Gianni Rinaldini: Per una Cgil che pratichi la democrazia e il conflitto sociale

| 16 Aprile 2014 | Comments (0)

 

 

Questo intervento è in corso di stampa in “Alternative per il Socialismo” marzo- aprile 2014

Il Congresso della Cgil per le sue stesse modalità di svolgimento non è un luogo di confronto democratico tra posizioni diverse, ma viceversa serve per fornire una parvenza di democraticità alla elezione dei gruppi dirigenti.

Ciò che mi interessa richiamare è il fatto che visto in questo modo, con questa consapevolezza si comprende meglio la ragione che sottende la sottoscrizione dell’accordo Cgil, Cisl, Uil e Confindustria del “Testo Unico sulla Rappresentanza” del 10 gennaio 2014, mentre erano in corso le assemblee congressuali.

La Cgil non è una Organizzazione democratica, per la semplice ragione che non è costruita sul principio di “una testa, un voto” ma su criteri di rappresentanza degli iscritti di ogni singola categoria, per cui paradossalmente una categoria può avere un milione di iscritti con una partecipazione al voto congressuale di 20 persone e nulla cambia rispetto alla sua rappresentanza nel Comitato Direttivo Nazionale.

Le forme di controllo di tutta l’Organizzazione, dal Collegio Statutario alle Commissioni di garanzia sono composte garantendo oltre il 50% alla maggioranza congressuale, lo stesso criterio viene applicato per le commissioni elettorali e di certificazione del voto durante le consultazioni e le votazioni dei documenti congressuali.

In sostanza un insieme di meccanismi che non rendono scalabile democraticamente il gruppo dirigente. Si obietta che la Cgil è sempre stata cosi, anche nel passato senza rendersi conto che si parla di un passato che ovviamente non c’è più, come contesto sociale e politico.

Questa differenza consiste nella natura stessa della Confederalità dove il collante che teneva insieme l’Organizzazione era l’appartenenza identitaria e la politica intesa come progetto generale di trasformazione della società. Questo rappresentava la confederalità con gruppi dirigenti assolutamente consapevoli che la costruzione di una sintesi confederale era sempre un faticoso percorso, da rinnovarsi in ogni occasione, con il pieno coinvolgimento delle categorie e delle Camere del Lavoro Territoriali.

Non a caso la Cgil nasce nel 1906 per iniziativa di alcune categorie, a partire dalla Fiom, e alcune Camere del Lavoro Territoriali.

In assenza di questa consapevolezza e di questo collante la Confederalità diventa un guscio vuoto, una struttura gerarchica piramidale che utilizza gli organismi dirigenti come una clava per dirimere le divergenze, la dialettica interna.

Se poi questo si traduce, come avvenuto nel corso di questi anni, nei negoziati clandestini dove due o tre dirigenti siglano accordi in nome e per conto delle lavoratrici e dei lavoratori, siamo alla pura e semplice degenerazione.

Ciò che sembrava incredibile, diventa la triste realtà quando la segretaria generale della Cgil, invia il testo dell’intervento svolto, al comitato direttivo nazionale, dal segretario generale della Fiom, al collegio statutario per acquisirne il parere di sanzionabilità.

In questa deriva diventa possibile che due segretari generali Cgil di importanti regioni, come Lombardia e Lazio, comprano lo spazio della pagina di un importante quotidiano nazionale per pubblicare un “editto” contro il Segretario Generale della Fiom.

In una Organizzazione dove i gruppi dirigenti si costruiscono con il meccanismo della cooptazione, l’esibizione della fedeltà è importante per il proprio futuro nell’Organizzazione.

Il domandarsi su come sia stato possibile una tale torsione autoritaria che rappresenta una vera e propria mutazione genetica della Cgil, rimanda inevitabilmente al rapporto tra la vita interna dell’organizzazione e le scelte sindacali e politiche.

La Cgil non si è mai interrogata, non si è mai messa in discussione perché ha scelto, in tutte le occasioni, di evitare l’apertura di un confronto democratico che coinvolgesse l’insieme dell’Organizzazione su ruolo e funzione del Sindacato a fronte delle trasformazioni determinate dall’affermazione del capitalismo finanziario, la globalizzazione, l’Europa.

L’insipienza totale a fronte di un passaggio epocale segnato dall’egemonia di una idea di società fondata sulla concorrenza tra lavoratori, gli uni contro gli altri che mette in discussione le stesse ragioni fondative del Movimento Operaio.

Per la Cgil è come se non fosse successo nulla e il problema prioritario è sempre stato quello di ritagliarsi un ruolo negoziale, un riconoscimento istituzionale. Sul piano politico la subalternità, sul piano sociale la logica senza fine del meno peggio in attesa di tempi migliori, senza uno straccio di analisi degli sconvolgimenti in atto.

