tal modo affidata, in ciascuna sede territoriale e di categoria, ai meccanismi decisionali ed alle normali alchimie che ne regolano la vita interna e l’assolvimento dei compiti quotidiani ma che non garantiscono il grado di tempestività, trasparenza e coordinamento delle iniziative che la questione richiede.

La conseguenza che ne potrebbe derivare è insomma la tolleranza di fatto di un’opinione distorta e sostanzialmente deresponsabi- lizzante consistente nel pensare che la soluzione del problema sia destinata a “maturare nel tempo come frutto di esigenze (…) di messa a punto organizzativa”. Ciò equivarrebbe a rinunciare di fatto a chiarire che l’argomento all’ordine del giorno anche in questo caso è l’entità e la qualità dell’investimento che l’organizzazione è chiamata a fare in termini di elaborazione di nuovi modelli comunicativi e relazionali, di formazione, di impostazione della contrattazione, di innovazione delle procedure e dei meccanismi di reclutamento e di valutazione dei risultati. Non soltanto allo scopo di “sistemare” organizzativamente i problemi relazionali e di altra natura connessi all’impatto con la questione migratoria nei luoghi di lavoro e al proprio interno, ma come atto di continuità coerente rispetto alla propria storia di sindacato confederale, nel corso della quale ogni passo sulla via dell’allargamento della democrazia sindacale si è tradotto in aumento delle energie e delle intelligenze impiegabili nella costruzione, nella difesa e nella continua attività di costruzione di unità dei lavoratori.

 

 

Opere citate

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Category: Lavoro e Sindacato

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About Giovanni Mottura: Giovanni Mottura. Valdese. Nato a Torino nel 1937. Ha insegnato Sociologia del lavoro all'Università di Modena. Ha svolto attività di inchiesta sulla condizione operaia e la ripresa delle lotte sindacali a Torino e sulla disoccupazione e le condizioni di vita e di lavoro di braccianti e contadini nella Sicilia occidentale e successivamente in Campania. Dagli anni '80 ad oggi si è occupato soprattutto , come ricercatore e operatore, dei nuovi processi migratori infra europei e verso l'Europa. Su tutte queste tematiche ha pubblicato libri ed .ha collaborato con Quaderni Rossi, Gioventù Evangelica, Problemi del socialismo, Quaderni Piacentini, Inchiesta, Community Development, Rivista Storica del Socialismo, La Questione Agraria. Ha fondato e diretto Agricoltura e Società. Nell'ultimo decennio ha collaborato come coordinatore alla redazione del rapporto Immigrazione e Sindacato dell'Osservatorio sull'immigrazione dell'IRES nazionale.

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