Questo è lo snodo fondamentale per leggere il rapporto tra la Cgil e la Fiom, fino ad arrivare all’attuale Congresso.

La Fiom compie una scelta diversa, rispetto alla Cgil, sviluppa una ricerca e una analisi della fase basata sul fatto che i processi sociali e politici rappresentano una cesura rispetto al passato perché fondati su una idea della società e del mondo di pura e semplice mercificazione della condizione umana nel lavoro e nella vita.

La cancellazione di ogni vincolo sociale, di ogni ostacolo all’affermazione della logica di mercato nelle relazioni sociali è l’obiettivo della Confindustria, che viene perseguito con una assoluta radicalità.

Il crollo del blocco Sovietico, nel 1989 e relativa divisione del mondo, rappresenta il superamento anche del vincolo politico che insieme all’offensiva del capitale industriale e finanziario, iniziata alla fine degli anni ’70 per abbattere i vincoli finanziari e sociali, crea le condizioni per l’espansione, a livello globale, del liberismo.

In questo quadro la stessa costruzione dell’Europa appare socialmente segnata.

E’ parte di questa analisi la necessità di aprire in Cgil una esplicita e trasparente discussione sul futuro del Sindacato, un nuovo inizio che traduca i valori di libertà e giustizia sociale in una autonoma progettualità di cambiamento della società, una conseguente pratica rivendicativa e una estensione della rappresentanza sociale.

Questo è stato il merito della Fiom, quello di misurarsi con questi processi anche con una analisi impietosa della contrattazione nelle aziende metalmeccaniche, dello stato reale di crisi del Sindacato.

Nessuna pretesa di definire una proposta compiuta del nuovo Sindacato, che può essere soltanto oggetto di un lavoro comune della Cgil, ma di definirne nella pratica rivendicativa e politica della categoria alcuni aspetti fondamentali.

L’indipendenza, dal Governo, dai padroni e dalle forze politiche, come necessità di espressione di una piena autonomia progettuale non più mutuabile dall’appartenenza a schieramenti politici dissolti.

La democrazia come vincolo decisionale che appartiene ai lavoratori e alle lavoratrici che sono l’unica fonte di legittimazione del Sindacato.

La contrattazione, come radicamento sociale nei luoghi di lavoro e nel territorio, il Contratto Nazionale di Lavoro come vincolo di solidarietà e di emancipazione per l’insieme dei lavoratori.

Una pratica e una ricerca a tutto campo che portano la Fiom ad aprire un aspro confronto a livello europeo nei congressi della FEM (Federazione Europea Metalmeccanica), con la proposta di aprire la fase costituente del Sindacato e del Contratto Europeo del Metalmeccanici.

Non se ne fece nulla nonostante la nostra insistenza sul fatto che la velocità dei processi sociali non erano quelli della ritualità infinita delle nostre discussioni che riassumevamo nella esigenza di decidere “Sindacato Europeo o Sindacato di Mercato”.

Questo spiega l’interesse e la presenza della Fiom nei Movimenti a livello nazionale e globale per affermare e costruire insieme un altro punto di vista, “un altro mondo è possibile” rispetto al liberismo.

Posizioni diverse nella Cgil che hanno rappresentato, nel corso di questi ultimi decenni, la dialettica interna ed esterna della Cgil. Non sono posizioni cristallizzate che non comunicano tra di loro e questo permette di arrivare al biennio 2001/2002, quando si esplicita la scelta di Governo e Confindustria di superare l’accordo del ’93, con l’accordo separato Federmeccanica, Fim e Uilm, il Patto per l’Italia che cancella l’art.18, e la Legge 30 che generalizza la precarietà.

Articolo 18, democrazia e precarietà, diventano oggetto di una grande mobilitazione che incrocia positivamente con la crescita dei Movimenti contro una globalizzazione governata dal capitale finanziario, fino ad arrivare alla più grande manifestazione della storia del nostro Paese, il 23 marzo 2002.

La Cgil diventa in questo modo punto di riferimento, di un vasto e articolato movimento di opposizione alla scelta liberista, suscitando grandi aspettative nello stesso rapporto con le giovani generazioni.

Viceversa, era risaputo che la preoccupazione principale del maggior Partito della sinistra era quello della divisione sindacale e viveva con fastidio l’espansione di quel Movimento.

Per il Sindacato si pone immediatamente il problema di decidere, di scegliere se questo rappresenta un nuovo inizio oppure una iniziativa una-tantum che non ha seguito nella pratica rivendicativa e progettuale.

Su questo si deve misurare il nuovo segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani.

La scelta è netta e non avviene attraverso alcun confronto e discussione esplicita sulla rilevanza, della decisione da assumere, ma tutto si svolge attraverso la gestione dei gruppi dirigenti, dell’apparato dell’Organizzazione, incentivando lo spirito di autoconservazione che è proprio di tutte le grandi Organizzazioni.

Bisogna uscire dall’isolamento, diventa l’angosciosa discussione nella Cgil che vuole dire concretamente costruire delle alleanze con il mondo politico, cioè con il Partito Democratico, per ricucire i rapporti unitari nel quadro di una maldestra riedizione della concertazione, del dialogo con il Governo.

Le aspettative, le speranze che avevano unito nella diversità precari, studenti, lavoratori e pensionati si trasforma rapidamente in disillusione, amarezza e frustrazione.

Non sono più la contrattazione, le tutele, la democrazia, il conflitto sociale e le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, il riferimento per la Cgil, che viene sostituito dall’ambito istituzionale, perché l’unico che ci possa permettere di ottenere dei risultati.

Da qui ha origine la vera e propria divaricazione con le scelte della Fiom, resa ancora più evidente tutte le volte che c’è un Governo di centro-sinistra da cui consegue sempre l’ennesimo Patto Sociale. Il vuoto strategico è totale, cosi come la subordinazione politica.

Tutto ciò che avviene nelle dinamiche sociali e che non rientra in questo schema viene considerato alla stregua di incidenti eccezionali che non hanno un significato generale. Cosi avviene con la Fiat di Marchionne, perfino a fronte della chiusura delle sedi sindacali della Fiom negli stabilimenti Fiat che sono derubricati come casi aziendali.

Lo stesso rapporto con Cisl e Uil segue lo stesso percorso dove diventa irrilevante che queste Organizzazioni insieme alla Confindustria sostengono tutte le misure legislative dei vari Governi che distruggono le tutele e il Contratto Nazionale.

Siamo alla parodia beffarda di un passato che non c’è più dove PCI e PSI, sono sostituiti dal PD e il rapporto con Cisl e Uil, si svolge a prescindere dalla realtà.

L’accordo separato di Cisl e Uil con Confindustria sulla struttura contrattuale, cioè l’eesenza stessa delle relazioni sindacali è stato totalmente recepito, pezzo per pezzo, nella pratica unitaria di questi anni e nella nuova legislazione. L’impatto con la crisi accentua tutti questi aspetti e si arriva perfino a spiegare che come dimostrano gli scioperi in Grecia, con il conflitto non si ottiene nulla, non è possibile ottenere dei risultati senza una sponda politica.

L’obiettivo da perseguire diventa quello di un Governo amico di centro-sinistra possibilmente con l’ex segretario generale della Cgil, Ministro del lavoro. In questo modo si spiega l’atteggiamento delirante della Cgil a fronte del Governo tecnico delle grandi intese.

Il 4 agosto del 2011, durante la crisi del Governo Berlusconi ormai impresentabile e considerato inaffidabile per la rigorosa applicazione della lettera della Banca Centrale Europea, viene presentato, nel corso di una conferenza stampa, dalla Marcegaglia – Presidente della Confindustria, un documento di tutte le Organizzazioni sociali, dalle banche ai Sindacati, che definisce le priorità programmatiche per il futuro Governo.

Il documento è articolato in 6 punti, di cui mi pare più che sufficiente rammentare il primo capitolo “Pareggio di bilancio, a questo obiettivo occorre dare credibilità. E’ questa una condizione essenziale per il ritorno alla normalità dei mercati finanziari. Pareggio di bilancio come obbligo costituzionale. Era questo per altro, uno degli impegni assunti dal Governo nel PNR. Che fine ha fatto?…..” Pare incredibile ma questo documento è sottoscritto dalla Cgil e rende l’idea dello stato confusionale, dell’assenza di un reale contrasto al massacro sociale attuato nel mese successivo dal nuovo Governo Tecnico di Monti, sostenuto dalle grandi intese.

Gli scioperi generali finti, senza piattaforma e obiettivi, come pura testimonianza sono un fallimento perchè non sono credibili e i lavoratori e le lavoratrici percepiscono che ormai le Organizzazioni Sindacali, compresa la Cgil, sono una pura e semplice articolazione del teatrino politico.

In questo schema si colloca la costruzione per tappe successive del “Testo Unico sulla Rappresentanza” che regola validazione ed esigibilità delle piattaforme e degli accordi, la libertà sindacale, funzione e ruolo dei contratti aziendali e nazionali. Le Organizzazioni di rappresentanza sociali definiscono per se e per gli altri le regole per accedere ai tavoli negoziali e alle elezioni delle RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie), regole a cui si devono attenere i delegati previa la sanzionabilità dei comportamenti non conformi a quanto definito.

Tutto ciò avviene senza che i diretti interessati iscritti (che sono una minoranza) e non iscritti, possano decidere sul futuro del loro contratto. In questi anni di contratti, deroghe aziendali, tutele hanno discusso economisti, politici, opinionisti, sociologi, padroni e sindacalisti mentre le lavoratrici e i lavoratori non hanno mai potuto pronunciarsi sul futuro dei loro contratti.

Una concezione proprietaria della democrazia, dove i lavoratori non sono soggetti, ma oggetti relegati nella condizione di spettatori. Si configura in questo modo un modello sindacale di aziendalizzazione con un Contratto Nazionale svuotato di significato che serve soltanto a regolare il traffico.

E’ la conclusione di un percorso dove si può tranquillamente affermare che la Cisl e la Confindustria hanno ottenuto tutto attraverso la legislazione e gli accordi, che messi insieme configurano una ipotesi precisa, quella del Sindacato di Mercato, con un ruolo funzionale rispetto alle esigenze di ogni singola impresa.

Per fare questo la Cgil ha dovuto calpestare ogni parvenza di democrazia interna, con una successione di colpi di mano.

In questi anni abbiamo verificato una nuova metodologia contrattuale, prima si fanno gli accordi e successivamente il Comitato Direttivo, che dovrebbe essere l’organismo dirigente, delibera in modo tale che ogni volta diventa un voto di fiducia. Non solo si svolgono trattative clandestine, ma quando si è costretti a ricorrere al voto degli iscritti, come avvenuto per l’accordo del 28 giugno 2011, si svolgono consultazioni clandestine di cui si forniscono dati fantasiosi e privi di ogni credibilità.

In questo modo si è pensato di fare i conti con la Fiom, perchè rispetto a questo percorso a questa deriva, la Fiom non è più stata considerata l’espressione di una dialettica interna, ma un problema che in quanto tale è da risolvere, non coinvolgendola mai nei passaggi più delicati ma mettendola sempre di fronte ad atti compiuti, ad accordi già definiti.

L’accordo sul Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto dopo l’elaborazione dei documenti congressuali ha questo significato. Per questo non saprei dire come si concluderà il congresso della Cgil, visto l’irresponsabilità di questo gruppo dirigente, che non ha la benché minima percezione che in gioco non c’è la Fiom, ma la stessa Cgil.

Pare evidente lo stato confusionale, lo sbandamento a fronte di un Governo con un Presidente del Consiglio Matteo Renzi Segretario generale del PDI, che non era previsto nella “strategia” della Cgil che pensava ad un altro Segretario, e che si presenta sbeffeggiando Sindacati e Confindustria.

In realtà l’attuale Presidente del Consiglio è il prodotto naturale di questi ultimi venti anni a livello politico, istituzionale e sociale. Il suo programma è il completamento di questo processo che non ha trovato alcun contrasto sociale reale e tanto meno un altro punto di vista a livello politico.

La sua forza e la sua popolarità è direttamente proporzionale alla nostra debolezza e da qui dovrebbe ripartire la nostra discussione sul futuro del Sindacato. Questo si che sarebbe un vero Congresso, coinvolgendo nell’elaborazione i delegati sul cosa fare, come risalire la china a partire dai luoghi di lavoro e sul territorio, perché senza questa forza il Sindacato non esiste.

I lavoratori e le lavoratrici hanno soltanto due strumenti per intervenire sulla loro condizione, la democrazia e il conflitto sociale, che se esercitati possono permettere al Sindacato di essere rappresentativo e svolgere un ruolo autonomo nel rapporto con il Governo e la Confindustria. In questi anni è avvenuto l’opposto, siamo diventati e percepiti come una articolazione del teatrino politico.

 

 

Category: Lavoro e Sindacato

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About Gianni Rinaldini: Gianni Rinaldini (1951) ha iniziato la sua esperienza sindacale come delegato alle Ceramiche Rubiera, divenendo successivamente Segretario della Filcea (il sindacato chimici della Cgil). Entrato poi a far parte della segreteria della Camera del lavoro di Reggio Emilia, viene eletto Segretario generale nel 1989. Successivamente, è stato Segretario generale della Cgil dell'Emilia Romagna e, dal 2002 al 2010, ha ricoperto la carica di Segretario nazionale della Fiom. Attualmente è coordinatore dell’area programmatica «La Cgil che vogliamo» e presidente del Centro studi per l’Alternativa Comune, il cui manifesto politico-culturale è stato presentato a Roma nel settembre del 2011. «Inchiesta» ha pubblicato numerose sue interviste e interventi.

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